31/08/17

Notturno


Le famiglie con i bambini si salutano nel parco, ciao a domani, baci e grazie di tutto.
Ultimo giorno di agosto. Si sente nell'aria. C'è odore di pioggia, neanche ipotizzabile al momento. Eppure è proprio odore di pioggia autunnale.
Il mio corpo è stanco. Oggi ho buttato molta roba. Sono giorni che continuo a farlo. Non sono per conservare.
Ho aperto cassetti, vecchi armadi, valigie, ex luoghi segreti, ho letto carte, documenti, ho trovato foto, giacche degli anni settanta, gli occhiali di mio padre. In una casa vuota e a tratti silenziosa, ho deciso cosa doveva continuare a vivere e cosa doveva sparire.
Un tempo provavo quasi gioia nell'eliminare roba. Adesso lo faccio come un contabile, attento ma indifferente.
Mentre continuo con queste operazioni c'è la luna alta in cielo, cerchiata d'acqua.
Tra poco più di un'ora non si sentirà più un solo rumore in tutto il circondario. Solo il fruscio della carta che riduco in coriandoli, il crepitio della sigaretta. Di notte si lavora meglio. Di notte riesce tutto meglio. Non ti guarda nessuno, nessuno ti percepisce, tu stesso finisci per ignorarti, e procedi più facilmente.

Mi chiedo quali saranno le parole che userò di più a settembre. Me lo domando mentre straccio carte su carte, comprese alcune cose che avevo dimenticato di aver scritto. Non ho una gran voglia di parlare. Quello che sento lo scrivo. Non tengo i giri minimi di conversazioni di rimando.
Descrivere com'è il proprio terrazzo, accennare alla propria banca, informare qualcuno che ti piace il pan di spagna e la pasta al dente, disquisire su marche di sigarette, pratiche sessuali, accostamenti tra politica e religione, confronto tra Chrome e Mozilla e via dicendo. Non tengo i minimi giri.
Forse solo dopo qualche ora, sempre di notte, potrei iniziare a dire qualcosa. Prima di parlare bisognerebbe guardare la luce che accompagna, rendersi conto degli odori, scegliere gli sguardi che si vogliono, non darsi in pasto a chiunque. Si deve avere il tempo di abituarsi alla propria voce e a quella altrui.

Fermo la mia opera di eliminazione, domani farò il funerale agli scarti che ho selezionato. Sono stanco ma tranquillo.
Quando mi è stato proposto di inventariare cantine e soffitte stracolme di dischi mi accordavo prima sul quando e poi sulla mia tariffa.
Posso lavorare di notte?”
Oh, come vuoi, tanto devi andare in garage”
Benissimo, grazie. Sono centocinquanta. Va bene se mi presento alle 23?”
E resti fino al mattino? Ma sei sicuro?”
Alle sei sarò fuori”
Adoravo uscire da questi palazzi sconosciuti della città alle prime luci dell'alba, stanco e impolverato ma sotto quel bagliore cauto che ogni alba contiene in dosi da non sperperare.
Quattro-cinque vinili in regalo sotto il braccio, sigaretta in bocca e caccia al primo bar aperto.
Cornetto, sorriso da Nosferatu all'assonnato barista e poi a casa a dormire.
Sì, si può parlare. Non per obbligo, non per contratto.
Si dovrebbe parlare di notte, quando il mondo cessa di segnalarsi, e all'alba, quando pochi hanno il coraggio di ritrovare il loro nome e la loro storia.
Chi dorme fino a tardi perde forse l'unica prova dell'esistenza di un Dio, per quanto distante, perde l'eco e la vera voce che cacciamo da dentro, lontani, addirittura non pervenuti all'appello delle sempre più deludenti prove di normalità.


©Luca De Pasquale 2017


La solitudine del maratoneta fermo un giro


Se potessi scegliermi un'altra faccia, propenderei senza ombra di dubbio per quella dell'attore Tom Courtenay in “The loneliness of the long distance runner”, lo splendido film di Tony Richardson che affresca mirabilmente la sterile ribellione al sistema e la ringhiosa svagatezza degli angry young men del tempo.
Angoloso, affascinante e spesso livido, il volto di Tom Courtenay ha rappresentato un'epoca e un'urgenza di rivolta che sono entrambe scomparse nell'insipido minestrone che è la società occidentale di oggi.

Negli ultimi due anni ho letto e riletto tantissimo, in quanto ad arrabbiati, non solo inglesi. Saranno pure fuori moda per i lettori più assopiti, ma quei libri sono attualissimi, indubbiamente più sinceri di buona parte della poltiglia consolatoria e bassamente borghese (nonché soggetta al fetido stratagemma da ufficio marketing della trama gialla nascosta o meno) che ci viene propinata oggi attraverso ogni piattaforma possibile, a volte addirittura via il megafono interno al buco del culo.
È paradossale che in una società malata, di base ignorante e pressapochista, i nuovi scrittori sentano la necessità di consolare o far sorridere leggermente, e non di protestare. È la codardia di fondo -ma ben visibile- che rende uno scrittore poco più di un pezzo di ego palpitante ma carbonizzato.
E allora non venite a dirmi che Sillitoe, Osborne, Braine, Wain e gli altri inglesi oscuri non sono attuali, perché se c'è qualcosa che non rispecchia la realtà sedimentata di un mondo popolato da gente suggestionabile sono proprio i vari poliziotti di cuore, gli ex protestatari rincoglioniti e i borghesi più pigri, quelli che reputano scandaloso perdere molliche di privilegio strada facendo.

Vivo in una città che ormai è infestata da una retorica ossessiva e assai fragile in materia di rinascimento e ottimismo perbenista. Editori e scrittori del luogo non si discostano affatto da questa cattiva abitudine (e propensione), arrivando a cavalcarla con assoluto sprezzo di ogni coerenza e veridicità di contenuti.
Non li leggo i vostri libri divertenti, i vostri stucchevoli calembour studiati con cura e con l'editor che vi siede in grembo, le vostre affastellate antologie risorgimentali sono una zuppa indigesta di parole alla rinfusa, le vostre presentazioni in pompa magna sono la totale negazione di ogni forma di impegno a respirare davvero quel che accade. Difficile che io pensi diversamente, uscito da uno di questi eventi che vorrebbero essere alti e raffinati senza averne la stoffa, rispetto alla sensazione di aver assistito a un gioco privato e perverso, con meno sincerità di un'orgia, tra falsi iniziati che si fanno le pulci sulle pubblicazioni e che si cacherebbero addosso l'un l'altro se solo potessero.

