24/08/17

Il bambino interrotto e la luce violenta del mare


On these eerie grounds, beloved grounds
Standing firm, reciting out loud
Through withering meadows trudging hard
Harmony found.
Callisto – Covenant Colors

La verità si troverebbe nel mezzo. Nient'affatto. Solo nella profondità.
Arthur Schnitzler

Mi sveglio da un sogno orrendo e splendido insieme, sono frastornato, vacillo anche se sono supino. La stanza è immersa nell'oscurità. Sono le quattro e venti del mattino. Cerco di ricordarlo interamente, cerco di trattenerne i passaggi. Sono emozionato e spaventato. Mi alzo in piedi e la fatica è tripla perché con me si alzano il mio passato e il mio futuro.
Ho bisogno di una sigaretta. Magari attutisce la confusione. Lo so bene, sognare emozioni mi fa retrocedere alla condizione più difficile, quella di sognatore che non si è mai davvero arreso. Ed è per questo, considero, che sono un uomo finito dopo i sogni.
Fumo nel buio, sento il mio odore, il temporale che ho dentro non ha alcun senso se non l'ossessiva ricerca dei brividi, della febbre. Senza febbre muoio e senza sogni appassisco. Senza rivolte il mio sorriso è sciocco, e quando trattengo gli impulsi divento pericoloso per me e per gli altri.
La sigaretta non mi basta.
Non mi basta vestirmi, pettinarmi. Volermi bene in questa dimensione nascosta di crescita e di continue indagini interiori.
La necessità principale è sedermi sotto un altare spoglio in riva al mare. Vorrei aspettare l'alba nascosto da un altare di vento e salsedine, non parlare, non parlare più, addirittura non scrivere. Raramente ho accettato di essere carezzato da qualcuno o qualcosa. Toccare, farsi toccare, quello non è mai carezzare. Il contatto non è qualcosa di indistinto e codificato, l'intensità non è correlata all'abitudine, alla forza usata, all'impeto e alla scenografia.
Bisognerebbe solo arrendersi, in riva al mare, in silenzio. Questo tipo di coraggio a me è sempre mancato, non è il coraggio che ho esercitato, ho preferito sviluppare quello civile, comportamentale, l'amore per il rischio, per l'opposizione, per il non allineamento.
Il coraggio di trovare pace in riva al mare, a pochi minuti dall'alba, quello non ce l'ho e ne sento la mancanza.
Così come sento la mancanza di quei momenti fondamentali in cui nessun impulso esterno, contraddittorio, può insidiare lo stato delle cose, la condizione raggiunta, il placido rifluire del proprio vissuto sotto una luce tenue e non violenta.

Eppure, tante volte mi sono seduto nascosto da qualcosa in riva al mare. Mi è capitato di nascondermi anche dietro un amore, pur di non essere visto. E tutte le volte mi sono detto “cerca di entrare nella linea di divisione di mare e cielo e stai zitto”, chiedendo tregua, pretendendola da me stesso, dagli elementi e soprattutto dagli impulsi.
Sono sicuro che in riva al mare, poco prima dell'alba, la mia voce sarebbe più bassa e reale, i movimenti meno bloccati dal ricordo di condanne e sortilegi, lo sguardo non sporcato dalla frenesia di nuove colluttazioni con i giorni seguenti e il blocco del futuro nel suo complesso. Se è vero che una parte di me deve guarire da qualcosa, se è vero che devo bruciare zavorra e carte di troppi addii, allora solo il mare silenzioso e deserto può guarirmi. Per poco forse, il tempo di accecarmi in quiete. Senza eccessi, senza giochi scenici, senza fuochi artificiali.

Alle otto di mattina ancora ricordo parti di sogno, frammenti che da diapositive veloci rischiano di tramutarsi in frantumi accesi nei fianchi, tra gli occhi. È chiaro che oggi non mi sarà sufficiente scrivere.
E allora decido di scendere, senza uno scopo preciso, senza un piano. Dimentico gli occhiali e l'orologio sulla scrivania, non dimentico il sogno. Purtroppo.
C'è un'orchestra di gentili fantasmi che suona gli archi tra i residui del sonno che ho perso, e quest'orchestra non si può spegnere con un interruttore. Per troppi anni ho creduto di poter accedere alla stanza dei comandi, forse un luogo che non esiste.
Tutto l'amore interrotto che ho dentro mi fa orrore e mi detesto per questo, quelle strade interrotte, quegli abbracci visti solo negli specchi, per non parlare delle promesse ridicolizzate dalla ragione e della tenerezza stuprata per il timore di dovermi abbandonare più volte in posizione di manifesta inferiorità.
Sono stato un bambino interrotto. Sono ancora un bambino interrotto che ha acquistato armi di sterminio e le usa sempre nello stesso modo balordo.
Sono il principe dell'amore interrotto e non è un titolo nobiliare. Solo in riva al mare, con la luce dolce e violenta dell'alba, posso accettare questa condizione di interruzione permanente e di impulsi crudeli da riportare a casa senza troppi danni.
Camminando, oltrepassando la chiesa che ospita un funerale impettito, sorrido in caduta perché sono un debole. Debole come tutti quelli che bruciano in fretta, più rapidamente dei sogni.

©Luca De Pasquale 2017


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