04/08/17

Spaghetti scotti all'ombra di William Blake


Aspetto che arrivi il mio piatto di spaghetti. Fanno schifo. Collosi, con pomodoro acido. Il cameriere è arrogante e odioso.
La sera fuori è lenta. La compagnia non mi stimola come dovrebbe. Si tratta di chiacchiere da occhi cisposi, deriva di agosto.
Una serata che si basa, come tantissime del resto, sulla mera elencazione delle proprie abitudini e delle sponde familiari (lavoro, amore, amici, hobby) cui si ricorre per non invecchiare troppo velocemente e male.
Mi sento trattenuto. Non posso comportarmi come vorrei. Quasi mai posso comportarmi come mi verrebbe naturale. Percepisco una gabbia nelle relazioni sociali; per quanto alcune volte le sbarre sembrino dorate, non c'è scampo comunque.
Non esiste luogo al mondo -se non la scrittura, che mi divora e che mi ucciderà presto- in cui io possa davvero esprimersi per come sento e come sono.
Non si tratta di dire o meno parolacce, non si tratta di essere sconveniente o erotomane o quel sovversivo che ho sempre faticosamente tenuto sotto chiave. Non è questione di palesarsi. La questione riguarda la libertà d'impulsi, e anche la mia necessità di disfarmi di qualsiasi morale, quale che sia la sua provenienza e il suo applicarsi.

Stasera, in questo merdoso e caro ristorante estivo, i miei convitati al desco sono gabbie. Niente di più e niente di meno. Non posso comunicare niente di me che non sia inquinato dal buonsenso, dallo scrupolo di distanziarli in modo urticante, non posso andare a ruota libera.
Devo mentire.
Mi fa comodo assecondare l'immagine che loro vogliono avere di me. Ne innesco la continuazione, mi guadagno la loro untuosa benevolenza.
Mi fanno pena e paura, perché hanno tutti terrore di crollare. Quattro vecchi amici che si cacano addosso. Non posso dar loro completamente torto.
Vorrei poter dire, con sincerità: “Tra il barcamenarsi in questo modo e l'autodistruggersi, io sceglierei la seconda strada”.
Non amano le loro mogli. Si fotterebbero volentieri ragazze più giovani, stilizzate e cristallizzate in ricordi adolescenziali estrapolati da “Le Ore” e testate simili. Sopravvalutano la forza dei loro genitali, della loro resistenza, del loro charme.
Si dicono di sinistra, ma sono solo dei pallidi antagonisti di non si sa bene cosa. Stasera tre sono renziani un po' critici e uno è diventato pentastellato, per cui con lui non parlo di nulla che non sia calcio, musica e fica.
Dicono di vivere per i figli. D'accordo. Ma vivendo per i figli si sono annullati come persone. Non sono più interessanti, non hanno alcuna scintilla decente nei loro sguardi. Sono sommersi da responsabilità, da rimbrotti, dal complesso penalizzante di non dimostrarsi dei pater familias degni.
Il massimo sbaglio che possono compiere è scoparsi una vecchia compagna di scuola e lasciare che la moglie e i suoceri scoprano tutto. E poi farsi perdonare, mescolando revanscismo sentimentale, una propensione al defilippismo televisivo e qualche mollica di autocommiserazione.
Non li disprezzo sul serio, no. Ma li vedo prigionieri, soggiogati, in evidente declino quanto a soffio vitale.
Vorrei riuscire a spiegare loro cosa intendo per autodistruzione controllata, non prima di aver lanciato il piatto di spaghetti scotti sulla cornice che hanno appeso in questo posto con foto dei pizzaioli in compagnia di Mastella, uno che ha vinto il Grande Fratello special edition cerebrolesi e l'immancabile scrittore/attore di cassetta, sempre in tenuta da slurpata di chiappe.
Vorrei sentirmi a casa con loro come tanti anni fa, ma ormai ci siamo persi.
Sono in rotta di collisione con una società/sistema che mi fa orrore, di cui loro fanno parte a pieno titolo. Trovo che le loro divinità siano costrittive, infanganti e dittatoriali. La loro calma acquisita svilisce tutto e mi fa costeggiare le zone più impervie e oscure della mia anima, quelle che persino la carta non può conquistare.
Cadrò anche stasera nella gentilezza, e rinuncerò a dichiararmi in rottura, avulso dai loro meccanismi, dalle loro preoccupazioni, dalle loro facciate.
Un po' come quando, fino a qualche anno fa, finivo per costruire delle relazioni partendo invece con il solo proposito -per giunta legittimo- di dare e ricevere piacere e poi basta. Senza presentare le famiglie, gli amici e quant'altro. Solo piacere e poi solitudine.
Mi sento un ladro in mezzo a quattro vecchi amici carichi di nostalgie disinnescate, nostalgie radiocomandate e dolci per necessità, alla fine dei giochi nostalgie ipocrite e impotenti, come le loro voglie inconfessate di farselo succhiare da un'oca vestita da troia, le loro fantasie erotiche post-borghesi e pre-nulla.

Mi fanno pure i complimenti, mi trovano “equilibrato”, “consapevole”, “responsabile”. E allora io sono un baro, un bugiardo, un buffone di corte, un saltimbanco capace di pigiare sul tasto della notte dell'anima per allontanare un'altra pericolosa immagine, quello di uno ormai pronto a qualsiasi movimento.
Oppure sono semplicemente cresciuto, sia pure con evidenti difficoltà e con una goffaggine da Nosferatu liofilizzato. La verità è che ho accettato la farsa anche io, ma quale maestro di cupe libertà, anche quella è solo una suggestione. Non posso illudermi di vivere in un dipinto di William Blake, non posso illudermi ancora di essere una zattera di puro e inservibile amore al centro di una notte non misurabile.
Sono piccolo, ferito, messo alle corde, libero sui tasti ma trattenuto negli stimoli vitali, nelle azioni di guerriglia, nella memoria del mio futuro caotico.
Più mi allontano dalla società civile, più riesco a essere gentile, convincente, affabile in questa deriva dalle luci soffuse, le stesse luci che si profilano ideali quando ti accorgi, in un punto imprecisato del tuo respirare, che la pace ti manca più dell'acqua e questo accentuerà gli agguati, le rivoluzioni con epiloghi sanguinosi, gli addii senza onde, i lutti senza contabilità.
Vincono dunque loro con le loro paure di sbagliare, perdo io, perdono gli spaghetti e -manco a dirlo- vince questa notte luciferina, trentasette gradi all'ombra lunare del fantasma taciturno di William Blake.

©Luca De Pasquale 2017


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