Ed ecco perché sarebbe necessario, a prescindere dalle mie parole taglienti destinate al vento e a uno sparuto battaglione di dissidenti reali,  che io avessi le fattezze di Tom Courtenay, in quel leggendario film in particolare.
Perché quella faccia è un rifiuto di suo, è un “io non ci sto” che non deve ricorrere a pamphlet, attacchi frontali o altre strategie belliche. È un volto che non trovi nei consessi letterari attuali, più adatti a foulard, lupetti scuri, solenni e gratuite citazioni pittoriche o musicali, cosce depilate e accavallate, claque di idioti urlanti ed emotivi che si strappano i capelli solo perché lo scrittore seduto di fronte a loro ha azzeccato un'involontaria consonanza esistenziale con le loro vite.
Che sia chiaro: a quel tipo non gliene fotte un cazzo se ha colto un aspetto della vostra interiorità; gli avete comprato la copia? Avete fatto passaparola? Vi piacerebbe stare sotto di lui o dargli piacere mordendogli i capezzoli? Solo così fate il suo gioco e lo rendete felice. Ma se volete informarlo del fatto che vi ha descritto con le sue parole, ebbene perdete tempo.
Ci sono delle eccezioni, ovvio: ma io non mi occupo mai di quelle. Il bello esiste: solo che è nascosto. Andare a scovarlo può diventare lo scopo di una vita, è un'opzione da non trascurare.

E così stamattina mi ritrovo da solo per le strade, un po' zoppo per via della schiena, e mi accorgo che sono fermo a un giro da un po'. Sono rimasto senza ambiente di appartenenza, anche se so di non averne mai avuto uno. Sono un ibrido, sono un bullone quadrato che aveva già scritto il suo destino tondo e lo ha mandato a puttane. Non ho un ruolo in società e non posso dire che mi manchi. Non ho ricevuto grandi allori letterari e questo porta i superficiali a voler spiegare la mia rabbia, ma sono analisi corte da cabaret smutandato. Provassi rabbia per una cosa del genere sarei davvero la miseria fatta uomo. La mia rabbia proviene da molto più lontano, è diramata, spezzettata, combattuta. Non è ambientale o congiunturale, è esistenziale, ed è anche l'impotenza che provo di fronte a tutta la dolcezza che non esprimo, che devo ricacciarmi in gola. Da questo l'idea di essere un lupo ferito, senza branco, immagine che mi acquieta ogni volta. Stranamente.
Se dovessi dire chi considero i miei numi tutelari in fatto di scrittura, dovrei ammettere quanto io sia stato influenzato e forgiato dal pirata Luciano Bianciardi, da Sillitoe e compagnia e naturalmente dai soliti nomi che saranno la mia perpetua ossessione: Dagerman, Hamsun, Puskin, Céline, Genet, Bernhard. Non proprio degli esperti di diplomazia, uomini che non si accontentavano. Loro stelle immense, io terreno bagnato. Ma la cifra porta inevitabilmente all'oceano scuro, chissà quanto amando e quanto perdendo.

Oggi sono inquieto, nervoso nei movimenti, languido ma a sottrazione, quella fangosa sensualità delle ore che passano e il corpo che non chiede niente. Una volta scrissi un racconto dove confessavo di desiderare le fattezze dell'attore Patrick Dewaere, altra mia ossessione e fratello immaginario. Lo vorrei ancora oggi, certo, ma la faccia del maratoneta ribelle Tom Courtenay, in questo trancio di vita vissuto appeso al cielo di riserva meriterebbe lo sguardo di Courtenay. Questa, adesso, è la faccia della mia anima quando si specchia.
E mi si creda in parola, è una faccia che non schiuma rabbia, è una smorfia di resistenza di un'anima presa tra due fuochi: quello dell'ammutinamento definitivo e senza rimorsi e quello rappresentato da emozioni positive e curiosità e sogni e ancora destini da dover nutrire, tutto ingestibile e a carne viva come forse è già scritto. Stavolta non riuscirò a cambiare forma in tempo per non fare al caso di nessuno, stavolta andrò a formare un pezzo unico con quello che mi attende. Spero di non morire così e per questo, senza movimento io non valgo niente e senza diritto di espressione sono solo un giocattolo ben educato e un po' recalcitrante.
Amo e non amo, spengo e accendo, desidero e distruggo, spero e saboto, scrivo e mi ferisco, chiedo spazio e mi rintano, sorrido e perdo. Vivo.
La conosco, la spaventosa solitudine del maratoneta. Alcune volte è bellissima e lascia che un uomo non sia solo un caso a zonzo per le stanze della vita.
Vedremo.


©Luca De Pasquale 2017


















30/08/17

Un errore semplice


Nella marea di roba di merda e commerciale che ci arrivava in negozio per “il gusto di massa”, il 31 maggio 2010 scorsi nelle cassette grigie dei cd una copia, dico una sola, di “We're here because we're here” degli Anathema.
Scaraventai per aria tutti i pannelli pubblicitari di Amici, dell'ennesimo cantante lirico in punta di papaveri e della majorette maggiorata di turno e mi accaparrai quella misera copia, chiudendola a chiave nel cassetto che recava l'inquietante scritta “LUCA DISCHI – RISERVATO”.

Già, perché io ero “Luca Dischi” e pensavo che quella qualifica mi sarebbe rimasta appiccicata tutta la vita. Quel giorno lavorai di lena, come al solito non vedendo l'ora che il turno finisse per dedicarmi alle cose che amavo.
Ma non riuscii a resistere oltre le 15, orario in cui, appena rientrato dalla pausa, scartai il cd e lo ascoltai in una delle cuffie semoventi per l'ascolto dei clienti.
Grande disco, ma la sorpresa che ero certo mi aspettava raggiunse le mie orecchie alla traccia sette, “A simple mistake”. Un pezzo semplicemente stellare che mi confermava una volta ancora il mio legame con gli Anathema, legame basato su consonanze di malinconia, rarefazione e sogno.
La voce distante e espressiva, la chitarra arpeggiata, il basso “lungo” e fondo di Jamie Cavanagh, tutto tornava. Avevo il mio pezzo del 2010, lo avevo trovato neanche a metà anno.
Spesso certi amori si nutrono di un qualcosa che ai più sembra contorto, e cioè il coefficiente di pura malinconia, quella specie di angelo con una sola ala che sorvola gesti e slanci senza deturpare.
Ascoltai “A simple mistake” tre volte di fila, poi venni richiamato all'ordine dal solito vigile, un impettito francese dal cocktail facile. Poco importava: avevo il pezzo, avevo l'energia della malinconia utile.

