27/08/17

Non mi cucinerai



Mi sono rassegnato.
Ormai parlano tutti di cibo. Il cibo è il business, è la salvezza. Si vive attorniati da esperti chef, assaggiatori, cucinisti creativi, degustatori di pesce azzurro, architetti dolciari, spadellatori, eccetera. Gli itinerari del gusto perseguitano il più svogliato dei viaggiatori, se è costretto a cercare informazioni anche su un semplice bed&breakfast.
Considero il cibo come una necessità per sopravvivere. Non altro. Faccio uno sforzo enorme ogni volta che qualcuno inizia a farmi una lezione su salse e verdure, e lo sforzo consiste nel non rispondere sgarbatamente come mi verrebbe, “fermati qui, non me ne frega un cazzo”.
La metà delle persone che conosco si è reinventata esperta di cibo e di preparazioni fantasiose dello stesso. Bravi, furbi: hanno seguito il trend. Dove se magna c'è sempre qualcosa da guadagnare.

Se c'è un tipo di persona che non sopporto, oltre a coloro che esibiscono volgarmente privilegi e quelli che vivono sotto i tetti di religioni costrittive e cieche, è quel tipo di uomo che ti ritrovi a un'innocua cena con vecchi amici e che reputa opportuno spiegare a tutti i convitati come cucinare l'astice con l'alkermes. Perché questi soggetti hanno qualcosa di estatico e di insopportabile, oltre che orrendamente didascalico, nel farti credere che se cucini e mangi bene allora vivi e pensi bene. Lo trovo un assioma demenziale e destituito di ogni fondamento.
La verità è banalissima, stringente: se sono uno stronzo non diventerò migliore mangiando tagliatelle paglia e fieno con capperi di Bordeaux. Resterò uno stronzo.

E poi, basta con questo collegamento cibo/sesso, ancora più vizzo e insignificante del binomio amore/morte. Ma siamo ancora fermi alle fragole in bocca e al replay casereccio di “Nove settimane e mezzo”? Siamo rimasti cristallizzati ai cubetti di ghiaccio nell'ombelico e la frutta sulle labbra socchiuse in attesa del coito definitivo?
La cena di ieri sera è stata un supplizio per la presenza di “Coco”, l'attuale compagno di una mia ex compagna di università, Tascia. Lei ce lo ha presentato come “Coco” e lui l'ha confermato, “piacere, sono Coco”.
Stringendogli la mano ho pensato “ma piacere un cazzo, che significa Coco? Per cosa sta Coco? Per Gennaro, per Antenore, per Massimiliano? Per Federico?”
Poi, dopo neanche un quarto d'ora si è capito che questo Coco poteva fregiarsi della qualifica indimostrabile di “homemade creative chef”.
Il tizio, uno alla moda con barba taliban, tatuaggi e occhiali da vezzo, ha iniziato a commentare qualsiasi cibo, comprese le patatine fritte e l'acqua minerale. Il mio fastidio cresceva con il passare dei minuti e mi è venuta una gran voglia di litigare con lui. Anche perché ha condito le sue osservazioni culinarie con un lunghissimo elenco di posti che lui e Tascia hanno visitato e dove lui ha appreso i rudimenti della cucina locale.
Ho cominciato a fumare nervosamente, a toccarmi i capelli, a guardarmi intorno. Avevo voglia di fargli male. Non mi costa nulla ammetterlo.
Poi ha commesso l'errore. L'errore. Il commento classista. Quello che non perdono mai. A nessuno.
Toccandosi la barba, avvolto dallo sguardo innamorato di Tascia (che, va detto per onestà di cronaca, ha sempre scelto delle teste di cazzo per rifiorire e forse per compiacere la madre), Cocazzo ha detto: “Del resto, amici, dirò l'ovvio ma per mangiare bene e per vivere bene una compattezza economica è irrinunciabile... penso a quei poveracci SENZA MEZZI che non hanno mai potuto mangiare da Patrizio a Roccaraso, dove si cuoce l'unica pizza boschiva originale... se uno vuole godersi la vita deve sudare, altrimenti...”
Tu credi che uno che non può permettersi la pizza boschiva dal tuo amico di Roccaraso sia un poveraccio?”, ho ghignato, “ebbene, io credo che i poveracci siano invece quelli che rompono i coglioni con la storia del dove e come mangiare”
Ed è sceso il gelo, anticipatore del terremoto.
Non sto a raccontare frasi e frecciate, minacce e ritorsioni verbali, basti dire che Tascia e gli altri hanno creduto che stessimo venendo alle mani. Non ci sarei arrivato. Arrivare alle mani è pericoloso, vuol dire che il velo sugli occhi è sceso e che potrebbe succedere di tutto. Non so come, ricordo che è stata messa in dubbio la sua virilità, suppongo da me. Tipico. Se provocato, posso diventare molto sgradevole.
Pazienza. Non tollero questi sacerdoti del gusto, questi dispensatori di dritte epicuree. Sono arroganti e autoreferenziali. Credono di aver scoperto il Valhalla grazie a delle spezie e dei bulbi. Che se li infilassero a braccio meccanico.

Se qualcuno mi facesse dei biscotti, lo apprezzerei molto. Mi piace anche fare gli gnocchi in casa, non sono un totale animale. Sono di modiche pretese, per cui dopo essermi preparato un'amatriciana posso sentirmi pago per un mese. Anche se non bevo vino pregiato mi si rizza lo stesso e riesco anche ad essere romantico senza dover copiare sul polso citazioni di Paul Eluard. Dopo una buona pasta alla carbonara potrei addirittura iniziare a considerare la possibilità di ravvedermi eticamente su tanti aspetti.
Sono per le cose semplici e mai esibite. Non mi piace essere guidato, praticamente in niente, figuriamoci nel cibo. E non gradisco i toni avventizi e vaticinanti in generale.
La figura dell'esperto è sempre a rischio di tramutarsi in macchietta grottesca, per cui evito sistematicamente sapientoni letterari, masticatori di vecchi vinili (sempre gli stessi, alla fine: molti melomani non vanno oltre i musicisti famosi e dicono sempre le stesse cose), Salgari di provincia che viaggiano spesati da mammà, farneticanti scopritori delle meraviglie nascoste del mondo. Fotografa pure i cocomeri giganti che hai trovato nell'isola del Capitano Gimelstob, ma non osare venirmi a dire che quell'isola la conosci solo tu perché sei un grande spirito. Non osare vantarti. Di nulla. Con me, di nulla.
Mi piacciono le persone con un profilo volutamente basso, quelle che riescono ancora a tener presente il concetto base, quello di non essere nulla di così speciale da doversi tramandare. Mi piacciono le persone che parlano poco e bene.
Nessuna deferenza, questo per me è fondamentale. Puoi aver scritto ottanta libri, puoi guadagnare il quintuplo in un mese di quanto ho realizzato io in quarantacinque anni, puoi essere alla moda, non ti bacerò il culo. Non invidio quello che hanno altri: voglio solo che non venga sbattuto in faccia. Non discuto se uno è esperto o meno di qualcosa, ma nessuna lezioncina con la faccetta supponente. Non te la tirare, creperai anche tu.
Sono le mie leggi. Le rispetto.
Non mi cucinerai, Cococacacazzo.


©Luca De Pasquale 2017

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