09/09/17

Non fare tardi


“Rivolse di nuovo lo sguardo ai gabbiani nel cielo declinante. Gli scuri profili dei grattacieli in mezzo a bagliori violacei e a cattedrali di fumo e poi, a poco a poco, fra i malinconici viola che annunciavano il corteo funebre della notte.
L'intera città agonizzava, come qualcuno che in vita era stato rozzamente chiassoso ma che adesso moriva in un silenzio drammatico, solo, concentrato su se stesso, assorto. Via via che avanzava la notte il silenzio si faceva più profondo, come sempre quando si ricevono i messaggeri delle tenebre. E così finì un altro giorno a Buenos Aires, qualcosa di irrecuperabile per sempre, qualcosa che avvicinava un po' di più Bruno alla sua stessa morte”

Ernesto Sabato “L'angelo dell'abisso”

Ian Crichton dei Saga è uno dei miei chitarristi preferiti. Possiede quello stile graffiante e molto heavy che amo nelle chitarre, stile che non preclude delicate nuances e una certa emozionalità. E rappresenta anche, per fortuna, quell'approccio molto tecnico e professionale alla musica che reputo indispensabile per poter generare emozioni.
Già. Non riesco ad apprezzare gruppi che sono, tecnicamente, delle armate Brancaleone; sarà per questo che non amo particolarmente l’approccio lo-fi e certi sbrachi alternativi che piacciono tanto alla sempre più noiosa intellighenzia critica.

Considero la tecnica esecutiva (e compositiva) fondamentale: è dalla tecnica, dalla padronanza che può scaturire la scintilla migliore, dall'universale al particolare. Per scandalo di molti conoscenti che mi vederebbero più avvezzo a scomposte influenze grezze e cacofoniche, ho dei gusti musicali che vanno in direzione di una certa pulizia, diciamo così.
Un eccellente lavoro di pomp rock americano può emozionarmi di più di un combo inglese devoto ai Sex Pistols e a un finto marciume ideologico/comportamentale. Il do it yorself non mi ha mai agganciato veramente, mentre, invece, il mondo dei musicisti di studio e dei turnisti mi affascina ancora oggi. La tecnica è un'arma irrinunciabile, e in ambito chitarristico Ian Crichton incarna questa filosofia al meglio; una competenza strumentale maestosa dare la stura al processo creativo.

Gusti borghesi? Può darsi. Ciò detto, non c'è nulla che io trovi più noioso della musica etnica, del folk regionale, mi è insopportabile la balcanica, la tzigana, i canti tibetani, il cantautorato italiano alternativo, le posse. Il country meglio del fado, il death metal infinitamente più interessante della salsa e della cumbia. Trovo anche i balli latinoamericani come un supplizio per me intollerabile. Mi sono spesso accorto che i miei gusti musicali, molto definiti e lontanissimi dalle mode, sono potenzialmente un limite sociale. Oltretutto, al di fuori del lavoro, di quello che è stato il mio lavoro per vent'anni, non sono molto propenso a coinvolgere le persone nei miei amori musicali. Il proselitsmo non mi infiamma, anche se spesso potrei permettermelo, ora non è che lotterò per convincere qualcuno a seguirmi nella mia mania per Ian Crichton e per i Saga in esteso.
“Elitista, elitista!”, mi urlò tanti anni fa una compagna a percentuali emotive, la quale evidentemente pensava che il parolone potesse nascondere in sé qualcosa di umiliante o preoccupante. Elitista o elitario, se uno non si straccia le vesti per comunicare i suoi gusti, che male fa?
Le nostre passioni ci connotano, c'è poco da fare. Ed io preferisco conservarle con cura, distribuirle logicamente, non darle in pasto inutilmente. A rischio anche di annoiare, oltretutto. Ho conosciuto un’infinità di sapientoni musicali e letterari che avrebbero sfinito anche una colonia di nipoti di Giobbe.

A questo proposito, ripenso a quel commerciante di merluzzi mio cliente che veniva una volta a settimana in negozio, anche durante il periodo finale, quello del fetido disfacimento, chiedendomi sempre gli stessi pareri. Circumnavigava arrogante tra gli scaffali, accompagnato dalla coniglietta ad alto mantenimento di turno, che in genere non spiccicava una parola, irretita da tutte le stronzate che il suo vate in camicia fiorata consegnava al mondo; il classico tipo di uomo inutile e dannoso che pensa di essere il re incontrastato della fazenda umana.
Si trattava, a conti fatti, di un colossale e ininfluente inetto; ogni volta mi sottoponeva dischi che non mi piacevano. E lui sapeva perfettamente che non li apprezzavo. Lo faceva per sfidarmi. Del resto, per lui ero solo uno sdrucito commesso: mica uno che può saperne come i giornalisti musicali o gli orientatori di tendenza, o anche di quelli che ti trovi a ogni concerto a scattare ridondanti foto da “testimoni dell’energia”. Un commesso va schiacciato…

