24/09/17

Ombra girevole senza perdono


Ho un ricordo molto vago di quando, una tonnellata di anni fa, avevo iniziato a scrivere delle note su facebook. Non riesco a capire perché le scrivessi, a chi miravano, a chi rivolgevano messaggi o crude suppliche, quali categorie volessero andare a stuzzicare se non insultare.
Saranno passati dodici o tredici anni da quel periodo; la sensazione è che si trattasse di un'altra vita proprio. Mi chiedo, non ricordando bene, se mi eccitavo con i “mi piace” o se pubblicare su un social mi facesse sentire vitale, “in campo”, al centro di trame relazionali e sentimentali tutte da scoprire.
Che sia passato molto tempo me ne accorgo dal fatto che su facebook -come su altri social che comunque tengo in piedi- non scrivo più nulla di personale. Neanche fiction, autofiction o qualche svisata di ironia. Nulla. Gli stimoli sono a zero. Lo uso solo per il mio lavoro con la musica. Non sento la necessità di condividere pensieri politici, sociali, intimi meno che mai. Non mi va di raccontare fatterelli o di farmi gli affari degli altri, anche se qualcuno lo vorrebbe pure.
Se devo essere sincero fino in fondo, dico che se mi ci metto a pensare per più di cinque minuti dovrei iniziare ad augurarmi di essere eliminato da molte persone, esclusi i veri amici e i musicisti. La mia presenza è un bluff, se alludiamo all'essere sociali, perché ormai è sceso un velo che posso solo raddoppiare e rafforzare con l'avvicinarsi dell'inverno.

Le relazioni di comodo e di maniera mi hanno rotto i coglioni da anni. Le formalità, la doverosa gentilezza, l'affettata partecipazione empatica. Sono per il disastro, in questo senso. Non sono per lo scontro, che trovo deprimente, sono per l'allontanamento cortese, per la chiusura dei cicli. Lasciare sconclusionate pagine aperte è da vigliacchi, è da gente che si annoia. Sin da ragazzo trovavo insensato mantenere in piedi situazioni sterili, magari solo per lasciare aperta la possibilità di una pizza, di una scopata, di un occasionale rimedio alla solitudine.
Ovunque io capiti, perché io sono momentaneo e quasi mai fisso, questo meccanismo molle mi arriva sotto il naso e mi sconforta: ma è così difficile andare avanti sopprimendo i voli mai condivisi, le speranze mai sbocciate, le similitudini mai reali, al fondo delle cose?
Mi hanno sempre depresso le comitive post-scolastiche, post-universitarie, le uscite a coppie, i festini commemorativi, le ospitate con lacrimuccia. Concepisco solo interventi sporadici, il più delle volte con la malcelata intenzione di scombinare le carte, inceppare le pratiche dogmatiche, stracciando documenti di appartenenza e finte lauree in umanità. Tutto ciò che si ripete mi fa schifo, mi disorienta, aumenta i giri della ribellione fino alla scelta di trasformarmi naturalmente nell'insalutato ospite.

Per strada, mentre sono con un'amica, incappo in un mio ex cliente, uno con la faccia di un coniglio stitico. Non l'ho mai sopportato. Un vacuo propalatore di brillanti serate, di musica “figa” e di “ma hai mangiato la pezzogna da Don Luiso?”. La mia nemesi. Ci guardiamo negli occhi senza volerlo e allora io decido di salutarlo. Prendo fiato e coraggio, ma quando mi giro per dirgli “ehi, ciao”, lui è assolutamente concentrato a guardare ovunque tranne che nella mia direzione. Sarebbe capace di finire sotto un'automobile o precipitare in una buca, il coniglio stitico. Si rifiuta di salutarmi; un gesto più sciocco che vile, immotivato e per niente offensivo. Solo, un non gesto idiota. Ti ero antipatico allora o anche adesso, caro Coniglio Pezzogna? O non vuoi salutarmi perché sei amico di qualcuno che conosco e allora per interposta persona, sai com'è... E così scoppio a ridere mentre getto la sigaretta quasi ai suoi piedi, spiegando all'amica cos'è che mi suscita ilarità all'improvviso, atto infrequente.
Ne ho, di questi nemici invisibili e indifferenti come lo sono io. Non sono della scuola di pensiero “molti nemici molto onore” che trovo un'abusata cazzata. L'onore e l'inimicizia non hanno rapporti: sono due vecchie signore frigide che non si scambiano nemmeno mezzo sguardo. C'è in ballo altro e forse ancora più ridicolo: l'ostentazione di un disappunto esistenziale pigro, spesso vile, un disappunto che si nutre di un'unica scondita pietanza, e cioè la certezza di non somigliarsi e di non essere compatibili. Poi magari si è amici su facebook. Rapporti di oggi e probabilmente di sempre, solo con una faccia tosta ancora più indecente.

Quello mi avversa perché mi prende per un pericoloso comunista che mangia i bambini (sempre senza pezzogna, però), quell'altro mi evita perché convinto di conoscere il rock sinfonico e il progressive metal più di me, e poi c'è Tizio che non mi ha mai perdonato di essere piaciuto prima di lui alla sua donna e Caio che mi reputa un mediocre scrittore -senza avermi mai letto- perché non ho sfondato come nome cittadino, regionale e poi chissà. C'è anche Sempronio, che pensa io sia pazzo perché tifo per la Fiorentina come un selvaggio pur essendo napoletano, e per questo dà la colpa a mio padre che pure tifava viola essendo napoletano.
Vuole imitare il padre”, mi hanno detto, guardandomi negli occhi ma chiamandomi in terza persona. Davvero un notevole esercizio di dialettica.
Ma, soprattutto, mi rendo conto del nocciolo della questione: quello che le persone non ti perdonano è la tua disperazione di vivere, l'esigenza di vivere tutto senza coperte di Linus, non ti perdonano la mania di inseguire angeli e demoni in egual misura, senza troppe distinzioni. E in fondo non ti perdonano nemmeno di essere sempre dalla parte di chi perde senza giocare all'eroe, perché sono ancora in troppi ad avere bisogno di questi malnati eroi da asporto, martiri moderni con le stimmate del piano commerciale sotto gli occhi truccati.
Infine, e questo forse è l'aspetto peggiore, non ti perdonano, non possono farlo, l'incapacità di fingere che le cose ti vadano bene e che tu sia rassegnato al tuo destino di ombra e di patetico numero statistico, quando va bene.
Non ti perdonano che te ne fotte di perdere sempre.
Non ti perdonano quando dici che trovi l'amore anche una forma di dolore.
Non ti perdonano quando ammetti di aver pensato spesso a levarti di mezzo e poi ti è passata.
Non ti perdonano che parli un buon italiano e poi hai idee da minatore gallese in sciopero.
Non ti perdonano che li tratti alla pari, con le loro lauree, con i loro lauti stipendi, con i loro vezzi padronali e con i loro hobbies aurei del cazzo.
La tua vocazione a morire, ad amare tanto la concretezza che le rinunce, a lottare senza certezza di vincere, a farti male senza invocare Dio, sono tutte cose inammissibili per un semplice pigmeo.
Ti perdonano solo di vivere, che è l'unica cosa che io non riuscirò mai a perdonarmi.


