30/09/17

Otto euro e sessantadue centesimi


La mattina è calda. Fa ancora troppo caldo. Io il caldo non lo sopporto, non mi piace il cielo terso, l'aria secca. Vivo per i temporali, per le folate di vento dietro gli angoli dei palazzi, impazzisco per i fulmini e l'elettricità che satura l'aria e gonfia il respiro dentro.
La donna vestita di bianco si gingilla di fronte alla vetrina del negozio di abbigliamento più trendy di questo spaccato rustico. Il vestito è molto corto, lei sembra più arrapante di quel che è, i passanti rallentano per guardarle le cosce. Ho un lieve senso di nausea, accresciuto dal funerale che stanno organizzando fuori la chiesa puntellata. Per un istante veloce mi chiedo che cosa potrei provare con le gambe di quella donna a incrociarmi la schiena. Mi passa subito. Le fantasie su coiti energici e sporchi sbiadisce con il tempo, lasciando il posto a fantasticherie più basate sulle atmosfere e sul senso di straniamento. Meglio la rarefazione che il piacere, in certe situazioni. Il piacere è sopravvalutato. Dopo che un uomo viene c'è il niente, o torna. Oppure ti vengono in gola delle poesie schifose, delle promesse che non manterrai, o ancora speri che il periodo refrattario finisca presto per diventare di nuovo solo uno stupido cazzo che ti scosta le mutande a sinistra e spinge come un forsennato per illudersi di essere fontana perpetua.

Mi fermo nello spiazzo dove i vecchi parlano di calcio e di lontani bagliori, vecchi che non sono belli, che tossiscono catrame, che credono nel Signore per inerzia, perché sanno che devono morire, vecchi che si offrono il caffè a turno e che oggi mi sembrano migliori del mio silenzio. Accendo una sigaretta, sperando che nessuno venga a rompermi le palle chiedendomene una. Oggi una Camel Lights arriva a costarmi 0,24 centesimi: col cazzo che le offro. E a proposito di soldi, mi accorgo che dispongo di una cifra considerevole per il weekend: otto euro e sessantadue centesimi, contati. Potrei farci alcune cose, ma non mi vengono in mente. Questa cifra potrebbe farmi almeno divertire, perché qualcuno potrebbe commentarla con un bolso “non ti sei tutelato a sufficienza” ma anche con “forse non ti sei voluto bene”, sfociando magari in un grande classico “uno con le tue possibilità si rialza sempre, vedrai”.
Qui non si tratta di rialzarsi, di volersi bene e di altre stronzate simili. Si tratta che per qualche oscuro motivo questo weekend dispongo di otto euro e sessantadue centesimi. Eppure, non mi sento tanto insicuro. Forse non ho neanche paura di domani o dopodomani. Ci sono persone che hanno cinquantamila euro in banca e hanno paura di finire per strada, alla fame, stuprate, incomprese, molestate e irrise. Non so se sono più attaccati alla vita di me, non saprei dire. Fatto sta che la paura del peggio è la loro vitalità, il loro fottuto vizio, la loro dipendenza.

Un tizio non mi ha più dato un lavoro di editing. Ha cambiato idea all'ultimo momento. Quando me lo ha detto, gli ho sorriso affabilmente. Per lui era un capriccio velleitario, per me fame. Avrei dovuto “mettergli a posto” tutto un delirio sulla storia di suo zio bersagliere, una storia noiosissima con una marea di errori di grammatica e nessuna coerenza narrativa; in più, si vedeva che la storia cercava di scimmiottare in modo becero la narrativa più “potabile” degli ultimi anni, quella composta da settimi sensi, toni scanzonati o tardo-nostalgici, con quella punta di insipido buonismo partenopeo che tanti danni impercettibili ma ulcerosi arreca a chi è nato in questa polveriera. Quando mi ha detto “per ora non se ne fa niente” ho avuto voglia di sequestrarlo e lasciarlo a pane e acqua per giorni; ho avuto anche voglia, tanta voglia, di pisciargli addosso un getto caldo e carico, come lui voleva pisciarmi in mano con i suoi quattro spiccioli al risparmio. Non li reggo proprio più, questi borghesucoli con le smanie letterarie, così prevedibili, così disinnescati da sempre, così attenti a farsi un nome nel condominio, nel quartiere e sul loro patetico profilo social. Non dispongono nemmeno del talento per essere padroni, tanto che sono stupidi, conformisti, sensibili alle cose in voga, pronti a cacciare lacrimucce non sentite per una storia strappalacrime al telegiornale, capaci di votare per insulsi movimenti, o per un partito che si dice di sinistra ma è solo un'accolita di codardi e facce di bronzo con la faccia nel culo rattrappito della Democrazia Cristiana, oppure addirittura di deviare verso le insalate ignobili della destra populista e neofascista.
So per certo che il tizio che non mi ha dato il lavoro all'ultimo momento ha intuito, sbagliando di tutto e di più, che io sono un estremista. Non so cosa significhi essere un estremista. Gli estremisti per me sono quelli che cercano continuamente definizioni pur di non farsela addosso per l'atrocità della realtà in uso. Estremisti sono coloro che sentono il bisogno di proteggersi dalla diversità, presunta o reale, altrui. Ed estremisti sono anche quelli tanto convinti che le loro emozioni siano le più vere, le più sincere, le meno banali.

Sono fermo in questo spiazzo, ho un'aria tranquilla, lo sguardo è quieto. Altro che la rabbia supposta dagli estranei e non. Il mio stato d'animo è liquido, ondeggiante, estenuato: somiglio a una linea di basso di Percy Jones o di Bunny Brunel, febbrile, senza contorni, quasi atonale. Sapete, quelle linee di basso che il brano non lo edificano, invece lo rivoltano come un calzino, invadendone gli spazi chiari, arrampicandosi sulla melodia certa per pronunciare un'eterna e liberatoria incertezza. Mi sento così, esattamente: un rampicante invasivo, una specie di gas con due piedi che vacilla tra un estasi color pastello e la merda di cane, poco distante dai miei piedi. In mezzo, sicuramente troppe sigarette, le cosce di quella donna in bianco, le chiacchiere dei vecchi, gli otto euro e sessantadue in tasca, il bersagliere idiota nelle pagine di quel coglione.

Ho issato bandiera viola su tante cose che non mi sfiorano, non mi riguardano come un tempo, non mi cambiano niente in termini di pensieri e di emotività. Non seguo il mondo degli scrittori, che poi non è un mondo, piuttosto un cesso chimico situato su un palco spettrografico; non sto lì a studiare i movimenti dei divulgatori musicali, spesso dei tacchini farciti con le stesse spezie di trenta anni fa. Non seguo il giudizio che gli “altri” possono avere di me e delle mie vicende, forse perché so che in questa condizione di animale girovago mezzo cieco non distinguerei un pugnale da un abbraccio, un sincero interesse da una curiosità meno lunga di una malattia venerea.
Non prevedo, non mi prevedo, non guardo con nostalgia ai momenti di esaltazione che mi infastidivano più che altro, non fingo una disponibilità esistenziale che non dedico certo a tutti, non mi ergo a principe delle maree e neanche a Nosferatu delle fogne.
Ho le mie opinioni su alcune cose. Sulle scuole di scrittura, che non servono a un cazzo a nessun livello, per esempio. Sulla cattiva abitudine, soprattutto nella mia città, di mescolare uno spirito untuoso da parrocchietta con fetide ambizioni personali senza nessun peso realmente intellettuale. Qui se la cantano e suonano tra di loro, Trimalcione che si incula una controfigura di Proust e un guitto travisato da Julio Cortazar che recita Di Giacomo con una moca napoletana in mano. La maggior parte dei presunti intellettuali che governano le opinioni dei miei concittadini sono dei bluff o comunque dei mediocri epigoni della figura da sogno che credono di essere.
C'è in giro un'ipocrisia peggiore di sempre, strisciante come la pretesa di arrivare al cuore di tutti.
Io, dal mio sottosuolo e forte dei miei otto euro e sessantadue, credo nel combattimento e mi oppongo al molle consenso con il mio ammutinamento. Non sono così stupido da credere che questo venga notato. E del resto, se volessi essere notato non avrei scelto il sottosuolo.
Resistenza. A luci basse, spacciati, fottuti, poveri, senza una zampa, mezzi orbi, innamorati della splendida veemenza delle cause perse.