Una sera arrivò a sventolarmi sotto il naso un cd di Anthony&The Johnsons. “Com'è?”
“Deprimente”, tagliai a corto.
Ritentò con i Sigur Ros.
“Preferisco Mino Reitano”
Tentò la carta finale con i Coldplay, addirittura.
“Ti ho sempre detto che li reputo molto banali”
E lui allora rinunciava, iniziava a dire coglionerie alla coniglietta, parlava di Beatles e di letteratura, di pianoforte e di viaggi, un'anticipazione amara del latte cagliato e sciacquo che le avrebbe schizzato sulla pancia qualche ora dopo.
Mai provata compassione per lei o per altre sue vittime, e non certo per maschilismo: certe donne finiscono per meritarsi certi uomini. Una ninfa tirata a lucido, svuotata di gusti, passioni e ideali, che si fa montare da un mentecatto simile, lo merita e lui dunque merita lei, in un tripudio di sciocchezze, spiritualità da discount, suggestioni provincialistiche, sesso soleggiato che è solo un po' di rumore tra la calma e la morte.
Avrei dovuto stilare al coglione una lista degli artisti che sopporto di meno. Muse, Sigur Ros, Beirut, i rapper italiani, i loungisti, alcuni pidocchi avventisti del rock italiano indipendente più velleitario che si credono grossi pezzi di spirito deambulante, dei visionari scacciati in malo modo da qualche imitazione delle purtroppo scomparse feste dell’Unità.
Preferisco nettamente Gianni Togni agli Animal Collective. Lo dico e lo confermo. È un serio professionista, ha scritto belle canzoni, e i suoi dischi sono onesti e curati. Mille volte meglio Fanigliulo e anche Marco Ferradini che tutti gli imitatori dei Radiohead, per capirci. Non vado oltre.

Mi chiedo se chi pensa di cercare la purezza sa che non ci si arriva di certo con l'intransigenza, con l'indifferente spocchia del parvenu. Tutti coloro che fanno bella mostra di regole e ricette, di asserti sperimentati,  sono di un'allarmante limitatezza mentale.
Quanto a me, mi manifesto con le mie aperte intolleranze (che almeno tento di spiegare), ma non mi prodigo in retromarce sgraziate e inefficaci.
Cerco di essere educato e rispettoso, a differenza dei famigerati “illuminati”, tutti ritrosie, ritorsione e tattico disprezzo. Che noia, incontrare quelli che vogliono eccitare i margini delle differenze.

Apprezzerei molto una donna che venisse da me e mi dicesse: “Senti, io sto così così con il mio uomo, insomma non sono innamorata, c'è tanta abitudine, c'è un po' di solitudine evitata, c'è il corso delle cose. Tu mi piaci, sto pensando di lasciarlo per trovare te”.
Se ricambiassi, se potessi ricambiare, una donna così avrebbe tutta la mia stima, e non perché orientata verso di me. Per la lucidità, per l'onestà intellettuale e emotiva, per il non prendere scorciatoie, precipizi e sentieri bui al fine di provocare la comprensione delle sue intenzioni.
Apprezzerei anche chi dicesse a me o ad altri, “ti penso, ti penso seriamente”.
E invece no. Sempre roba travisata, silenzi che vorrebbero essere confessioni, discorsi che sono riserve di tempo, critiche avventate che vorrebbero significare affetto sommerso, tentennamenti ai limiti della paranoia e altri ammennicoli simili. Questo repertorio, che non merita alcuna distinzione tra sessi, mi offusca, mi irrita, mi allontana senza possibilità di ripensamento. Alla nostra età i fraintendimenti non sono più stimolanti, sono solo pericolosi e perduti, retaggio di vecchi film datati ed irripetibili.
In presenza di qualcosa di non più rimandabile, i vari ostacoli del caso vanno affrontati con chiarezza, senza sotterfugi, senza ritardante morbosità.
L’ignoto esiste, miete vittime. Figlio senza nome di una notte non visibile all’occhio umano, irride le nostre resistenze.
Inutile, dunque, mescolare il caso con la letteratura del dubbio.