Cosa mi capitava in quei giorni del 2010?
Tornando indietro con la memoria, ricordo effettivamente poco. Ricordo caos, molto caos, troppo. Non ricordo pulsioni e desideri, tabula rasa. Quel che è certo è che non avevo voglia di scrivere, in quel periodo. Il 2010 fu un anno di ricostruzione personale, chiaramente con i miei parametri, che sono spesso al rovescio. C'erano dei colleghi che si stupivano del fatto che non volessi uscire con la loro comitiva, la cosa passava come un affronto. Ma io la sera avevo voglia di tornare nel mio mondo, dalla mia gatta, tra musica e libri. Non volevo la pizza, non volevo il vino e neanche numeri di telefono.
Tutte quelle ore in negozio, assediato dalla gente, sembravano togliermi una grossa parte della mia vita e persino del mio tempo interiore. Uscito da quel casino di musica sparata, richieste incessanti e gentilezze coatte, avevo solo bisogno di rifugiarmi, non di distrarmi.
Molti colleghi volevano uscire di sera nella speranza (spesso vana) di fottere, di tradire le loro annoiate compagne o anche solo di cementare l'unione amicale veicolata dal lavoro. Ai miei colleghi piaceva andare a mangiare fuori, a me no. Non mi piacciono le comitive, l'ho sempre ammesso con ingenua sincerità. Non mi piacciono i contesti allargati. Non concepisco l'idea di andare in un posto dove non distingui la voce di quello che ti è seduto di fronte. Meglio la dimensione a uno, massimo a due. Possibilmente lontani dal rumore, dal chiacchiericcio, dalle amabili conversazioni stentate e di maniera.
So che alcuni legami sentimentali sono finiti (anche) per questo, ma non sarei mai cambiato e lo dicevo subito.

Del 2010 ricordo poco, insomma. Un paio di relazioni deludenti, e poi un semplice errore che ho condotto per mano -e con dolcezza- in una discarica di sogni che però ricordava un giardino pensile. Se proprio mi sforzo, ecco che mi torna in mente che ero indietro di un fitto con la proprietaria, ed è per questo che la blandivo vergognosamente con parole eleganti e modi affettati.
Si era rotto lo scaldabagno, un rottame che stava lì credo dalla costruzione del fabbricato. Non lo feci riparare. La mattina doccia gelata e sguardo acceso al primo schizzo, poi caffè, sigaretta e sciocco senso del dovere.
A ben pensarci, ricordo anche che nei mesi estivi si presentò in negozio una ragazza piuttosto attraente, alla quale alcuni colleghi dissero che io ero uno scrittore, potevo consigliarle un libro esistenzialista o sofferto.

Ciao”, disse la fata, “sei tu lo scrittore?”
La soppesai per trenta secondi, non di più. Era bellissima, ma non somigliava ad un sogno. Provai la sgradevole sensazione di potermi imbarcare in una di quelle situazioni pericolose e destinate a un piacere sensuale e seduttivo pagato a prezzo altissimo, con devastazioni del cuore e la parte insana della malinconia, quella neanche alla portata degli Anathema e delle loro canzoni.
No, mi dispiace, non sono io... ha smontato alle 17e30... mi dispiace”.
La parte più virile della mia persona, spesso tirannica e cieca, mi diede dello stronzo e anche del frigido, ma ero contento così.
Magari mi fossi regolato in questo modo anche in altre situazioni. Tanti semplici piccoli errori fanno un disastro, e forse uno stile di vita.


©Luca De Pasquale 2017




29/08/17

Il libro della crisi


L'inverno del 2012 fu molto duro.
Atmosfericamente, ma anche dentro. Da mesi mi svegliavo alle cinque e alle sei e mezza massimo uscivo in una Napoli ancora dormiente, gelida, battuta dal vento e da uno strano odore di mare lontano. Lontanissimo eppure vicino.
A quel tempo abitavo a piazza Bellini, in uno schifoso monolocale che affacciava su un locale ancora più schifoso. Nel mio portone si bucavano, chiavavano, bevevano. Quando uscivo all'alba trovavo sempre rigagnoli di piscio, lattine e bottiglie. Sognavo di fuggire, ma non potevo. La mia vita mi incastrava ogni giorno nello stesso modo, una gabbia.

Non provavo più nulla. Ero come addormentato, narcotizzato. Un'anestesia perpetua che mi imbruttiva come anima e come uomo. Non ricordavo di aver amato o di essere stato amato; e nemmeno l'idea di autodistruggersi era più così seducente.
Andavo al lavoro come un sacco vuoto, senza emozioni, disgustato dall'ambiente, dai rapporti vacui e invecchiati, dai meschini delatori da corridoio. Non guardavo le donne, non sentivo il loro odore. Dio, al quale comunque non credevo, mi aveva tradito, togliendomi il bene più prezioso: sentire la vita e quindi fondermi con gli imprevisti, cavalcare anche le cadute, gli incidenti.
Nemmeno la notte sembrava avere più voglia di accogliermi e io non avevo voglia di toccarla, di trattenere un pianto nelle sue spalle, niente.

In una freddissima mattina di dicembre, passando per le bancarelle di Portalba, notai un libro che catturò subito la mia attenzione: si trattava di un libro fotografico, “Gioco all'alba”, foto di Napoli in quella speciale luce scattate da Paolo Pelli. Chiesi al bancarellaro il prezzo: cinque euro.
Un libro datato 1981. Feci colazione senza voglia, da solo, me lo portai al lavoro. Ero brutto in quei giorni. Quel libro mi sembrava un segno, pareva volesse ricordarmi che l'alba è uno dei momenti che amo di più, anche perché dura poco e io non ho tempo di conoscermi di nuovo, riconoscere, annotare le intenzioni, mentirmi.

Lo sfogliai in una di quelle lunghissime, estenuanti pause di un'ora e mezza al lavoro, volendo tenermi lontano dalla combriccola di lacrimanti che parlavano sempre e solo della cassa integrazione.
Foto bellissime, libro vintage, Napoli con i vestiti dell'alba e io con gli occhi spenti a guardare quel libro. C'era una promoter che fingeva di interessarsi a me, la ignoravo, mi irritava.
Sfogliando il libro mi dissi che avrei dovuto lasciare quel postribolo il prima possibile, che stavo morendo. Volevo andare a Modena. Mantova. Padova. Arezzo. Enna. Biella o Novara. Altrove. Volevo cambiare nome. Partire di notte da Napoli Centrale. Non avvertire nessuno. Non lasciare il numero. Tagliare i capelli, taglio militare. Cambiare marca di sigarette. Cambiare stile di scrittura, modo di sognare, chiudermi ai sensi, apprezzare le piccole cose, allontanare il rumore, la blanda resistenza di giorni uguali.
Non ricordare il padre e la madre. Ritornare sui luoghi degli abbracci e bruciarli con il nuovo ghiaccio. Fare eco a me stesso ed elettricità freddo sulle guglie della notte, appollaiato agli spazi di libertà interiore come un gufo.
Ero una feritoia e mi sentivo una ferita aperta.