©Luca De Pasquale 2017


Uno speciale ringraziamento all'amico e compagno Stefano Traiola, la famosa goccia che è oceano, con un sorriso sincero come il cielo all'alba.




29/09/17

La sindrome di Maffei (o l'ombra di Patrick)


"Je lève mon verre au tas d'ordures qui m'entourent et il y a de quoi remplir une poubelle"
François Perrin (Patrick Dewaere)

Fu mio padre a insistere così tanto che vedessi quel film.
Vedrai”, mi disse dolcemente, “la musica è davvero bellissima. È del grande Armando Trovajoli”
E così mi sistemai sulla poltrona rossa, accanto alla sua che lui chiamava “il canapone”. Doveva essere il 1980. O forse il 1981.
Il film iniziò -sulla Rai, credo- e da subito la languida partitura di Trovajoli, unita alla bellezza incontrollabile del Lago Maggiore, fece il suo effetto. Pura suggestione. Mentre però mio padre era interessato soprattutto agli inserti sonori, io catturavo con foga vari elementi che mi avrebbero segnato per sempre. La bravura indecifrabile del solito grande Tognazzi, la conturbante sensualità di una giovane Ornella Muti e soprattutto la comparsa di un attore che non avevo mai visto prima, un giovane che ostentava un'aria spaccona, perplessa e al contempo fragilissima. Baffetti, occhi smarriti.
Era Patrick Dewaere.
Da subito, ho sentito un'affinità quasi totale con quella gestualità istintiva e ritrosa, quel suo sorriso sbruffone, quegli sguardi diseredati colmi di una disperazione dissimulata e reale. Più il film procedeva, più io mi dicevo che da grande avrei voluto una faccia simile, e la stessa postura esistenziale, da grande sconfitta che però se ne frega di tutto.
Nel film, diretto da Dino Risi e tratto dal famoso romanzo di Piero Chiara (la cui produzione lacustre e non avrei divorato negli anni a seguire), il personaggio interpretato da Patrick si chiamava Maffei, Marco Maffei se ricordo. Licenza degli sceneggiatori e di Risi, perché nel libro di Chiara quel personaggio, l'io narrante, non si chiama in alcun modo.

Alla fine del film, mentre mio padre si commuoveva quasi per il pezzo di Trovajoli sui titoli di coda, mi sentii felice e arricchito. In un sol colpo avevo scoperto Piero Chiara, la mia ossessione per i laghi, un certo acerbo richiamo erotico, un grande attore italiano e una sorta di fratello metafisico, appunto Patrick Dewaere.
Il 16 luglio 1982 Patrick Dewaere si suicidò nel suo appartamento in Impasse du Moulin Vert a Parigi, sparandosi in bocca con un fucile. Aveva solo trentacinque anni. Quando appresi la notizia, grazie a una frettolosa nota del Corsera nella pagina degli spettacoli, caddi in riflessioni cupissime. Allora quegli occhi non mi avevano mentito; anche in quel film di cassetta, orientato più ai seducenti vedo-non vedo della Muti che ai contenuti, Patrick non era riuscito a nascondere quella sua smania di vivere che era più che altro una corsa verso la morte.
Mi sentii molto partecipe di quel tragico evento e decisi senza esitazioni che avrei fatto di tutto per vedere l'intera filmografia di Patrick e poi un giorno, magari, scrivere di lui e diffonderlo, perché in Italia non è mai stato molto considerato mentre adesso in Francia è una figura cultuale che ha anche dato il nome a un premio attoriale piuttosto rilevante.

Da quel tardo pomeriggio del 1980 o del 1981, nella mia vita è entrata questa ricerca fedele dell'opera di Patrick, e anche i laghi, Tognazzi e le belle colonne sonore italiane con piano elettrico soffuso e incedere sensuale. Molta roba. Sono riuscito a guardare tutti i film con Patrick, imparando molto. Ritrovando tante impulsività che intanto avevo cacciato fuori senza clonare nessuno, e soprattutto osservando, anche con una certa inquietudine, la corsa verso il niente di un uomo troppo sensibile, grande attore ma incapace di schermare davvero lo sguardo rivolto all'abisso.

Ogni pellicola con Patrick Dewaere può rappresentare una vera esperienza, se si guarda attentamente il suo modo di guardare, osservare, muoversi. L'interpretazione data al balordo Franck Poupart in “Série noire” di Alain Corneau (1979, titolo italiano “Il fascino del delitto”) è da antologia, in pratica nessuna finzione, tutto istinto, fisicità, contraddizioni, vocazione a perdere.
Anche in “Beau-père” (1981, di Bertrand Blier, titolo italiano “Ormai sono una donna”) Dewaere si supera in quanto a malinconia e disincanto, ma nel lotto degli imperdibili non posso omettere “F... comme Fairbanks” di Maurice Dugowson (1976) e “Un mauvais fils” di Claude Sautet (1980, titolo italiano “Una brutta storia”).
In questi film, e un po' in tutta la sua variegata e purtroppo breve filmografia, Patrick ha portato con sé il suo carico di spettri, di coraggio controproducente, di follia a stento controllata e soprattutto il suo istinto indomabile, quello di un uomo perennemente su un filo scoperto con la superbia di non tacere il disagio.
Non sto scrivendo in realtà solo del mio attore feticcio, probabilmente sto scrivendo di qualcosa di più grande e ingombrante, una sorta di stile di vita così screanzato e disattento da doversi cibare in anticipo della sua data di morte. Gli uomini con quello sguardo smarrito non possono invecchiare, non potremo andare a carezzarli mentre si addormentano, nonni premurosi e teneri compagni di una vita, dopo pranzo. Sono figure che cercano di scomparire presto, in una fiammata, in una coda che farà male a loro e a chiunque si accorga di loro. Io mi ero accorto di Patrick Dewaere e del suo sguardo. Purtroppo mi accorgo sempre di quel tipo di sguardi, e non perché io sia intelligente o sensibile. Forse perché somigliano vagamente a quello che intravedo nello specchio certe mattine, quando riesco ad essere consapevole che tutta la mia strafottenza nasconde altre derive, innocue o pericolose non so, certamente destabilizzanti.

Tutte le volte che sono entrato in dei coni d'ombra giganteschi, ed è successo spesso, mi sono detto, sorridendo il giusto, “ecco la sindrome di Maffei o l'ombra di Patrick”, per indicare più facilmente quella propensione a demolire quanto costruito, smantellare percorsi sul più bello, sabotare risvegli e tenerezze, danzare sul vuoto come un volenteroso idiota. Quel volere andare a zonzo per la vita come Maffei sul Lago Maggiore, senza preoccuparmi di errori, catastrofi relazionali attorno a me, ipocrisie vellutate tipiche dell'aria di famiglia, della pochezza emotiva di finti benefattori, della decadente e grottesca smania identificativa con personaggi “costruttivi” di libri insinceri, insopportabili fiction e patologici convitti affettivi dove dopo aver finto di comprendere il dolore degli altri ci si chiude la patta senza aver neanche goduto.

Certi giorni, come oggi, ripenso a quella serata con mio padre, a quel film, alla mia curiosità, al ricordo di un'epoca che sembra felice perché la memoria ama proteggersi, ma non sono sicuro che non fossi già tormentato allora. Le domande erano più ingenue, le risposte più speranzose, l'insofferenza navigava sotto costa, veniva prima il sesso da scoprire, gli amici, il rock, non di meno la voglia di mandare a fare in culo il primo che avesse cercato di fermare la mia corsa scriteriata. Ho fatto quel che credevo. Non rinnego niente. Quello che mi rimane oggi non è sufficiente per formulare giudizi o resoconti. Quello che mi rimane oggi sono io, per quel che sono, ostinato fino al masochismo se qualcuno vuole ostruirmi la visuale o la coscienza.
Non credo ai presunti talenti su cui costruire un po' di sicurezza di riserva, credo invece nel cammino su un filo che spesso non si vede. O che non c'è. Un filo con il quale potrebbe giocare il primo idiota, pensando magari di volermi far scendere per giocare insieme.
Gioco da solo, quando rischio. Senza guardarmi allo specchio. Gioco solo, anche se con le regole decise da altri.
La “sindrome di Maffei” è forse lontana, per fortuna: ma è lontano anche l'appiattimento per paura. Andrà come andrà.


