11/09/17

Il filo dei fulmini


Oggi ho gli occhi scuri come il temporale perpetuo che imperversa da ore. Le fiamme sono contenute, gli impulsi dispersi, mi sono sedato con la logica.
C'è un filo che mi collega alla pioggia fuori, un filo elettrico che potrei percorrere solo con la smania violenta di non avere paura di cadere.
Avrei voluto sedermi già stamattina al pc e scrivere, ma ho preferito fare altro, accompagnato dai lampi e dagli scrosci di pioggia.

Metto ordine nelle mie cose. Mettere ordine per me significa più che altro distruggere, cancellare inutili tracce, troncare ponti, abbandonare abiti mentali. Considerare chiusi dei capitoli e guardare con occhi asciutti e spietati a vecchie manie che somigliavano a carinerie rassicuranti.
Come ad esempio l'oggettistica che invade casa e le case in genere: l'ottanta per cento degli oggetti che conserviamo non servono a niente. Forse solo ad accendere la memoria, tentando pateticamente di ricordare momenti finiti e persone scomparse. Siamo fissati con questa storia di non voler perdere la memoria di quel che siamo stati e di chi ci ha accompagnato. A volte ci rendiamo ridicoli e anche noiosi con questa manfrina.
Siamo noi, infatti, a decidere della sacralità delle cose; e di questo potere abusiamo senza contegno. La mia casa è zeppa di oggetti maneggiati da mio padre e da parenti conosciuti solo in fasce, in altri tempi assegnavo ad alcuni di questi oggetti il ruolo di totem mnemonici e simboli, oggi ho quasi la nausea a guardarli e cercare di costruirci di nuovo attorno un'aura di solenne lutto dabbene.
Sì, quello è il bicchiere in cui beveva abitualmente mio padre... e quella è la sua tazzina, comprata a Orvieto. Maledizione, sono solo oggetti. Nient'altro.
E le foto che mi ritraggono bambino coccolato, vezzeggiato e riempito di regali anche quando non c'era da festeggiare, quelle mi danno ai nervi. Provo tenerezza guardando i volti dei miei genitori, non certo il mio. Non sono tipo da far vedere le mie foto da piccolo per suscitare tenerezza e versetti di partecipazione.

Da ragazzo volevo diventare quattro cose: il bassista dei Rush, il bassista degli Yes, la notte in persona e uno scrittore. Solo la quarta posizione era aperta, le prime due ancora più improbabili di una trasformazione in un semidio.
Quando alcuni parenti e amici di famiglia venivano a trovare i miei (e me), finivo per chiudermi nella stanza sparandomi in cuffia “Permanent waves” dei Rush o “Big generator” degli Yes, tanto per convincermi definitivamente che Geddy Lee e Chris Squire erano Dei reali, inavvicinabili. Potevo però sognare grazie a loro, almeno per un po'. Detestavo ascoltare quelle chiacchiere che avevano me come soggetto principale. La mia educazione, i cattivi voti a scuola, la mancanza di afflato religioso, i comportamenti ribelli, la “stranezza” caratteriale e altre stronzate del genere. I miei genitori erano persone pazienti e sembravano volersi tenere tutte le lezioncine di vita dispensate dai Grandi Saggi. Ho sempre rimproverato a mio padre la sua garbata remissività. Lui annuiva e fumava, mentre io esplodevo dentro con i Rush in cuffia.
La canzone preferita di quei pomeriggi insostenibili era, lo ricordo benissimo, “Different Strings”, bellissima.
A partire dal minuto 1:23 iniziavo a seguire il basso di Geddy nei minimi dettagli e mi si offuscava qualsiasi capacità di reagire in modo sproporzionato.
Mi sedavo.

