27/08/17

Incubus


Io lavoro con i miei sogni o incubi.
David Cronenberg

Ho sempre sofferto di insonnia. Non solo. Mi sono reso conto molto presto, ero poco più che un bambino, che sognavo molto e che buona parte dei sogni non erano altro che incubi.
Non li ho combattuti più di tanto; anzi, li ho accolti, li ho studiati, con alcuni di loro ho quasi calendarizzato i nostri appuntamenti notturni.
Da ragazzo non potevo in nessun modo dormire al buio. Al buio mi sentivo indifeso. Sapevo che sarebbe venuta a trovarmi la donna senza faccia. E la luce oscura e liquida che andava a sistemarsi sulla poltrona di mia nonna. E pure il prete che non parlava e poi si impiccava nella mia camera a un gancio che non avevo mai visto prima.
Questi erano gli ospiti frequenti. Ma accadeva anche dell'altro. Nei sogni/incubi correvo, finivo a mare dove non si toccava, oppure mi toccava entrare in una camera dove c'era il mio sosia vestito da arlecchino.
Cani a tre zampe, la donna che correva nell'erba e si girava all'improvviso per mostrarmi il suo volto di manichino, in qualche occasione il diavolo o qualche demone sparso. Con il tempo ho imparato a non avere più paura, senza dirlo a nessuno, senza cercare alcuna forma di conforto.
Mi dicevo che non potevo soccombere agli incubi, dovevo iniziare a gestirli, ad ammaestrarli, in casi estremi a trarne una qualche ispirazione per le parti più sane e vitali della giornata. E così ho iniziato a leggere saggi sui sogni, ho scoperto il Faust senza volerlo, ho iniziato ad affezionarmi a personaggi letterari e cinematografici dal passato oscuro o tormentato, mi sembravano dei fratelli che non incontravo per caso. Ho cercato di conoscere persone che avevano reagito alle avversità nel modo che reputavo più simile al mio, sarebbe a dire non parlare e studiare contromosse, diventare quasi parte del problema per guardare meglio nel fondo senza paure.

Grazie agli incubi ho scoperto Hoffmann, Fussli, Francis Bacon, i Marillion con la splendida canzone “Incubus”, ancora oggi uno dei pezzi che amo di più, il pittore Felicien Rops; ho anche imparato a muovermi nel buio, a tollerare i risvegli improvvisi e fraudolenti e appropriarmene, mettendomi a scrivere senza provare a dormire di nuovo. Mi è stato anche facile, dopo le prime ovvie difficoltà, capire che il presentarsi di alcuni brutti sogni in particolare stava a indicare qualcosa di preciso, un segnale, un riflusso, un avvertimento.
La donna senza faccia, ad esempio, arrivava quando iniziavo a provare dei sentimenti per qualcuno. Come ad avvertirmi che il riconoscimento non è affatto garantito e che un sogno può anche essere un inganno, una svista imperdonabile. In momenti topici per il mio cuore, di notte sono venute a trovarmi donne di vento, amanti a sorpresa, signore in nero, ragazze bellissime e decise ad usarmi una sola volta, con mia piena consapevolezza.

Nelle mie notti più difficili, il diavolo, presenza sfuggente e veloce, è sempre stato stranamente democratico. Naturalmente si palesava in forme eleganti, direi quasi squisite, mostrandosi un interlocutore ragionevole per quanto insinuante. Si poneva, supremo ingannatore, sul mio stesso livello, ascoltando le mie deboli argomentazioni e le mie farfugliate giustificazioni. E di cosa si occupava? Di ricordarmi la mia ambizione, i miei desideri di sopraffazione e di vendetta, sembrava voler sponsorizzare quello che era un mio desiderio reale, e cioè vivere al di fuori della società civile, dei riti, delle convenzioni, delle belle parole, degli amori combinati dalla noia e dall'ambiente, mi ricordava il bisogno di vivere il sesso secondo l'istinto e non per suggellare contorni tenui e ben levigati. Mi chiedeva, in buona sostanza, di mostrarmi per il lupo ferito che sentivo di essere. Non tutto quello che suggeriva mi appariva sbagliato e irrazionale, ma il mattino seguente avevo sempre un gran mal di testa e un senso di corruzione addosso.

Oggi che sono uomo di una certa età dormo completamente al buio. Ho bisogno del buio completo per dormire veramente. Gli incubi si sono ridotti a rapide escursioni settimanali, e quando arrivano quasi sempre mi trovano preparato, più animale di loro, più simbolico delle loro allegorie dolorose, più coriaceo e capace di muovermi diagonalmente a loro, nell'oscurità.
Qualche volta vinco, altre perdo e quando perdo è rovinoso, perché significa che le mie sperimentate resistenze sono state scardinate.
Non sono tanto gli incubi che temo, no. Temo di più i sogni. Perché sono tentato di seguirli, ovunque mi portino. Per stanarli, viverli e anche ucciderli.

Non mi interessa particolarmente scoprire perché sono così sensibile a incubi e sogni e perché ricorrano con frequenza blocchi onirici disturbanti o cupi. L'ho capito da tempo, perché li faccio. Non è qualcosa che mi turba così tanto, se non nelle giornate più vulnerabili.
Mi fa più paura iniziare a preferire i sogni alla realtà. Faccio sogni bellissimi, pieni di colore, straripanti tranquillità e dolcezza, sogni in cui l'amore -o quel che ne resta- vince e i lupi perdono, integri o feriti che siano.
Sogno cose che debellano la malinconia di respirare, sogno mani che cercano le mie, sogno case senza morte, senza suicidi, senza porte sbattute. Sogno stazioni dove sono lì ad aspettare in qualsiasi condizione atmosferica, punti di arrivo dove so aspettare chi aspetta e non devo vendicarmi continuamente.
Sogno anche di non dovermi divincolare dalla stupidità, dall'approssimazione mentale, dal delirio artistoide di finti visionari, soprattutto riesco a sognare di non far soffrire nessuno, che è quanto odio di più nella vita.
Soffrire va bene, far soffrire no, non bisogna pensare di averne il diritto. È il mio miracolo laico, sognare la gentilezza anche se mi sento un lupo.
Certi sogni mi catturano, mi cambiano così tanto da generare la sciocca paura di dissiparli nel vero, non mostrandomi abbastanza elastico e umano da poter mescolare la certezza delle tenebre con il rischio della luce.
Problemi da predatore notturno intimidito dalle carezze. In fondo, è così semplice capirlo.


©Luca De Pasquale 2017



Nessun commento:

Posta un commento