23/08/17

I demoni


Con la caparbietà di gusti che mi è propria, ho deciso a metà agosto che avrei dovuto guardare lo sceneggiato televisivo “I demoni”, per la regia di Sandro Bolchi, anno di grazia 1972.
Cinque puntate di quasi due ore ciascuna, serie televisiva tra le più belle degli anni settanta, tratta naturalmente dal libro di Dostoevskij.
Quando la sera di ferragosto ho iniziato a immergermi nella narrazione e nel meraviglioso bianco e nero, mi è scappato da ridere: perché ho pensato a quante delle persone che conosco avrebbero giudicato pesantissima e stramba la mia scelta.
Quello è proprio strano” o anche “Mamma mia, si impazzisce quando non si va in vacanza, poveraccio” e altri commenti sulla stessa falsariga. Si giudica facilmente, da sempre. Del resto, io considero pazzi quelli che si indebitano per andare in vacanza o per pagare l'abbonamento allo stadio. Considero idioti quelli che si ostinano a vivere al di sopra delle proprie possibilità pur di fare bella figura.
Non posso dire che “I demoni” siano uno spettacolo rilassante e moderno, certamente per nulla estivo. In compenso è bellissimo e fa riflettere, come del resto il capolavoro di Dostoevskij.
A cosa ho rinunciato per guardare questo pezzo di buona e antica televisione italiana? Probabilmente a una triste pizza con qualche conoscente residuale rimasto in città, seduti a un tavolo esterno a fare le pulci alla cameriera erotizzante, persi in stantii discorsi sul lavoro, sui soldi, sul calciomercato e su gruppi e musicisti presi in esame triliardi di volte. Io che ridicolmente cerco di indagare l'abisso anche in pizzeria e l'interlocutore lì, a ribattere come un muro di gomma “siamo tutti in crisi, sono tempi grami per tutti”.
E poi le domande di prassi, rivolte con simulato ardore ma in realtà provenienti da gelidi emisferi di stanchezza privata.
Come va il tuo rapporto sentimentale?”
Hai mandato altri curriculum anzi curricula anzi curriculum?”
Pensi di uscire con un nuovo libro? Può darsi che sia la volta buona!”
Ma il libro che hai scritto l'anno scorso che fine ha fatto?”
Come sta tua mamma? Eh, certo, a quell'età ci sono gli acciacchi...”
Che ne pensi della nuova raccolta con inediti dei Led Zeppelin?”
Come mai non mangi burro?”

E io a dare aria alla bocca con risposte evanescenti, impazienti, permeate di un'antica insofferenza per le banalità affettive. Per farmi alzare da tavola -o addirittura farmela rovesciare- basta poi che si accenni a facebook o a qualche tema politico caldo.
La verità è che non mi interessa minimamente commentare fatti politici con arguzia, intelligenza o anche populismo di riflesso. Ecco, è anche per questo che non capisco Twitter. Quanto a facebook, ha solo finito di mandare in briciole quel poco che restava di rapporti umani parzialmente sani ed è un mezzo che distrugge ogni forma di curiosità, accorciando sempre le distanze e rendendo le persone avatar di un affollato e ciarlante villaggio globale.
Quindi dirmi “hai letto cosa ho scritto sui vaccini dodici giorni fa? Ho ricevuto centoquattro commenti” serve solo a farmi spazientire, perché sicuro il post mi è sfuggito e non interverrei mai su un tema del genere.
Non cerchi il confronto, allora”
Può essere. Sicuro non lo cerco su facebook, su temi politici e anche perdendomi in diatribe musicali o sportive come un onanista sudato.
Non ci parliamo davvero, non ci teniamo in considerazione, eppure uno scambio serrato su facebook ce lo concediamo, è pur sempre un'egotistica vetrina di passaggio.

Guardando “I demoni” a cos'altro posso aver rinunciato?
A qualche mesta telefonata di amarcord, quelle in cui ti accorgi che stai parlando con un completo sconosciuto, anche se ci hai trascorso anni a contatto? Dopo i quarant'anni o diventi fragile e bisognoso di attorniarti di gente oppure sei portato a un'iperselettività dura ma necessaria. Io appartengo al secondo assunto e non è un merito, è solo un caso legato minimamente al carattere.
Ho forse rinunciato al mare da pendolare? Non lo intendo.
Ho rinunciato con consapevolezza, e di questo mi rallegro, a crearmi una pelle di riserva per essere camaleontico e quindi presentabile. Non voglio essere assorbito dalla mania di risultare sempre impegnato e in progresso. Qui c'è gente che scrive di avere un nuovo lavoro di responsabilità anche se deve solo farsi una sega dietro un paravento. Ci sono tizi che dichiarano di avere due romanzi nel cassetto pronti per chissà quale editore e invece hanno solo delle mini-trame risibili in testa, piccoli tarli creativi e autoreferenziali. C'è anche chi passa il tempo a segnalare quanto sia fondamentale per questa o quella persona, spacciandosi per presenza insostituibile e leggendaria.
Sono comportamenti che reputo spregevoli e di scarsissimo appeal.

Alla fine, meglio smarrirsi nei demoni che ingegnare la farsa della luce permanente. Meglio essere sinceri e dichiarare con leggerezza: “Io vivo a luce spenta, pensi di reggere o fuggirai al primo dubbio, alla prima serata solitaria?”
Bisogna convincersi una volta per tutte che ognuno di noi ha dentro delle stanze che diventeranno presto chiese abbandonate. Non c'è nulla di male, anzi serve. Tenere il ritmo delle presunte felicità da guadagnarsi è la vera decadenza.
Parlo per esperienza personale, diretta: da quando mi sono reso conto che la metà di me è una chiesa abbandonata e anche sconsacrata, vivo e penso meglio. Si riducono le spropositate aspettative, non si chiamano in causa amore e passione a ogni alito di vento, e quando guardi negli occhi qualcuno riesci a rubare qualcosa di più che un presagio o uno spunto di compagnia.
Con uno sguardo puoi concedere all'altro anche il cammino che ti ha portato fin lì, trasmetti forse dolore ma il dolore è, più di ogni altro elemento, umanità che un vento ululante ha sgretolato per troppe notti.
Come il mio grande (anti)eroe Daniele Dominici, non cerco serate spassose, non cerco facili emozioni e connessioni sociali. Però non sopporto la profonda malinconia che leggo negli occhi di alcune persone.
E allora seguo quella massima di Ralph Waldo Emerson, celeberrima, che recita: “Fai sempre quel che hai paura di fare”.
Nel mio caso, restare e ammettere di provare qualcosa. Provare, restando, a smentire il vecchio vizio dell'amore fantasma.
Sono chiacchiere: il mio demone più profondo è insistere con la vita.


©Luca De Pasquale 2017






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