©Luca De Pasquale 2017





23/09/17

La sabbia inquieta


Crack the champagne What's the year? Sounds like 1924 down here
In the good old Summertime I broke my heart down here
In the good old major's home - Da da da da - da da da da

Crack the Champagne, shed a tear, feels like 1924 this year
In the great british Summertime. I lost my love down here,
In the good old major's home.

It Bites – Once Around The World

La carne di un uomo è il pianto di un altro”
John Martyn

Faccio fatica. Molta fatica.
Raccolgo discorsi che somigliano a dei riassunti. Mi risulta addirittura difficile scorgere le fattezze dei miei interlocutori, se è vero che parlano per aforismi, citazioni e luoghi comuni di altri luoghi comuni. Incontro allora degli alias ruspanti di Gramellini, Saviano, De Giovanni, opinionisti politici e persino qualche chef. I loro pensieri sono tragicamente inesistenti, perché rappresentati in toto dalle opinioni di questi personaggi pubblici.
Anche io cito in continuazione Dagerman, Hamsun, Chris Squire e Giancarlo Antognoni, ma il mio pensiero non è mai completamente aderente alla citazione. Le mie sono rielaborazioni di spunti che reputo necessari.
Non perderò tempo in conversazioni dove dominano Elena Ferrante o il finto asceta straccione, dove gli individui latitano e non sviluppano il benché minimo pensiero critico. Non mi scalderò con un ripetitore di altre frequenze, non discuterò con quei tizi che diventano estatici quando menzionano un libro, come se lo avessero scritto loro.
Molte conversazioni sono imbarazzanti, sterili; e molte confessioni sembrano costruite, non contengono un briciolo di sofferenza reale, di dubbio autentico, di veridica scissione dell'anima e a volte anche del cuore. Le mie confessioni, in verità rarissime, sono così gonfie di contraddizioni e anche di ingenuità da essere autentiche anche quando voglio schermarle e attutirne l'area di rischio. Non mi riguarda stabilire se sono meglio o meno dei tanti alias vip in giro, non è una questione interessante. Ci tengo moltissimo, in compenso, che il mio pensiero e il mio sentire -violento, sconsiderato, assurdo, a picco sul disastro- non siano alla mercé dei riassunti/pensierini in circolazione.
Già devo vergognarmi, e non da oggi, della mia incapacità cronica di non mettermi a soqquadro all'improvviso, prendendomi in contropiede e uccidendo parti monche di me che mi chiedevano pietà e cibo da tempo.

Un'altra notte insonne mi prende alla sprovvista, costringendomi anche oggi ad avere quello strano sapore in bocca di stanchezza e destino, di estenuazione e di resistenza. Anche oggi giro per le strade come un fantasma in grigio pezzato di nero, nascondendo i denti, le orecchie, le mani ma non gli occhi. Mi dico che dovrei avere più rispetto per i morti, perché ultimamente riesco -e non mi piace- a smontare anche azioni lontanissime nel tempo. E per questo mi sento crudele, come accade quando mi capita di negare senza malvagità parti di calore a chi mi ama. Mi rendo conto di essere ormai avviato da tempo su una strada che non prevede ritorno, una missione da tutto per tutto che ha la sua bellezza ma è totalmente priva di sicurezze.
Uno appassionato di new age direbbe “sto abbandonando il vecchio me”, io non riesco a dirlo. Sono sempre io. Prima mi uccidevo per gioco e forse mi divertivo, oggi voglio vivere ed è per questo che mi faccio molto male, in continuazione. Non so se la spunterò. Sto imparando che nessun raggio di sole riesce a ostruire i coni d'ombra, a eludere quel senso di fine che mi serve quasi più dell'aria che respiro. Ci sono nato, con il senso di fine addosso. Meglio così.

Parlo con molte persone. Non mi idealizzo più. Non sono avulso dalle bassezze, dal pressapochismo, da stupide fantasticherie intrise di esotismo narcisistico. Non sono esente da ventate di profondo egoismo, non posso vivere senza soldi per cui è inutile continuare a credere che io sia tutto romanticismo e lotte, è un'immagine che fa schifo e non vale nulla. Lasciamola a mediocri scrittori che hanno letto bignami di Rimbaud, ce ne sono tanti in giro. Parlo. A volte mi trovo intelligente, altre mi accorgo che sono così inadeguato alla giungla del “questo è mio” da pensare che quelli come me sono sempre i più esposti alle sparizioni e al desiderio di non fare più parte della società civile. Ma, come ha detto un amico fraterno, “io sono estraneo a questa società, non esterno”. Chissà quante volte ho scritto e detto “esterno”, come un coglione.
Sicuramente facevo prima a farmi andare liscia e pennellata qualche citazione di scrittori molto venduti e anchorman molto seguiti e capaci, per l'appunto, di sintetizzare il pensiero dell'italiano medio e democratico in due slogan con gli occhi bagnati di ordinaria commozione.

Sono giorni strani. Imparo tante cose. Mi sembra di essere tornato in primina, con quel grembiulino azzurro che ricordava una delle prime maglie della Lazio.
Imparo che non desidero padroneggiare la tutela del mio dolore, bensì quello altrui. E questo non ha niente a che fare con un viscido altruismo di facciata.
Imparo che ci sono luoghi dell'anima da gestire con cura, scegliendo senza alcun calcolo una via di mezzo tra frettolose demolizioni e inutili esposizioni in teca. Imparo a non violentare la vita in continuazione con quella calma disperazione che è essenza larga del mio stare al mondo.
Imparo (e ringrazio) che non mi piaccio quasi mai. Imparo infine, per ora, che anche quando non mi sento capito non sono una vittima vilipesa, ma semplicemente un uomo che procede davanti e dietro milioni di ombre. Ombre che non mi rispondono, ombre che non sono solo ricordi di vite che mi hanno sfiorato o preso, sono specchi oscurati, abbracci mai ricambiati, presagi non colti, affetti ristretti e poi rimpianti.
Non mi sento indifeso in tutta questa confusione di sensazioni, idee e sentimenti; ma so che assorbo, che vado a fondo, ed è allora conseguenza naturale che io senta dolore, spesso di primo mattina, in bocca e nel petto, nei movimenti ovvi e nei pensieri da non seguire, anche nelle rinunce e nelle deviazioni obbligate.
Non so se l'uomo si costruisca e cerchi di compiersi per morire, non credo di avere talento nel vivere, però pretendo la distinzione dei colori, dei sapori, pretendo di avere coscienza di me e soprattutto degli altri e della loro utilissima, naturale diversità. Scrivo queste cose senza copiare, lo giuro, nessun articolo di giornale o pagina di libro. Cito John Martyn per la verità che cantava e gli It Bites, gruppo che amo follemente da sempre, perché quel brano, soprattutto in quell'inciso cabarettistico in cima a questa nota, è uno dei pochi momenti di pace ferma che mi permetto. Aggiungo: quel pezzetto di brano degli It Bites è uno dei pochi sorrisi senza indagine che concepisco. Posso adorarlo senza problemi.


