25/08/17

Diario delle partenze in penombra


Quando ero bambino tutti mi dicevano che “da grandi” si diventa calmi, si cambiano i gusti, irrompe la saggezza con i suoi placidi diktat di rinunce, si inizia ad apprezzare quello che un tempo dava addirittura fastidio, e via così.
Ho delle perplessità al riguardo.
Da bambino mi piacevano il fuoco, la notte, il mare in tempesta, i fulmini di notte, partire con i miei genitori senza mai pensare a tornare, il rock, scrivere, leggere, il colore viola, le ragazze meno celebrate, mi piaceva il silenzio.
Oggi mi piacciono le stesse cose, con delle aggiunte.
Il silenzio è diventato una necessità e non più una predisposizione. Ho accentuato quei lati del carattere che già tanti anni fa mi portavano a condurre uno stile di vita solitario, ritirato. I fulmini adesso mi piacciono anche di giorno. Il mare in tempesta è il mio modo di respirare a pieni polmoni e di non sentirmi prigioniero di niente. La notte è, nel bene e nel male, il mio regno di competenza: senza alcun maledettismo di maniera. Partire. Parto sempre, anche quando sono fermo. Anche quando osservo qualcuno, quando mi limito ad ascoltarne la voce. La musica è il sogno e su questo non si discute. Per la lettura, dopo aver letto tantissimo per almeno venti anni ora mi concedo il lusso di scegliere con cura e sempre secondo il bisogno intimo di capire o di farmi rapire in qualche modo. Il colore viola non è certo solo la Fiorentina, è probabilmente il colore interiore, quando forse il blu decide di scantonare e di riempirmi diversamente. Delle donne amo quella forza affascinante determinata dal dover equilibrare liberazioni e dolcezze, nelle donne osservo lo stupore, la curiosità, la grazia non esibita, il sapere emozionarsi senza chiedere nulla in cambio, cosa che a noi uomini riesce difficile se non grottesca. Alcune donne sono dotate di quella leggiadria involontaria che si espleta, senza nessuna volgarità, nel non mostrare la bellezza nei luoghi deputati e nei momenti adatti a usare quell'arma.

E la saggezza, la calma?
Penso che se saggezza e calma devono coincidere con il ritrarsi mestamente, con la resa al cospetto di voglie, sangue e sogni allora si è perso tutto. Non credo di aver mai smesso di bruciare, per un solo minuto della mia vita. E, ovviamente, ne pago tutte le conseguenze senza un filo di rimpianto. Non rinnego neppure gli errori più pacchiani, le sviste, le illusioni taglienti e spietate nei risvegli, i contorti tentativi di amore e gli abbandoni più atroci, quelli in cui l'altro finisce per accettare la tua fuga con un sorriso.
Non sempre sono stato un uomo degno di questo nome, non sempre sono stato intelligente e ponderato, a volte ho creduto che il cinismo spinto fino alla macchietta potesse aiutarmi a non soffrire troppo ai piedi del mondo. Ho cercato di scrivere quel che sentivo e quello che mi dominava fino a stracciarmi, qualche volta non sono stato efficace e non mi sono piaciuto. È accaduto principalmente quando ho pensato a chi mi leggeva dall'altra parte. Chi studia sempre come piacere e quanto conquistare si snatura, finisce con l'inibirsi e alla fine, di fronte a uno specchio grigio e poco fantasioso, deve ammettere di aver creato qualcosa di inesistente, un manufatto coatto di parole e comportamenti che non hanno quel valore d'anima che reputo la base di ogni espressione.

Capita che qualcuno mi cerchi sapendo che con me si può parlare, perché non giudico, perché la mia priorità è la libertà di esprimere se stessi senza farsi condizionare da regole di sorta, soprattutto quelle imposte dalla società. Ma non ho alcun merito in questo, non potrei agire diversamente. La mia è una scelta obbligata. Tutte le volte che mi sono sentito costretto ad accettare limitazioni incentivate da perbenismi, facciata, ambiente di appartenenza, stato civile, micro-consesso affettivo, ogni volta è stata una sofferenza che ha poi portato delle rotture insanabili. Detto senza pomposità, voglio morire sapendo che ci ho provato, a non farmi ingabbiare del tutto, più di quanto non sia già in realtà. Voglio tentare la fortuna con l'impossibile e con il difficile, non per gusto esotico ma per coraggio, il coraggio inutile e non letterario del soldato senza esercito. Niente di più, niente di elevato. Niente che mi renda una persona bella, da stimare.
Fino a qualche anno fa mi arrivavano diverse accuse di essere arrogante, giudicante, quasi un moralista a polarità invertite. E io sapevo che non era vero, semplicemente perché l'arroganza è quanto combatto di più nelle dinamiche del quotidiano. Non credo sia una colpa essere attratto più dalle crisi che dai trionfi, più dal vuoto e dalle sue bellissime sfumature di colore che dal lusso fine a se stesso, più dai romanzi oscuri che dalle storielle consolatorie di investigatori, poliziotti e giovani di buona famiglia che tornano nella città natia dopo aver lavorato fuori e...

Non è una perversione concepire il silenzio come un momento paradossalmente erotico, dove spinte e tensioni interne lottano tra loro, incerte se manifestarsi o solidificarsi in desiderio. Non è una colpa aver pensato per anni e anni che l'amore è, con tutta probabilità, aspettare che qualcuno si giri a guardarti, almeno guardarti, prima di negarti la sua presenza.
Quanto a patire quelle pene incomunicabili dovute a un'ipersensibilità di difficile gestione, dovrebbe essere chiaro che non si tratta di un hobby decadente alla Huysmans o alla Stelio Effrena. Struggersi per un incontro incompiuto, per un risveglio popolato da fate a metà, per l'impossibilità di amare ovunque si senta possibile amare, è bene ribadire che non si tratta di un gioco di ruolo per iniziati. È semplicemente la forsennata, liberatoria e sterile corsa a declinarsi di un'anima che non sarà risparmiata dall'invecchiamento e dalle incoerenze.
Non c'è stato un solo momento della mia vita in cui io mi sia guardato con compiacimento, con quella vanitosa indulgenza che detesto quasi quanto il razzismo, lo spocchioso classismo e l'ignoranza aggressiva.

Infatti, anche se non scrivo per piacere è palese che io scriva soprattutto per merito degli altri, delle vite che sfioro, guardo e cerco di portare dalla mia parte. Non potrei scrivere più una sola riga se pescassi solo dentro me stesso, perché io finisco, come tutti. Ho il mio fondo e le mie banalità, ho da gestire ossessioni e dolori che non è infrequente tendano a ripetersi. Uso la prima persona perché desidero assumermi la responsabilità totale di quello che esprimo. Non metterei mai in bocca ad un personaggio quello che mi muove dentro. I personaggi vanno bene nei romanzi e nei racconti, non qui, uno spazio che ho aperto senza smanie seduttive di sorta, solo per divincolarmi dai tentacoli dei giorni, dai fantasmi e dalle mie stesse egoistiche esigenze di rendermi personaggio anch'io.
Questo scrivo oggi, dopo una doccia, in cuffia con un bellissimo disco dei Black Sea Of Trees, a metà strada tra sogni e ritirate, affacciato sul futuro con quello sguardo fermo e curioso che, mi ripeto per l'ennesima volta, è tipico di chi non ha più nulla da perdere e non per questo si lascia annientare. È davvero tutto qui.


©Luca De Pasquale 2017





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