Riguardai quel libro fino a conoscerlo a memoria. L'alba nella mia città, due grandi signore che non mi accoglievano più, né sano né malato.
A gennaio andai a rivenderlo per quattro euro. Non volevo più vederlo. Basta, chiuso con le suggestioni. Le emozioni sono pericolose, mi ripetevo, basta. Essere amati è una pretesa assurda come essere liberi. Modena, Novara, Reggio Emilia, Parma, Cuneo. Senza il mio nome e la mia storia.
Avevo smesso di dormire. Scrivevo solo in case che non erano la mia. Mi sentivo nuovo in vecchie strade, irriconoscibile, fuori sincrono. Quel dannato libro iniziò a mancarmi da morire, come i sentimenti, come gli occhi all'alba, come la persuasione di resistere, come il lampo dell'anima quando incoccia gli spigoli e non sai se annuncia un arcobaleno o l'ultima tempesta.
Che anno di merda il 2012. Non ho più ricomprato quel libro.
Ho ricominciato a dormire.
A volte l'alba mi sveglia e mi chiede educatamente se voglio guardarla.
Non rifiuto mai. Mi ha accolto tante di quelle volte. Non sono un ingrato.
Se gli occhi potessero scattare foto, avrei con me un album personale di foto all'alba, milioni di foto, gratitudine e febbre.
Io sempre di lato, dove l'amore arriva più attutito.

©Luca De Pasquale 2017



in ascolto: Niclas Kannengiesser – Acquaintance (Swayzak Remix)


L'oggetto misterioso


La notte rivela l'uomo.
Antoine de Saint-Exupéry

È così divertente, in fondo, essere un oggetto misterioso senza averne la volontà. Qui lo intuisco da come mi salutano che non sanno chi sono, cosa voglio, cosa faccio, che storia ho e come mai parlo quasi niente e mi limito a sorridere quando ascolto.
Immagino che qualche vicino spettegolando a tavola senza nessun interesse reale (e meno male) possa dire: “Strano quel tizio. Pare che è uno scrittore, ma in realtà è disoccupato... pare che lo hanno licenziato da dove stava...
pare pure che è divorziato... un tipo strano”
Pare, pare, pare. E parete pure, che problema c'è?
Mi accorgo di come per molti sia assolutamente inconcepibile che uno con pochi mezzi scriva. Questa azione, se non porta alle vendite di Baricco, De Giovanni e altri cannonieri delle classifiche, non viene capita. Altrettanto difficile è capire come possa avere l'arroganza e l'impraticità di scrivere uno che non è un insegnante, uno psicologo, un professionista in altro, un ex editore o un affermato editor. Nella concezione comune, oggi puoi permetterti di scrivere solo se sei già inquadrabile in qualche modo più semplice e immediato. E poi deve guadagnare, altrimenti che cazzo scrivi a fare? Magari poi un giorno scopri la tua vera strada e smetti di scrivere, no?
È così semplice fare le pulci che poi si diventa delle pulci.

Non gioco, sono realmente divertito. Dal mio storico personale, che mi dice, al netto di tutto, quanto io sia stato (e sia) oggetto misterioso per tante persone che in qualche modo mi hanno incrociato, inclusi parenti, amici, qualche compagna ad interim e poi quella fantastica categoria di assurda potenza rappresentata dagli amici delle compagne a cottimo.
L'ho sempre chiamato “il mio inesistente mistero”.
Mistero che non ho mai, in nessun modo, cercato di sospingere verso lo status di piccola leggenda rionale, aziendale o amicale. Il non comprendere le abitudini altrui porta inevitabilmente a perdersi in ipotesi fantasiose, ragionamenti limitati, congetture astratte che lambiscono la fantascienza dilettantistica. Scrivo, ma potrei anche vestirmi da donna ogni notte e andare a cercare piacere nei sushi-bar o nei cessi delle stazioni. Vale uguale. La banale verità è che scelte poco codificate e soprattutto poco gratificanti economicamente vengono percepite come stravaganze e tare. È una legge non scritta degli esseri umani, piuttosto penosa.

Su questa falsariga, non dimentico quello che mi diceva tanti anni fa una mia coinquilina a proposito del fatto che di giorno ascoltavo hard rock e heavy metal e la notte, di contro, deep house e musica atmosferica: “Ma perché ascolti musica house da solo la notte? Non conosco nessuno che lo fa! La musica house si ascolta in discoteca ed è comunque musica che si usa molto per scopare”
Ah, ecco. Quindi tu la usi?”
No, che c'entra. È che nessuno ascolta deep house da solo. Sei proprio strano”
A parte che non è solo deep house ma anche elettronica minimale, non vedo dove sta il problema”
Sei strano”
D'accordo, grazie del feedback”

Anche stanotte ho ascoltato house liquida, suoni dilatati, carichi di eco, quasi marini. Per buone due ore. Federsen, Janeret, Fresh And Low, Larry Heard, Sven Weisemann, Reno Wurzbacher, Peter Clamat. L'ho ascoltata sdraiato sul letto, occhi al soffitto, sigaretta in bocca, solo una piccola lampada accesa, ventilatore velocità uno. Ho pensato a molte cose. Tanta roba. Muovevo ora il piede sinistro ora, quasi impercettibilmente, la testa. L'house morbida nell'oscurità mi rilassa e mi carezza. Ne ho bisogno. E chi se ne frega se altri la usano per massaggi erogeni, pratiche solitarie, furioso petting stoico o sesso stile scheda in palestra. Non è affar mio. I suoni liquidi nella notte sono parte della mia fisicità, hanno la valenza di un tappeto gassoso sul quale posso lievitare senza giocare a fare l'esteta in romitaggio. Punto.