©Luca De Pasquale 2017







28/09/17

A fronte precipitium, a tergo lupi


Il lupo non si preoccupa di quante siano le pecore.
Publio Virgilio Marone

Ho sempre detestato la retorica delle grandi imprese. Dei fatti straordinari, dei mezzi o completi miracoli, o quelle maledette storie che il lieto fine te lo sputano in faccia dall'inizio.
Fino a qualche anno fa me ne strafottevo anche di quelli che non arrivavano a fine mese, che mi sembravano tristi, patetici, mentalmente limitati. Le loro lamentele mi ammorbavano, la loro aria sconfitta mi faceva pensare al suicidio. Non al loro e non al mio, al suicidio come concetto sospeso nell'universo dell'uomo, l'uscita di servizio, il lancio nel vuoto con l'ultima dannazione al petto, non certo la croce di Cristo.
Mi annoiava la tiritera della lotta già sconfitta, degli stenti, dei denti sporchi, del discount sotto casa, delle coppie che smettono di chiavare, dei buoni cristiani che smettono di credere, dei genitori che smettono di ragionare.
In fondo, anni fa mi piacevo abbastanza. Mi consideravo un animale mal costruito fatto su misura per il vuoto, per gli spazi da riempire, per le aspettative da rispedire al mittente insalivate e smontate, per le storie d'amore che nascono da un equivoco e, dopo un po' di sperma e di promesse, finiscono nel tritarifiuti delle paure, prive persino dell'alone del rimpianto.

In verità, a fine mese ci sono sempre arrivato a fatica, anche quando avevo un lavoro contrattualizzato. La metà dello stipendio se ne andava nel fitto di un buco qualsiasi, l'altra metà sbiadiva malamente tra la spesa, le sigarette, qualche seratina estemporanea e naturalmente i dischi. Almeno quelli mi toccavano. Ma non mi lamentavo, così come non mi lamento adesso. Ero abituato a un certo tipo di rinunce. I miei genitori hanno smesso di andare in vacanza nel 1981 perché d'estate si doveva risparmiare per l'inverno. Io stesso ho vissuto tre anni senza scaldabagno: la mattina acqua gelida, caffè, sigaretta, al lavoro e vaffanculo in ogni caso. Lo scarso maneggio di moneta mi ha indurito come persona, ha aguzzato il mio ingegno, ha facilitato l'espansione del sentimento d'orrore che provo per i molli privilegi neanche apprezzati dai più fortunati. Non ho mai pensato di essere un perdente o uno sfigato per la mia condizione di cattivo pagatore e investitore nullo; semplicemente mi arrangiavo, consentendomi quel che potevo e lasciando perdere stravizi che neanche mi interessavano.
Quando qualche amico con forte jeu de poche veniva a raccontarmi di qualche fantastico viaggio, ascoltavo con pazienza e bonomia, senza interagire. Limitandomi all'ascolto. Lo stesso atteggiamento che ho sempre tenuto con chi è venuto a vantarsi di aver ricevuto un fantastico pompino da una modella o una promozione cum laude nell'azienda di famiglia. Idem dicasi per certi che non vedevano l'ora di informarmi del fatto che avevano firmato un meraviglioso e lucroso contratto editoriale con una major. Forse mi sono complimentato, senza scompormi. Queste esternazioni mi sono sempre apparse patetiche, delle inutili rivincite con uno che non giocava nella loro squadra e mai ci avrebbe giocato. Come se io andassi a vantarmi della mia collezione di rock francese con un appassionato della canzone marsicana. Sono atteggiamenti da spogliatoi di calcetto, dove tiri fuori il cazzo e preghi allo stesso tempo che quello accanto a te non sia un bananiere importato da un regno negro e spietato in quanto a centimetrazione.
E oggi è tutto diverso.
Ora me ne fotto e come, di quelli che non arrivano alla fine del mese. Non mi limito a compatirli o ad assumere quell'aria drammatica e ipocrita dei più. E non solo perché -bene o male- sono entrato nel loro mondo dalla testa ai piedi. È che ora li vedo, li incrocio, li conosco, e sono scioccato dal fatto che cercano in tutti i modi di trovare la loro colpa, il motivo per cui versano in queste condizioni.
Dove ho sbagliato?”, si chiedono. “Che difetti ho?”, insistono. Io non ho la risposta, non ce l'ho nemmeno per me stesso, ma una cosa è certa: quella risposta non ci serve. Non ne abbiamo bisogno. Perché la domanda è mal posta dal principio, è una domanda di merda che presuppone un giudizio di valore che nessuno può arrogarsi il diritto di mettere in mezzo.
Dunque funziona così: dovrei pensare di essere difettoso perché non ricopro cariche verticistiche, perché non contribuisco al benessere generale, perché posso risultare un peso morto per gli iperattivi e gli affacendati, e soprattutto perché non posso avere accesso a servizi e pratiche che migliorino il mio tenore di vita, il mio umore, e che possano calibrarsi sulle mie migliori prerogative per accrescere lo charme e la capacità di sedurre vita e persone.
Questo significa farsi male con un pensiero masochista e anche cretino. Lo rifiuto recisamente. Mi interrogo invece su altre questioni.

Il cielo si può vedere anche dai piani bassi?
Riuscirò a essere un lupo come ho sempre desiderato? Lo sono in parte?
Ora che ho aperto altri occhi sono meno forte?
È mai possibile che il vento della notte possa rivoltarmisi contro dopo tanti anni?
La libertà è un'arma appuntita, un tragico rischio, oltre ad essere un'utopia?
Perché sorrido sempre quando non sono visto?
Se comprendo qualcosa di un'altra persona, finisco per rubarle qualcosa?
Sono alcune delle domande ricorrenti che mi formulo con aria ieratica e grave. A volte mi rispondo con franchezza “non rompermi i coglioni, stronzo” e tiro avanti. Altre, mi limito ad aspettare il giorno seguente senza sentirmi più padrone di niente. Ed è quello che cercavo. Perdere tutto, diventare un azzardo cromatico, un taglio sulla tela che però non finirà mai all'asta come capolavoro.
Tutto un disegno per arrivare con la testa sgombra sul punto più alto di una vertigine senza contorni e finalmente poter ululare alla luna senza sentirmi sorvegliato. Poi, a conti fatti, potrò anche morire.


©Luca De Pasquale 2017


27/09/17

I giorni della pioggia in barattolo


Giro per la città e anche fuori mura. Incontro persone che non rivedrò mai più, dico cose che penso a stento, ascolto idee che non riconosco, passo dall'immondizia allo sfarzo in un minuto, andata e ritorno. Non mi piace la prima, non mi interessa il secondo.
Non solo fumo le mie sigarette, ma anche quel tabacco che non ho, quello speziato e inutile di vecchie fantasie sommerse. Ogni movimento e ogni sguardo mi ricordano tutta la giovinezza che ancora sto bruciando in un calumet aggiustato con il nastro adesivo. Mi sento vivo e stanco, e questi due elementi faticano a trovare un punto di equilibrio. Ancora, come un tempo e come sempre, riesco a sporcarmi per quello che non mi piace, che non abbraccerò mai e mi vedrà perennemente estraneo, cinico uditore, osservatore da punti nascosti, diseguale da quel che volevano da me e distratto nemico di ogni possibile, diplomatico accomodamento.
Questa osservazione così attenta e disillusa mi rende potente e fragile allo stesso tempo. Posso decidere di fottermene, come spesso ho fatto, posso scegliere di crollare il giusto per poi mettermi a fare l'archeologo in miniatura e andare in avanscoperta con una nuova casacca senza marchio.
Un tempo mi sentivo un burattino con il fil di ferro dentro, oggi mi sento un uomo che deve amministrare cocci, intemperie, vento di burrasca e miraggi lontanissimi dal tatto, dall'olfatto e perpendicolari al mio cuore di vetro scuro.
Come quella bellissima canzone di Andrea Chimenti che mi ha tormentato per notti e notti, so di essere feroce e inerme; i due stati non sono scollegati tra di loro, sono vasi comunicanti, è un solo oggetto, forse la mia anima, che gira su un piatto a velocità stabile e si prende il minimo sindacale dal sole e dalla luna.

