22/08/17

14, il resto della notte


Raggiungo velocemente il porto con la musica e le mie gambe. Uneven Structure, “Februus”. Disco enorme, un abbraccio letale tra atmosfere di velluto più che oscuro e violenza, tecnica e violenza.
Avevo bisogno di questa musica e di andare a guardare il mare. Brutta notte. Davvero una notte spiacevole, sogni insopportabili, sogni/sensi di colpa, sogni/tradimento, sogni/fantasmi. Niente di così arcaico e radicato nel passato, roba contemporanea, roba che è difficile da masticare e anche capire.

Raggiungo il mare e al minuto 5e36 il bellissimo pezzo “Awaken” si ferma in una maniera sognante e inattesa, così come dentro di me si ferma il girotondo di presenze-assenze, di pagine smontate e di libri che non volevo scrivere.
Cos'è questa pausa al minuto 5e36?
Forse il bacio di una donna? Forse la fine di un rito sinistro durato troppi anni? Forse disinnescare la scrittura, le parole, il pensare nascosto nelle code dei sogni scaduti?
Forse questo è il suggestivo silenzio di chi depone le armi rivolte inutilmente alle recite del passato? Non lo so, non posso saperlo.

Mi sorpassano bagnanti, anziani in pantaloncini, ragazze con la pelle bruna, apparentemente seducenti ma lontane come proiezioni per altri uomini. Getto la sigaretta in un tombino, cerco gli angoli più ventosi, quello strategico accanto alla chiesa murata, quello creato dalla costruzione abusiva di un attico su una palazzina di tre piani. Gli Uneven Structure hanno ripreso a pestare, una macchina di potenza assoluta. Non mi interessa definirli djent o experimental metal, non importa, so solo che è potenza innervata di melodie malinconiche, quello che cerco la maggior parte delle volte.
Strani giochi con i numeri, oggi.
Al supermercato ho speso quattordici euro.
In farmacia mi hanno dato quattordici euro di resto.
Dal tabaccaio ho speso di nuovo quattordici euro, sigarette+caramelle+accendino.
Sono andato in confusione, ho pensato di avere quattordici anni, di disporre ancora (o solo) di quattordici anni di vita, di essere nato il giorno quattordici e via così.
Poi ho pensato che forse il resto esistenziale ed emozionale della notte di sogni scomodi era di quattordici qualcosa, qualcuno.
Oggi ho problemi di libertà. Qualsiasi cosa faccia, la sensazione è quella di essere imbrigliato in qualcosa che non mi rappresenta che parzialmente. Mi piacerebbe nuotare, ma dovrebbe essere sera. Non adesso. Non scriverò prima di una certa ora. Non farò quella telefonata che avevo previsto. Probabilmente riordinerò casa perché mi piace, mettere tutto a posto come se ricominciassi da uno zero e mezzo, come se l'appartamento non lo avessi mai visto o vissuto.
Una zingara mi chiede dei soldi. Le dico che ne ho già pochi e che mi servono. Mi dice qualcosa che non capisco, credo un augurio di morte o di malattie. Mi tocco sotto, stupidamente. Passa un minuto e dietro di me compaiono i suoi due figli, due bambini dagli occhi di cenere accesa. Infilo indice e pollice della mano sinistra nella tasca del portafogli, non sono preoccupato e non mi allontano nemmeno. I due bambini scompaiono velocemente.
Guardo il mare, sporco, chimico e comunque azzurro. Il traghetto per Procida è partito, schiumando acqua, seguito da gabbiani voraci e ipertrofici. C'è una lancia della Guardia Costiera che sorveglia tutto e tutti. Il giornalista stempiato di una televisione privata intervista persone agli imbarchi, no, a lui non risponderò.
In uno dei bar del porto scorgo i vitelloni del luogo, neri come punizioni corporali, occhi scuri e barbe curate, tatuaggi ovunque. Hanno adocchiato una turista francese; poco distante da loro una giovane madre mangia un cornetto mentre un bambino piccolissimo le succhia il seno. Gli Uneven Structure continuano a disegnare geometrie taglienti nelle mie orecchie. Il brano che passa è “Quittance”, evocativo. Funziona.

Poi mi fermo al bar che piaceva tanto a mio padre. Ha chiuso. Chiuso per sempre, non è un semplice cambio di gestione. Non l'ho mai accompagnato qui, anche se me lo aveva chiesto. Quanti desideri di mio padre mi annoiavano e ora che non c'è più giudico le mie resistenze di allora stupide e la mia svogliatezza imperdonabile.
A mio padre piacevano i fiori e a me no. I quadri classici, che non ho mai amato. Adorava essere elegante e io invece ho sempre fatto di tutto per passare inosservato e ostentare una certa sciattezza. Mi chiedeva chi preferivo tra Pascoli e Carducci mentre io inseguivo le parole disperate di Dagerman e le provocazioni di Henry Miller.
E che dire delle storie a lieto fine? Lui era per finali aperti e speranzosi, io mi annoiavo. Per un motivo semplice: le passioni senza disperazione non mi hanno mai realmente coinvolto.
Per anni ho cacciato quelle albe fredde e amare che coincidono con la fine degli amori, con le occasioni mancate, con gli occhi curiosi di una donna che costringi a rinchiudere in cancelli di rancore eterno. Ho rifiutato l'amore ogni volta che mi appariva strada opportuna, cammino sensato, scelta confermata dal benessere. Ogni volta ho deciso che non poteva bastarmi.
E ora che sono invecchiato conosco la differenza tra rifutare e non poter accettare, tra l'accecarsi volutamente e il dover distogliere lo sguardo pur di non diventare un crudele bastardo.
Ricordo ogni alba di fine amore. Ricordo ogni alba di fallito amore. Sono definitivamente un cretino ricattato da una sensibilità pronta ad ogni eccesso, persino all'usura e alla vendetta.
Ricordo anche l'alba seguente alla notte in cui mio padre è morto. Era un'alba di giugno, carica di giallo e di rosa, la guardavo insonne dal letto, il cielo mi sembrava un contenitore di lame sovrapposte e sapevo che la mia vita sarebbe cambiata radicalmente, incluse le mie malinconie e le mie violente distrazioni. Non mi sono mai sentito tanto stupido e perso come in quell'alba, così simile a quelle che avevo generato io per primo, quelle che portano a termine la sciocca recita dell'amore impossibile e del nuovo cammino solitario, l'ennesimo stop and go sotto la pioggia stinta degli ideali modificati.
Cresco, invecchio e finalmente riconosco la meschinità dell'irraggiungibile grandezza che mi ha sempre posseduto e snaturato.
Chissà. Probabile che il resto di questo macello faccia quattordici, come i gradini delle scale che precipiterò in salita pur di sentirmi ancora in debito di ossigeno e alle prese con un'impresa qualunque.


©Luca De Pasquale 2017


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