Stamattina alle sei gli operatori ecologici del comune di Pozzuoli hanno spruzzato insetticida ovunque. Io ero sveglio, con la tazzina di caffè in mano, mezzo stordito. Ho visto volare insetti ovunque, disperatamente alla ricerca di una via di salvezza. Vengono a morirti sul balcone, dimenandosi. La scena mi ha disgustato.
Poi ho iniziato a ripensare a quella donna che ha iniziato a scrivermi qualche mese fa, qualificandosi come “Mandragora76”. Le ho risposto che è piuttosto sciocco nascondersi dietro un nickname. Non amo queste forme di anonimato psicotico. Evito sempre. Lei mi ha scritto che amava i miei racconti, le ho detto che non sono racconti. Mi ha confessato che sono uno degli uomini èiù profondi che abbia mai incontrato e io le ho ribattuto che non ci siamo incontrati e che non si tratta di essere profondi. Non sono mica una sonda, sono solo un uomo. Potrei essere un pagliaccio, un artigiano dell'abisso, un insincero grafomane, pubblicato o meno che io sia. Niente, lei insisteva con l'idealizzazione.
Alla fine, considerate e soppesate negativamente le mie resistenze, mi ha scritto qualche giorno fa rivelandomi di aver incontrato l'uomo della sua vita. Una pratica che ho già avuto modo di esperire nel corso degli anni. E dunque, “l'uomo profondo” non le interessava più: bastava, come sempre, che arrivasse un fidanzato o un principe azzurro con i boxer colorati. Meglio per lei e per me.
La notte rivela l'uomo, non la scrittura. La scrittura è uno schermo, che lo si voglia o no. La notte è un regno, invece. Molti scrittori che ho conosciuto poi, nel privato, lontani dalle belle parole, si rivelavano essere persone di incredibile banalità se non degli uomini di merda. Può darsi che lo sia anch'io, mia cara Mandragora76 che dici di piacere agli uomini profondi. Non contattare sconosciuti, non fidarti, non idealizzare un uomo al suo pc.
In bocca al lupo, Mandragora76. Che il tuo compagno possa apprezzarti per quel che sei e quello che sogni di essere, che sia delicato nei baci e virile nelle prese, e che non sia un bastardo innamorato di se stesso. È il requisito minimo per non fare schifo del tutto, sai.

Quanto a me, residuo oscuro e falsamente misterioso di un estate di fuochi persi e guadagnati, so come aspettare la notte. Dimenticando novanta e cercando ostinatamente dieci, finché non mi sarà possibile dimenticare novantanove e sognare finalmente uno.


©Luca De Pasquale 2017








28/08/17

Tradimento e tempo divorato


Appuntamenti nei pressi di chiese, di pub chiusi durante il giorno, sul lato destro di edicole monumentali, alle spalle di vecchi palazzi, sui gradini di un palazzo anonimo. Appuntamenti nei giorni di pioggia, subito dopo pranzo, nascosti in un pullover, riassunti da una sciarpa sobria, da un sorriso teso.
Mentivo, e qualcuno mentiva con me. Mi veniva dietro o mi precedeva. I baci erano più profondi di quelli ufficiali. Le paure più violente, le carezze chiedevano vita attraversando interi corridoi di morte e paura.
Mi dicevo: “Forse mi verrà un infarto. Cadrò per terra, cadrò nella pioggia, ma non rinuncerò all'abbraccio sbagliato”.
Ma non mi dicevo solo questo. Durante quegli appuntamenti, quelle fughe e quegli azzardi mi ricordavo di alcune intenzioni chiare sin dall'inizio: mai diventare vecchio.
Lo dissi anche a lei, quando mi chiese del futuro, di come affrontarlo. Le dissi che non sarei mai diventato vecchio. Che mi sarei ucciso prima di quella linea di demarcazione o durante. Che non si trattava di nulla di drammatico o romanzesco, e nemmeno triste. Le chiedevo una carezza, la tranquillizzavo, le ribadivo che quella non era disperazione ma pieno diritto di un'anima impossibilitata ad accettare il normale avvicinamento alla morte. Non volevo spaventarla affatto, piuttosto ricordarle del nostro poco tempo, se due persone fanno un frontale interiore nel pieno delle loro notti non c'è da perdere tempo in chiacchiere e teorie. L'amour fou dura solo nei libri, e nemmeno in quelli. Nei film non dura più di un'ora e mezza, inizio e dissoluzione compresi. La vita, le spiegai, offre qualche possibilità in più di ripetere l'errore e l'oltraggio finché non prevalgano definitivamente i colori più intimi, quelli che è impossibile giudicare.

Solo gli illusi credono che provare qualcosa per qualcuno non comporti percentuali di colpa e dolore tenuto sveglio per evitare il sonno della ragione.
Andavo a quegli appuntamenti con l'insonnia in bocca come un fiore appassito, con le mie parole sussurrate, che a lei dovevano dire qualcosa ma a me facevano schifo. Avevo voglia di lei, certo, e di cancellare il suo compagno dal suo destino. Lavanda gastrica del suo destino prima di me, lo desideravo. E già non mi sentivo più un ragazzo durante i nostri incontri. Questo aspetto rendeva tutto più immediato, destabilizzante. Tempo, sempre poco tempo. Coraggio, sempre sproporzionato rispetto a quel che resta da vivere e amare. Notti che non finiranno nel dimenticatoio del sonno stanco, troppe. Notti di stelle non richieste e per questo popolate da una strana magia, poche e per questo fondamentali.

Andavo a quegli incontri con lei felice che fosse autunno e che ci aspettasse l'inverno. Sapevo che la primavera è puttana per le emozioni, le sgrana e le demolisce prima dell'estate, con la sua falce di sconcertante semplicità obbligatoria. Le giurai che non avrei mai raccontato di noi a nessuno. Nessuna rivelazione, nessuna confessione, nessuna pagina scritta. Quando giuri che non racconterai niente, che non ti cospargerai il capo di cenere con inutili pentimenti, vuol dire che sta per finire, e in quel caso significava che il profumo nelle boccette blu scuro che ci portavamo in borsa e in tasca stava per trasformarsi in addio.
Non so come decidemmo di finire. Volevamo credere di averlo deciso noi. Necessità di illusioni. Ritornò sul discorso dell'uscita di scena: “Promettimi che diventerai vecchio, promettimelo ora”
Non posso. Mi ucciderò prima”
Promettimi allora che non smetterai mai di scrivere”
Mi è impossibile non scrivere, promessa facile”
Magari verrò alla presentazione di qualche tuo libro, nascosta però”
Presentazioni dei miei libri? Grazie per l'ottimismo, e comunque a me le presentazioni di libri fanno orrore quasi tutte. Io stesso faccio il guitto come tutti, la troia profonda. Non venirci, per favore”.

Ho mantenuto l'impegno, ma era ovvio. Non ne ho mai parlato a nessuno, e neanche ne ho scritto. Questa è solo memoria, tornarci significa divorare anni, sere alla finestra a guardare la pioggia, tornarci così è come cercare di fermare l'impronta del corpo su un letto disfatto, se tocchi qualcosa perdi tutto, anche i fantasmi.


