14/08/17

Mosche sul muro interiore


Come più volte mi è capitato di scrivere e di ammettere, il 1985 fu per me un anno fondamentale, focale. L'inizio di tutta una serie di percorsi, di idee, suggestioni e anche ossessioni. Nel 1985 avevo tredici anni e tutti gli schemi semplificanti che avevo applicato fino a quel momento saltarono d'incanto, senza possibilità di tornare indietro.
In quell'anno scoprii la mia passione per la musica (e fino a dove poteva arrivare), la necessità di scrivere, le donne, quel mondo misterioso e irresistibile che sembrava chiamarmi in continuazione per indirizzarmi verso un'emotività puntualmente febbrile, sopra le righe.
Nel 1985 mi sentivo così in crescita, così soggetto a mutazioni e trasfigurazioni agognate, che ogni giorno assumeva i contorni di un'epifania, una scoperta estatica del mondo, delle sue lusinghe e delle sue trappole.
Già dagli ultimi mesi del 1984 avevo iniziato ad acquistare vinili. E avevo iniziato con l'hard rock, dopo un brevissimo passaggio pop.

Il 28 giugno del 1985 uscì un disco degli AC/DC che è stato molto importante per me, “Fly on the wall”. Detto senza girarci attorno, tale opera è considerata unanimemente una cacata devastante, una delle poche schifezze prodotte dalla grande band australiana. Non c'è un solo giornalista musicale, autorevole critico o acerbo e saccente blogger che non demolisca questo album. Posto da subito che questa attitudine a distruggere “Fly on the wall” non mi ha mai condizionato o impressionato, si tratta di un disco al quale sono legato da un rapporto affettivo inossidabile. Perché scatenò in me ragazzino un'adrenalina rock che per fortuna non ho mai smarrito. Mi piacevano quei suoni duri (che all'epoca mi apparivano durissimi, non immaginavo dove sarei andato a parare poi...), mi stuzzicavano le allusioni sessuali che intercettavo confusamente nei testi; in più quella dose di rock senza fronzoli contribuiva a farmi restare sempre in uno stato di eccitabilità difficilmente contenibile.
Sull'onda di quella dipendenza sonora, un giorno raggiunsi mio padre nel suo studio. Era il periodo in cui lavorava in casa per riprendersi da una violenta colica renale che lo aveva colpito a maggio.
Senza preoccuparmi di cosa stesse facendo, mi avvicinai a lui e alla scrivania, profferendo le seguenti parole: “Papà, volevo dirti che da oggi vivrò per tre cose: il rock, le donne e la scrittura”. Lo dissi con tono fiero e pomposo.
Mio padre non si scompose e mi guardò perplesso da sotto gli occhiali: “Bene, ora me lo hai detto”
Rimasi gelato. Mi sembrava di avergli rivelato qualcosa di fondamentale, di assoluto. Una verità assoluta dell'anima.
Decisi però di insistere: “Papà, il fatto è che adoro le donne. Senza le donne il mondo non avrebbe senso”
Hai ragione, ma questo non significa che bisogna essere smodati”
In che senso? Che vuoi dire?”
Bisogna essere equilibrati. Sobri. Uomini seri”
Quindi?”
Quindi le donne sono belle, ma è bene che un giorno tu ne ami solo una, non so se capisci”
Credo di sì, comunque le amo”
Va bene, ho capito. Adesso mi lasci lavorare? Devo trovare una cosa qui che mi sta facendo impazzire”
Me ne andai comunque soddisfatto, avevo detto quello che sentivo e ora potevo riascoltare a tutto volume “Fly on the wall” fingendo di suonare il basso (che, va detto per onestà, in quel frangente non è che identificassi più di tanto nel sound degli AC/DC).

