18/08/17

Diario del respiro e della luce chiara

Quando mi sveglio la luce è chiara, troppo chiara.
Eppure, questa luce lattiginosa, screziata di un'oscurità ormai intimidita, conserva un battito notturno leggero che scandisce la lentezza dei miei movimenti.
La casa è ancora silenziosa, fuori nulla si manifesta, sono solo, un punto di calore e sogni freddi sotto il cielo implacabile dell'estate.
Mi sento respirare.
Non ci ho mai pensato a respirare. Mai. Non me ne sono mai accorto, di poter respirare. Ancor meno ho considerato di mantenere stabile il respiro dopo la notte, il giorno seguente. L'ho sempre dato per scontato, come molte altre cose.
Ho scritto fino a tardi e poi ho distrutto tutto. In dieci secondi ho vanificato il lavoro di due ore della notte. Distruggere è così veloce. Inerziale, rapido.
Forse la mia stupidità consiste nell'innamorarmi non di quello che scrivo, ma del motivo che mi spinge a scrivere. Sarebbe a dire la vitalità che non so gestire, la ribellione costante, l'ostinazione a ritardare la resa e intanto il rendere questa dilazione un modo di vivere e stare al mondo.

La luce è troppo chiara per me, stamattina, e mi confonde. Credo di avere mal di testa ma non ne sono nemmeno sicuro. Come una leggera sbornia. Forse ho sognato e non voglio ammetterlo. Di sicuro quando sogno sono sempre solo, sono un esploratore, uno che indaga, uno che arriva nei posti, nei luoghi, e scombina il corso regolare delle cose.
L'umiltà è quella tipica dell'osservatore che interverrà solo con misura, poche volte, senza accorgersi di respirare. Il vizio è quello di non arretrare al cospetto degli imprevisti, delle deviazioni. Spesso non arretrare significa solo farsi massacrare, esporsi oltre ogni livello di ragionevolezza.
Preparo il caffè, torno in camera con la tazza. Ritrovo tutto ciò che pensavo: fogli, appunti, penne, pacchetti di sigarette. In camera non c'è una sola foto che mi ritragga dopo i quattordici anni. Osservo quella che mi cattura in braccio a mio padre su una sedia a sdraio, mille estati fa. Non so cosa è rimasto di quel bambino, dove sono andato a sperderlo e forse a umiliarlo. Quel bambino con l'espressione trasognata era un'anfora che cercava di contenere il maggior numero di emozioni possibili, penso si sia trasformato in una diga non sorvegliata, una barriera che si illude da troppo tempo di poter separare la linea del cielo da quella del mare.
Apparentemente, nessuna emozione sembra sopraffarmi davvero. Sono riuscito nel mio squallido intento pubblico e privato, quello di apparire sempre preparato a qualsiasi mutazione, situazione, contesto. E invece non è vero, sono maledettamente vulnerabile. Tutto lascia una traccia, spesso il confine tra erosioni e cicatrici è inesistente e discutibile; mi capita ancora di restare sveglio tutta la notte quando non capisco bene cosa provo.

Mi ostino a non segnalare mai la mia presenza, a cancellare le impronte che anche io lascio, eppure non ho mai smesso di voler entrare negli occhi degli altri, con calma, umilmente, da passeggero e mai da dominatore. Non si domina niente, è stupido pensarlo. Non ho mai pensato di possedere quel potere volgare che porta un individuo ad irrompere in altre vite con la freschezza arrogante del conquistatore. Non entro in punta di piedi, quello no, ma arrivo come un'ombra, e si sa che le ombre difficilmente pensano di poter respirare a lungo. Ancor più raramente le ombre riescono a considerare l'amore come qualcosa di concreto e di tangibile, le ombre collocano l'amore in una dimensione intermedia tra sogni e spine accese per sempre.
Faccio questo errore da quando sono nato, non mi correggerò. In un certo senso, l'emozione migliore è comunque dolore, ma ad un altro stadio, con altri attori, sotto scenografie irripetibili.

Passano le ore e già non sono più tanto consapevole di respirare. Incontro qualcuno, ma sono solo lo stesso. Sono solo nelle sale d'attesa, allo stadio, al mare, in pizzeria, quando scrivo, quando amo, quando mi mento e quando mi prometto smania e poi distruzione. Ho bisogno di quella sensazione ambigua di compagnia e solitudine insieme. Anche quando sono al centro dell'attenzione, è bene che la percentuale di ombra non scenda mai. Ci sono parti che è impossibile esporre davvero, anche quando ci si esprime, anche quando tutto lascerebbe pensare che ci si metta a nudo. Come ora che scrivo. Anche adesso che scrivo libero sento la parte d'ombra in silenzio e in funzione allo stesso tempo.

Cosa provo quando penso di emozionare qualcuno con la scrittura?
Ci penso raramente, ma quando accade non è una sensazione completa e felice come logica imporrebbe. La tentazione è quella di considerarsi sempre un estraneo che ha varcato la frontiera da tempo e che scrive con quella libertà violenta e densa che viene facile quando i ruoli prescritti sono stati abbandonati e demoliti. Mi capita di non capire se scrivo io o la parte adagiata nel cono d'ombra. Non importa stabilirlo.
Comunque, il giorno in cui emozionare qualcuno non mi imbarazzerà più sarò un uomo finito. Questo è certo. Se mai arriverò a scrivere di emozioni con quel piglio pragmatico e funzionale che affligge e corrobora tanti miei colleghi scrittori, significherà che non ho saputo rinunciare ad essere un uomo di merda. Perché è facile esserlo, e io non sono migliore degli altri. Semplicemente, forse, scrivo da luoghi diversi, scrivo sotto luci che spesso non sono in grado di valorizzare e apprezzare, scrivo in apnea e invece mi farebbe bene farlo con la consapevolezza di poter respirare, perché anche io posso farlo anche se sono convinto del contrario.
Questa è solo una parte della lotta quotidiana. Solo una parte.

In questi giorni sto riguardando tutti i primi film di Nanni Moretti. Sia pure con i loro necessari difetti, quei film hanno qualcosa di lunare e di grottesco, di urgente e folle. Sono rimasto incantato, avendola dimenticata, dalla scena onirica di “Sogni d'oro” in cui Michele Apicella prende la rincorsa per strada e urlando si avventa contro il compagno della donna che desidera. Con voce rotta e delirante urla: “Non sono un uomo finito! Io ho ancora molte cose da dire sai, ho ancora molte cose da dire!”, per poi restare a contorcersi a terra.
Cinque anni fa avrei urlato le stesse cose. Ero raso al suolo, non respiravo mai, non riconoscevo nemmeno la luce dell'alba. Avevo esagerato con la vita, con le possibilità buttate al vento e con una batteria di errori annunciati. Avevo anche perso la mia solitudine, che ora ho riguadagnato. Ho recuperato anche la mia percentuale d'ombra, a suo agio nel grigio tessuto di questi anni in apnea perpetua.
Non dipende certo tutto da me, ma è importante che mi ricordi di respirare, e di accorgermene.


©Luca De Pasquale 2017




Nessun commento:

Posta un commento