©Luca De Pasquale 2017

John Martyn



21/09/17

Naufragio in livrea


Non intercetto più i miei movimenti prima del tempo. Non li carico di futuro e non li sobbarco di passato. Non li scompongo e fraziono nel presente.
Rifiuto il sovraccarico, ignoro la destinazione, eludo la genesi.
C’è stato troppo dolore in giro per poter diventare così sovrastrutturati e anche banali.
Accolgo il freddo che mi prende di sorpresa, lo custodisco, non ci disegno le stelle, il freddo è già qualcosa di enorme che potrebbe contenere mille me e mille altri.
Torno a casa, mezzo pieno, mezzo vuoto.
Non ho mai fatto caso a che colore ha casa mia. Forse è neutro, sono io a dare il nero, il blu, il rosso carico delle mattine veloci, il rosa irreale di certe nuvole che nemmeno vedo. Sono io, con la mia occasionale intensità, quando credo di rialzarmi, quando presumo di cadere, quando sfuggo a una trappola così vecchia da non essere tangibile, quella di tradirmi.
Non ho mai fatto caso anche a che colore hanno i miei movimenti quando ho paura. Probabilmente lavanda misto a viola, oppure blu sbrecciato con un cielo di carta sullo sfondo.

La stanchezza maggiore per me non è la lotta per vivere o sopravvivere, è piuttosto sventare quella scorciatoia che dovrebbe portarmi all’omologazione per ottenere un po’ di sospirata tranquillità. Dovrei arrampicarmi sui pensieri dominanti, non pormi domande scomode, entrare nel flusso per disgregare l’identità e alzare bandiera bianca ai traumi e ai fantasmi. Dovrei codificarmi per essere inserito nell’apposito microspazio a me destinato. Non riuscirò a sovvertire le mie sorti, perderò a Monopoli come al tavolo da gioco, perderò persone e traguardi nella confusione della vita che mangia pedine per restituire movimento.
Non ho particolare voglia di parlare, ancor meno di essere passivo. La mia aspirazione adesso è maneggiare i colori che riconosco per arrivare a scene che non mi conoscono. Non ho altro da dichiararmi, in tema di miglioramenti.
Non ho fame, ma non sono inappetente. Parto da questo, ora e qui.

Muoversi è un rischio continuo. Probabile che io non conosca formule di movimento rassicuranti. Se seguo linee, è destino che io resti spiazzato. Se vado a zig zag, è certo che qualcosa mi inchioderà al suolo, prima o poi. Non posso più prevedermi. Non mi seguirò in capo al mondo e non mi abbandonerò. Le scelte più estreme, quelle davvero più estreme, risiedono nelle sfumature involontarie, nei percorsi non mappati, nelle contraddizioni che finiscono per farti male. Non riuscirò a sovvertire il mondo, non arriverò a chissà quante persone, ma è certo che eviterò di essere una merda e di fingere che non rischiare mai sia saggezza e conservazione.

Al buio nella mia camera, sono sicuro di non voler essere più rassicurato.
Il concetto di “camera” per me coincide con quello di “casa”. Le lenzuola sono dure e hanno un doppio odore, quello della mia famiglia e quello delle mie lunghe assenze. Sono lenzuola che odio. Il disco di Richard Barbieri va avanti nella notte, senza concedermi momenti di sospensione e senza opprimermi.
Buona parte di ciò che si incontra è destinato a sfuggire, a deviare verso destinazioni che potremo sorvegliare senza toccare. Buona parte dei miraggi sono verità inaccessibili e una parte sostanziale delle realtà che sembrano costruite per la nostra vita e la nostra sensibilità sono dolorosi miraggi, dei quali catturiamo la coda per mostrarla ai vecchi dolori e poter dire “ehi, ho trovato un pezzo di infinito”.
Non ho mai maneggiato pezzi di qualche “per sempre”, non credo mai al possesso completo delle emozioni, delle strategie, delle definizioni. Ecco perché non leggo libri che contengono formule esistenziali. Li detesto e li reputo paccottiglia illusoria. Non voglio essere guidato nella cattura e nella perdita di fiamme, fuochi fatui e diamanti che possano contenere il sonno che ho perso. Sono meno forte delle mie emozioni. Sono più stupido delle mie pulsioni e più fragile dei miei propositi. Non sono stato virile quando ho creduto di essere un eroe solitario, sono stato uomo quando ho chiuso la bocca per mancanza di parole.

Ricordo che da bambino rubavo il caffè conservato in cucina, dopo le 22, perché ero convinto che così avrei guardato la notte. Per quel che avevo capito, il caffè aiutava a non dormire. E io non volevo dormire, perché altrimenti non potevo sognare. Dormire significava precipitare, restare sveglio significava reagire e accettare i colori che non conoscevo.
Ultimamente mi sento così. Vedo una gamma di colori più estesa del consueto, e ho la decenza di non parlare. Di non chiedermi niente, di non essere stupido nel disegnarmi geometrie alle spalle o luci abbaglianti dietro quella curva del cuore così pericolosa che conosco di fama e per qualche rovinosa escursione al buio, quella curva mozzafiato che affaccia su un mare in livrea nera che richiama i marinai e i naufraghi al sacrificio estremo, sussurrare qualcosa che fa male e che non si nutre di sciocche fantasie ma di puro, doloroso istinto.

Il disco di Richard Barbieri parla sottovoce nel buio alle ombre di me sulle lenzuola odiate. Prima o poi dormirò. Prima o poi sarò un marinaio diligente, agli ordini di nessuno, senza dimenticare che sono nato naufrago e come tale, e solo come tale, mi sono innamorato della vita contro ogni sortilegio.


©Luca De Pasquale 2017





18/09/17

Il volo nello specchio corrotto


Da diversi anni sento la mia libertà personale restringersi, i miei spazi assottigliarsi, i sogni diventare leggeri come suole di vento. Un inesorabile cammino verso la riduzione del “bagaglio di sogno”, come mi piace chiamarlo.
Lo percepisco nei discorsi che faccio io stesso, nelle frasi che mi vengono rivolte, nell'atmosfera -misto di sconfitta, ribellione e utopia- che respiro con i miei migliori amici, quelli che considero i veri fratelli, la vera famiglia, quella che ti sei scelto e non quella in dotazione.
Mi esasperano gli obblighi, le forme in uso, gli accomodamenti, il fare buon viso a cattivo gioco, il simulare quella superficiale fattività dimostrativa che sembra piacere tanto ai collezionisti di impulsi migliorativi.
Bastano due parole dette male, le formulette di sopravvivenza, l'amichevole strafottenza delle idee fisse, per farmi sentire prigioniero di situazioni che non voglio vivere, in compagnie che non devono annoverarmi, in contesti dove insisterò fino all'ossessione nel considerarmi pesce fuor d'acqua e ammutinato.
Mi aggrappo alla libertà di espressione e di fastidio, aumento i giri di quel potere surreale che è l'assenza, mi auto-esilio prima di incorrere in fustigazioni che non concepisco e in divieti che mi vedono all'opposizione strenua e perenne.
Sono nato nel 1972. Non ho vissuto personalmente l'era delle grandi lotte, ma prestissimo ho iniziato le mie. Perdendole quasi tutte, orfano da subito di uno spirito collettivo che pure ho cercato. Disperatamente cercato.
Da piccolo sognavo di lottare per un ideale allargato, umano, totalizzante e giusto. Ero pronto a sacrificarmi in qualsiasi modo. Ma davvero presto mi sono scontrato con un mondo che non conoscevo, quello dei timbratori di cartellino di una normalità usurante e tranquillizzante al tempo stesso.
Non esagerare”, mi dicevano gli adulti, “che poi rimani da solo”.
La sapevano lunga la canzone; mi stavano avvertendo.
Non sono stato a sentirli e non sono pentito di nulla. Non ho nessun rimorso e nessun rimpianto: ho fatto quel che sentivo, sono stato quel che credevo, fino in fondo, fino a perdere le partite senza scendere in campo, sorvegliato a vista in un albergo, in un rapporto di coppia, in lavori di merda che detestavo ma mi davano da vivere.

