31/08/17

Notturno


Le famiglie con i bambini si salutano nel parco, ciao a domani, baci e grazie di tutto.
Ultimo giorno di agosto. Si sente nell'aria. C'è odore di pioggia, neanche ipotizzabile al momento. Eppure è proprio odore di pioggia autunnale.
Il mio corpo è stanco. Oggi ho buttato molta roba. Sono giorni che continuo a farlo. Non sono per conservare.
Ho aperto cassetti, vecchi armadi, valigie, ex luoghi segreti, ho letto carte, documenti, ho trovato foto, giacche degli anni settanta, gli occhiali di mio padre. In una casa vuota e a tratti silenziosa, ho deciso cosa doveva continuare a vivere e cosa doveva sparire.
Un tempo provavo quasi gioia nell'eliminare roba. Adesso lo faccio come un contabile, attento ma indifferente.
Mentre continuo con queste operazioni c'è la luna alta in cielo, cerchiata d'acqua.
Tra poco più di un'ora non si sentirà più un solo rumore in tutto il circondario. Solo il fruscio della carta che riduco in coriandoli, il crepitio della sigaretta. Di notte si lavora meglio. Di notte riesce tutto meglio. Non ti guarda nessuno, nessuno ti percepisce, tu stesso finisci per ignorarti, e procedi più facilmente.

Mi chiedo quali saranno le parole che userò di più a settembre. Me lo domando mentre straccio carte su carte, comprese alcune cose che avevo dimenticato di aver scritto. Non ho una gran voglia di parlare. Quello che sento lo scrivo. Non tengo i giri minimi di conversazioni di rimando.
Descrivere com'è il proprio terrazzo, accennare alla propria banca, informare qualcuno che ti piace il pan di spagna e la pasta al dente, disquisire su marche di sigarette, pratiche sessuali, accostamenti tra politica e religione, confronto tra Chrome e Mozilla e via dicendo. Non tengo i minimi giri.
Forse solo dopo qualche ora, sempre di notte, potrei iniziare a dire qualcosa. Prima di parlare bisognerebbe guardare la luce che accompagna, rendersi conto degli odori, scegliere gli sguardi che si vogliono, non darsi in pasto a chiunque. Si deve avere il tempo di abituarsi alla propria voce e a quella altrui.

Fermo la mia opera di eliminazione, domani farò il funerale agli scarti che ho selezionato. Sono stanco ma tranquillo.
Quando mi è stato proposto di inventariare cantine e soffitte stracolme di dischi mi accordavo prima sul quando e poi sulla mia tariffa.
Posso lavorare di notte?”
Oh, come vuoi, tanto devi andare in garage”
Benissimo, grazie. Sono centocinquanta. Va bene se mi presento alle 23?”
E resti fino al mattino? Ma sei sicuro?”
Alle sei sarò fuori”
Adoravo uscire da questi palazzi sconosciuti della città alle prime luci dell'alba, stanco e impolverato ma sotto quel bagliore cauto che ogni alba contiene in dosi da non sperperare.
Quattro-cinque vinili in regalo sotto il braccio, sigaretta in bocca e caccia al primo bar aperto.
Cornetto, sorriso da Nosferatu all'assonnato barista e poi a casa a dormire.
Sì, si può parlare. Non per obbligo, non per contratto.
Si dovrebbe parlare di notte, quando il mondo cessa di segnalarsi, e all'alba, quando pochi hanno il coraggio di ritrovare il loro nome e la loro storia.
Chi dorme fino a tardi perde forse l'unica prova dell'esistenza di un Dio, per quanto distante, perde l'eco e la vera voce che cacciamo da dentro, lontani, addirittura non pervenuti all'appello delle sempre più deludenti prove di normalità.


©Luca De Pasquale 2017


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