12/08/17

Il teorema di Werner Blitch


L’uomo non potrà scoprire nuovi oceani a meno che non abbia il coraggio di perdere di vista la spiaggia.
André Gide

The most dangerous creation of any society is the man who has nothing to lose.
James A. Baldwin

In due giorni mi faccio fuori, ed è la quarta volta in assoluto, tutta la seconda stagione dell'inimitabile Braquo, serie francese ideata dal grande Olivier Marchal e che ho adorato.
Nella seconda stagione, oltre ai quattro protagonisti (Caplan, Morlighem, Vachewski, Delgado) c'è tutto un fiorire di personaggi estremamente interessanti e suggestivi, e tra questi “Gli Invisibili”, quattro reduci dall'Angola che...
Tra questi quattro soldati disillusi, vendicativi ma leali c'è un personaggio che mi fece letteralmente impazzire già la prima volta: Werner Blitch, interpretato da Martial Bezot.
Volto impassibile, occhi di ghiaccio, taciturno, risoluto, abile con le armi e fedele ai suoi commilitoni, Werner Blitch si aggira in tutte le otto puntate della serie con una presenza fantomatica ma densa, un uomo eroso dalle brutture vissute, un fantasma organizzato in una logica di vendetta dal fascino inquietante.
Quel tipo di antieroe che sin da ragazzino mi spingeva a forme entusiastiche di identificazione e immedesimazione. Iniziai presto, con il pistolero in crisi Lee di Robert Vaughn ne “I magnifici sette”, proseguendo con Lyle Gorch ne “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah, per poi approdare felicemente ai cupi viaggiatori dell'anima zurliniani e a certi eroi involontari di Jean-Pierre Melville, arrivando al culmine con quasi tutti i personaggi iper-vulnerabili e perdenti giocati su pelle viva da Patrick Dewaere.

Personaggi legati da un neanche troppo sottile fil rouge: la consapevolezza di non avere più niente da perdere e certo qualcosa da vendicare e dimenticare. Mercenari ma ossequiosi di un duro codice d'onore, alla deriva ma orgogliosi, spietati e terribilmente umani al contempo.
Werner Blitch è la quintessenza di quel ritorno dal niente che sfocia nel sentirsi stranieri ovunque, appartenenti a quel che resta di un plotone di diseredati e di uomini lontanissimi dal senso comune -quello più “utile”- della società civile.
Non pittoresco come il Joker, non grandguignolesco come uno dei vendicatori in maschera, non esistenzialista e letterario come Daniele Dominici, Werner Blitch è uno che saluta i suoi nemici senza mutare nemmeno espressione, sillabando stancamente “ci vediamo all'inferno”.
Un uomo che, a conti fatti, sarà riconoscibile dopo morto solo dalla sua piastrina militare.
Naturalmente, come da copione, non sarà Werner Blitch l'unico sopravvissuto dei quattro Invisibili, freddato vigliaccamente nel bagno di un locale pubblico da un ex poliziotto killer.

In un pomeriggio estivo di vento e di bambini rumorosi e incontrollabili, ho ritrovato questo personaggio così poco empatico ma intanto così familiare per i miei occhi e il mio sentire.
La presenza fisica di Martial Bezot, magnetica e sfuggente, pregnante ma dolorosamente marginale, conferisce a questo Werner Blitch qualcosa di metafisico, di simbolico e paradigmatico.
Werner Blitch ha effettivamente le fattezze di un uomo proveniente da qualcosa di inconoscibile, il suo volto è già un addio dal primo fotogramma, una faccia d'angelo domatore di un Inferno troppo esteso per potersi esaurire in una vendetta.
Blitch, dei quattro reduci, è quello più logorato e bisognoso di azioni di rivalsa, anche più dell'agitato e allucinato Gaetan Merckx (interpretato da Pascal Demolon), il primo a morire. Ed è il personaggio più cupo in assoluto, perché non parla quasi mai. Non fa domande. Guarda, osserva, spara, si presenta alla porta del passato senza nulla da perdere.
La sua violenza, in conclusione, cattura nella sua silenziosa e controllata disperazione un elemento quasi medianico che ricolloca i reduci -da qualsiasi dolore- in quell'iperuranio difettoso e sconcertante che è l'istinto di morte (cfr. Jacques Mesrine).
Affermo il dolore che ho provato, le cicatrici non rimarginate, affermo che voglio la vendetta e non la pace, sono un misto di violenza e silenzio e per questo sono molto più vero degli eroi accessoriati. Questo sembra volerci dire Werner Blitch dal piccolo schermo, questo è quanto mi arriva ancora una volta; e sì, è un commilitone per uno che setaccia le zone d'ombra come me. Una faccia che non dimentichi, una faccia da commiato finale e lugubre cerimonia, da partenze obbligate, da ritorni urgenti e orientati alla “cortina di tenebre” menzionata dal suo colonnello, Aymeric Dantin (l'attore François Levanthal, fenomenale).

Mi è impossibile innamorarmi dei personaggi positivi. Lo sguardo è altrove, dai primi anni del mio amore per il cinema e la letteratura.
Del resto, da ragazzo impazzivo per “Il conte di Montecristo”; leggendo e rileggendo il libro mi sembrava di aver incontrato qualcuno che mi avrebbe insegnato qualcosa. Così è stato, al netto del nulla da perdere.
In troppi si ostinano, dimostrando alla fine una sensibilità limitata e troppo pilotata dalle linee guida del vivere civile, a considerare gli uomini “di un'altra pasta” come pecore smarrite, fusibili saltati da rimettere a regime, pezzi difettosi da isolare o da trasferire in qualche clinica della speranza. Si pretende che l'uomo convinto -ed è un suo diritto- di non avere più nulla da perdere si reimmetta nel flusso senza porre troppe questioni scomode e impopolari. Questi individui possono reintegrarsi solo se, dopo un periodo sperimentale di prova, dimostrano di essere tornati in sé, mostrando il sincero desiderio di essere come tutti e di perseguire scopi universalmente riconosciuti come costruttivi.
Come pensavo trent'anni fa, che noia e che prevedibilità. Non si sceglie di non aver nulla da perdere, non è un giochino letterario: fa comodo pensare che lo sia.
Si può giocare a fare i seduttori, i capipopolo, persino i rivoluzionari; impossibile però giocare ai fantasmi dissidenti. Troppo difficile trovare qualcuno che ti procuri i costumi e i trucchi giusti, e che ti ami per questo spettacolo.
Come Werner Blitch, bisogna parlare poco, agire, aspettare. Non chiedere mai la carità del consenso sociale, mai e poi mai.
Meglio ombre della notte che burattini.


©Luca De Pasquale 2017



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