La mia libertà personale, quel che ne rimaneva, è stata messa ancora più in discussione da controllori amorosi, amici che cambiavano e si imborghesivano sempre di più, fino allo sfinimento delle vecchie buone idee. L'idea di entrare in contesti intellettuali vivi si è andata a schiantare contro le tante piccole cose di cattivissimo gusto di chi, come me, cercava una via espressiva. Ho capito presto che tra scrittori, editabili e non, il mantra era incularsi con garbo, farsi le scarpe non togliendosi il contatto; e anche nella musica, presto mi sono trovato a fare i conti con ributtanti gare di possesso e snervanti maratone nozionistiche che non portavano a nessun risultato collettivo, d'insieme. Tante individualità tutte prese, me compreso per tanto tempo, dall'affermazione di sé, da una prosopopea poggiata quasi sempre solo su vaghe intuizioni da fumo negli occhi.
A scuola, all'università, nelle famiglie, a lavoro, in tanti amori e amoretti, non ho trovato la libertà che cercavo, l'ambiente che mi auguravo, e soprattutto non ho trovato qualcosa di fertile e in movimento. Paludi, stagni, nevrastenie travestite da complessità, istinto da predatori alfa e comportamenti da conigli.

Spaesato e anche sorpreso, ho iniziato a pensare che dovevo fare tutto da solo e seguire la mia strada. Ho iniziato a prendere tutto quel che mi ostacolava come pretesti per guerre private senza esclusioni di colpi; ma non posso negare di aver pensato, in più di una occasione, di avere a che fare principalmente con fantasmi e cavalli tartari di buzzatiana memoria.
Fuori asse, contro l'asse, deciso a schiodarla, mai sull'asse: e questo si paga, che sia giusto o no.

Molto ha contato la mia esperienza pluriennale nelle aziende private. Sono dei luoghi-non luoghi dove gli individui, già di loro deboli e plasmabili, sono spinti a divorarsi l'un l'altro, spiarsi e regolarsi sui comportamenti più apprezzati. Per una differenza reddituale di cinquanta euro si è capaci di fare profondamente schifo; per un biglietto omaggio per la partita del Napoli si è capaci di promettere mari e monti e fotografare il proprio lavoro in corso d'opera, apponendoci la didascalia inquietante “hai visto come mi sono impegnato e come sono diverso dagli altri?”
Per un po' devo averci provato anche io e sono sicuro di essere stato patetico. Una volta ho venduto in una settimana venticinque copie di un cd degli Opeth (cifra incredibile se rapportata al contesto di vendita) e sono andato dal mio capo a segnalarglielo. Non volevo dire “guarda come valgo”, piuttosto “se certi prodotti di qualità si spingono, hai voglia come vendono”.
Per tutta risposta, il mio responsabile dell'epoca (???) mi guardò davvero come se fossi uno stronzo canino con occhi, naso e bocca e biascicò una mezza frase del tipo “bravo, e ora torna al lavoro”.
Reagii subito. A modo mio.
Venne in reparto, pochi minuti dopo, una signora che mi chiese chi preferissi tra Fedez e l'ennesimo indegno prodotto della scuderia De Filippi.
La mia risposta fu lapidaria: “Non è musica signora, è marketing populista”.
La signora acquistò entrambi i dischi, la vidi ancora ma non tornò mai più da me.

Per fortuna, sento di non dover neanche più provare a fingere. Non aveva senso prima, figuriamoci adesso.
So che lo stato di necessità dovrebbe costringermi a miti consigli un po' in tutto e con tutti, ma non fa parte del mio carattere e del temperamento. Non posso e non voglio inventarmi bipartisan, politicamente corretto, accomodante e soprattutto furbo e con le antenne drizzate in cerca del colpo di fortuna. Non ci vuole poi molto, sapete. Basta non esprimere mai giudizi, per esempio. Ma anche simulare stima universale per chiunque possa essermi, anche alla lontana, utile. È tutta una questione di atteggiamento, molto più che di sostanza.
Ho imparato infatti che conta più mostrarsi predisposti all'amore che poi amare sul serio; e che serve più dimostrare il movimento che dargli -ammesso ci sia- un senso.

È difficile spiegare questo sentimento di sconfitta. Non solo agli sconosciuti. Perché è un sentimento che non si compiace e non cerca complicità, semmai è una scintilla per trovare il fuoco laddove nessuno andrebbe mai a cercarlo. Forse nella malinconia, nelle strade bagnate al mattino, in appartamenti che hanno conosciuto la morte e la rinuncia, in storie che sono bellissimi libri senza copertina e senza rilegatura.
Tra poco arriveranno le lunghe notti invernali, da me tanto agognate. Saranno impegnative. Dovrò lottarci, anche domarle. Stanotte alle due ascoltavo “Relayer” degli Yes, come se fosse la prima volta. E invece è un album che conosco a memoria, soprattutto dalle parti di Mr. Squire. Per quaranta minuti e trentuno secondi mi sono sentito in viaggio nella notte, a cavalcioni di Relayer. Un concetto molto “progressivo” della fantasia e della resa dei conti con se stessi.