©Luca De Pasquale 2017

27/08/17

Incubus


Io lavoro con i miei sogni o incubi.
David Cronenberg

Ho sempre sofferto di insonnia. Non solo. Mi sono reso conto molto presto, ero poco più che un bambino, che sognavo molto e che buona parte dei sogni non erano altro che incubi.
Non li ho combattuti più di tanto; anzi, li ho accolti, li ho studiati, con alcuni di loro ho quasi calendarizzato i nostri appuntamenti notturni.
Da ragazzo non potevo in nessun modo dormire al buio. Al buio mi sentivo indifeso. Sapevo che sarebbe venuta a trovarmi la donna senza faccia. E la luce oscura e liquida che andava a sistemarsi sulla poltrona di mia nonna. E pure il prete che non parlava e poi si impiccava nella mia camera a un gancio che non avevo mai visto prima.
Questi erano gli ospiti frequenti. Ma accadeva anche dell'altro. Nei sogni/incubi correvo, finivo a mare dove non si toccava, oppure mi toccava entrare in una camera dove c'era il mio sosia vestito da arlecchino.
Cani a tre zampe, la donna che correva nell'erba e si girava all'improvviso per mostrarmi il suo volto di manichino, in qualche occasione il diavolo o qualche demone sparso. Con il tempo ho imparato a non avere più paura, senza dirlo a nessuno, senza cercare alcuna forma di conforto.
Mi dicevo che non potevo soccombere agli incubi, dovevo iniziare a gestirli, ad ammaestrarli, in casi estremi a trarne una qualche ispirazione per le parti più sane e vitali della giornata. E così ho iniziato a leggere saggi sui sogni, ho scoperto il Faust senza volerlo, ho iniziato ad affezionarmi a personaggi letterari e cinematografici dal passato oscuro o tormentato, mi sembravano dei fratelli che non incontravo per caso. Ho cercato di conoscere persone che avevano reagito alle avversità nel modo che reputavo più simile al mio, sarebbe a dire non parlare e studiare contromosse, diventare quasi parte del problema per guardare meglio nel fondo senza paure.

Grazie agli incubi ho scoperto Hoffmann, Fussli, Francis Bacon, i Marillion con la splendida canzone “Incubus”, ancora oggi uno dei pezzi che amo di più, il pittore Felicien Rops; ho anche imparato a muovermi nel buio, a tollerare i risvegli improvvisi e fraudolenti e appropriarmene, mettendomi a scrivere senza provare a dormire di nuovo. Mi è stato anche facile, dopo le prime ovvie difficoltà, capire che il presentarsi di alcuni brutti sogni in particolare stava a indicare qualcosa di preciso, un segnale, un riflusso, un avvertimento.
La donna senza faccia, ad esempio, arrivava quando iniziavo a provare dei sentimenti per qualcuno. Come ad avvertirmi che il riconoscimento non è affatto garantito e che un sogno può anche essere un inganno, una svista imperdonabile. In momenti topici per il mio cuore, di notte sono venute a trovarmi donne di vento, amanti a sorpresa, signore in nero, ragazze bellissime e decise ad usarmi una sola volta, con mia piena consapevolezza.

Nelle mie notti più difficili, il diavolo, presenza sfuggente e veloce, è sempre stato stranamente democratico. Naturalmente si palesava in forme eleganti, direi quasi squisite, mostrandosi un interlocutore ragionevole per quanto insinuante. Si poneva, supremo ingannatore, sul mio stesso livello, ascoltando le mie deboli argomentazioni e le mie farfugliate giustificazioni. E di cosa si occupava? Di ricordarmi la mia ambizione, i miei desideri di sopraffazione e di vendetta, sembrava voler sponsorizzare quello che era un mio desiderio reale, e cioè vivere al di fuori della società civile, dei riti, delle convenzioni, delle belle parole, degli amori combinati dalla noia e dall'ambiente, mi ricordava il bisogno di vivere il sesso secondo l'istinto e non per suggellare contorni tenui e ben levigati. Mi chiedeva, in buona sostanza, di mostrarmi per il lupo ferito che sentivo di essere. Non tutto quello che suggeriva mi appariva sbagliato e irrazionale, ma il mattino seguente avevo sempre un gran mal di testa e un senso di corruzione addosso.

Oggi che sono uomo di una certa età dormo completamente al buio. Ho bisogno del buio completo per dormire veramente. Gli incubi si sono ridotti a rapide escursioni settimanali, e quando arrivano quasi sempre mi trovano preparato, più animale di loro, più simbolico delle loro allegorie dolorose, più coriaceo e capace di muovermi diagonalmente a loro, nell'oscurità.
Qualche volta vinco, altre perdo e quando perdo è rovinoso, perché significa che le mie sperimentate resistenze sono state scardinate.
Non sono tanto gli incubi che temo, no. Temo di più i sogni. Perché sono tentato di seguirli, ovunque mi portino. Per stanarli, viverli e anche ucciderli.

Non mi interessa particolarmente scoprire perché sono così sensibile a incubi e sogni e perché ricorrano con frequenza blocchi onirici disturbanti o cupi. L'ho capito da tempo, perché li faccio. Non è qualcosa che mi turba così tanto, se non nelle giornate più vulnerabili.
Mi fa più paura iniziare a preferire i sogni alla realtà. Faccio sogni bellissimi, pieni di colore, straripanti tranquillità e dolcezza, sogni in cui l'amore -o quel che ne resta- vince e i lupi perdono, integri o feriti che siano.
Sogno cose che debellano la malinconia di respirare, sogno mani che cercano le mie, sogno case senza morte, senza suicidi, senza porte sbattute. Sogno stazioni dove sono lì ad aspettare in qualsiasi condizione atmosferica, punti di arrivo dove so aspettare chi aspetta e non devo vendicarmi continuamente.
Sogno anche di non dovermi divincolare dalla stupidità, dall'approssimazione mentale, dal delirio artistoide di finti visionari, soprattutto riesco a sognare di non far soffrire nessuno, che è quanto odio di più nella vita.
Soffrire va bene, far soffrire no, non bisogna pensare di averne il diritto. È il mio miracolo laico, sognare la gentilezza anche se mi sento un lupo.
Certi sogni mi catturano, mi cambiano così tanto da generare la sciocca paura di dissiparli nel vero, non mostrandomi abbastanza elastico e umano da poter mescolare la certezza delle tenebre con il rischio della luce.
Problemi da predatore notturno intimidito dalle carezze. In fondo, è così semplice capirlo.


©Luca De Pasquale 2017



Non mi cucinerai



Mi sono rassegnato.
Ormai parlano tutti di cibo. Il cibo è il business, è la salvezza. Si vive attorniati da esperti chef, assaggiatori, cucinisti creativi, degustatori di pesce azzurro, architetti dolciari, spadellatori, eccetera. Gli itinerari del gusto perseguitano il più svogliato dei viaggiatori, se è costretto a cercare informazioni anche su un semplice bed&breakfast.
Considero il cibo come una necessità per sopravvivere. Non altro. Faccio uno sforzo enorme ogni volta che qualcuno inizia a farmi una lezione su salse e verdure, e lo sforzo consiste nel non rispondere sgarbatamente come mi verrebbe, “fermati qui, non me ne frega un cazzo”.
La metà delle persone che conosco si è reinventata esperta di cibo e di preparazioni fantasiose dello stesso. Bravi, furbi: hanno seguito il trend. Dove se magna c'è sempre qualcosa da guadagnare.