Questi giorni somigliano a un viaggio che si interrompe continuamente e sono disseminati di trappole. La più pericolosa consiste nell'immergersi in quell'atmosfera di destino ineluttabile tipica dei vecchi film noir; il protagonista si smarrisce, si dibatte nel fango e nel cielo, costruisce un faro in mezzo al mare per essere sommerso prima e meglio, e alla fine perderà comunque.
Giorni in cui i desideri sono apnee governate da fioche luci che dovrebbero conciliare il sonno. Giorni che riescono a rendere i disagi interessanti come possono esserlo le lotte. Non bisogna smarrirsi del tutto: non bisogna cedere alla tentazione di considerarsi un errore a passeggio nel mondo. Nessun senso persecutorio, niente code di grottesco stoicismo, nessuna volgare rivendicazione di spazio divorato, nessun accenno sciocco a una rivoluzione solitaria che è impraticabile e beffarda nel solo stupido concepimento.
Da solo posso oppormi, posso gestire sacrifici e rivolte estemporanee, da solo posso ritagliarmi la calma della notte e persino dell'addio, ma una rivoluzione non è alla mia portata. Non posso chiedermi troppo e allo stesso tempo non permetterò a nessuno di definirmi un errore, un azzardo o qualcosa di simile.

Quando riesco a fermarmi, sempre per poco, quando scendo dalla giostra e solo allora posso capire se sono vestito di nero o di niente, tutto continua a girare vorticosamente intorno, ma riesco a dirmi che la cosa più insopportabile per uno come me è dover enunciare i suoi bisogni, le sue intime sensazioni come se dovesse presentare un curriculum atto a sancire credibilità, sanità mentale, desiderio di riscatto, affidabilità sociale e individuale. Non intendo sostenere esami in merito. Nemmeno con me stesso. Mi rifiuto di collaborare con la polizia della normalità obbligatoria, con l'inquisitore che vuole capire se sono disposto a calarmi nella realtà percepita per non farmi pisciare addosso.
Non sono mai stato un delatore e non ho paura di una certa polizia spirituale. Non ho paura dell'olio di ricino, del giudizio superficiale e di facciata, dello scandalo in sagrestia, della levata di scudi da parte della propria geografia relazionale.
Non mi approvi? Bene. Ti ringrazio di avermelo detto. Non recederò per te. Non recederò per farmi tollerare e nemmeno per farmi accettare. Ho il cuore di un mozzo e non di un capitano. Ho pagato parte del mio debito alla morte. Sono stato scavalcato, tradito, illuso, spiegato e ripiegato, ridotto a numero, a matricola, a matrice, a causa persa. Sono stato spesso amato in funzione di un futuro cambiamento: di scena, di carattere, di prospettive.
Hanno cercato di spiegarmi come scrivo, come amo, perché morirò e come arrivarci senza demoni alle calcagna, mi hanno dato liofilizzati di Dio e della carità da museo individuale dello spirito, hanno finto il sesso per sfiorarmi con l'odio, hanno messo in dubbio le mie ossessioni fino a diventare peggio di me. Con la scusa di guarirmi hanno invaso le gradinate del mio stadio chiuso al pubblico pagante. Con la scusa di potermi amare, hanno indagato in ombre che sono troppo grandi principalmente per me e ingovernabili per l'incauto visitatore con la siringa in mano.
Se la mia mancanza di pace mi condannerà è da vedere. Lo vedremo. Se il mio inutile coraggio è ilarità per il mondo che funziona questo non è affar mio e nemmeno una seria preoccupazione.

Non ho libri in uscita, al momento, rispondo quando mi chiedono.
E il mio “al momento” è una sospensione stellare che guarda alle stelle più lontane dalla coda di un mostro. Ma sono ancora umano, umano al punto da essere feroce e inerme, sempre più veloce nel vortice dei giorni confusi, alternanza tra vitalità massima e abissi taciuti.
Ho il cuore di un mozzo. Giro con la pioggia in un barattolo. Me la verserò addosso quando non mi sentirò libero. E capita frequentemente.
Sono un mozzo lunare. Scrittore, scrittore un cazzo.


©Luca De Pasquale 2017


25/09/17

Caldo e bianco


I want to travel by night
Across the steppes and over seas
I want to understand the cost
Of everything that's lost
I want to pronounce all their names correctly
David Sylvian – World CitizenI

Credo fosse una piovosa sera -non poteva essere altrimenti, i dischi li ho sempre comprati nei giorni di pioggia- invernale del 1987, quando uscii di casa con l'intenzione di comprare qualcosa da Ok Ko, uno dei pochissimi negozi di dischi attivi nel mio quartiere.
Uscii come al solito senza ombrello, mi piaceva essere scenico sotto la pioggia, bagnato, impavido. Raggiunsi il negozio, ci persi una decina di minuti e alla fine decisi per una cassetta dei Genesis, “Wind and wuthering”.
Non avevo mai sentito niente dei Genesis. Tornai a casa e ascoltai il nastro per intero. Il primo pezzo, “Eleventh earl of mar”, mi piacque moltissimo, principalmente il suono del basso. Ma era tutto il disco a trasmettermi una strana sensazione di emotività controllata, di urgenza espressiva, e così finii rapidamente per innamorarmene.
Nei giorni successivi, informai alcuni amici del mio acquisto impulsivo e mi sperticai in lodi che di tecnico potevano avere ancora poco. Ci fu, lo ricordo benissimo, qualche Solone che mi apostrofò subito: “Non è il migliore lavoro dei Genesis, di sicuro non il più rilevante nella loro discografia, hai sbagliato”.
Sbagliato il cazzo, considerai amaramente. No, non avevo sbagliato affatto. Avevo seguito l'istinto, che ritenevo più fondamentale dell'ordine imposto da aspiranti filologie, più soddisfacente della pedanteria minacciosa dei cultori e dei barbagianni che si dilettavano a dare lezioni di vita e di musica.
Quasi per partito preso, ignorai il consiglio di procurarmi subito i primi album dei Genesis (al fine di seguire un percorso coerente), e mi tuffai amabilmente nel mio caos, mille strade tutte insieme, foga, curiosità oltre il livello di guardia, istinto, istinto e ancora istinto.
Da “Wind and wuthering” passai agli Atoll, agli Ange, e poi Caravan, Twelfth Night, Machiavel, Magma, O Terço, PFM, Hatfield&The North, Saga, eccetera. Non potevo mica pianificare di farmi una discografia alla volta: dovevo prima capire cosa mi faceva innamorare e poi riordinare le fila del caos. E dovevano ancora arrivare i King Crimson nella mia vita, quelli con Tony Levin intendo.

La mia prima formazione musicale è stata caotica e non me ne pento nemmeno un po'. Mi buttavo dappertutto. E così facevo con i libri. Tutto sommato, facevo così anche con le persone. Trattavo la vita come una risorsa contorta e appassionante e me stesso come una puttana allegra. Non conoscevo altro modo per sentirmi dentro le cose se non consumando tutto velocemente ma profondamente. Tutto ciò che significava metodo e pazienza non faceva per me. Smaniavo fino al parossismo. Vedevo la gabbia allargarsi di giorno in giorno, vedevo nel futuro il rapporto più diretto e frustrante con le sbarre. Avevo poco tempo. Pochissimo.
E così, ogni invito a fare le cose con calma e ascoltare il verbo degli adulti e degli esperti cadeva in un vuoto cosmico. Avevo voglia di farmi male, e non solo. Volevo mordere la polvere, rendere i dubbi un trastullo quotidiano, volevo iniziare a rischiare dalle piccole cose, anche dai dischi.

Per anni sono stato inseguito da puntatori di dito e saggi di varia natura e classe sociale che tendevano a ricordarmi quanto io dovessi dividere il mondo in “maggiori” e “minori”. Non ho mai distinto cose, persone e sentimenti secondo questo criterio così tetragono e spoetizzante. Decido io cosa è maggiore e cosa è minore, partendo dal presupposto che sono uno zero in fiamme e sono felice di esserlo. Sono lo zero che si rotola nel fango, e va bene; ma dal fango guardo stelle che non sono alla portata di tutti. Sono lo zero che si fa ombra da solo per guadagnare tempo sulla morte, e questa mi sembra una tattica non completamente campata in aria. Sono lo zero che non sa mandare baci dalle finestre e non scrive mai parole d'amore, ma so che sono capace di soffocare e rivivere prima, durante e dopo le emozioni. Vado anche abbastanza fiero della certezza di non aver mai chiesto a nessuno di innamorarsi di me per ripagarmi di qualcosa, dei grandi vuoti e dei ghiacciai dove dormivo quando avevo paura di restare solo al mondo. Non ho mai chiesto rimborsi, risarcimenti, conti stornati, non ho chiesto nidi d'amore e nemmeno cattedrali, non mi sono costruito un Dio di riserva e questo lo pagherò presto in termini di poetica inesprimibile del vuoto.
Infatti, quando piove e sono quasi costretto a poggiare la testa sul vetro, con il respiro che fuma e lo stomaco intermittente, sono davvero solo. Posso trovarmi in una stanza con altre persone ma sono solo con la pioggia e il mio respiro. Questa è la mia fortuna e la mia dannazione. Nei migliori momenti della mia vita, quando qualcuno mi sosteneva, mi amava, mi cercava, io non dimenticavo l'altra mia cittadinanza pregnante, quello stato caldo e bianco che è il vuoto.