La libertà mi scivola da dosso, va a formare una pozzanghera dove troveranno sosta i miei sguardi da consumato personaggio fuori concorso.
Perdo molliche di libertà e di autonomia ogni giorno. E allora ho davanti a me un bivio caotico: le scelte possibili sono varie. Anarchia, silenzio, morte, sudiciume morale, eccessi sessuali, vendette confuse, suicidio, conversione da fuori conio a moneta corrente, tradimenti come visite dall'estetista, lotta armata in sparuti gruppuscoli di fallimentari avanguardie, scrivere un bel libro nostalgico sulla mia città, violenza verbale, populismo, illudere qualcuno fingendo di essere bello dentro, rinnegare definitivamente la mia famiglia, tornare allo scaffale dell'Armagnac, andare a piangere sulla tomba di mio padre con dei fiori di campo nella mano sinistra, credere nell'oroscopo dell'Acquario, deludere tutti sul più bello, come amavo fare da piccolo. E si potrebbe continuare.
O forse, scrivere delle cose serene e finalmente vendere: sdoganarmi. A questo rispondo subito con un serenissimo “che si fottano i serenisti”.
A librarsi nel cielo azzurro ci vuole poco, soprattutto quando si omette il finale reale della storia, e cioè l'estinzione, la disillusione, l'incapacità di mantenere l'amore e la dignità a regime.
Potrete farvi saune, andare in montagna, nuotare nel blu, baciare il vostro amore, imparare a parlare bene di voi stessi, intraprendere fruttuose e sane relazioni, ma reggete i giri dell'anima? Siete convinti di essere in grado di leggervi dentro nel migliore dei modi?
Io non sono così capace. Per questo sogno ancora, per questo cado. Ogni nuovo corso che ho vissuto si è trasformato in un'ingrata commedia ai danni del vero e del desiderato. I nuovi corsi non sono pastiglie di Valeriana, belle scopate, firme sotto patti e accordi e quei maledetti applausi in platea.
Ogni nuovo corso è dotato della sua valvola di estinzione: ed ecco che bisogna affrettarsi, prima che il tramonto sia patetico e bugiardo. Dio non verrà ad aprirci la porta della pace, a pochi passi dal definitivo allontanamento da noi stessi dello sguardo umano.
Siate umani, non vincenti. Vivete, non predicate. Rispettate chi cade, non lucidate le medaglie degli eroi. E non osate scambiare una persona per una guarigione. O un libro. O qualsiasi cosa. Accendete il petto, guardate chi amate con intensità e non abbiate paura di finire.


©Luca De Pasquale 2017








17/09/17

Venditore di dischi


Capita spesso che io venga presentato a qualcuno come “scrittore”. La cosa mi lascia indifferente e, al limite, può crearmi qualche fastidio. Perché è ovvio che scatta subito un meccanismo cui non riesco ad abituarmi in nessun modo: quello delle domande connettive.
Sei uno scrittore? Allora conoscerai Panfilo Citra, il giallista. Grande scrittore, vero?”
Hai frequentato la scuola di scrittura di Antigone Lattuga? È una mia amica...”
Hai mai partecipato al Premio Vongola Borbonica? Il mio amico Sandro è arrivato quarto cinque anni fa”
Queste domande mi annoiano come poche cose al mondo.
Anche perché le risposte sono una sequenza di no imbarazzati e via via più secchi; e se non è no, le persone nominate non sono tra quelle che mi piacerebbe frequentare.
Essere presentato come scrittore equivale, anche, a mostrare una sorta di autocertificazione del tuo essere un debosciato. Un individuo impratico, dissociato, forse sociopatico, “uno che non sta con i piedi per terra” ma anche “uno che forse non ha davvero bisogno di lavorare”.
Guai poi se dichiari che non segui gli scrittori più in voga. Come ho più volte scritto, essere indifferenti e non invidiosi del successo commerciale dei super-prolifici scriba post-moderni genera negli interlocutori l'effetto opposto: vuol dire che ti stai mangiando il limone e forse creperai di bile.
Ma pensatela come volete.

Insomma, non ci tengo a essere introdotto come scrittore. Mi considero primariamente un venditore di dischi, è stato il mio mestiere per più di vent'anni. Preferisco quando qualcuno mi introduce come “Luca, ex venditore di dischi”, perché posso aggiungere “mestiere che non esiste più” e la conversazione è allora destinata a chiudersi subito.
Ed è meglio, mi si creda in parola, che non venga segnalata una mia eventuale “pazzesca competenza” perché è un'arma a doppio taglio. Nessuno ha piacere di riconoscere a un ex commesso delle doti particolari in quanto a conoscenza musicale. Permalosi giornalisti, spocchiosi saggisti e addetti ai lavori si convincono da subito di dover mostrare il loro peso specifico, fatto di riconoscibilità, gradi e stellette, contatti con musicisti morti e capacità di organizzare eventi che non siano solo per quattro gatti e qualche maniaco sparso.
Mi è capitato molte volte di dover assistere alle grandguignolesche esibizioni onanistiche di qualcuno di questi baroni, capaci di inanellare -in un delirio di onnipotenza- nomi e nomi di musicisti con i quali hanno condiviso tavolate e festival del coito, jam session alcoliche e addirittura qualche viaggio dal taglio esistenzialista.
Non amo le competizioni e nemmeno le gare al Saputello 2.0. Credo che ognuno dovrebbe poter disporre di punti di forza e della consapevolezza delle proprie lacune, che sono naturali e non riempibili (arriva prima la morte, in genere)
Comunque, evito queste disfide e aiuto anche i miei (presunti) avversari, dicendo una verità: che sono specializzato in tutto quello che concerne, e qui non faccio passi indietro, il basso. In genere cala il silenzio, vuoi perché la gente continua a preferire le chitarre e anche perché si dà per scontato che un conoscitore del mondo del basso debba necessariamente suonarlo. Questo è un altro luogo comune.
Non si fugge dai luoghi comuni. È semplicemente impossibile anche provarci. E non si sfugge neanche agli esercizi di diminutio che ti possono attendere nel salotto di una casa, al pub, al telefono, in un gruppo di persone che magari ignorano il tuo orientamento sessuale ma ti hanno già giudicato per assecondare l'ossessione delle scorciatoie mentali, quel disastro inesorabile che continua a rovinarci la vita.

Ho un desiderio.
Riprendere a vendere dischi, alla faccia degli sparvieri imbottiti di pessimismo liofilizzato e delle tendenze di mercato. È chiaro che mi piacerebbe occuparmi principalmente dei generi che amo. Vorrei che fosse un piccolo negozio, magari stretto tra una cartoleria e una tabaccheria, vorrei poter fumare sull'uscio aspettando i primi clienti di giornata.
Generi trattati? Tutto quello che mi muove da anni: rock, hard rock, heavy metal, prog, Progg (quello con due g finali, sì), Zeuhl, fusion, Rock In Opposition, tutte le avanguardie, raw funk, basso dappertutto, ovviamente.
Vorrei tenere in ascolto gruppi per me irrinunciabili anche nelle ore di punta: Rush, Landberk, It Bites, King Crimson, Anathema, Yes, Trapeze, Weather Report, Quatermass e via per secoli...
Vorrei riprendermi quello che ho perso, sarebbe a dire poter vendere la musica parlandone, confrontandosi, non dovendo preoccuparmi dei prezzi di Amazon o di uno stronzo di caporeparto aziendale che mi spiega come fare esposizioni a triangolo isoscele o a cresta di gallo.
Del visual marketing delle aziende me ne sono sempre sbattuto. Fingevo di aderire al dogma solo per ottenere maggiore libertà. Me ne fregavo anche dello stock, ovviamente: se ho cinquecento copie di aspiranti tenori me ne frego, non varranno mai come l'unica copia nascosta della ristampa di John Entwistle. E io vendevo prima Entwistle e poi mi dedicavo ai tenorini, con l'aria di uno che stesse andando a farsi ricucire le natiche.