Non so perché oggi ricordo questo episodio così ingenuo e quasi tenero, mentre vago nel deserto di Pozzuoli, incrociando bagnanti seminudi, un ubriaco, il ragazzo del supermercato e dei vecchi taciturni. Quasi tutti gli esercizi sono chiusi per ferie, la strada sembra una piscina di cemento da dove ti è permesso solo di scrutare l'orizzonte sbiadito del mare.
Sono giorni di solitudine e di riflessione. Non posso dire di patirli particolarmente, ho la mia autonomia e ci sono abituato. Scrivo quando mi gira. Invecchio con sincerità. Certe notti sono difficili perché quiete e residui di sogni non possono andare d'accordo più di tanto. Sicuramente non a lungo.
Non mi piacerebbe stare su una spiaggia a sudare e a parlare al telefono. E a proposito di telefono, non sto chiamando nessuno. Non sono tipo da s.o.s., la trovo un'abitudine da sciocchi che nasconde una squallida disperazione senza alcun valore interiore. Rimediare alla solitudine e al silenzio è da schiavi.
Sogghigno se penso che la maggior parte delle persone che conosco -e anche che non conosco- torneranno dalle vacanze più scontenti ed esauriti di prima, capaci di dimenticare in cinque minuti i passatempi estivi per riprendere quel pianto perpetuo di vita che si dice porti in dote microdosi di consolazione.
In questo mese assisto alle albe, ai tramonti, mi regolo sulla luce lunare, se il sonno non arriva mi attivo, se la malinconia mi travolge non vado a prendere il salvagente, divento blu come la luce migliore, pago i miei attori disoccupati perché recitino per me nei minuti vuoti.
E riprendo il rapporto con il mio corpo, mi rendo conto di avere le mani, le braccia, la bocca, mi accorgo che sono soggetto al caldo, al freddo, alla paura. Sono ancora un essere umano: la solitudine non mi ha mai corrotto, semmai mi ha rafforzato. Mi ha reso una strana fortezza affacciata sul maremoto, sta a me scegliere se organizzarmi in questo clima ostile o tuffarmi nei flutti oscuri che ringhiano sotto maledizioni troppo impegnative anche per me.
Sta a me organizzare il registro delle assenze e delle presenze, sta a me, ancor di più, non perdermi definitivamente. Per noia, per smania, per debolezza.
Fare delle vacanze, dei bagni a mare, non mi avrebbe cambiato nulla. Vallo a spiegare a quelli che danno fiato alla bocca senza aver lavato i denti o sistemato i fari su quel che resta della loro anima da predicatori impulsivi.

È chiaro che preferirei trovarmi altrove. Sceglierei una piccola città, un albergo piccolissimo, un altro nome per la mia faccia, persino un'altra faccia, sicuramente avrei provveduto a vendere il mio passato per poco, prima di partire.
Non mi cambierebbe niente nemmeno se a settembre dovesse uscire un mio nuovo libro. Non considero le pubblicazioni come dei progressi; in certi frangenti pubblicare si rivela un errore frettoloso, un inutile atto di presenza su una scena che vedo sempre più senza contorni e spesso senza alcuna dignità di fondo.
Chi si sente arrivato per qualche libro che va bene è un fortunato e, almeno secondo il mio punto di vista, uno che si contenta di poco. Non riesco ad eccitarmi se il mio nome circola un po' di più. Mi hanno detto che forse sono poco ambizioso e non credo nei miei mezzi. Tutt'altro. Forse sono fin troppo ambizioso, al punto da sbavare all'interno delle mie voglie, al punto da pretendere di poter dirimere questo flusso di tempeste che mi piacerebbe dominare, direzionare, rendere sogno continuo e forse, per questo peccato di superbia, autodistruzione.

Nel deserto torno a casa. Troppe mosche sul mio muro interiore, chissà. In una casa, al primo piano, un ragazzo grasso balla su una base di house commerciale che non andrebbe bene neanche per scopare a ritmo. Sotto casa una coppia di giovanissimi si filtra il cuore con le lingue impazzite, non li guardo nemmeno. Questo è un mese lento, abissale come la melma, la solitudine arriva come una dea a sancire la forza delle lontananze, e come una dea capricciosa mi riaccende la memoria, la propensione ai sogni faticosi, riportando a galla il mio vizio peggiore, quello di maneggiare l'anima senza aver letto bene le avvertenze.


©Luca De Pasquale 2017

Nessun commento:

Posta un commento