Ho scoperto tante cose negli ultimi trent'anni, forse troppe. Eppure, ieri ho riascoltato “Wind and wuthering” dei Genesis e ho avuto una bella sensazione. Di strada fatta, di nuove consapevolezze, con il fondato sospetto che la preminenza degli impulsi rispetto alla ragione sia rimasto il mio tallone d'Achille e la mia carta d'imbarco per non crepare.
Se mi chiedono qual è il mio disco preferito dei Genesis, risponderò ancora quello. Senza dubbi, senza il timore di incorrere in estenuanti dibattiti. Quello è un disco interiore, non un album qualsiasi. Mi piacerebbe poter scendere a comprare dischi quando piove, ancora oggi. Senza ombrello, con la sigaretta che si bagna e le dita che si spugnano.
In balia di tutto e nelle cadute aggrappato al niente”, come cantava Andrea Chimenti in un bel disco dei Fjieri.
E sulla questione dei maggiori e dei minori, non è che io abbia spostato il mio baricentro. Poste alcune verità incontrovertibili che però hanno valore solo come critica musicale, il resto è tutto relativo, soggettivo, direi intimo. Non perseguire strade meno battute solo perché meno facile è pura inedia. La musica deve essere anche un viaggio, una necessità, un marcatempo dell'anima, un allargatore di sbarre, un presagio, l'evasione da una prigionia sociale, forse il sogno difficile di un menestrello già fatto a brandelli ma ancora vivo.

Verranno sere fredde, di pioggia fitta, di vento ululante, di attenti sbagli tenuti sotto vetri smerigliati e gelidi, mi rifugerò nelle mie cose, negli occhi mancanti, nei dischi di David Sylvian, degli Änglagård, dei Landberk. Saranno quelle sere che ti graffiano, che ti carezzano quando non vuoi, che ti offrono pacchetti di sonno e quiete che rifiuterai. Saranno sere in cui accenderò le sigarette con i fiammiferi, che è un'altra dimensione rispetto ai volgari accendini. Ci sarà sempre spazio per quell'imperfetto disco dei Genesis che non ho mai smesso di considerare passo, impulso e poi proprietà interiore. Come tutto ciò che non è frutto di calcolo e di conseguenza annunciata.
I maggiori e i minori non esistono affatto, esiste il valore dei movimenti interiori prima di ogni archivio, di ogni discutibile enunciazione del giusto e dello sbagliato. Esisto, e allora esiste come le cose mi arrivano dentro, non come vanno considerate.
Poi, pioverà sicuramente. A lungo, contro i vetri e nelle stanze senza soffitto.


©Luca De Pasquale 2017




24/09/17

Ombra girevole senza perdono


Ho un ricordo molto vago di quando, una tonnellata di anni fa, avevo iniziato a scrivere delle note su facebook. Non riesco a capire perché le scrivessi, a chi miravano, a chi rivolgevano messaggi o crude suppliche, quali categorie volessero andare a stuzzicare se non insultare.
Saranno passati dodici o tredici anni da quel periodo; la sensazione è che si trattasse di un'altra vita proprio. Mi chiedo, non ricordando bene, se mi eccitavo con i “mi piace” o se pubblicare su un social mi facesse sentire vitale, “in campo”, al centro di trame relazionali e sentimentali tutte da scoprire.
Che sia passato molto tempo me ne accorgo dal fatto che su facebook -come su altri social che comunque tengo in piedi- non scrivo più nulla di personale. Neanche fiction, autofiction o qualche svisata di ironia. Nulla. Gli stimoli sono a zero. Lo uso solo per il mio lavoro con la musica. Non sento la necessità di condividere pensieri politici, sociali, intimi meno che mai. Non mi va di raccontare fatterelli o di farmi gli affari degli altri, anche se qualcuno lo vorrebbe pure.
Se devo essere sincero fino in fondo, dico che se mi ci metto a pensare per più di cinque minuti dovrei iniziare ad augurarmi di essere eliminato da molte persone, esclusi i veri amici e i musicisti. La mia presenza è un bluff, se alludiamo all'essere sociali, perché ormai è sceso un velo che posso solo raddoppiare e rafforzare con l'avvicinarsi dell'inverno.

Le relazioni di comodo e di maniera mi hanno rotto i coglioni da anni. Le formalità, la doverosa gentilezza, l'affettata partecipazione empatica. Sono per il disastro, in questo senso. Non sono per lo scontro, che trovo deprimente, sono per l'allontanamento cortese, per la chiusura dei cicli. Lasciare sconclusionate pagine aperte è da vigliacchi, è da gente che si annoia. Sin da ragazzo trovavo insensato mantenere in piedi situazioni sterili, magari solo per lasciare aperta la possibilità di una pizza, di una scopata, di un occasionale rimedio alla solitudine.
Ovunque io capiti, perché io sono momentaneo e quasi mai fisso, questo meccanismo molle mi arriva sotto il naso e mi sconforta: ma è così difficile andare avanti sopprimendo i voli mai condivisi, le speranze mai sbocciate, le similitudini mai reali, al fondo delle cose?
Mi hanno sempre depresso le comitive post-scolastiche, post-universitarie, le uscite a coppie, i festini commemorativi, le ospitate con lacrimuccia. Concepisco solo interventi sporadici, il più delle volte con la malcelata intenzione di scombinare le carte, inceppare le pratiche dogmatiche, stracciando documenti di appartenenza e finte lauree in umanità. Tutto ciò che si ripete mi fa schifo, mi disorienta, aumenta i giri della ribellione fino alla scelta di trasformarmi naturalmente nell'insalutato ospite.

Per strada, mentre sono con un'amica, incappo in un mio ex cliente, uno con la faccia di un coniglio stitico. Non l'ho mai sopportato. Un vacuo propalatore di brillanti serate, di musica “figa” e di “ma hai mangiato la pezzogna da Don Luiso?”. La mia nemesi. Ci guardiamo negli occhi senza volerlo e allora io decido di salutarlo. Prendo fiato e coraggio, ma quando mi giro per dirgli “ehi, ciao”, lui è assolutamente concentrato a guardare ovunque tranne che nella mia direzione. Sarebbe capace di finire sotto un'automobile o precipitare in una buca, il coniglio stitico. Si rifiuta di salutarmi; un gesto più sciocco che vile, immotivato e per niente offensivo. Solo, un non gesto idiota. Ti ero antipatico allora o anche adesso, caro Coniglio Pezzogna? O non vuoi salutarmi perché sei amico di qualcuno che conosco e allora per interposta persona, sai com'è... E così scoppio a ridere mentre getto la sigaretta quasi ai suoi piedi, spiegando all'amica cos'è che mi suscita ilarità all'improvviso, atto infrequente.
Ne ho, di questi nemici invisibili e indifferenti come lo sono io. Non sono della scuola di pensiero “molti nemici molto onore” che trovo un'abusata cazzata. L'onore e l'inimicizia non hanno rapporti: sono due vecchie signore frigide che non si scambiano nemmeno mezzo sguardo. C'è in ballo altro e forse ancora più ridicolo: l'ostentazione di un disappunto esistenziale pigro, spesso vile, un disappunto che si nutre di un'unica scondita pietanza, e cioè la certezza di non somigliarsi e di non essere compatibili. Poi magari si è amici su facebook. Rapporti di oggi e probabilmente di sempre, solo con una faccia tosta ancora più indecente.

