08/09/17

Notti d'amore


Sulla mia strada, come è ovvio, ho incontrato molte persone che si spendevano senza tregua nel parlare d'amore. Ho avuto delle difficoltà, spesso, a distinguere la passionale sincerità dal motteggio facile e banale. I due elementi finivano per mescolarsi in un ibrido.
Quel che è certo è che non ho mai sopportato la retorica amorosa. Le frasi roboanti, impastate di scaramanzia, citazioni arty e assoluto sprezzo del ridicolo mi lasciano freddo e anzi mi spalancano le porte di una cattiva disposizione.
Questo principalmente per un motivo: nei tanti adoratori dell'amore non vedo nessuna traccia di reale disperazione. Vedo lo struggimento, naturalmente; è però ben altra cosa.
C'è stato un lungo periodo della mia vita in cui ogni notte d'amore, ogni gesto, finivano per perseguitarmi. Dopo l'entusiasmo iniziale, l'eccitazione sessuale, l'adrenalina seduttiva, arrivava il retrogusto a macchiarmi la divisa di fuga e sbavarmi sulla maschera. Qualcosa di incompiuto a prescindere, di doloroso, di distante.
Ho di me più giovane un'immagine stilizzata ma non per questo mendace e costruita: io che mi aggiro per le strade della città all'alba, le mani in tasca, la sigaretta in bocca, con un possibile futuro radioso addosso e invece. E invece i panni addosso come cenci, la musica dei primi Marillion in testa, le tattiche triviali per evitare confronti, racconti e pettegolezzi; e ancora lo scollamento da quanto appena accaduto, il non avere mai considerato una donna di mia esclusiva proprietà, la volatilità dei sentimenti, l'ineluttabilità di un destino beffardo e sedizioso, sempre pronto a mescolare le carte nei momenti di maggior serenità.
Una volta una donna, con evidente pressapochismo, mi disse: “Tu non credi nella felicità”.
Come puoi darmi torto?”, le risposi freddo, “la felicità è un futuro sempre acceso alle spalle, una specie di folletto incostante”

Non ho mai vissuto una notte d'amore con quel simulato distacco dell'hic et nunc, se lo davo a credere era una posa. Ogni gesto è rimasto, sedimentato, ogni traccia è fiorita in qualche modo, persino trascinandomi all'inferno.
I fiori non portano sempre grazia ed echi di un Dio venerabile, ci sono fiori che crescono sottoterra, rivoltati alla luce del sole, fiori-ferita che seccano le labbra, ti fanno dimenticare quanto hai promesso e le rassicurazioni ricevute, sono fiori velenosi e notturni che possono spingerti a confondere il sapore delle persone, sono i fiori dell'infedeltà e dell'addio, della tentazione, del bisogno e della morte.
Quante volte ho portato quei fiori con me? Quante volte ho creduto di omaggiare qualcuno e invece lo stavo già tradendo?
Ho tirato a tardi anche io, a parlare con amici veri o presunti di amore, di congetture e di traiettorie. Ho fatto dei nomi di donna come se fossi nel bel mezzo di un'interrogazione di polizia. Ho ammesso tanto il desiderio che la distanza, ho dichiarato senza vergogna che ogni notte d'amore forse conteneva le successive e le precedenti, e che non credere alla felicità porta ad un'instabilità non sentimentale ma interiore, che è anche peggio.
Instabilità interiore significa caccia alla febbre, continui oltraggi a scene appena arredate, è quel sentimento che ti induce a guardarti le mani dopo l'amore per renderti conto che le tue potrebbero anche essere le mani di una persona sola.
Chiedersi “cosa rimane?” non è incapacità di godersi la vita, semmai è il contrario. È il bisogno fisico, urgente, violento di dare corpo e sembianze all'entità amorosa, rendere l'energia di un incontro traccia nel tempo e momentaneo antidoto alla morte.

Tanto tempo fa, davvero tantissimo tempo fa, ricordo che i miei incontri con Laura erano diventati per me un supplizio. Proprio perché andavano bene e sembravano promettere un infinito fatto dei colori che amavo, dei silenzi che preferisco, della musica di cui non parlo in pubblico.
Mi diceva “sei il mio uomo” e poi mi sorrideva. E io pensavo che non ero l'uomo di nessuno, neanche di me stesso. Troppi colori sono nascosti nella notte, troppe trappole nel pensarsi in movimento insieme, troppo dolore nell'amore, che è un continuo fondersi e poi staccarsi, con in mezzo la vita, la lotta, le storpie sirene dei sogni più azzardati, i fantasmi delle interruzioni, la brutalità delle sostituzioni in corso d'opera, fatte e ricevute.
Laura era già, ancora con me, del suo prossimo uomo e io di nessuno, come al solito. Lo sapevo, lo sentivo. Faceva male come una ferita, come una pessima notizia. Erano i miei fiori malati, visibili alle spalle dei baci più scuri e fondi, era quella calda oscurità in cui sono cresciuto e diventato uomo mio malgrado.
L'amore per me non è mai stato qualcosa di normale. Me ne fregavo se fosse meritato, breve o lungo, dolce o violento. Lo valutavo e lo valuto come un mondo altro, come una terra promessa e distaccata, come l'isola che raggiungi nei sogni e di giorno ti rende spettatore di tante inutili partenze.
Ecco perché qualche notte posso essere principe reggente, senza possibilità di confutazione. Sovrano insonne di spazi raggiunti da dimenticare troppo presto.


©Luca De Pasquale 2017






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