08/08/17

Stelle che giocano a morire


Quante cose si finiscono per sapere se si resta un po' soli.
La Notte

Bloccato dal mal di schiena, mi rassegno subito al tipo di giornata che trascorrerò.
Alle cinque di mattina guardo la strada dalla finestra della cucina. Deserta, percorsa da una coltre di umidità visibile. La luce di quest'alba è diversa dal solito, ancora più esistenziale, ancora più necessaria.
I miei movimenti sono lenti, scomodi. Uso solo la parte sinistra del mio corpo, che poi è quella che preferisco. Dovrei prendermi cura. Dovrei.

Infine, a mezza mattinata, scendo. Non zoppico, ma faccio attenzione a dove metto i piedi. Non incontro nessuno fino ai primi negozi. La sigaretta sa di Tachipirina anche se non l'ho presa.
Ho voglia di rileggere “Fame” di Hamsun, per l'ennesima volta. E “Solo” di Strindberg, manifesto lucidissimo di un'anima discosta dal proprio sguardo.
Ho anche il desiderio di rivedere “Il grido” di Antonioni. Voglio scendere un'altra volta nella storia di Aldo, l'uomo errante, l'uomo inquieto, l'uomo che non sa ricominciare. Ricordo benissimo che la storia conduce al suicidio del protagonista. Un suicidio inevitabile. Del film mi è rimasto impresso quasi tutto, compreso un grande Steve Cochran -recitazione a sottrarre- e una bellissima, sofferta Dorian Gray, sognatrice frustrata, benzinaia delusa.

Non so chi mi disse che “Il grido” era un film deprimente. Bene, vaffanculo, allora. Mi hanno scocciato quelli che giudicano deprimenti le storie non consolatorie, che non prevedono -sarebbe oltraggioso, nel caso di questo Antonioni favoloso- il lieto fine con redenzione e riscatto dell'uomo.
Mentre cammino, il dolore mi attraversa la schiena, si sposta davanti, poi capricciosamente blocca il collo a destra. La mano destra mi brucia dentro. Io mi brucio dentro e va bene. Il dolore fisico elimina lo zucchero dai giorni lenti, sintetizza la sensibilità in un tentativo goffo di afferrare qualcosa che ti sfuggirà comunque.

Entro in un negozio dove al banco c'è una donna straordinariamente erotica. Tutto in lei è erotismo, promessa di inconfessabili piaceri, che siano immaginati o applicabili. Mi fa una battuta sul caldo che non capisco, sono confuso dal dolore. Ho dimenticato gli occhiali a casa e ho i capelli bagnati.
Quando esco dal negozio, mi viene da ridere. Perché non ho provato niente, perché non ho raccolto la battuta. Perché questa passeggiata sta proprio a mezza strada tra lo Strindberg solitario e l'Hamsun che amo di più, quello che ha fame, ferito e marchiato da Christiania, vagabondo come l'Aldo di Antonioni.
Mi sento vagabondo da sempre. Anche quando sono stanziale. E anche il vagabondare nelle mie emozioni non è uno squallido atto di autoerotismo mentale. Ha una valenza addirittura opposta. Perlustrandomi mi allontano dal centro, alla fine mi evito. Affondando nella mia stupida sensibilità sempre accesa finisco per schiudermi al resto. Funziona così, quando non gioco troppo al massacro.
Esito di fronte all'edicola. Alla fine non compro il giornale.
Esito di fronte alla farmacia. Alla fine non entro ed è meglio così.

Nel pomeriggio lo stato dei dolori peggiora e quindi mi dedico a quello che avevo localizzato al mattino, Hamsun e Antonioni.
Non mi intristisce né il libro di Hamsun né “Il grido”. Assisto, partecipo, fumo qualche sigaretta in più, mi bagno continuamente i capelli, non guardo fuori.
Ho una guardia armata che sorveglia il mio cuore da una stanza attigua, lo sorveglia con severità, evitando sbalzi, capricci, evitando colpi di stato al calare delle tenebre e fantasie di vagabondaggio che so bene dove vanno a finire, in quel mare senza barriere e senza boe che è lo scenario adatto per interpretare la stella che gioca a morire.
Non ho mai concepito le stelle fisse, purtroppo. Per me le stelle cadono e poi annegano.
Cadendo, amano. È un grido breve, dignitoso, confina con il coraggio, sbava nella morte.
Retorico, pomposo, maledettamente vero e inevitabile. Fine delle trasmissioni.

©Luca De Pasquale 2017













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