29/08/17

Il libro della crisi


L'inverno del 2012 fu molto duro.
Atmosfericamente, ma anche dentro. Da mesi mi svegliavo alle cinque e alle sei e mezza massimo uscivo in una Napoli ancora dormiente, gelida, battuta dal vento e da uno strano odore di mare lontano. Lontanissimo eppure vicino.
A quel tempo abitavo a piazza Bellini, in uno schifoso monolocale che affacciava su un locale ancora più schifoso. Nel mio portone si bucavano, chiavavano, bevevano. Quando uscivo all'alba trovavo sempre rigagnoli di piscio, lattine e bottiglie. Sognavo di fuggire, ma non potevo. La mia vita mi incastrava ogni giorno nello stesso modo, una gabbia.

Non provavo più nulla. Ero come addormentato, narcotizzato. Un'anestesia perpetua che mi imbruttiva come anima e come uomo. Non ricordavo di aver amato o di essere stato amato; e nemmeno l'idea di autodistruggersi era più così seducente.
Andavo al lavoro come un sacco vuoto, senza emozioni, disgustato dall'ambiente, dai rapporti vacui e invecchiati, dai meschini delatori da corridoio. Non guardavo le donne, non sentivo il loro odore. Dio, al quale comunque non credevo, mi aveva tradito, togliendomi il bene più prezioso: sentire la vita e quindi fondermi con gli imprevisti, cavalcare anche le cadute, gli incidenti.
Nemmeno la notte sembrava avere più voglia di accogliermi e io non avevo voglia di toccarla, di trattenere un pianto nelle sue spalle, niente.

In una freddissima mattina di dicembre, passando per le bancarelle di Portalba, notai un libro che catturò subito la mia attenzione: si trattava di un libro fotografico, “Gioco all'alba”, foto di Napoli in quella speciale luce scattate da Paolo Pelli. Chiesi al bancarellaro il prezzo: cinque euro.
Un libro datato 1981. Feci colazione senza voglia, da solo, me lo portai al lavoro. Ero brutto in quei giorni. Quel libro mi sembrava un segno, pareva volesse ricordarmi che l'alba è uno dei momenti che amo di più, anche perché dura poco e io non ho tempo di conoscermi di nuovo, riconoscere, annotare le intenzioni, mentirmi.

Lo sfogliai in una di quelle lunghissime, estenuanti pause di un'ora e mezza al lavoro, volendo tenermi lontano dalla combriccola di lacrimanti che parlavano sempre e solo della cassa integrazione.
Foto bellissime, libro vintage, Napoli con i vestiti dell'alba e io con gli occhi spenti a guardare quel libro. C'era una promoter che fingeva di interessarsi a me, la ignoravo, mi irritava.
Sfogliando il libro mi dissi che avrei dovuto lasciare quel postribolo il prima possibile, che stavo morendo. Volevo andare a Modena. Mantova. Padova. Arezzo. Enna. Biella o Novara. Altrove. Volevo cambiare nome. Partire di notte da Napoli Centrale. Non avvertire nessuno. Non lasciare il numero. Tagliare i capelli, taglio militare. Cambiare marca di sigarette. Cambiare stile di scrittura, modo di sognare, chiudermi ai sensi, apprezzare le piccole cose, allontanare il rumore, la blanda resistenza di giorni uguali.
Non ricordare il padre e la madre. Ritornare sui luoghi degli abbracci e bruciarli con il nuovo ghiaccio. Fare eco a me stesso ed elettricità freddo sulle guglie della notte, appollaiato agli spazi di libertà interiore come un gufo.
Ero una feritoia e mi sentivo una ferita aperta.

Riguardai quel libro fino a conoscerlo a memoria. L'alba nella mia città, due grandi signore che non mi accoglievano più, né sano né malato.
A gennaio andai a rivenderlo per quattro euro. Non volevo più vederlo. Basta, chiuso con le suggestioni. Le emozioni sono pericolose, mi ripetevo, basta. Essere amati è una pretesa assurda come essere liberi. Modena, Novara, Reggio Emilia, Parma, Cuneo. Senza il mio nome e la mia storia.
Avevo smesso di dormire. Scrivevo solo in case che non erano la mia. Mi sentivo nuovo in vecchie strade, irriconoscibile, fuori sincrono. Quel dannato libro iniziò a mancarmi da morire, come i sentimenti, come gli occhi all'alba, come la persuasione di resistere, come il lampo dell'anima quando incoccia gli spigoli e non sai se annuncia un arcobaleno o l'ultima tempesta.
Che anno di merda il 2012. Non ho più ricomprato quel libro.
Ho ricominciato a dormire.
A volte l'alba mi sveglia e mi chiede educatamente se voglio guardarla.
Non rifiuto mai. Mi ha accolto tante di quelle volte. Non sono un ingrato.
Se gli occhi potessero scattare foto, avrei con me un album personale di foto all'alba, milioni di foto, gratitudine e febbre.
Io sempre di lato, dove l'amore arriva più attutito.

©Luca De Pasquale 2017



in ascolto: Niclas Kannengiesser – Acquaintance (Swayzak Remix)


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