12/08/17

La carezza nel buio dell'uomo


Reality, or should I believe in something other?
And I'm... catchin' a light... in the corner of my deceivin' eye
Soarin' away from the dark
It's just because... I can't give up
Steeler – Waiting For A Star

Quando lavoravo nella multinazionale francese, mi capitava di restare solo a chiusura turno. La cosa non mi dispiaceva. Mi aggiravo tra gli scaffali dei dischi libero come un Bubo scandiacus, animale nobilissimo e regale, e sostavo accanto ai mini-reparti di mia maggiore pertinenza, le ristampe, l'heavy metal e l'hard rock, il punk. In culo “la pop” e soprattutto l'elettronica morbida da fragole in bocca e gita in barca.

Dalle 20e15 alle 21 godevo della maggior libertà possibile. E non volevo essere disturbato dai soliti perditempo e dai maniaci, che abbondavano. Una sera di dicembre, credo fosse il 12 o il 13, rimasi solo in reparto e decisi di togliere dallo stereo l'indegno cd che girava, una raccolta di soulful house di cui avevamo venduto un fottio di copie, ovviamente contro la mia volontà.
Mi guardai in giro con circospezione e inserii nell'impianto di reparto una mia compilation, preparata la notte precedente.
La ricordo a memoria ancora oggi. Cominciava con due pezzi dai Saxon, presi dall'album “Innocence is no excuse”, continuava con Judas Priest, Ramones, Rainbow, Shadowland, addirittura i Keel e poi una decina di brani dei Kiss, tratti da “Creatures of the night” e “Asylum”. La compilation si chiudeva con “Sure know something”, sempre dei Kiss, una traccia con una linea di basso pazzesca e contagiosa. Alla faccia di tutti i detrattori di Gene Simmons.

Il pezzo arrivò alle 20e40 circa, a darmi il sollievo definitivo dopo una giornata stressante. Il basso di Gene fece subito effetto, e iniziai a muovermi tra gli scaffali come una baiadera impazzita. Per l'ennesima volta considerai quella canzone adattissima per creare una torrida atmosfera sessuale. Il basso è uno strumento di alto erotismo, la voce di Paul Stanley faceva il resto.
Quei due-tre clienti rimasti a stagnare tra le vaschette e i pannelli promozionali non poterono esimersi dall'iniziare a battere il piedino. Iniziai a spegnere i computer, a riordinare le postazioni, ad aprirmi il gilet, finalmente.
Proprio mentre partiva la seconda strofa e il basso riprendeva a rampare verso una fragile eternità tascabile, mi si parò davanti una donna.
La conoscevo. Sì, la conoscevo.
Trattenni un mezzo singulto, non dissi niente. Lei mi guardò con dolcezza e si avvicinò: “Che fai, balli?”
Mi libero. Più che altro, seguo il basso”
La tua mania”
La mia passione totalizzante”
Non penso sia l'unica. Sono passata a salutarti, ho saputo che stai vivendo una nuova storia”
Scusa Margot, sei passata per salutarmi o perché hai saputo che ho un'altra storia? E poi, altra rispetto a cosa? A noi?”
Sono passata perché avevo voglia di vederti per un minuto e dirti che mi dispiace”
Di cosa?”
Per noi, Luca. Per noi”
Intanto, si era avvicinato un cliente. Somiglianza con l'attore James Coco e peli nelle orecchie.
Scusami se ti interpongo questa domanda... vendete poster di Jennifer Lopez?”
Sono tutti finiti”
Torneranno?”
Tutto torna”
Grazie”
Grazie a lei e una cordiale serata”

Margot mi fissava: “Sei sempre così stronzo?”
Non voglio deludere le persone”
Nemmeno io. Ma tra noi non è dipeso solo da me”
Senti Margot...”
Non feci in tempo a finire, mi carezzò la guancia e scappò via. Non la inseguii. Per dire cosa, per sovvertire cosa? Margot entrava così nel nutrito novero di quelle storie che non ho mai vissuto e che sembravano cosa fatta dai primi istanti di fuoco freddo, quel gelido arcobaleno che si crea tra due persone che si piacciono e non andranno avanti per tutta una serie di motivi.
Non gliene volevo. E non le avevo nemmeno detto che la mia nuova storia era già finita, dopo una settimana di assurde annunciazioni d'amore che non avevo rinvigorito, evitando di replicare con foga. Ci sono delle chimiche così violente tra i corpi che spesso la cosa non può che esaurirsi in qualche giorno senza controllo. Per costruire occorrono equilibrio e razionalità, discipline precluse se si è innescato il gelido arcobaleno di cui sopra.

Mentre mi avviavo a spegnere lo stereo in attesa dell'annuncio di chiusura, mi sorprese alle spalle la bonus track che avevo inserito nella mia compilation da insonne: “Waiting for a star” degli Steeler, quelli tedeschi. Una ballatona drammatica che non avevo mai dimenticato.
Pensai alla carezza di Margot e alle tante recriminazioni ascoltate e pronunciate. Volti ormai sbiaditi, voci che non ricordavo, case di cui conservavo solo qualche dettaglio cromatico, come i bicchieri verdi, le tende arancioni, qualche soprammobile blu notte.
Un uomo finisce per essere sorpassato all'indietro dal suo vissuto, e finisce, in certe sere di pioggia, per avere voglia di tornare a casa solo, le mani in tasca, la memoria leggermente intaccata, l'odore del futuro chiuso nel petto come un profumo segreto.
Recuperai la compilation, presi la quieta rincorsa per la macchinetta dove passare il badge, ero certo che avrei cucinato spaghetti e riscaldato una cotoletta. E poi fumo e scrittura, solo. Senza telefonate, senza trattative, senza continue sostituzioni.
Tra la costruzione di un amore solido e i gelidi arcobaleni può esserci solo un altro stato, la solitudine. Una condizione nient'affatto triste, vissuta senza rabbia e rancore, senza rimorsi e nemmeno fantasticherie. Ogni uomo, prima o poi, deve accettare la pioggia di certe sere, le canzoni che ricordano quello che non accadrà mai e deve anche accettare che dietro la voglia di terminare presto il proprio percorso si nasconde un bambino senza lacrime, seminascosto nel buio con una torcia in mano, un ingenuo pronto a dare tutto per una carezza.


©Luca De Pasquale 2017


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