Quello mi avversa perché mi prende per un pericoloso comunista che mangia i bambini (sempre senza pezzogna, però), quell'altro mi evita perché convinto di conoscere il rock sinfonico e il progressive metal più di me, e poi c'è Tizio che non mi ha mai perdonato di essere piaciuto prima di lui alla sua donna e Caio che mi reputa un mediocre scrittore -senza avermi mai letto- perché non ho sfondato come nome cittadino, regionale e poi chissà. C'è anche Sempronio, che pensa io sia pazzo perché tifo per la Fiorentina come un selvaggio pur essendo napoletano, e per questo dà la colpa a mio padre che pure tifava viola essendo napoletano.
Vuole imitare il padre”, mi hanno detto, guardandomi negli occhi ma chiamandomi in terza persona. Davvero un notevole esercizio di dialettica.
Ma, soprattutto, mi rendo conto del nocciolo della questione: quello che le persone non ti perdonano è la tua disperazione di vivere, l'esigenza di vivere tutto senza coperte di Linus, non ti perdonano la mania di inseguire angeli e demoni in egual misura, senza troppe distinzioni. E in fondo non ti perdonano nemmeno di essere sempre dalla parte di chi perde senza giocare all'eroe, perché sono ancora in troppi ad avere bisogno di questi malnati eroi da asporto, martiri moderni con le stimmate del piano commerciale sotto gli occhi truccati.
Infine, e questo forse è l'aspetto peggiore, non ti perdonano, non possono farlo, l'incapacità di fingere che le cose ti vadano bene e che tu sia rassegnato al tuo destino di ombra e di patetico numero statistico, quando va bene.
Non ti perdonano che te ne fotte di perdere sempre.
Non ti perdonano quando dici che trovi l'amore anche una forma di dolore.
Non ti perdonano quando ammetti di aver pensato spesso a levarti di mezzo e poi ti è passata.
Non ti perdonano che parli un buon italiano e poi hai idee da minatore gallese in sciopero.
Non ti perdonano che li tratti alla pari, con le loro lauree, con i loro lauti stipendi, con i loro vezzi padronali e con i loro hobbies aurei del cazzo.
La tua vocazione a morire, ad amare tanto la concretezza che le rinunce, a lottare senza certezza di vincere, a farti male senza invocare Dio, sono tutte cose inammissibili per un semplice pigmeo.
Ti perdonano solo di vivere, che è l'unica cosa che io non riuscirò mai a perdonarmi.


©Luca De Pasquale 2017





23/09/17

La sabbia inquieta


Crack the champagne What's the year? Sounds like 1924 down here
In the good old Summertime I broke my heart down here
In the good old major's home - Da da da da - da da da da

Crack the Champagne, shed a tear, feels like 1924 this year
In the great british Summertime. I lost my love down here,
In the good old major's home.

It Bites – Once Around The World

La carne di un uomo è il pianto di un altro”
John Martyn

Faccio fatica. Molta fatica.
Raccolgo discorsi che somigliano a dei riassunti. Mi risulta addirittura difficile scorgere le fattezze dei miei interlocutori, se è vero che parlano per aforismi, citazioni e luoghi comuni di altri luoghi comuni. Incontro allora degli alias ruspanti di Gramellini, Saviano, De Giovanni, opinionisti politici e persino qualche chef. I loro pensieri sono tragicamente inesistenti, perché rappresentati in toto dalle opinioni di questi personaggi pubblici.
Anche io cito in continuazione Dagerman, Hamsun, Chris Squire e Giancarlo Antognoni, ma il mio pensiero non è mai completamente aderente alla citazione. Le mie sono rielaborazioni di spunti che reputo necessari.
Non perderò tempo in conversazioni dove dominano Elena Ferrante o il finto asceta straccione, dove gli individui latitano e non sviluppano il benché minimo pensiero critico. Non mi scalderò con un ripetitore di altre frequenze, non discuterò con quei tizi che diventano estatici quando menzionano un libro, come se lo avessero scritto loro.
Molte conversazioni sono imbarazzanti, sterili; e molte confessioni sembrano costruite, non contengono un briciolo di sofferenza reale, di dubbio autentico, di veridica scissione dell'anima e a volte anche del cuore. Le mie confessioni, in verità rarissime, sono così gonfie di contraddizioni e anche di ingenuità da essere autentiche anche quando voglio schermarle e attutirne l'area di rischio. Non mi riguarda stabilire se sono meglio o meno dei tanti alias vip in giro, non è una questione interessante. Ci tengo moltissimo, in compenso, che il mio pensiero e il mio sentire -violento, sconsiderato, assurdo, a picco sul disastro- non siano alla mercé dei riassunti/pensierini in circolazione.
Già devo vergognarmi, e non da oggi, della mia incapacità cronica di non mettermi a soqquadro all'improvviso, prendendomi in contropiede e uccidendo parti monche di me che mi chiedevano pietà e cibo da tempo.

Un'altra notte insonne mi prende alla sprovvista, costringendomi anche oggi ad avere quello strano sapore in bocca di stanchezza e destino, di estenuazione e di resistenza. Anche oggi giro per le strade come un fantasma in grigio pezzato di nero, nascondendo i denti, le orecchie, le mani ma non gli occhi. Mi dico che dovrei avere più rispetto per i morti, perché ultimamente riesco -e non mi piace- a smontare anche azioni lontanissime nel tempo. E per questo mi sento crudele, come accade quando mi capita di negare senza malvagità parti di calore a chi mi ama. Mi rendo conto di essere ormai avviato da tempo su una strada che non prevede ritorno, una missione da tutto per tutto che ha la sua bellezza ma è totalmente priva di sicurezze.
Uno appassionato di new age direbbe “sto abbandonando il vecchio me”, io non riesco a dirlo. Sono sempre io. Prima mi uccidevo per gioco e forse mi divertivo, oggi voglio vivere ed è per questo che mi faccio molto male, in continuazione. Non so se la spunterò. Sto imparando che nessun raggio di sole riesce a ostruire i coni d'ombra, a eludere quel senso di fine che mi serve quasi più dell'aria che respiro. Ci sono nato, con il senso di fine addosso. Meglio così.

Parlo con molte persone. Non mi idealizzo più. Non sono avulso dalle bassezze, dal pressapochismo, da stupide fantasticherie intrise di esotismo narcisistico. Non sono esente da ventate di profondo egoismo, non posso vivere senza soldi per cui è inutile continuare a credere che io sia tutto romanticismo e lotte, è un'immagine che fa schifo e non vale nulla. Lasciamola a mediocri scrittori che hanno letto bignami di Rimbaud, ce ne sono tanti in giro. Parlo. A volte mi trovo intelligente, altre mi accorgo che sono così inadeguato alla giungla del “questo è mio” da pensare che quelli come me sono sempre i più esposti alle sparizioni e al desiderio di non fare più parte della società civile. Ma, come ha detto un amico fraterno, “io sono estraneo a questa società, non esterno”. Chissà quante volte ho scritto e detto “esterno”, come un coglione.
Sicuramente facevo prima a farmi andare liscia e pennellata qualche citazione di scrittori molto venduti e anchorman molto seguiti e capaci, per l'appunto, di sintetizzare il pensiero dell'italiano medio e democratico in due slogan con gli occhi bagnati di ordinaria commozione.

Sono giorni strani. Imparo tante cose. Mi sembra di essere tornato in primina, con quel grembiulino azzurro che ricordava una delle prime maglie della Lazio.
Imparo che non desidero padroneggiare la tutela del mio dolore, bensì quello altrui. E questo non ha niente a che fare con un viscido altruismo di facciata.
Imparo che ci sono luoghi dell'anima da gestire con cura, scegliendo senza alcun calcolo una via di mezzo tra frettolose demolizioni e inutili esposizioni in teca. Imparo a non violentare la vita in continuazione con quella calma disperazione che è essenza larga del mio stare al mondo.
Imparo (e ringrazio) che non mi piaccio quasi mai. Imparo infine, per ora, che anche quando non mi sento capito non sono una vittima vilipesa, ma semplicemente un uomo che procede davanti e dietro milioni di ombre. Ombre che non mi rispondono, ombre che non sono solo ricordi di vite che mi hanno sfiorato o preso, sono specchi oscurati, abbracci mai ricambiati, presagi non colti, affetti ristretti e poi rimpianti.
Non mi sento indifeso in tutta questa confusione di sensazioni, idee e sentimenti; ma so che assorbo, che vado a fondo, ed è allora conseguenza naturale che io senta dolore, spesso di primo mattina, in bocca e nel petto, nei movimenti ovvi e nei pensieri da non seguire, anche nelle rinunce e nelle deviazioni obbligate.
Non so se l'uomo si costruisca e cerchi di compiersi per morire, non credo di avere talento nel vivere, però pretendo la distinzione dei colori, dei sapori, pretendo di avere coscienza di me e soprattutto degli altri e della loro utilissima, naturale diversità. Scrivo queste cose senza copiare, lo giuro, nessun articolo di giornale o pagina di libro. Cito John Martyn per la verità che cantava e gli It Bites, gruppo che amo follemente da sempre, perché quel brano, soprattutto in quell'inciso cabarettistico in cima a questa nota, è uno dei pochi momenti di pace ferma che mi permetto. Aggiungo: quel pezzetto di brano degli It Bites è uno dei pochi sorrisi senza indagine che concepisco. Posso adorarlo senza problemi.


