20/07/17

Vampiro


Il sistema capitalistico, con il suo sconsiderato mito efficientistico, non presuppone che un individuo possa scegliere di rallentare, di deviare, di invertire marcia all'improvviso, di sporcarsi la divisa di vita.
Oggi, sarà per il mal di schiena, cammino più lentamente di una lentezza già scelta. Il selciato non scorre veloce sotto i miei occhi distratti, non devo correre per ritrovare, per dimostrare, per favorire definizioni e saldature.
Posso andare piano e in definitiva fottermene.

Sorpasso l'elegante ingresso del parco Volpecina, un'istituzione in questo quartiere, con le sue colonne finto elleniche, la portineria che sembra la reception di un hotel parigino, le aiuole perfettamente simmetriche e i modi un po' affettati ed estenuati di chi lo abita.
Sono diventato diffidente verso le cose pulite. In assoluto. Quel che mi affliggeva da piccolo, il dissidio verso i mondi che sembrano “funzionare”, si è rafforzato.
Oggi le imperfezioni mi vestono, gli angoli nascosti mi suggeriscono scorciatoie e anche allungamenti, e posso dire di preferire le persone “a mezza strada” che quelle autodichiaratesi “riuscite”.

Le migliori emozioni si possono poggiare, quasi per lasciarle riposare, sul comodino prima di dormire. Come un paio di occhiali che al mattino non troverai più e tornerai miope e incostante idiota.
In tanti si chiedono “qual è la mia strada?” mentre il mondo cade in disgrazia solo per poter celebrare con nuovi entusiasmi il salvifico santo patrono.
Sorrisi e parole sono usati come cerniere, camere iperbariche. Come respiratori e persino come afrodisiaci, ma il gioco dura poco e l'amore si trasforma nello sconosciuto che ti precede sul treno che non prenderai.
Gli scrittori sorridono sornioni sul retro di copertine molto studiate, ti guardano con quell'aria di somma comprensione e anche di gentile superiorità. Ti chiedono di fidarti di loro e della loro creatività. Non potrei mai chiedere questo.
Non sono il vecchio amico che caccia il liquore migliore dal vecchio armadio dei genitori e ti rassicura. In questi mesi mi sento un garbato vampiro, appeso ai fili della notte come un pipistrello. O un trapezista ferito da una granata preparata artigianalmente per un piccolo sabotaggio tra pochi intimi.

Dimentico il Parco Volpecina, gli occhi delle persone li prendo lateralmente, con calore controllato, moderatamente curioso ma di passaggio. La libertà è un'idea peregrina. La commozione teleguidata non funziona. A volte basterebbe accontentarsi dei movimenti larghi delle braccia, del respiro senza ostruzione, di un foglio scritto alla svelta, più velocemente di una lettera d'addio, più lentamente di una promessa.

Tornando verso casa -lentamente e senza concedermi voli in basso o in alto- non trascino con me nessun particolare dilemma esistenziale. I tormenti non hanno forma di dubbi, cosa che la gente si ostina a ignorare.
I dubbi sono dubbi, i tormenti sono acqua d'insonnia e gesti persi. È ben diverso. Si può essere tranquilli e tormentati, lo spettacolo dei propri tormenti in erezione è paccottiglia, cabaret obbligatorio.
Passo dopo passo, mi chiedo soltanto se stasera preferirò un pezzo di David Sylvian o dei Cousteau, o entrambi. Per entrare in quel clima di rarefatta protezione che è la temperatura del proprio corpo in assenza di stimoli.
Questo conta molto per me, avvertire la mia temperatura, cercare di regolarla sulle sfumature della sera che cresce e della musica che veste il resto di me, quello disperso.
Non conta molto, invece, occhieggiare sornione da una foto quadrata con una bella giacca e la barba curata per essere incolta o viceversa.
A pelle viva sì, ma senza dare spettacolo. Come i vampiri che non finiscono nelle saghe o nei film gotici abbarbicati agli effetti speciali.
Vampiro oggi, forse viandante domani, di sicuro in ritardo per quel treno, in ritardo cronico per quel rimborso di fiducia caduto in prescrizione.
A testa in giù sulla notte che ha trovato le frequenze appena in tempo.


©Luca De Pasquale 2017



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