07/09/17

Brividi


Ed alzai le mani, in un istintivo gesto d'angoscia, come ad esprimere il senso di vuoto che mi desolava l'anima. Ma le mie parole non dicevano nulla di vero. E sentivo che quel vuoto non veniva dalla fine improvvisa che aveva cancellato lei, la donna bionda, e ch'era invece un vuoto più antico, a cui sarei giunto in ogni modo appena mi fossi trovato fuori dalla casa delle mie notti di febbre e di desiderio.
Elio Vittorini – Il garofano rosso

Aspettavo il temporale da un mese.
No, da più di un mese. Da troppo tempo.
Così, quando stamattina ho sentito l'odore della pioggia aprendo la finestra ho capito che una condanna stava finendo. E c'è sempre da festeggiare quando accade qualcosa del genere.
Tanto per cominciare, mi sono guardato allo specchio poco dopo essermi alzato; non ho trovato uno sconosciuto ad attendermi, come è accaduto per più di un mese.
Forse”, mi sono detto, “è la volta buona che oggi quello che ho dentro somigli alla faccia di James Purefoy”. Sì, perché mi sono sempre piaciuti attori con volti intensi, diversi da quelli più gettonati, quelli dello stardom classico.
I miei attori “del cuore” sono Patrick Dewaere, Bernard-Pierre Donnadieu, Bernard Giraudeau, Roy Dupuis, James Purefoy, Renato Salvatori maturo, Tom Courtenay, Timothy Spall, Mads Mikkelsen, Daniel Auteil e molti altri, non necessariamente delle star.

Ho sempre pensato che l'anima possa avere un volto. Non si tratta di un banale ammasso di lamiere e fili intrecciati con una luce al neon al centro. L'anima non deve essere un mostro.
Può anche bastare un temporale per distaccarsi, sia pure temporaneamente, dall'orrore scomposto di certe scene e anche di taluni ricordi. La furia degli elementi è uno spettacolo fondamentale per i miei occhi e per il mio modo di sentire la vita. Le tempeste mi hanno sempre dato coraggio. Come il vento di notte, quello che non conosce ostacoli, sinistro, sibilante, potente.
Come i fulmini alle cinque del mattino, che cancellano la memoria degli addii per un violento e irrinunciabile incanto.

Ho avuto spesso la febbre ultimamente. Ho sempre la febbre, in qualche modo. La mia temperatura “normale” è 37.
Anche per questo ho amato moltissimo un romanzo di Philippe Djian, “37° 2 al mattino”, che è di una bellezza straordinaria. Certo che si può vivere sempre con la febbre. Naturalmente. Non per questo si è degli individui avventurosi o rocamboleschi, anzi. La febbre devi anche gustarla, devi permetterle di entrarti dentro, di fare anche danni, poi inizierai a controllarla. La febbre porta brividi. Brividi che lasciano spossati, che costringono l'uomo alla tana, al rifugio, al ripiegamento. I brividi ti sorprendono mentre ti vesti, mentre fai colazione, mentre saluti un amico, ti portano a riconsiderare tutto daccapo, senza miopie.
Per anni, sono tornato a casa dal lavoro con la febbre addosso. Brividi per strada, occhi che bruciano, pronto a tutto.
Ho avuto la febbre quando è morto mio padre. Ho avuto la febbre quando sono stato lasciato e quando ho lasciato. Dopo i migliori viaggi, dopo le emozioni più preziose, dopo gli incidenti, i traumi, gli abbandoni interni.

Una volta, parecchi anni fa, i brividi mi sorpresero all'uscita di un cinema, di sera. Non riuscivo a muovere un muscolo, e nascosi la bocca nel cappotto. Quell'immagine mi piacque, quello stato mi serviva. La persona che era con me iniziò a massaggiarmi forte schiena e petto per darmi calore, ma il freddo aumentava a ogni scossone.
E così mi convinsi che non potevo dominare tutto. Per niente. I brividi potevano raccontarmi che maledetta fragilità avevo da gestire, da indirizzare e infine da disinnescare, con qualsiasi metodo.
Il calore umano può operare miracoli laici, è indiscutibile, ma la febbre da dosso non può togliertela.

Tutte le volte che finisce qualcosa, fosse anche un film, rimango stordito per qualche istante. Devo riabituarmi. Devo riprendere il controllo. Devo pensare e agire nel modo migliore, riannodare, ricomporre. Ritrovarmi, in buona sostanza. La fine di qualsiasi cosa porta con sé la necessità di ritornare all'attimo appena precedente all'inizio di quello che hai perso.
Sono esercizi di dominio a fin di bene, sono quasi esorcismi.
Ma nessuna strategia calma i brividi, la sconfitta della postura esatta che il freddo accelera. Puoi anche restare in piedi, ma sei invaso, e se ti muoverai in presenza di altri saranno visibili i fili di ferro gelido che ti spostano.
La mia capacità di astrazione e anche di isolamento è potente, allenata, ma contro i brividi non posso fare niente. Lascio che mi prendano. Mi faccio sbattere al muro, malmenare, solo a loro posso permettere di farmi rannicchiare, spingermi dietro la lavagna del buon senso e del lento fluire dei giorni, considerato che piangere è diventato impossibile da anni.

Chissà, forse i fasci di brividi che ti catturano dietro la schiena, alle caviglie, sotto le labbra, sono solo lacrime che hanno camminato troppo a lungo e senza mai accendere una luce di segnalazione.
Mi piace pensare questo. Mi piace soprattutto provarlo.


©Luca De Pasquale 2017





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