Scovo, rileggo e poi distruggo una quantità aberrante di vecchie email. Anche quelle che mandavo io ai miei clienti privati, collezionisti all'epoca pronti a tutto. Cominciavano tutte così:

Ciao XXXX,
spero tutto bene. Ho elaborato una lista che dovrebbe assecondare i tuoi gusti e le tue esigenze di procurarti del prezioso materiale di importazione... come noterai i prezzi sono bassi ed i pezzi sono unici, per cui non mi resta che raccomandarti rapidità di scelta. Per il resto, sai come funziona e naturalmente posso procedere ad ulteriori riduzioni qualora tu decidessi di acquistare quasi in blocco. Resto in attesa di un tuo riscontro e ti saluto con affetto,
Luca

Riscontro. Ma quale riscontro. Rileggendo quelle liste così dettagliate, rimpiango parecchi dei dischi che ho dovuto vendere. Mi piacerebbe averli qui, magari in un bel mobile a vetrina, e non solo a contemplarli. Non sono un collezionista, sono uno che ama visceralmente la musica, ed è molto diverso. Non saprei cosa farmene di un'edizione limitata con i peli pubici del mio bassista preferito. Va detto anche, senza finti accomodamenti descrittivi, che la maggior parte dei miei clienti erano delle persone orribili, dei maniaci, oltre che degli spilorci di rara entità, se non addirittura dei ciarlatani. Sono stato giocoforza il loro albero della cuccagna, finché non li ho dovuti mandare a fare in culo per manifesta irritazione. La cosa è sepolta e ora si distrugge: così dovrebbe funzionare.
Quanto a certi regali ricevuti in situazioni sentimentali, mi sono sempre domandato a cosa dovrebbero servire e cosa dovrebbero rappresentare. Cosa dovrei ricordare, nello specifico? Se la storia è finita con recriminazioni e spiacevoli chiarimenti senza costrutto, cosa dovrebbe evocarmi un regalo conservato? Forse dovrei ricordare un orgasmo? Impossibile ricordare un orgasmo, perché si somigliano tutti, quando è passato il momento. Finisci come un serpente gonfiato ad elio, tra singulti, qualche breve sproloquio a voce roca, le mani contro il muro, magari sotto un crocifisso che ti incute soggezione e sensi di colpa, in un letto pagato a rate, su un materasso che dovrebbe essere morbido ed invece è duro come una vendetta.
Magari un regalo dovrebbe ricordare la dolcezza. Ma la dolcezza non è eterna. Non posso commuovermi pensando a una che adesso è sposata, ha tre figli e ha pure iniziato a credere in qualcosa che troverei disgustoso.
Solo quelli che si incantano a guardare i loro figli continuano con questa storia del miracolo della penetrazione, perché lo associano al concetto di nascita. Una cosa che posso comprendere, ma non mi interessa. Non credo ai miracoli e non sono così idiota da considerarmi in dovere di continuarmi, altrimenti il mondo ci resta male.
Quindi non attribuisco agli oggetti un gran valore.
Se dovessi stilare una lista di oggetti che considero affettivamente necessari, mi fermerei a trenta o quaranta. Naturalmente i dischi non sono compresinel discorso, non li considero oggetti ma emozioni.

La pioggia ora è ferma. Anche io. Ho smesso di eliminare. Sono alla finestra, mi godo il vento autunnale. E stranamente non sto fumando.
Ho scelto un altro brano cui sono legatissimo, “You and the night” dei Saga. Una splendida ballata che potrebbe disinnescare anche un assassino seriale, figuriamoci un bluff come me. E infatti funziona. Funziona alla grande. Mi arrendo subito. La guerra è lontana, le battaglie dimenticate in due minuti. Non resta che entrare nel respiro delle tastiere, appeso alla voce ieratica di Sadler, bisogna solo aspettare che tutti si addormentino per potersi riprendere il volto più vulnerabile e umano, quello da camera arredata, quello da addio, quello da ex bambino.
Quel bambino che possiede un filo magico che lo legherà per sempre a tutti i temporali improvvisi e non, innamorato non ricambiato di quel bisogno disperato di non avere mai paura.

©Luca De Pasquale 2017


"You And The Night"
Feel like
Feel like
I'm falling
Falling in - falling out

Feel like
Feel like calling
Calling out for some kind of help

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Feel like
Feel like
I'm drowning
Reaching up for someones hand
To pull me out
And I feel as though it's time I told you
Just how much I need to feel your love

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight

Only you
You and the night
Only you
Can help me tonight










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