Come può sopravvivere un amore senza chiarezza? Ci sono passato, ci siamo passati tutti, nessuno può conclamarsi più vittima di altri. Il vittimismo è materiale parecchio pedante. Ho incontrato nella mia vita donne bugiarde per sventatezza, doppie o triple a seconda del capriccio momentaneo, mantidi religiose e finte schiave, alcune contorte e solenni nell'esserlo e contraddirsi, ho incontrato chi sotto sembianze di agnello sacrificale ha usato la roncola per togliersi presto il dente dolorante, ho persino incontrato chi pensava di potermi tenere in panchina in attesa di altri sviluppi. D'accordo. Capita. Il problema è che molti fingono di aver incontrato solo esseri meravigliosi, perché lo trovano più dignitoso.
Come quelli che parlano dei loro amici come dei migliori su piazza. Come quelle ingenue creature che dopo anni ancora rovistano nei memorabilia dell'ex “maledetto” per avere degli alibi credibili, e cioè avere carta bianca per una disonestà concettuale di fondo, per una volubilità isterica e autoregolamentata, per un disimpegno deludente, simulacro di una profondità e un sentimentalismo che possono valere per quel poco che rappresentano, degli ideali di squilibrio vagheggiati alla meno peggio.
Ora, per quanto tutto questo canovaccio mi disgusti al solo scriverne, cerco di non fare di tutta l'erba un incendio permanente. Non è la purezza che cerco, ma la chiarezza, e credo sinceramente che la passione sia fortemente veicolata dalla linearità.
Credo di aver scritto, finalmente, quel che non trovo nei tanti incontri, casauli, raffazzonati, con persone che a prescindere hanno deciso di essere tristi, prigioniere di rivendicazioni parossistiche e invecchiate dalla nascita.
Può anche capitare la persona meravigliosa in turno in quel frangente, perfetta per tutto, ma che non ti piace. Questo fa parte della natura beffarda del gioco. Si accetta di buon grado.

Lo stereo manda “Don’t be late” dei Saga, nel cortile un esercito di filippini in giacca e cravatta si prepara ad una liturgia che ignoro, il cielo è basso e nuvoloso, senza emozioni.
Il mio corpo odora di vaniglia, sarà forse il deodorante ambientale. La voce drammatica di Michael Sadler crea la giusta atmosfera per la prenotazione appena confermata dalla notte, annunciata da quello strano pulviscolo composto da vento quasi solido e salsedine a dadini, tipico delle località di mare. Ho sempre pensato che questa casa abbandonata nel quasi niente sarebbe la giusta tana per una coppia clandestina, per un momentaneo rifugio dalla paura della normalità quotidiana, invece io la uso per rigenerarmi e per capire. Meno oggetti ci sono in casa, più io respiro.
Niente chiacchiere, meglio il vento. Non so bene più che cazzo di mestiere faccio e farò, di quello che pensa la gente non mi importa più, qui fuori potrebbero innalzarmi una stele funeraria o una targa notarile, non mi cambia più niente.
L’altro giorno ha bussato alla mia porta uno che voleva parlare della Bibbia. Sono stato gentilissimo con lui. Un tempo gli avrei detto di infilarsi un dito in culo, stavolta ho sfoderato un sorriso pieno e gli ho confessato con voce dolce: “Guardi, non sono preparato in materia. Non è di mia pertinenza”
“Come sarebbe?”
“Sono troppo piccolo per questo. E non solo per questo”

Tra passeggiate e docce, tra lunghe jam di scrittura e silenzio apprezzato, i giorni passano e gli strati di pelle cadono, mettendomi a nudo in posizioni per me inconsuete, senza plastiche pose da combattimento. Non posso fare a meno di considerare e riconsiderare tutte le cazzate, le bugie, le mezze parole e gli intollerabili silenzi dei miei ultimi dieci anni di vita. Lo faccio senza avvizzirmi, qualche volta con amara pacatezza, lo faccio sapendo che per ricominciare occorre capire dove ci si trova e cosa si vuole. Per certe persone, delle quali credo di far parte, lo “stop and go” sembra un meccanismo destinato a reiterarsi.
Quando ero più giovane mi toccava ricostruirmi partendo da parecchi elementi fissi, poi con gli anni di punti fermi nelle ricostruzioni ne ho riconosciuti a stento uno o due, ora credo di essere giunto a quella condizione ideale che porta ben impressa nello scorrere il numero zero.
La conoscenza si è azzerata, l'astuzia della ritirata ha toccato il climax, vivo di nemesi continue. Alle aspettative che avevo nei miei confronti ci piscio sopra idealmente. Forse volevo solo contentare mio padre, ma la verità piuttosto banale è che sono un animale, non sempre di compagnia. Non ci credo alla mia nobiltà d’animo: non esiste.
Non ci sono santuari nel raggio di chilometri, le chiese sono per i paganti, appoggiarsi ad altre vite è criminale, lo è sempre stato, sei diventato un animale notturno, cacci a denti scoperti, pianifichi il vuoto per meritarti sorprese e dormi dove capita, non ami più per compassione o per il buon ordine delle cose, sul tuo cammino ritroverai i brandelli di quello che non hai mantenuto, sai bene che morderai ancora per frustrazione, per vizio, per cancrene della storia personale. Mordi per chiedere carezze, tradisci l’ospitalità dei sorrisi altrui con le particelle di buio sgualcito che ti porti in tasca. Alle feste sei sempre andato per creare panico, sconcerto, desiderio combattuto e poi fine annunciata con cui profumarsi. Una vera troia l’anima errante, no?
Ma è nelle notti più scure, quando i gesti più spontanei si annunciano con inediti profumi di temporaneità e gioventù di ritorno, è allora che puoi ancora pensare di poter dare il nome all'ultima stella.


©Luca De Pasquale 2013, 2017







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