©Luca De Pasquale 2017

John Martyn

21/09/17

Naufragio in livrea


Non intercetto più i miei movimenti prima del tempo. Non li carico di futuro e non li sobbarco di passato. Non li scompongo e fraziono nel presente.
Rifiuto il sovraccarico, ignoro la destinazione, eludo la genesi.
C’è stato troppo dolore in giro per poter diventare così sovrastrutturati e anche banali.
Accolgo il freddo che mi prende di sorpresa, lo custodisco, non ci disegno le stelle, il freddo è già qualcosa di enorme che potrebbe contenere mille me e mille altri.
Torno a casa, mezzo pieno, mezzo vuoto.
Non ho mai fatto caso a che colore ha casa mia. Forse è neutro, sono io a dare il nero, il blu, il rosso carico delle mattine veloci, il rosa irreale di certe nuvole che nemmeno vedo. Sono io, con la mia occasionale intensità, quando credo di rialzarmi, quando presumo di cadere, quando sfuggo a una trappola così vecchia da non essere tangibile, quella di tradirmi.
Non ho mai fatto caso anche a che colore hanno i miei movimenti quando ho paura. Probabilmente lavanda misto a viola, oppure blu sbrecciato con un cielo di carta sullo sfondo.

La stanchezza maggiore per me non è la lotta per vivere o sopravvivere, è piuttosto sventare quella scorciatoia che dovrebbe portarmi all’omologazione per ottenere un po’ di sospirata tranquillità. Dovrei arrampicarmi sui pensieri dominanti, non pormi domande scomode, entrare nel flusso per disgregare l’identità e alzare bandiera bianca ai traumi e ai fantasmi. Dovrei codificarmi per essere inserito nell’apposito microspazio a me destinato. Non riuscirò a sovvertire le mie sorti, perderò a Monopoli come al tavolo da gioco, perderò persone e traguardi nella confusione della vita che mangia pedine per restituire movimento.
Non ho particolare voglia di parlare, ancor meno di essere passivo. La mia aspirazione adesso è maneggiare i colori che riconosco per arrivare a scene che non mi conoscono. Non ho altro da dichiararmi, in tema di miglioramenti.
Non ho fame, ma non sono inappetente. Parto da questo, ora e qui.

Muoversi è un rischio continuo. Probabile che io non conosca formule di movimento rassicuranti. Se seguo linee, è destino che io resti spiazzato. Se vado a zig zag, è certo che qualcosa mi inchioderà al suolo, prima o poi. Non posso più prevedermi. Non mi seguirò in capo al mondo e non mi abbandonerò. Le scelte più estreme, quelle davvero più estreme, risiedono nelle sfumature involontarie, nei percorsi non mappati, nelle contraddizioni che finiscono per farti male. Non riuscirò a sovvertire il mondo, non arriverò a chissà quante persone, ma è certo che eviterò di essere una merda e di fingere che non rischiare mai sia saggezza e conservazione.

Al buio nella mia camera, sono sicuro di non voler essere più rassicurato.
Il concetto di “camera” per me coincide con quello di “casa”. Le lenzuola sono dure e hanno un doppio odore, quello della mia famiglia e quello delle mie lunghe assenze. Sono lenzuola che odio. Il disco di Richard Barbieri va avanti nella notte, senza concedermi momenti di sospensione e senza opprimermi.
Buona parte di ciò che si incontra è destinato a sfuggire, a deviare verso destinazioni che potremo sorvegliare senza toccare. Buona parte dei miraggi sono verità inaccessibili e una parte sostanziale delle realtà che sembrano costruite per la nostra vita e la nostra sensibilità sono dolorosi miraggi, dei quali catturiamo la coda per mostrarla ai vecchi dolori e poter dire “ehi, ho trovato un pezzo di infinito”.
Non ho mai maneggiato pezzi di qualche “per sempre”, non credo mai al possesso completo delle emozioni, delle strategie, delle definizioni. Ecco perché non leggo libri che contengono formule esistenziali. Li detesto e li reputo paccottiglia illusoria. Non voglio essere guidato nella cattura e nella perdita di fiamme, fuochi fatui e diamanti che possano contenere il sonno che ho perso. Sono meno forte delle mie emozioni. Sono più stupido delle mie pulsioni e più fragile dei miei propositi. Non sono stato virile quando ho creduto di essere un eroe solitario, sono stato uomo quando ho chiuso la bocca per mancanza di parole.

Ricordo che da bambino rubavo il caffè conservato in cucina, dopo le 22, perché ero convinto che così avrei guardato la notte. Per quel che avevo capito, il caffè aiutava a non dormire. E io non volevo dormire, perché altrimenti non potevo sognare. Dormire significava precipitare, restare sveglio significava reagire e accettare i colori che non conoscevo.
Ultimamente mi sento così. Vedo una gamma di colori più estesa del consueto, e ho la decenza di non parlare. Di non chiedermi niente, di non essere stupido nel disegnarmi geometrie alle spalle o luci abbaglianti dietro quella curva del cuore così pericolosa che conosco di fama e per qualche rovinosa escursione al buio, quella curva mozzafiato che affaccia su un mare in livrea nera che richiama i marinai e i naufraghi al sacrificio estremo, sussurrare qualcosa che fa male e che non si nutre di sciocche fantasie ma di puro, doloroso istinto.

Il disco di Richard Barbieri parla sottovoce nel buio alle ombre di me sulle lenzuola odiate. Prima o poi dormirò. Prima o poi sarò un marinaio diligente, agli ordini di nessuno, senza dimenticare che sono nato naufrago e come tale, e solo come tale, mi sono innamorato della vita contro ogni sortilegio.


©Luca De Pasquale 2017


18/09/17

Il volo nello specchio corrotto


Da diversi anni sento la mia libertà personale restringersi, i miei spazi assottigliarsi, i sogni diventare leggeri come suole di vento. Un inesorabile cammino verso la riduzione del “bagaglio di sogno”, come mi piace chiamarlo.
Lo percepisco nei discorsi che faccio io stesso, nelle frasi che mi vengono rivolte, nell'atmosfera -misto di sconfitta, ribellione e utopia- che respiro con i miei migliori amici, quelli che considero i veri fratelli, la vera famiglia, quella che ti sei scelto e non quella in dotazione.
Mi esasperano gli obblighi, le forme in uso, gli accomodamenti, il fare buon viso a cattivo gioco, il simulare quella superficiale fattività dimostrativa che sembra piacere tanto ai collezionisti di impulsi migliorativi.
Bastano due parole dette male, le formulette di sopravvivenza, l'amichevole strafottenza delle idee fisse, per farmi sentire prigioniero di situazioni che non voglio vivere, in compagnie che non devono annoverarmi, in contesti dove insisterò fino all'ossessione nel considerarmi pesce fuor d'acqua e ammutinato.
Mi aggrappo alla libertà di espressione e di fastidio, aumento i giri di quel potere surreale che è l'assenza, mi auto-esilio prima di incorrere in fustigazioni che non concepisco e in divieti che mi vedono all'opposizione strenua e perenne.
Sono nato nel 1972. Non ho vissuto personalmente l'era delle grandi lotte, ma prestissimo ho iniziato le mie. Perdendole quasi tutte, orfano da subito di uno spirito collettivo che pure ho cercato. Disperatamente cercato.
Da piccolo sognavo di lottare per un ideale allargato, umano, totalizzante e giusto. Ero pronto a sacrificarmi in qualsiasi modo. Ma davvero presto mi sono scontrato con un mondo che non conoscevo, quello dei timbratori di cartellino di una normalità usurante e tranquillizzante al tempo stesso.
Non esagerare”, mi dicevano gli adulti, “che poi rimani da solo”.
La sapevano lunga la canzone; mi stavano avvertendo.
Non sono stato a sentirli e non sono pentito di nulla. Non ho nessun rimorso e nessun rimpianto: ho fatto quel che sentivo, sono stato quel che credevo, fino in fondo, fino a perdere le partite senza scendere in campo, sorvegliato a vista in un albergo, in un rapporto di coppia, in lavori di merda che detestavo ma mi davano da vivere.