Ma si tratta di un sogno irrealizzabile. Come quello, peraltro mai avuto, di diventare famoso scrivendo cose che si ispirano a Dino Campana o Dagerman.
Sono nato ai margini di una città di mare, sono stato abituato da bambino a cercare quello che è sommerso e ignorare, possibilmente, quello che riluce.
Sono molto felice, parola che uso pochissimo, quando qualcuno mi contatta per ringraziarmi, anche dieci anni dopo, di avergli fatto scoprire qualche musicista poco gettonato ma di valore. Vuol dire che sono riuscito a sfuggire ad una parte di caducità, per prima quella del mio carattere soggetto alle maree, con un cervello che segue prima il suono e poi il percorso stabilito, una testa spesso a quattro corde che insiste sul MI a vuoto per conoscere il valore del fondo.
Considerare il vibrare per i suoni un modo per conoscere e cadere, sicuramente. Cadere e rimettersi in piedi. Non rispondere agli appelli prestampati. Non accodarsi ai furbi. Non farsi pavoni su quello che già funziona. Cercare la polvere, il riflesso mancato, persino il fallimento. Cercare di riabilitare gli sfortunati, gli ignorati, i troppo timidi.

Tratteggio meglio il mio sogno: un negozio aperto in una città come Grosseto, Perugia o Udine, pomeriggio tardo, pioggia, quattro clienti dentro, io a sorvegliarli da fuori con la sigaretta in bocca e un sorriso soddisfatto, ancora umile. In ascolto, “Riktigt akta” dei Landberk o uno qualsiasi di Jansen, Barbieri e Karn. Poter pagare le bollette. Poter mangiare, amare, forse dormire. Scrivere, certamente. Senza esibire patenti, carte d'identità e quei fottuti certificati di affiliazione.
Questo sogno è chiaramente una grottesca chimera, lo riconosco.
Sono un uomo libero, nella mia illusione di esserlo. Sono spesso solo, ma fa parte del gioco. Non mi sono mai lamentato per questo.


©Luca De Pasquale 2017



16/09/17

Taglio Amsterdam notte


Il banditore televisivo insiste con una frase ossessiva: “Very good condition, taglio Amsterdam”, dove Amsterdam viene pronunciato “Ammst'damm”.
Fuori, delle persone ridono. Non mi piacciono le persone che ridono forte. Continuo a seguire la vendita televisiva di gioielli: la voce del tizio è soporifera, ma io non dormo. È un pomeriggio senza tempo, senza orologi, per fortuna senza impegni. Per me il sabato pomeriggio e la domenica semplicemente non esistono. Nel senso che ho bisogno di solitudine e devo recuperare.
Oggi penso molto a Mick Karn. Un artista che ho amato infinitamente e che ha addirittura cambiato il mio modo di pensare, oltre che la percezione dei colori. Mi manca la sua musica. Nuova musica, intendo. Mick è morto il 4 gennaio del 2011 a soli 52 anni, tumore. Quel giorno si è spento un astro che mi aveva sempre illuminato; non solo quel suono di basso assurdo, imponderabile, liscio e pastoso, ma anche quella sua geografia sonora costituita da visioni spettrali, riverberi, ombre di donna, cieli tersi ma cupi, pietre bagnate su sentieri notturni, il basso verso il basso, come dovrebbe essere sempre.
Ho usato Mick Karn come amuleto per anni e anni, ho ascoltato i suoi dischi sia dopo amori che dopo patti sciolti, ho selezionato le sue canzoni per notti che avevo già deciso insonni, e poi c'è quell'album dei Rain Tree Crow che mi è servito per scoprire quanto nei piccoli gesti, quanto nelle strade deserte ci sia da costruire.
Mi sono nascosto nel basso di Mick Karn, ci ho edificato parte dei miei sentieri pensili di fuga, l'ho buttato avanti quando avevo esaurito le parole, scritte o pronunciate.

Stavolta non mi alzo dal letto, so solo che stasera avrò bisogno di un vecchio album di Mick. L'ultima volta che l'ho ascoltato in cuffia ero tornato nel mio vecchio quartiere e fu una pessima giornata. Perché non ritrovai nulla di quello che ricordavo, i luoghi della mia infanzia e della mia adolescenza erano cambiati, trasfigurati, venduti, sbiaditi. Panetterie chiuse, cartolerie diventate centri di tatuaggi, cinema affondati in supermercati, persino lo storico tabaccaio ridotto a una stuzzicheria. Quella mattina mi sono sentito vecchio e anche passato di moda. E per ridurre il magone la musica di Mick Karn funzionò benissimo.

Oggi non ho molta voglia di scrivere. Lo sento addosso, quando non posso durare o elaborare troppo. Sono troppo nel vento per poter scrivere, in transito in una zona lontana dall'apatia come dall'entusiasmo, una terra di nessuno dove si preferisce osservare e ascoltare che prendersi spazi. Non mi sento mio e di nessuno. Non scrivo per me e neanche per altre persone. Non intendo assecondarmi e farmi largo nell'attenzione di qualcun altro. Annoto i miei terremoti con il cinismo taciturno del sostituto. Mi hanno detto che devo prendere nota e lo faccio. Annoto anche -questo sempre- i maremoti e le ossessioni degli altri, partendo da un punto di vista saggiamente attendista: non lasciarsi invischiare in cose che non potranno mai riguardarmi. Aiutare solo se sono in grado, non sparare cazzate pur di simulare presenza. Le persone parlano troppo e spesso il loro specchio è incastonato in un cuore-Polifemo che sa solo vomitare gli arcobaleni di polistirolo ingurgitati dal loro titolare.
Oggi penso a poche cose, tra queste la musica di Mick Karn. Inizierò il mio countdown per la notte, l'unico contatto con il mondo esterno, come desidero, sarà la partita della mia Fiorentina.
Con il coraggio svogliato del giorno che saluta lentamente, mi sento di ammettere che potrei anche rispondere a un gesto d'affetto con un'assenza, a un'esortazione con una deviazione, a un vizio con un pacchetto lustrato di rinunce (mai stoiche, quelle sono ridicole).
Oggi mi interessano solo attimi di passaggio, quelli che contengono la nascita e la morte nello sguardo casuale che prima o poi avverrà, oggi so che mi manca una certa musica, una certa strada, un'età sommersa e bruciata che foto e racconti non possono restituire. Tutto in regola, tutto benissimo.

L'invasato venditore di gioielli continua a sbracciarsi, adesso urla pure: “Voi signore mie non mi credete, qui si parla di very good taglio Amsterdam! Ma voi cosa volete? Cosa pretendete da me? Io vi amo, però...”
Oggi la mia memoria è proprio in queste condizioni: very good, taglio Amsterdam, colore notte. Senza sensi di colpa e senza fingere amore.