Se c'è un tipo di persona che non sopporto, oltre a coloro che esibiscono volgarmente privilegi e quelli che vivono sotto i tetti di religioni costrittive e cieche, è quel tipo di uomo che ti ritrovi a un'innocua cena con vecchi amici e che reputa opportuno spiegare a tutti i convitati come cucinare l'astice con l'alkermes. Perché questi soggetti hanno qualcosa di estatico e di insopportabile, oltre che orrendamente didascalico, nel farti credere che se cucini e mangi bene allora vivi e pensi bene. Lo trovo un assioma demenziale e destituito di ogni fondamento.
La verità è banalissima, stringente: se sono uno stronzo non diventerò migliore mangiando tagliatelle paglia e fieno con capperi di Bordeaux. Resterò uno stronzo.

E poi, basta con questo collegamento cibo/sesso, ancora più vizzo e insignificante del binomio amore/morte. Ma siamo ancora fermi alle fragole in bocca e al replay casereccio di “Nove settimane e mezzo”? Siamo rimasti cristallizzati ai cubetti di ghiaccio nell'ombelico e la frutta sulle labbra socchiuse in attesa del coito definitivo?
La cena di ieri sera è stata un supplizio per la presenza di “Coco”, l'attuale compagno di una mia ex compagna di università, Tascia. Lei ce lo ha presentato come “Coco” e lui l'ha confermato, “piacere, sono Coco”.
Stringendogli la mano ho pensato “ma piacere un cazzo, che significa Coco? Per cosa sta Coco? Per Gennaro, per Antenore, per Massimiliano? Per Federico?”
Poi, dopo neanche un quarto d'ora si è capito che questo Coco poteva fregiarsi della qualifica indimostrabile di “homemade creative chef”.
Il tizio, uno alla moda con barba taliban, tatuaggi e occhiali da vezzo, ha iniziato a commentare qualsiasi cibo, comprese le patatine fritte e l'acqua minerale. Il mio fastidio cresceva con il passare dei minuti e mi è venuta una gran voglia di litigare con lui. Anche perché ha condito le sue osservazioni culinarie con un lunghissimo elenco di posti che lui e Tascia hanno visitato e dove lui ha appreso i rudimenti della cucina locale.
Ho cominciato a fumare nervosamente, a toccarmi i capelli, a guardarmi intorno. Avevo voglia di fargli male. Non mi costa nulla ammetterlo.
Poi ha commesso l'errore. L'errore. Il commento classista. Quello che non perdono mai. A nessuno.
Toccandosi la barba, avvolto dallo sguardo innamorato di Tascia (che, va detto per onestà di cronaca, ha sempre scelto delle teste di cazzo per rifiorire e forse per compiacere la madre), Cocazzo ha detto: “Del resto, amici, dirò l'ovvio ma per mangiare bene e per vivere bene una compattezza economica è irrinunciabile... penso a quei poveracci SENZA MEZZI che non hanno mai potuto mangiare da Patrizio a Roccaraso, dove si cuoce l'unica pizza boschiva originale... se uno vuole godersi la vita deve sudare, altrimenti...”
Tu credi che uno che non può permettersi la pizza boschiva dal tuo amico di Roccaraso sia un poveraccio?”, ho ghignato, “ebbene, io credo che i poveracci siano invece quelli che rompono i coglioni con la storia del dove e come mangiare”
Ed è sceso il gelo, anticipatore del terremoto.
Non sto a raccontare frasi e frecciate, minacce e ritorsioni verbali, basti dire che Tascia e gli altri hanno creduto che stessimo venendo alle mani. Non ci sarei arrivato. Arrivare alle mani è pericoloso, vuol dire che il velo sugli occhi è sceso e che potrebbe succedere di tutto. Non so come, ricordo che è stata messa in dubbio la sua virilità, suppongo da me. Tipico. Se provocato, posso diventare molto sgradevole.
Pazienza. Non tollero questi sacerdoti del gusto, questi dispensatori di dritte epicuree. Sono arroganti e autoreferenziali. Credono di aver scoperto il Valhalla grazie a delle spezie e dei bulbi. Che se li infilassero a braccio meccanico.

Se qualcuno mi facesse dei biscotti, lo apprezzerei molto. Mi piace anche fare gli gnocchi in casa, non sono un totale animale. Sono di modiche pretese, per cui dopo essermi preparato un'amatriciana posso sentirmi pago per un mese. Anche se non bevo vino pregiato mi si rizza lo stesso e riesco anche ad essere romantico senza dover copiare sul polso citazioni di Paul Eluard. Dopo una buona pasta alla carbonara potrei addirittura iniziare a considerare la possibilità di ravvedermi eticamente su tanti aspetti.
Sono per le cose semplici e mai esibite. Non mi piace essere guidato, praticamente in niente, figuriamoci nel cibo. E non gradisco i toni avventizi e vaticinanti in generale.
La figura dell'esperto è sempre a rischio di tramutarsi in macchietta grottesca, per cui evito sistematicamente sapientoni letterari, masticatori di vecchi vinili (sempre gli stessi, alla fine: molti melomani non vanno oltre i musicisti famosi e dicono sempre le stesse cose), Salgari di provincia che viaggiano spesati da mammà, farneticanti scopritori delle meraviglie nascoste del mondo. Fotografa pure i cocomeri giganti che hai trovato nell'isola del Capitano Gimelstob, ma non osare venirmi a dire che quell'isola la conosci solo tu perché sei un grande spirito. Non osare vantarti. Di nulla. Con me, di nulla.
Mi piacciono le persone con un profilo volutamente basso, quelle che riescono ancora a tener presente il concetto base, quello di non essere nulla di così speciale da doversi tramandare. Mi piacciono le persone che parlano poco e bene.
Nessuna deferenza, questo per me è fondamentale. Puoi aver scritto ottanta libri, puoi guadagnare il quintuplo in un mese di quanto ho realizzato io in quarantacinque anni, puoi essere alla moda, non ti bacerò il culo. Non invidio quello che hanno altri: voglio solo che non venga sbattuto in faccia. Non discuto se uno è esperto o meno di qualcosa, ma nessuna lezioncina con la faccetta supponente. Non te la tirare, creperai anche tu.
Sono le mie leggi. Le rispetto.
Non mi cucinerai, Cococacacazzo.