La mia libertà personale, quel che ne rimaneva, è stata messa ancora più in discussione da controllori amorosi, amici che cambiavano e si imborghesivano sempre di più, fino allo sfinimento delle vecchie buone idee. L'idea di entrare in contesti intellettuali vivi si è andata a schiantare contro le tante piccole cose di cattivissimo gusto di chi, come me, cercava una via espressiva. Ho capito presto che tra scrittori, editabili e non, il mantra era incularsi con garbo, farsi le scarpe non togliendosi il contatto; e anche nella musica, presto mi sono trovato a fare i conti con ributtanti gare di possesso e snervanti maratone nozionistiche che non portavano a nessun risultato collettivo, d'insieme. Tante individualità tutte prese, me compreso per tanto tempo, dall'affermazione di sé, da una prosopopea poggiata quasi sempre solo su vaghe intuizioni da fumo negli occhi.
A scuola, all'università, nelle famiglie, a lavoro, in tanti amori e amoretti, non ho trovato la libertà che cercavo, l'ambiente che mi auguravo, e soprattutto non ho trovato qualcosa di fertile e in movimento. Paludi, stagni, nevrastenie travestite da complessità, istinto da predatori alfa e comportamenti da conigli.

Spaesato e anche sorpreso, ho iniziato a pensare che dovevo fare tutto da solo e seguire la mia strada. Ho iniziato a prendere tutto quel che mi ostacolava come pretesti per guerre private senza esclusioni di colpi; ma non posso negare di aver pensato, in più di una occasione, di avere a che fare principalmente con fantasmi e cavalli tartari di buzzatiana memoria.
Fuori asse, contro l'asse, deciso a schiodarla, mai sull'asse: e questo si paga, che sia giusto o no.

Molto ha contato la mia esperienza pluriennale nelle aziende private. Sono dei luoghi-non luoghi dove gli individui, già di loro deboli e plasmabili, sono spinti a divorarsi l'un l'altro, spiarsi e regolarsi sui comportamenti più apprezzati. Per una differenza reddituale di cinquanta euro si è capaci di fare profondamente schifo; per un biglietto omaggio per la partita del Napoli si è capaci di promettere mari e monti e fotografare il proprio lavoro in corso d'opera, apponendoci la didascalia inquietante “hai visto come mi sono impegnato e come sono diverso dagli altri?”
Per un po' devo averci provato anche io e sono sicuro di essere stato patetico. Una volta ho venduto in una settimana venticinque copie di un cd degli Opeth (cifra incredibile se rapportata al contesto di vendita) e sono andato dal mio capo a segnalarglielo. Non volevo dire “guarda come valgo”, piuttosto “se certi prodotti di qualità si spingono, hai voglia come vendono”.
Per tutta risposta, il mio responsabile dell'epoca (???) mi guardò davvero come se fossi uno stronzo canino con occhi, naso e bocca e biascicò una mezza frase del tipo “bravo, e ora torna al lavoro”.
Reagii subito. A modo mio.
Venne in reparto, pochi minuti dopo, una signora che mi chiese chi preferissi tra Fedez e l'ennesimo indegno prodotto della scuderia De Filippi.
La mia risposta fu lapidaria: “Non è musica signora, è marketing populista”.
La signora acquistò entrambi i dischi, la vidi ancora ma non tornò mai più da me.

Per fortuna, sento di non dover neanche più provare a fingere. Non aveva senso prima, figuriamoci adesso.
So che lo stato di necessità dovrebbe costringermi a miti consigli un po' in tutto e con tutti, ma non fa parte del mio carattere e del temperamento. Non posso e non voglio inventarmi bipartisan, politicamente corretto, accomodante e soprattutto furbo e con le antenne drizzate in cerca del colpo di fortuna. Non ci vuole poi molto, sapete. Basta non esprimere mai giudizi, per esempio. Ma anche simulare stima universale per chiunque possa essermi, anche alla lontana, utile. È tutta una questione di atteggiamento, molto più che di sostanza.
Ho imparato infatti che conta più mostrarsi predisposti all'amore che poi amare sul serio; e che serve più dimostrare il movimento che dargli -ammesso ci sia- un senso.

È difficile spiegare questo sentimento di sconfitta. Non solo agli sconosciuti. Perché è un sentimento che non si compiace e non cerca complicità, semmai è una scintilla per trovare il fuoco laddove nessuno andrebbe mai a cercarlo. Forse nella malinconia, nelle strade bagnate al mattino, in appartamenti che hanno conosciuto la morte e la rinuncia, in storie che sono bellissimi libri senza copertina e senza rilegatura.
Tra poco arriveranno le lunghe notti invernali, da me tanto agognate. Saranno impegnative. Dovrò lottarci, anche domarle. Stanotte alle due ascoltavo “Relayer” degli Yes, come se fosse la prima volta. E invece è un album che conosco a memoria, soprattutto dalle parti di Mr. Squire. Per quaranta minuti e trentuno secondi mi sono sentito in viaggio nella notte, a cavalcioni di Relayer. Un concetto molto “progressivo” della fantasia e della resa dei conti con se stessi.

La libertà mi scivola da dosso, va a formare una pozzanghera dove troveranno sosta i miei sguardi da consumato personaggio fuori concorso.
Perdo molliche di libertà e di autonomia ogni giorno. E allora ho davanti a me un bivio caotico: le scelte possibili sono varie. Anarchia, silenzio, morte, sudiciume morale, eccessi sessuali, vendette confuse, suicidio, conversione da fuori conio a moneta corrente, tradimenti come visite dall'estetista, lotta armata in sparuti gruppuscoli di fallimentari avanguardie, scrivere un bel libro nostalgico sulla mia città, violenza verbale, populismo, illudere qualcuno fingendo di essere bello dentro, rinnegare definitivamente la mia famiglia, tornare allo scaffale dell'Armagnac, andare a piangere sulla tomba di mio padre con dei fiori di campo nella mano sinistra, credere nell'oroscopo dell'Acquario, deludere tutti sul più bello, come amavo fare da piccolo. E si potrebbe continuare.
O forse, scrivere delle cose serene e finalmente vendere: sdoganarmi. A questo rispondo subito con un serenissimo “che si fottano i serenisti”.
A librarsi nel cielo azzurro ci vuole poco, soprattutto quando si omette il finale reale della storia, e cioè l'estinzione, la disillusione, l'incapacità di mantenere l'amore e la dignità a regime.
Potrete farvi saune, andare in montagna, nuotare nel blu, baciare il vostro amore, imparare a parlare bene di voi stessi, intraprendere fruttuose e sane relazioni, ma reggete i giri dell'anima? Siete convinti di essere in grado di leggervi dentro nel migliore dei modi?
Io non sono così capace. Per questo sogno ancora, per questo cado. Ogni nuovo corso che ho vissuto si è trasformato in un'ingrata commedia ai danni del vero e del desiderato. I nuovi corsi non sono pastiglie di Valeriana, belle scopate, firme sotto patti e accordi e quei maledetti applausi in platea.
Ogni nuovo corso è dotato della sua valvola di estinzione: ed ecco che bisogna affrettarsi, prima che il tramonto sia patetico e bugiardo. Dio non verrà ad aprirci la porta della pace, a pochi passi dal definitivo allontanamento da noi stessi dello sguardo umano.
Siate umani, non vincenti. Vivete, non predicate. Rispettate chi cade, non lucidate le medaglie degli eroi. E non osate scambiare una persona per una guarigione. O un libro. O qualsiasi cosa. Accendete il petto, guardate chi amate con intensità e non abbiate paura di finire.


©Luca De Pasquale 2017