21/08/17

"Io conosco..."


Sempre con più frequenza mi capita di essere coinvolto in discorsi in cui il tratto distintivo è “io conosco...”.
Nessun argomento riesce ad essere avulso da questo perverso meccanismo. Si parla di musica, ed ecco che “io conosco...” si traduce nel mostrare, con una sovreccitazione ingiustificabile, foto in cui l'interlocutore è abbracciato a un noto cantante inglese, un bassista lettone con parenti napoletani o un batterista apolide. Non ne parliamo in materia di scrittura e letteratura: “Mandelio De Feudis, in cima alle classifiche, ha vissuto nel mio stesso palazzo”.
Già. E chi se ne fotte?
Ma si va anche oltre: “Ho avuto una relazione con Crimio Pappalardo, che ora pubblica per Einaudi”.
Informazioni che più preziose non si può, ne convenite?
Sport, gastronomia, wrestling domestico, istruttori di conigli perspicienti, acrobati e circensi, santoni, maghe prive di falangi, tenutari di corsi di scrittura desertificati. Vanno bene tutti, purché il loro nome sia girato un minimo, almeno un minimo. Basta poco. Un “Taccuino” di un quotidiano, un'ospitata in una rete privata, una sgangherata pubblicazione per un piccolo editore velleitario, tutto fa brodo. Basta che si aggiorni, così facendo, quel pessimo e italiota “lei non sa chi sono io” in questa nuova forma.
Io conosco” vale come “tu non sai chi sono, chi fa parte del mio meraviglioso giro e chi frequento se voglio” e viene usato come discrimine sociale e persino affettivo. Quanti attori conosci? E di che magnitudo popolare? Puoi stare al mio cospetto? Dimostramelo, snocciola nomi, coraggio.

Ora, io ho sempre pensato che il mestiere di una persona non la rende più o meno frequentabile e non determina in alcun modo il mio desiderio o meno di stringere rapporti e alleanze (che durano sempre poco, il tempo isterico dell'entusiasmo). È una questione di convenienze, semplicemente: c'è chi è tagliato per questo sport.
Non si è chi si frequenta. Ci contorniamo di persone che hanno gusti simili ai nostri, problemi confrontabili, forse un vissuto assimilabile al nostro, ma è una farsa epocale. Le similitudini si incrinano alla prima divergenza e tutto diventa panna acida.
Vale anche nei sentimenti: magari una donna è capace di mandare in crisi il nostro rapporto perché non ci piacciono gli stessi bicchieri e non perché l'ho tradita o non l'ho mai fatta venire. Diffido fortemente di quelli che si dichiarano simili. Mi piacciono le differenze, il profondo senso dei mondi diversi e non l'ideologia traballante da binari paralleli.

Vado con un amico a fare la spesa. Nel supermercato lavora un omosessuale che è particolarmente frenetico e variopinto nel suo palesare chiaramente i suoi gusti sessuali. Ormai lo conosco da anni e lo trovo un gran lavoratore e una persona gentile. Confesso che le prime volte mi sentivo profondamente inibito dai suoi modi, mica sono un ipocrita. Ogni tipo di comportamento eccentrico e pittoresco tende a darmi il voltastomaco. Detesto le persone che parlano ad alta voce e ancor di più quelle che poi si guardano attorno per verificare l'effetto sortito. Il mio amico me la combina grossa, perché fa una battuta penosa sul soggetto di cui sopra: una battuta non solo sessista, ma anche profondamente cretina, stupida e neanche divertente, degna di un'imitazione del Bagaglino. Io ammutolisco, poi lo guardo con attenzione -sempre senza parlare- finché non usciamo dal supermercato. Lo guardo e penso, eccolo il democratico, eccolo il lottatore dei giusti, eccolo il progressista borghese con la casa pulita e i libri di Gramsci (che non avrà mai letto) in biblioteca. Eccolo, quello che insegna al figlio a non gettare carte in terra e non dire “negri”. Eccolo qui. Basta un gay sfacciato e si torna nel Medio Evo. Certi eterosessuali sono proprio ridicoli, perché alla vista degli omosessuali pare vengano assaliti dalla paura, come se il loro grinzoso e poco prestante giavellotto potesse divenire materia di violenta contesa. Il mio amico scende nelle mie classifiche a livelli di indegnità un tempo non prevedibili, la sua omofobia girata in salsa goliardica non mi convince, non mi distrae, mi fa schifo e non gli farò sconti. Mi viene voglia di provocarlo, di farlo a pezzi. Basterebbe ricordargli che quando veniva con i video di Selen si sentiva uomo, cosa che con la compagna -poveraccia- non è mai capitato. Basterebbe questo. Potrei anche ricordargli che un tempo ciarlava di lotta di classe e ora difende il partito di sinicentro con un piglio da manager della modernità che mi ispira solo disprezzo e voglia di annientarlo.
Una volta gli dissi che se la modernità è gridare al futuro dalle macerie del capitalismo, allora io continuerò a pensare che l'unica lotta davvero senza età è quella di classe e lui sarà un mio nemico, con le sue pessime tessere sbiadite.
E pensare che qualche volta mi ha chiamato “compagno”: ma compagno un cazzo, amico. Torna nella Jacuzzi e canta le canzoni di Fedez cucinando sotto la guida di Cato Calo Cracco. E muori.

Io conosco...”
Io conosco impiegati, edicolanti, tabaccai, salumieri, addetti alle pulizie, manovali, qualche avvocato, molti venditori di qualcosa, ragionieri, ingegneri, poliziotti, ex guardie forestali diventati Carabinieri, panettieri, barbieri. Ci parlo, non mi limito a salutarli con sprezzante cortesia e con limata alterigia, dalla cima melmosa di un'aura indimostrabile e comunque mai desiderata.
Al bando gli altezzosi e in culo i settari una volta per tutte.
Se devo subire elenchi di altolocate conoscenze ogni volta che supero l'esame (non prenotato, chiarisco) per far parte di un sottoinsieme limitato di persone, allora non mi resterà altro che rispondere come quando ero adolescente: “E io conosco questo cazzo. Interessa?”


©Luca De Pasquale 2017

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