©Luca De Pasquale 2017





15/09/17

Mancato infarto alle cinque del mattino


Nous roulons lentement et nous rêvons du vide.
Michel Houellebecq

Non tollero le domande ossessive. Reiterate. Retoriche.
Non tollero i grandi quesiti esistenziali conditi da mayonnaise e ketchup, formulati in luoghi sbagliati e risolti con un'ingombrante serie di risposte pencolanti, sciattamente motivazionali, coatte nella loro funzione di faro artificiale.
Penso di non essermi mai domandato cosa è l'amore, tanto per fare un esempio. E non perché io lo sappia o desideri saperlo. La definizione non mi interessa, è filosofia con la diarrea.
Perché dovrebbe interessarmi arrivare a una definizione soddisfacente dell'amore? O della giustizia? Le definizioni escludono i dubbi, quindi per me si tratta di ciarpame o poco più.
Viva i dubbi, viva le contraddizioni gestite in solitaria, viva il silenzio e la curiosità che non va a gettoni.

A morte gli amorazzi gonfi di luce, i fidanzamenti tardivi, le bugie pietose, i libri sull'amore scritti con indegna preveggenza commerciale, a morte i luoghi comuni sulla scrittura, sulla passione senza respiro, sui cervelli divergenti di cazzo e fica, e una volta per tutte che si spalanchi l'Inferno sotto i piedi dei super partes, dei neutri, degli empiristi spaventati dal mondo, delle dame da salvare da draghi mai esistiti e dei presunti salvatori, in genere degli imbecilli sorteggiati da mano cieca.
Sono stanco, certi giorni, stanco vitale, e quando mi sento così evoco l'Inferno per quello che mi ha stancato e annoiato.
Non devo dare conto a un editore che mi rompa i coglioni con i tour di presentazioni e le convergenze con altri scrittori che non voglio conoscere e il cui ego mi fa inorridire: penso, vado a fuoco, mi gioco tutto e niente, scrivo, crepo. Non c'è altro.
Quello che mi stanca è girare sempre attorno a soluzioni da trovare e mai a vere domande; mi estenua come l'uomo riesca a fingere di trovare un respiro universale nei suoi problemi personali. E di come si finga che i problemi altrui ci interessino.
Neanche io sono un campione di attenzione nei confronti degli altri. Passo veloce e sciocco su grandi drammi che non capisco o mi arrivano attutiti; sono certamente più interessato a storie che sfiorino la mia propensione alle ombre piuttosto che gioire sinceramente per un lieto evento altrui. Tendo alla superficialità, in certe occasioni, e mai mi vanterei di essere uno profondo.
Che cazzo significa “io sono uno molto profondo”? Non significa niente. In genere, meno ancora quando ce lo dice da soli.
Ma anche “io sono uno che sente le cose, io le sento davvero”. Bene. Cosa ti fa pensare che la tua magnitudo superi quella altrui?
Combatterò sempre i Nostradamus, i previsori di sciagure catartiche, i salvagentisti del sabato pomeriggio, le scopate coniugali sempre il sabato pomeriggio, combatterò l'olio di ricino costituito da preghiere solo ricopiate, tradizioni familiari mai messe in discussione, combatterò le amicizie competitive, i guru del sapere con il bolo in bocca e Jimmy Page tatuato sul culo, combatterò quelli che chiedono se ti hanno fatto godere, combatto da sempre quelli che cercano di conoscerti partendo dai loro preconcetti, senza smuoversi dai loro pantani, dal loro fango misto a seme, polvere di religione e pessimi best seller consigliati da qualche amico imberbe.
Sono umanista, non super-umanista. I poteri speciali vanno combattuti.

L'altra notte (mi piace scrivere “l'altra notte”, è vago e affascinante) non ho dormito niente. Forse un'ora, credo dalle quattro alle cinque. Ero andato a sottrazione tutto il giorno, avevo smontato idee, sensazioni, certezze, orientamenti, pensieri fissi, alibi brevettati, avevo persino cambiato musica abituale e provato persino a non muovermi come un mancino. I mancini si muovono diversamente da destri e ambidestri, guardano diversamente, pensano altro. I mancini sono sempre fregati.
Alle cinque ho riaperto gli occhi. Stanchissimo. Fuori, buio. Ho tirato su la tapparella, ho biascicato qualcosa, ho indossato i pantaloni per andare a fumare sul balcone.
Dopo due tiri, ho sinceramente pensato che mi sarebbe venuto un infarto. Il giorno prima avevo fumato troppo. Mi sono condizionato. Poi ho riflettuto sul fatto che morire all'alba sarebbe romantico, in fondo. Mi sarei accasciato sul balcone, con il braccio sinistro sulla ringhiera e gli occhi contro il cielo, nell'ultima offesa di non vederci Dio o i suoi ambasciatori. Che pezzo di merda, fino all'ultimo respiro.
L'infarto non mi è venuto. In compenso, mi sono seduto al centro del balcone, a fissare il cielo che schiariva e le finestre chiuse. Dopo mezz'ora sono comparse le rondini e mi sono ricordato di alcune canzoni.
Una era “Beautiful songs you should know” dei No-Man. L'ho fischiettata mentalmente. Canzone languidissima, pericolosa. Bellissima.
Poi mi sono tirato su, e nel farlo ho pensato -neutralmente, una volta tanto- che era finita. Non nel senso di morire. Finita la vecchia vita, i vecchi argini, tantissimi rapporti, milioni di suggestioni.
Finite certe comodità di pensiero, di superficialità. Finita la giovinezza, sul serio.
Finito pure il romanticismo decadente, il sapore di ferro e dolore secco, trasformato il sogno della scrittura e cambiato in peggio il sapore delle mie labbra, per me e per gli altri.
Mi sono detto che mi aspettano nuovi dolori, piuttosto vicini nel tempo, mi sono chiesto se credo di avere le energie necessarie per sopportarli. Sono abituato al vuoto che gestisco io, non a quello che la vita mi offrirà come nuova casa.
Ruberò ancora e ancora quella grazia divina che non conosco, allora. Per trovare fiori, strade, cunicoli, incubi rapidi e indolori, tentazioni senza tentacoli, luoghi di confino che non siano turistici.
Chissà come e quando cederò, e perché. Quante bugie dovrò ancora raccontarmi per
continuare a sentire in bocca questo gusto strano di fuoco mai spento eppure fatuo, questa voglia di vivere violenta, devastante, che pure prendo a calci, profano e stuzzico come un maniaco, un piromane, un coglione.
Però è finita. Davvero finita. Ne sono consapevole.
Da quel momento, alle cinque del mattino di un giorno qualsiasi, tutto è e sarà improvvisazione, istinto e reattività, pensare, tentare, rischiare, farsi male, selezione, le verità parziali che farò mie, i contatti che mi trapasseranno da parte e parte come uno stuzzichino a una festa sbracata.
Gli equilibri precedenti sono spezzati. La mia storia personale e familiare è lontana, più di un dolore cristallizzato nel tempo. Dimenticherò pure delle voci, oltre a certe manie.
Cercherò, seriamente, professionalmente, di essere finalmente un misto tra un fantasma, un guerriero, un lupo, un imbecille e uno che prova ancora a comunicare.
Mi gioco contro ma mi alleno seriamente per smentirmi. Se non mi viene un infarto prima, naturalmente. E di cosa sia l'amore, come definizione intendo, non me ne frega assolutamente niente.
Neanche nei cruciverba fanno questa domanda. Non l'hanno mai fatta.


