12/09/17

Labbra fermate dai vetri


È iniziata una nuova stagione. Come se si dovesse tornare a scuola.
Fa di nuovo buio presto, le insegne accese dei negozi la sera hanno di nuovo senso, è tornato anche quel senso di fretta nel ritirarsi a casa che finisci per notare nei passanti.
Stasera il cielo sembra custodire qualche segreto inaccessibile. Ha qualcosa di languido, di lento e pastoso.
Oggi ho perso un'asta online per una rivista cui tenevo molto, un vecchio numero di Prog, la rivista inglese specializzata in rock progressivo, dedicato alla scomparsa di Chris Squire, correva Settembre 2015.
Il numero era riapparso dal nulla su ebay. Non sono stato veloce. Si trattava di un acquisto simbolico, perché la morte di Chris me la ricordo benissimo: per me si trattava della fine di un'era.
Quest'estate ho riascoltato a lungo gli Yes, è stato come un tuffo all'indietro. A ripensarci, mi sono reso conto di quale valore trascendente davo al mio stupore nell'ascoltare le assurde geometrie bassistiche di Chris, uno capace di far cantare il basso durante un intero brano, come una voce altra eppure sempre connessa al resto della costruzione sonora, dell'impasto (e con gli Yes la parola impasto rende bene l'idea). Un vero genio, al di là dei gusti: è un dato oggettivo, non soggettivo, una volta tanto per acclamatio populi.

Ho anche comprato un salvadanaio. Non so bene a cosa mi servirà. Ci infilerò delle monete di piccolissimo taglio e forse lo aprirò a Natale, scommettendo su che cifra io possa aver accumulato. Mi piace acquistare salvadanai ogni tanto, mi danno l'idea che si possa archiviare e limitare ogni forma di sperpero. Proprio ieri scrivevo che gli oggetti non servono a nulla. È mio destino contraddirmi, come è destino di tutti gli uomini.
C'è una strana calma stasera, mi sembra di essere un tipo tranquillo, misurato. Una sensazione inedita e in tutta probabilità ingannevole.
Del resto, non si può sempre pensare e provare sopra le righe. Poi uno si stanca e inizia a cercare differenti emozioni, azioni di sponda, movimenti il cui risultato finale non può che essere una rifrazione. O un'ombra. O una bugia insapore da cuocere in forno mentre si fischietta e si fuma.

Ho guardato delle offerte di lavoro. Ho avuto l'impressione, che ora si sta allargando, che avrei dovuto essere io a pagare gli inserzionisti. Se mi fate lavorare posso darvi cinquecento euro in anticipo. Così avrei dovuto esordire, per potermi giocare qualche chances.
Un tempo si girava con Fieracittà e Bric A Brac: era l'abito di cerimonia che tutti quelli senza lavoro esibivano indomiti per strada. Per anni, prima di trovare un lavoro fisso, ho preso numeri da quei giornali. Telefonavo già scettico e se la conversazione non mi convinceva o troncavo subito oppure rilasciavo false generalità. Il nome prescelto per quelle grottesche situazioni era Teucro Esposito. Ho telefonato senza volerlo a un regista porno, a una coppia di scambisti, a Pordenone credendo fosse Roma, ho parlato con squisite vecchiette, ineffabili stronzi, pappagalli umani che usavano il famoso e osceno “un attimino” e anche il “piuttosto che” in funzione comparativa o di congiunzione.
In più di un caso, alcuni interlocutori si irritavano addirittura quando scoprivano che chi li stava chiamando non disponeva di regolare patente di guida. Sembrava un atto oltraggioso di lesa maestà. Non erano pochi quelli che mi sbattevano il telefono in faccia dopo avermi chiesto se ero automunito: “No, non ho la patente”
Lei fa sul serio?”
Sì, ma sono normale”
Segnale di occupato.

Qualche mese fa ho parlato con uno che doveva farmi entrare in una cartoleria. Non era convinto per la mia età. Non so perché volesse per forza un giovane in cartoleria. Allora io gli ho detto che avevo charme.
Come?”
Ho charme, quando voglio”
Ma qui non siamo a teatro”
Che c'entra il teatro? Potrei vendere matite, biglietti augurali e gadget anche non originali con un fare ricolmo di charme. Posso affascinare, mi creda, se usato bene”
A noi serve una persona di buona volontà”
Io ne posseggo. E ho charme. Glielo ripeto: posso raccogliere simpatia tra i clienti. Dispongo di un sorriso malinconico, di un inutile buon eloquio e non rubo penne da qualche anno”
Nel caso le faremo sapere”
Non disperda il mio charme, ne morirei”
Arrivederci”

Mi aspettano altri colloqui paradossali. Altri interventi scomposti di posticci deus ex machina, a parole in grado di farti entrare anche nel culo stretto di un animale selvatico. Qualcuno scomoderà ragioni psicologiche sottese per queste difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, ci sarà chi parlerà di “rimboccarsi le maniche” o “tutelarsi” senza sapere di cosa si sta parlando e di che partita si gioca. Ancora, qualcuno alluderà, ça va sans dire, ad un “approccio positivo” alla vita e al lavoro; io inizierò a toccarmi i capelli, a respirarmi nelle mani, probabilmente riaccenderò lo stereo nella mia mente e lo posizionerò su quel punto di “Heart of the sunrise” degli Yes in cui il basso di Chris Squire inizia a cantare, lasciando scomparire il mondo.

È solo questione di fortuna. Di diplomazia pure, ma in un secondo momento. Non c'è tanto da allarmarsi. Qualcun altro al mio posto si cagherebbe addosso, chiamerebbe sodali e comparse ogni giorno chiedendo una mano. Io non la reputo una scelta adeguata e comunque non pagherebbe a lungo. Se qualcuno vuole chiamarmi per farsi quattro risate con le mie presunte arguzie o farsi raccontare di qualche bel viaggio, quel qualcuno resterà deluso. Può formularsi, sempre quel qualcuno, i giudizi che preferisce: la cosa non mi riguarda in nessun modo.
Sì, sono stato malaccorto, duro, disattento, poco furbo, non conciliante, ma cercavo altro. Altri percorsi, altri linguaggi.
Oggi dire la verità per quella che è, ammettere di poter scrivere il fatidico romanzo del giovane povero, viene preso per un piagnisteo. C'è da ridere.
I tanti che hanno molto più di me si producono in piagnistei di entità nettamente superiore, mi si creda in parola. Mi surclassano anche quando sono svogliati.
Nessuno ha colpe. Nessuno gestisce la verità. Non io, non gli altri.
Io cerco altro. Altre stelle, forse emozioni da inverno perenne, mani che bruciano, labbra contro i vetri, tenerezze da scongiurare, addii da non riprodurre mai in pubblico. Niente, purtroppo, che abbia molto da spartire con il benessere economico. Semplicemente è un altro gioco, che facilmente si vuole confinare in sottoinsiemi di pensiero facile come il nichilismo, il vittimismo e la disposizione a perdere.
Sono parole. Sono labbra che si muovono nel vuoto, nel sentito dire, senza un vetro che le fermi, senza la pioggia che finalmente le cancelli.


©Luca De Pasquale 2017


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