16/08/17

La percezione adulta del buio


Ai tempi di ginnasio e liceo gavazzavo con i miei compagni dal primo pomeriggio in poi.
Loro abitavano quasi tutti a Posillipo, ed ero io ad andare verso di loro: a casa mia non si poteva, mio padre lavorava in casa e non voleva che gli si rompessero i coglioni.
Trascorrevo interi pomeriggi e serate con i miei compagni di allora. Si parlava di tutto, dall'infinito alla musica, di ragazze, di viaggi che sognavamo, di ideali e persino di morte. Mi innamoravo continuamente, per cinque minuti, per due giorni, massimo per un mese. Capitava che le prescelte iniziassero a ricambiare, ma c'era qualcosa che mi frenava dal vivere una storia che apparisse in discesa. Mi piaceva soffrire. Mi piaceva quando le cose erano complicate, se non impossibili. Mi concentravo sulle ragazze già impegnate, sulle inavvicinabili. Ero un idiota. Non mi facevo avanti: piuttosto mi insinuavo. Lentamente, in modo anarchico e improvvisato, guadagnavo confidenza e poi mi sottraevo. Fu allora che iniziai a prendermi per il culo da solo, autodefinendomi “lo scrittore misterico”, misterico e non misterioso.
Si diceva in giro che scrivessi di notte. Era vero. Tonnellate di notti insonni e sigarette a diciassette anni. Dischi, caffè alle ore più disparate, quaderni pieni di una scrittura fitta e irregolare, da mancino. Da sognatore in panne.

Passavo le mie giornate fuori, per le strade di Posillipo, infine mi ritiravo a casa in piena notte, tornando a piedi. Spesso si trattava di vere e proprie traversate, e capitava che piovesse forte, che facesse un freddo boia, che facessi pure brutti incontri. Mi sentivo molto ispirato e drammatico. Appena tornato a casa preparavo la mia stanza per la scrittura (a mano) e il giorno dopo tra i banchi ero in catalessi. Non studiavo mai. Volevo vivere. Vivere e basta. Provare, tentare, prendere schiaffi, sognare come un pazzo e fare marce indietro dolorose. Mi sono fatto bocciare tre volte. Sono scappato di casa in modi rocamboleschi e ridicoli, tornando con la coda tra le gambe o come un avventuriero deluso, posa che mi piaceva mantenere per qualche giorno.

Ho scritto moltissime lettere a ragazze e donne che non le hanno mai ricevute. Erano lettere sincere e i miei sentimenti, per quanto scoperti e violenti come la mia età, erano puri. Purissimi e di un'ingenuità raccapricciante.
Incidevo continuamente cassette. Mie compilation con brani sofferti, intensi. Qualche volta mi è capitato di recapitarle nelle portinerie delle ragazze che mi avevano rapito il cuore, in altri casi le spedivo addirittura per posta. Credevo in un romanticismo cieco, senza alcuna protezione. Mi sentivo invincibile anche nelle sconfitte, sentivo di avere una missione, quella di portare all'estremo le possibilità che mi si presentavano. In tutto e con tutti.
O quello stile di vita o la morte. Non intendevo altro. Ricordo che avevo una paura tremenda di sfiorire presto, di diventare un timoroso soldatino ai servizi di qualche utile chimera. Non volevo morire dentro, e allora acceleravo sempre. Anche in vista dei precipizi. Soprattutto in vista dei precipizi.

Una sera che tornavo da Capo Posillipo a piedi decisi di fermarmi a guardare il panorama sotto la pioggia. Come al solito, non avevo portato un ombrello e avevo rifiutato che il mio amico me lo prestasse.
Napoli era praticamente ai piedi del mio sguardo velato dalle gocce, avevo freddo ma mi sentivo un Re. Mi sentivo felice di quello che la vita mi avrebbe riservato. Avevo diciassette anni. Mi dissi che a trenta sarei andato via, lontanissimo, o mi sarei ammazzato, se le cose non mi piacevano. Mi dissi pomposamente: “Hai tredici anni per fare quello che vuoi e dimostrare chi sei”.
Mi piaceva una ragazza che si chiamava Maria Sole. Non avevo speranze con lei, ma i suoi occhi nel buio mi avevano colpito. Non erano occhi di paura, bensì di curiosità, di esplorazione; che naturalmente non sarebbe sfociata in nulla di concreto. E a me andava bene. Il principe della Notte.

Cercando documenti che mi servono per ben altro, trovo un vecchio quaderno di scrittura. Mi viene un brivido, perché sulla copertina ingiallita riconosco la mia grafia: “1989”.
Purtroppo, c'è solo la prima pagina, che riporta una citazione di Schiller:

L'uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca”

Il resto delle pagine sono state rimosse, strappate. Meglio così, considero. Le operazioni nostalgia funzionano sempre a metà. Non so neppure se mi sarei intenerito nel rileggermi, temo di no. Quello era un periodo di sogni giganteschi e affamati, erano i miei anni di vento. Sembrava che l'amore fosse una materia plasmabile nelle mie mani, nei miei movimenti, anche quelli insensati. Questa invece è un'altra era, che mi piace considerare composta di onde, con poco vento. Ho lasciato l'aria e sono entrato nell'acqua. Fredda, torbida, scura, tranquilla o agitata, comunque una distesa non misurabile con lo sguardo. Non certo pozzanghere, piscine o bacini artificiali. Tutto il vento che mi animava si è trasformato in oceano ed è quindi naturale che io sia un uomo completamente perso. Non sono andato via, non mi sono fatto fuori, scrivo ancora. Riesco ad innamorarmi di attimi che mi sorprendono e non più di grandi ideali o passioni romanzesche. Ho imparato a riconoscere il mio odore, il mio sapore, a intuire la mia apparenza. Ne avrei fatto volentieri a meno. Quando non ti conosci è più facile immaginarti senza limiti, preparato a un tutto che neanche riesci a pensare.
Di notte non più l'esercito di fate e suggestioni pilotate, di notte la pazienza, la resistenza ordinata, la percezione adulta del buio, quello sì un traguardo concreto.
Di notte so arrendermi, finalmente, a quel troppo che mi spaventa.

©Luca De Pasquale 2017


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