©Luca De Pasquale 2017



12/09/17

Labbra fermate dai vetri


È iniziata una nuova stagione. Come se si dovesse tornare a scuola.
Fa di nuovo buio presto, le insegne accese dei negozi la sera hanno di nuovo senso, è tornato anche quel senso di fretta nel ritirarsi a casa che finisci per notare nei passanti.
Stasera il cielo sembra custodire qualche segreto inaccessibile. Ha qualcosa di languido, di lento e pastoso.
Oggi ho perso un'asta online per una rivista cui tenevo molto, un vecchio numero di Prog, la rivista inglese specializzata in rock progressivo, dedicato alla scomparsa di Chris Squire, correva Settembre 2015.
Il numero era riapparso dal nulla su ebay. Non sono stato veloce. Si trattava di un acquisto simbolico, perché la morte di Chris me la ricordo benissimo: per me si trattava della fine di un'era.
Quest'estate ho riascoltato a lungo gli Yes, è stato come un tuffo all'indietro. A ripensarci, mi sono reso conto di quale valore trascendente davo al mio stupore nell'ascoltare le assurde geometrie bassistiche di Chris, uno capace di far cantare il basso durante un intero brano, come una voce altra eppure sempre connessa al resto della costruzione sonora, dell'impasto (e con gli Yes la parola impasto rende bene l'idea). Un vero genio, al di là dei gusti: è un dato oggettivo, non soggettivo, una volta tanto per acclamatio populi.

Ho anche comprato un salvadanaio. Non so bene a cosa mi servirà. Ci infilerò delle monete di piccolissimo taglio e forse lo aprirò a Natale, scommettendo su che cifra io possa aver accumulato. Mi piace acquistare salvadanai ogni tanto, mi danno l'idea che si possa archiviare e limitare ogni forma di sperpero. Proprio ieri scrivevo che gli oggetti non servono a nulla. È mio destino contraddirmi, come è destino di tutti gli uomini.
C'è una strana calma stasera, mi sembra di essere un tipo tranquillo, misurato. Una sensazione inedita e in tutta probabilità ingannevole.
Del resto, non si può sempre pensare e provare sopra le righe. Poi uno si stanca e inizia a cercare differenti emozioni, azioni di sponda, movimenti il cui risultato finale non può che essere una rifrazione. O un'ombra. O una bugia insapore da cuocere in forno mentre si fischietta e si fuma.

Ho guardato delle offerte di lavoro. Ho avuto l'impressione, che ora si sta allargando, che avrei dovuto essere io a pagare gli inserzionisti. Se mi fate lavorare posso darvi cinquecento euro in anticipo. Così avrei dovuto esordire, per potermi giocare qualche chances.
Un tempo si girava con Fieracittà e Bric A Brac: era l'abito di cerimonia che tutti quelli senza lavoro esibivano indomiti per strada. Per anni, prima di trovare un lavoro fisso, ho preso numeri da quei giornali. Telefonavo già scettico e se la conversazione non mi convinceva o troncavo subito oppure rilasciavo false generalità. Il nome prescelto per quelle grottesche situazioni era Teucro Esposito. Ho telefonato senza volerlo a un regista porno, a una coppia di scambisti, a Pordenone credendo fosse Roma, ho parlato con squisite vecchiette, ineffabili stronzi, pappagalli umani che usavano il famoso e osceno “un attimino” e anche il “piuttosto che” in funzione comparativa o di congiunzione.
In più di un caso, alcuni interlocutori si irritavano addirittura quando scoprivano che chi li stava chiamando non disponeva di regolare patente di guida. Sembrava un atto oltraggioso di lesa maestà. Non erano pochi quelli che mi sbattevano il telefono in faccia dopo avermi chiesto se ero automunito: “No, non ho la patente”
Lei fa sul serio?”
Sì, ma sono normale”
Segnale di occupato.

Qualche mese fa ho parlato con uno che doveva farmi entrare in una cartoleria. Non era convinto per la mia età. Non so perché volesse per forza un giovane in cartoleria. Allora io gli ho detto che avevo charme.
Come?”
Ho charme, quando voglio”
Ma qui non siamo a teatro”
Che c'entra il teatro? Potrei vendere matite, biglietti augurali e gadget anche non originali con un fare ricolmo di charme. Posso affascinare, mi creda, se usato bene”
A noi serve una persona di buona volontà”
Io ne posseggo. E ho charme. Glielo ripeto: posso raccogliere simpatia tra i clienti. Dispongo di un sorriso malinconico, di un inutile buon eloquio e non rubo penne da qualche anno”
Nel caso le faremo sapere”
Non disperda il mio charme, ne morirei”
Arrivederci”

Mi aspettano altri colloqui paradossali. Altri interventi scomposti di posticci deus ex machina, a parole in grado di farti entrare anche nel culo stretto di un animale selvatico. Qualcuno scomoderà ragioni psicologiche sottese per queste difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro, ci sarà chi parlerà di “rimboccarsi le maniche” o “tutelarsi” senza sapere di cosa si sta parlando e di che partita si gioca. Ancora, qualcuno alluderà, ça va sans dire, ad un “approccio positivo” alla vita e al lavoro; io inizierò a toccarmi i capelli, a respirarmi nelle mani, probabilmente riaccenderò lo stereo nella mia mente e lo posizionerò su quel punto di “Heart of the sunrise” degli Yes in cui il basso di Chris Squire inizia a cantare, lasciando scomparire il mondo.

È solo questione di fortuna. Di diplomazia pure, ma in un secondo momento. Non c'è tanto da allarmarsi. Qualcun altro al mio posto si cagherebbe addosso, chiamerebbe sodali e comparse ogni giorno chiedendo una mano. Io non la reputo una scelta adeguata e comunque non pagherebbe a lungo. Se qualcuno vuole chiamarmi per farsi quattro risate con le mie presunte arguzie o farsi raccontare di qualche bel viaggio, quel qualcuno resterà deluso. Può formularsi, sempre quel qualcuno, i giudizi che preferisce: la cosa non mi riguarda in nessun modo.
Sì, sono stato malaccorto, duro, disattento, poco furbo, non conciliante, ma cercavo altro. Altri percorsi, altri linguaggi.
Oggi dire la verità per quella che è, ammettere di poter scrivere il fatidico romanzo del giovane povero, viene preso per un piagnisteo. C'è da ridere.
I tanti che hanno molto più di me si producono in piagnistei di entità nettamente superiore, mi si creda in parola. Mi surclassano anche quando sono svogliati.
Nessuno ha colpe. Nessuno gestisce la verità. Non io, non gli altri.
Io cerco altro. Altre stelle, forse emozioni da inverno perenne, mani che bruciano, labbra contro i vetri, tenerezze da scongiurare, addii da non riprodurre mai in pubblico. Niente, purtroppo, che abbia molto da spartire con il benessere economico. Semplicemente è un altro gioco, che facilmente si vuole confinare in sottoinsiemi di pensiero facile come il nichilismo, il vittimismo e la disposizione a perdere.
Sono parole. Sono labbra che si muovono nel vuoto, nel sentito dire, senza un vetro che le fermi, senza la pioggia che finalmente le cancelli.


©Luca De Pasquale 2017