31/08/17

La solitudine del maratoneta fermo un giro


Se potessi scegliermi un'altra faccia, propenderei senza ombra di dubbio per quella dell'attore Tom Courtenay in “The loneliness of the long distance runner”, lo splendido film di Tony Richardson che affresca mirabilmente la sterile ribellione al sistema e la ringhiosa svagatezza degli angry young men del tempo.
Angoloso, affascinante e spesso livido, il volto di Tom Courtenay ha rappresentato un'epoca e un'urgenza di rivolta che sono entrambe scomparse nell'insipido minestrone che è la società occidentale di oggi.

Negli ultimi due anni ho letto e riletto tantissimo, in quanto ad arrabbiati, non solo inglesi. Saranno pure fuori moda per i lettori più assopiti, ma quei libri sono attualissimi, indubbiamente più sinceri di buona parte della poltiglia consolatoria e bassamente borghese (nonché soggetta al fetido stratagemma da ufficio marketing della trama gialla nascosta o meno) che ci viene propinata oggi attraverso ogni piattaforma possibile, a volte addirittura via il megafono interno al buco del culo.
È paradossale che in una società malata, di base ignorante e pressapochista, i nuovi scrittori sentano la necessità di consolare o far sorridere leggermente, e non di protestare. È la codardia di fondo -ma ben visibile- che rende uno scrittore poco più di un pezzo di ego palpitante ma carbonizzato.
E allora non venite a dirmi che Sillitoe, Osborne, Braine, Wain e gli altri inglesi oscuri non sono attuali, perché se c'è qualcosa che non rispecchia la realtà sedimentata di un mondo popolato da gente suggestionabile sono proprio i vari poliziotti di cuore, gli ex protestatari rincoglioniti e i borghesi più pigri, quelli che reputano scandaloso perdere molliche di privilegio strada facendo.

Vivo in una città che ormai è infestata da una retorica ossessiva e assai fragile in materia di rinascimento e ottimismo perbenista. Editori e scrittori del luogo non si discostano affatto da questa cattiva abitudine (e propensione), arrivando a cavalcarla con assoluto sprezzo di ogni coerenza e veridicità di contenuti.
Non li leggo i vostri libri divertenti, i vostri stucchevoli calembour studiati con cura e con l'editor che vi siede in grembo, le vostre affastellate antologie risorgimentali sono una zuppa indigesta di parole alla rinfusa, le vostre presentazioni in pompa magna sono la totale negazione di ogni forma di impegno a respirare davvero quel che accade. Difficile che io pensi diversamente, uscito da uno di questi eventi che vorrebbero essere alti e raffinati senza averne la stoffa, rispetto alla sensazione di aver assistito a un gioco privato e perverso, con meno sincerità di un'orgia, tra falsi iniziati che si fanno le pulci sulle pubblicazioni e che si cacherebbero addosso l'un l'altro se solo potessero.

Ed ecco perché sarebbe necessario, a prescindere dalle mie parole taglienti destinate al vento e a uno sparuto battaglione di dissidenti reali,  che io avessi le fattezze di Tom Courtenay, in quel leggendario film in particolare.
Perché quella faccia è un rifiuto di suo, è un “io non ci sto” che non deve ricorrere a pamphlet, attacchi frontali o altre strategie belliche. È un volto che non trovi nei consessi letterari attuali, più adatti a foulard, lupetti scuri, solenni e gratuite citazioni pittoriche o musicali, cosce depilate e accavallate, claque di idioti urlanti ed emotivi che si strappano i capelli solo perché lo scrittore seduto di fronte a loro ha azzeccato un'involontaria consonanza esistenziale con le loro vite.
Che sia chiaro: a quel tipo non gliene fotte un cazzo se ha colto un aspetto della vostra interiorità; gli avete comprato la copia? Avete fatto passaparola? Vi piacerebbe stare sotto di lui o dargli piacere mordendogli i capezzoli? Solo così fate il suo gioco e lo rendete felice. Ma se volete informarlo del fatto che vi ha descritto con le sue parole, ebbene perdete tempo.
Ci sono delle eccezioni, ovvio: ma io non mi occupo mai di quelle. Il bello esiste: solo che è nascosto. Andare a scovarlo può diventare lo scopo di una vita, è un'opzione da non trascurare.

E così stamattina mi ritrovo da solo per le strade, un po' zoppo per via della schiena, e mi accorgo che sono fermo a un giro da un po'. Sono rimasto senza ambiente di appartenenza, anche se so di non averne mai avuto uno. Sono un ibrido, sono un bullone quadrato che aveva già scritto il suo destino tondo e lo ha mandato a puttane. Non ho un ruolo in società e non posso dire che mi manchi. Non ho ricevuto grandi allori letterari e questo porta i superficiali a voler spiegare la mia rabbia, ma sono analisi corte da cabaret smutandato. Provassi rabbia per una cosa del genere sarei davvero la miseria fatta uomo. La mia rabbia proviene da molto più lontano, è diramata, spezzettata, combattuta. Non è ambientale o congiunturale, è esistenziale, ed è anche l'impotenza che provo di fronte a tutta la dolcezza che non esprimo, che devo ricacciarmi in gola. Da questo l'idea di essere un lupo ferito, senza branco, immagine che mi acquieta ogni volta. Stranamente.
Se dovessi dire chi considero i miei numi tutelari in fatto di scrittura, dovrei ammettere quanto io sia stato influenzato e forgiato dal pirata Luciano Bianciardi, da Sillitoe e compagnia e naturalmente dai soliti nomi che saranno la mia perpetua ossessione: Dagerman, Hamsun, Puskin, Céline, Genet, Bernhard. Non proprio degli esperti di diplomazia, uomini che non si accontentavano. Loro stelle immense, io terreno bagnato. Ma la cifra porta inevitabilmente all'oceano scuro, chissà quanto amando e quanto perdendo.

Oggi sono inquieto, nervoso nei movimenti, languido ma a sottrazione, quella fangosa sensualità delle ore che passano e il corpo che non chiede niente. Una volta scrissi un racconto dove confessavo di desiderare le fattezze dell'attore Patrick Dewaere, altra mia ossessione e fratello immaginario. Lo vorrei ancora oggi, certo, ma la faccia del maratoneta ribelle Tom Courtenay, in questo trancio di vita vissuto appeso al cielo di riserva meriterebbe lo sguardo di Courtenay. Questa, adesso, è la faccia della mia anima quando si specchia.
E mi si creda in parola, è una faccia che non schiuma rabbia, è una smorfia di resistenza di un'anima presa tra due fuochi: quello dell'ammutinamento definitivo e senza rimorsi e quello rappresentato da emozioni positive e curiosità e sogni e ancora destini da dover nutrire, tutto ingestibile e a carne viva come forse è già scritto. Stavolta non riuscirò a cambiare forma in tempo per non fare al caso di nessuno, stavolta andrò a formare un pezzo unico con quello che mi attende. Spero di non morire così e per questo, senza movimento io non valgo niente e senza diritto di espressione sono solo un giocattolo ben educato e un po' recalcitrante.
Amo e non amo, spengo e accendo, desidero e distruggo, spero e saboto, scrivo e mi ferisco, chiedo spazio e mi rintano, sorrido e perdo. Vivo.
La conosco, la spaventosa solitudine del maratoneta. Alcune volte è bellissima e lascia che un uomo non sia solo un caso a zonzo per le stanze della vita.
Vedremo.


©Luca De Pasquale 2017


















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