30/08/17

Un errore semplice


Nella marea di roba di merda e commerciale che ci arrivava in negozio per “il gusto di massa”, il 31 maggio 2010 scorsi nelle cassette grigie dei cd una copia, dico una sola, di “We're here because we're here” degli Anathema.
Scaraventai per aria tutti i pannelli pubblicitari di Amici, dell'ennesimo cantante lirico in punta di papaveri e della majorette maggiorata di turno e mi accaparrai quella misera copia, chiudendola a chiave nel cassetto che recava l'inquietante scritta “LUCA DISCHI – RISERVATO”.

Già, perché io ero “Luca Dischi” e pensavo che quella qualifica mi sarebbe rimasta appiccicata tutta la vita. Quel giorno lavorai di lena, come al solito non vedendo l'ora che il turno finisse per dedicarmi alle cose che amavo.
Ma non riuscii a resistere oltre le 15, orario in cui, appena rientrato dalla pausa, scartai il cd e lo ascoltai in una delle cuffie semoventi per l'ascolto dei clienti.
Grande disco, ma la sorpresa che ero certo mi aspettava raggiunse le mie orecchie alla traccia sette, “A simple mistake”. Un pezzo semplicemente stellare che mi confermava una volta ancora il mio legame con gli Anathema, legame basato su consonanze di malinconia, rarefazione e sogno.
La voce distante e espressiva, la chitarra arpeggiata, il basso “lungo” e fondo di Jamie Cavanagh, tutto tornava. Avevo il mio pezzo del 2010, lo avevo trovato neanche a metà anno.
Spesso certi amori si nutrono di un qualcosa che ai più sembra contorto, e cioè il coefficiente di pura malinconia, quella specie di angelo con una sola ala che sorvola gesti e slanci senza deturpare.
Ascoltai “A simple mistake” tre volte di fila, poi venni richiamato all'ordine dal solito vigile, un impettito francese dal cocktail facile. Poco importava: avevo il pezzo, avevo l'energia della malinconia utile.

Cosa mi capitava in quei giorni del 2010?
Tornando indietro con la memoria, ricordo effettivamente poco. Ricordo caos, molto caos, troppo. Non ricordo pulsioni e desideri, tabula rasa. Quel che è certo è che non avevo voglia di scrivere, in quel periodo. Il 2010 fu un anno di ricostruzione personale, chiaramente con i miei parametri, che sono spesso al rovescio. C'erano dei colleghi che si stupivano del fatto che non volessi uscire con la loro comitiva, la cosa passava come un affronto. Ma io la sera avevo voglia di tornare nel mio mondo, dalla mia gatta, tra musica e libri. Non volevo la pizza, non volevo il vino e neanche numeri di telefono.
Tutte quelle ore in negozio, assediato dalla gente, sembravano togliermi una grossa parte della mia vita e persino del mio tempo interiore. Uscito da quel casino di musica sparata, richieste incessanti e gentilezze coatte, avevo solo bisogno di rifugiarmi, non di distrarmi.
Molti colleghi volevano uscire di sera nella speranza (spesso vana) di fottere, di tradire le loro annoiate compagne o anche solo di cementare l'unione amicale veicolata dal lavoro. Ai miei colleghi piaceva andare a mangiare fuori, a me no. Non mi piacciono le comitive, l'ho sempre ammesso con ingenua sincerità. Non mi piacciono i contesti allargati. Non concepisco l'idea di andare in un posto dove non distingui la voce di quello che ti è seduto di fronte. Meglio la dimensione a uno, massimo a due. Possibilmente lontani dal rumore, dal chiacchiericcio, dalle amabili conversazioni stentate e di maniera.
So che alcuni legami sentimentali sono finiti (anche) per questo, ma non sarei mai cambiato e lo dicevo subito.

Del 2010 ricordo poco, insomma. Un paio di relazioni deludenti, e poi un semplice errore che ho condotto per mano -e con dolcezza- in una discarica di sogni che però ricordava un giardino pensile. Se proprio mi sforzo, ecco che mi torna in mente che ero indietro di un fitto con la proprietaria, ed è per questo che la blandivo vergognosamente con parole eleganti e modi affettati.
Si era rotto lo scaldabagno, un rottame che stava lì credo dalla costruzione del fabbricato. Non lo feci riparare. La mattina doccia gelata e sguardo acceso al primo schizzo, poi caffè, sigaretta e sciocco senso del dovere.
A ben pensarci, ricordo anche che nei mesi estivi si presentò in negozio una ragazza piuttosto attraente, alla quale alcuni colleghi dissero che io ero uno scrittore, potevo consigliarle un libro esistenzialista o sofferto.

Ciao”, disse la fata, “sei tu lo scrittore?”
La soppesai per trenta secondi, non di più. Era bellissima, ma non somigliava ad un sogno. Provai la sgradevole sensazione di potermi imbarcare in una di quelle situazioni pericolose e destinate a un piacere sensuale e seduttivo pagato a prezzo altissimo, con devastazioni del cuore e la parte insana della malinconia, quella neanche alla portata degli Anathema e delle loro canzoni.
No, mi dispiace, non sono io... ha smontato alle 17e30... mi dispiace”.
La parte più virile della mia persona, spesso tirannica e cieca, mi diede dello stronzo e anche del frigido, ma ero contento così.
Magari mi fossi regolato in questo modo anche in altre situazioni. Tanti semplici piccoli errori fanno un disastro, e forse uno stile di vita.


©Luca De Pasquale 2017




Nessun commento:

Posta un commento