©Luca De Pasquale 2017

26/08/17

Incontri per decidere di non amarsi


Quante volte mi sono trovato a parlare -quasi sempre di notte- con qualcuno con il silenzioso e condiviso obiettivo di stabilire che era impossibile amarsi?
Diverse volte.
E posso dire che non sono stati incontri squallidi o tristi. Non posso dirlo, non posso scriverlo.
In giro non si parla d'altro che della presenza in amore, dell'esserci sempre e comunque, enfatizzando tutto ciò che è di lunga durata, stabile, solido. Così facendo si trascura un altro mondo che pure esiste, e tanto muove.
Il mondo concreto, concreto di sogno intendo, dell'amore fantasma. L'amore mancato è il più imponente fantasma celato nell'anima e nelle storie delle persone. Non è detto che gli amori fantasma siano solo paura, incapacità, inadeguatezza, conseguenze di altri fantasmi. Gli amori mancati possono non avere spiegazioni ragionevoli, oppure devono il loro destino a contingenze, distanze invalicabili di vario tipo, possono dipendere da luoghi affollati, contesti inadatti, dall'impossibile adesione al progetto esistenziale dell'altro.
Sono certamente responsabile di alcuni sentimenti mai sbocciati, soffocati in partenza, ridotti a bellissimi spettri dietro vetri, porte chiuse, pagine di scrittura. E questo perché per lunghi tratti del mio percorso la mia missione principale era la regolare e sistematica distruzione di me stesso. Non dell'altro. Senza usare questa scelta come alibi. Alibi non ne ho mai cercati, alibi è una parola che conosco solo nel significato, non nell'applicazione.

Una notte di qualche millennio fa, Mariella ed io eravamo fermi in auto, di notte, nei pressi di uno dei tanti belvedere della città. La desideravo. Speravo con tutto me stesso che lei provasse le stesse mie emozioni. Nascosto dietro una sigaretta, con il finestrino lato passeggero abbassato, guardavo il panorama tremolante di pioggia. Faceva molto freddo. Mi sentivo codardo e banale. E volevo che lei non si sentisse come me. Mi sentivo un codardo perché non osavo chiederle quello che in realtà sapevo di voler pretendere, e cioè che lei lasciasse il suo uomo per me. Io ero solo, in piena fase di ricostruzione personale, emozionale, di fiducia nelle idee, nei sentimenti.
Quella notte era bellissima e anche lei lo era. Io credo di no, io ero solo una sigaretta che bruciava, ero freddo e bocca secca, futura pagina desolata, futuro rimpianto. Ricordo la sua sciarpa blu, i suoi capelli, il suo sguardo forse innamorato e sicuramente colpevole. Ricordo nitidamente l'odore delle sue mani, forse crema Neutrogena frammista al suo vero profumo notturno. Continuavamo a ripeterci che no, non era possibile diventare qualcosa insieme. Una sensazione molto dolorosa, ascoltare la sua voce e anche la mia. Molto doloroso, anche, non poterla baciare, non poter avvicinare le labbra a quella sciarpa blu e arrendermi una volta per tutte. La cosa peggiore è che mi sembrava di conoscerla da sempre, come si scrive nei romanzi più sciocchi e come si racconta al telefono agli amici. La guardavo e mi chiedevo cose assurde, come si vestiva sua madre per esempio, di chi si era innamorata da ragazzina, quali canzoni la emozionavano a coda lunga, e di quanti abbracci poteva aver bisogno quando si ammalava. E mi dannavo come un codardo pure stupido, perché parte colossale nella mia rinuncia a chiedere troppo non era la paura di distruggere il suo legame in corso, quanto la consapevolezza presuntuosa che il nostro amore sarebbe durato poco. Troppe differenze, una persona che desidera gratificarsi dopo tanto amore spento non può accordarsi con un individuo teso all'autodistruzione, pur amando a più non posso. Perché chi contempla l'autodistruzione non è affatto inibito ad amare.
Quando lei mi lasciò sotto casa erano quasi le due di notte. Pioveva ed il freddo era diventato insopportabile. Quella sera portavo dei guanti grigi che avevano catturato lo sgradevole odore della nicotina. Avevo anche fumato troppo e l'ultima immagine che ebbi di Mariella, quando infilai le chiavi nel portone, fu quella del suo sguardo triste al cruscotto.
Salii lentamente a piedi le scale, continuando a pensare che avevo vissuto quel breve e lancinante miracolo che è l'amore fantasma, non l'amore suggestionato, quello reale ma non traducibile nei giorni a venire. Tutta un'altra materia; peccato che questa distinzione la facciano in pochi. Si tende a mescolare il gioco delle illusioni e dei desideri con il vero che non può compiersi. Un grave errore.

Riesco a ricordare molte delle pagine non scritte del mio destino, favorito anche dall'atteggiamento revisionistico di molte persone che incontro, tutte maledettamente concentrate nello smontare o negare quello che non è stato, allo scopo -puerile- di magnificare ciò che è in corso. Come Pietro, che è seduto di fronte a me e mi sta parlando della meraviglia che gli è capitata, l'incontro con sua moglie. Mi assedia con una serie di dichiarazioni apodittiche degne di un rotocalco di gossip: “Non ho mai amato nessuna donna come amo Margherita. Lei è la migliore”
Bravo, Pietro.
Ricordi quando soffrivo per Valentina? Pensavo di provare qualcosa... e invece non provavo niente”
Questo lo dici adesso”
No, ma no, Luca. No, Valentina non la amavo. Valentina era sbagliata per me. Margherita la amo da morire, invece”
Quindi secondo te si ama solo chi può apparire a nostra misura?”
Apparire? Margherita è a mia misura, e io per lei! Stiamo costruendo una famiglia bellissima, credimi. Te lo giuro”
Non ce n'è bisogno, per favore”
Margherita sa quello che sto per dire e per pensare, e io altrettanto con lei. Quando facciamo l'amore...”
Pietro, te ne prego. Niente dettagli”
No, ma che dettagli! Quando facciamo l'amore è l'incontro di due angeli, di due anime che si sono incastrate senza nemmeno parlare!”
Parlare di penetrazione infilandoci dentro degli angeli, questa per me è la vera, oltraggiosa oscenità. Spegnere il vissuto di quarant'anni per celebrare il nuovo e ceralaccato dalla società, ecco la stupidità degli uomini. Non riconoscere a quello che non è stato la qualifica di possibile perso, altro errore imperdonabile di cecità e conformismo.
I fantasmi d'amore esistono. Passati, presenti, futuri. Vivono dignitosamente sulle sponde di laghi incontaminati, compiendo gli stessi gesti che compiamo noi nel presente rimesso a nuovo, nella nuova leva di senso e di gioia calma che ci siamo ritagliati. Non possiamo arrogarci il diritto di sottrarre ai fantasmi la loro essenza più profonda, il palesarsi nei posti e nei momenti più impensati con un sorriso amaro, le mani profumate sotto il cielo immoto ed eterno di quelle notti di pioggia in cui credevamo poco al destino, niente alla durata e concedevamo poco credito all'arsura dolorosa delle labbra serrate in un rifiuto insopportabile.


©Luca De Pasquale 2017