31/07/17

Ritirata erotica senza ufficiali


Impossibile scrivere con la luce del giorno. Con il caldo, lo sguardo velato, il corpo smanioso e in opposizione.
Percorro la strada che mi riporta a casa, le finestre del mio appartamento mi appaiono quasi deformate dall'afa gassosa che appesantisce anche il respiro.
Ai bordi della strada, profilattici usati, bustine consumate di Riopan, deiezioni canine, rotocalchi “per signorine e militari”, come diceva un tempo mio nonno paterno.
Incrocio una donna che conosco di vista. Sono anni che sappiamo l'uno dell'esistenza dell'altra. Non ci salutiamo mai. Io finisco per imbarazzarmi e quasi sempre tossisco o mi schiarisco la voce, che è una cosa ridicola.
Lei non mi attrae, ma ho notato quasi da subito che la sua è una faccia da orgasmo, da piacere oltre misura, una sorta di smorfia perpetua verso il basso e la pericolosità delimitabile del godere.
Ho idea che basterebbe sfiorarla per accenderla, perché praticamente brucia da sola, brucia di vita, di quella voglia estenuante di saltare gli attimi stanchi del vivere, in nome di una ricerca chirurgica ma confusionaria delle onde del sesso.
Nella mia vita ho incontrato molte persone che avevano gli occhi del sesso ed esibivano movenze feline che stavano lì a ricordarti quanto gli agguati della carne possono illudere di potersi liberare di tutti gli osceni paraventi di certi giorni uguali, costrittivi, squallidi.
Solo che ho sempre preferito gli occhi malinconici. Inquieti e un po' sperduti. Recepisco l'erotismo intermittente della desolazione, capace di scuoterti l'anima e rientrare alla base distruggendo in pochi minuti quello che si è condiviso.
Ho sempre considerato abbastanza ridicoli, per non dire spiacevoli, i maratoneti e gli staffettisti del sesso. La loro retorica schiumosa, le loro minacce eccitanti a cavallo tra oscenità e stoicismo di maniera. Penetrazioni, rapporti orali e acrobazie laterali con estensione dei tessuti sono religioni vicarie, cariche di ombre invalicabili, non bastano a loro stesse e non possono coadiuvare altre forme di esaltazione sensoriale. Sono abissi veloci, che pure mi hanno irretito più di tante forme apparentemente più spirituali.
Da adolescente credevo che lo spettacolo più incredibile del creato per un uomo fosse poter guardare, con ammirazione e gratitudine, una donna godere. Grazie a te, alla tua presenza, alle tue mosse che vorrebbero essere singolari e personali e invece sono solo standard che si perpetrano nei secoli dei secoli. Con varianti dovute più che altro all'inquietudine interiore, non certo alla tecnica sessuale.
Oggi penso invece che il piacere sia un codice guerriero che non va diffuso con leggerezza. Un codice di disperazione e speranza di cui ogni uomo minimamente vivo può disporre. La speranza qualche volta si realizza solo con la disperazione dei gesti. Altro che fare l'amore sotto la luna, con petali di rosa che cascano dal nulla e musiche al giulebbe che finiscono per tramutare la libido in terrore di incompatibilità chimiche e ambientali.

La donna che conosco di vista va a conquistare il mondo con il suo sguardo sfacciato, risoluto, con la sua andatura di barca a vela verso l'inferno. Non riesco a provare né desiderio reale né curiosità da nutrire anche solo per noia.
Oggi le linee di mare e cielo non sono dello stesso colore, e così mi sembra di camminare sotto un quadro gigantesco di Rothko.
Il cielo è quasi oro sciolto, è tutto calore; il mare è di un celeste stinto e seducente. Io odoro d'insonnia, non credo che riuscirò a scrivere molto, mi piacerebbe innescarmi un inverno dentro e uscirne vittorioso, con un altro nome, con uno sguardo più organizzato, meno sensibile alle malinconie preferite.
Ho addosso la sensazione di poter fare a meno di chiunque e di qualsiasi cosa, ma sarà un effetto del clima, delle fredde pianificazioni di stanotte, quando ho deciso di vivere quest'estate senza pelle, senza menzogne, soprattutto nell'atto personale che reputo più sacro e reale, quello di scrivere.
Chi dice che scrivere è una terapia è un bastardo mentitore. Non credete a queste sciocchezze. Scrivere è il sipario che si strappa, è il massacro della pazienza ereditata dall'educazione, è lo squarcio delle regole ferme, la putrefazione dell'idea di fortezza invalicabile.
Scrivere, in particolare in questo momento dell'anno e della mia storia, è un tentativo inevitabile di restare vivo, e di non permettere alla superficie di acquietarmi, di assoggettarmi a una calma costruttiva che non desidero affatto, cosparsa com'è di fiori marci, illusioni a comando, incontri teleguidati e consuetudini che niente hanno a che vedere con la vera familiarità.
Non perderò un solo istante del tempo che mi resta a guadagnarmi un ruolo nuovo e spendibile, magari per ricusare vigliaccamente, da smemorato e da stronzo, tutta la coltre di arcobaleni imperfetti che mi sono trascinato dal cielo cercando disperatamente un senso nella successione dei giorni.

Accetto la mia cifra, che è lo strappo su tela bianca, la macchia d'inchiostro sulla mia inguardabile carta d'identità civile. Accetto che mi guidino gli impulsi più contraddittori e dolorosi e non i calcoli. Accetto la distanza e il lutto che rivivo ogni volta che devo tacere per non farmi accerchiare. Accetto anche la mia natura solitaria, tormentata fino alla comicità della stanchezza occasionale che cancella tutti gli spigoli nel disegno. Accetto che scrivere è la mia lotta, è che forse fallire senza impazzire è il mio modo di baciare la sposa, la vita, senza perdermi in una cerimonia che mi vedrebbe in parata di assenza.
Infilo le chiavi nel portone, persino la cassetta delle lettere appare lontanissima per il calore insopportabile.
Sono sudato e senza rabbia. Dentro, le mie navi procedono senza ufficiali verso una resa che nessuno ha preteso e che mi servirà a guardare occhi e silhouette del domani senza il vizio dell'attacco immotivato.
Certe ritirate sono più erotiche del miglior sesso da esportazione.

©Luca De Pasquale 2017



30/07/17

L'ombra in vendita su ebay


Butto via tonnellate di roba. Non sono uno che ama conservare. Preferisco rimuovere e ancor di più distruggere.
Distruggo con serietà, il che significa senza godere.
Non è la catarsi che cerco, e tanto meno il brivido rappresentato dal decidere le sorti di una lettera, di un ricordo, di un oggetto invecchiato o addirittura nuovo.
Troppa roba mi toglie aria.
Così come troppe raccomandazioni e preoccupazioni mi esasperano, e troppi contatti in una volta sola mi disperdono come un assassino confuso in preda a un'amnesia improvvisa.
La coralità ha qualcosa di caotico, ma non è il tipo di caos che mi emoziona.
Mi è capitato di considerare troppo affollata anche la condizione a due, in cui -dopo un iniziale entusiasmo- finivo per assecondare le pulsioni più deraglianti, quelle aizzate da un sentore di prigionia.

Non vado alle cene con troppi vecchi amici. Le trovo patetiche. Non mi emoziona piangere il morto, e cioè la nostra giovinezza condita dalle utopie personali e collettive. Diventano situazioni grottesche, laddove si mandano in passerella rughe curate e cicatrici suturate, mogli, bambini, medagliette aziendali, papiri di personalità e spesso anche libri, il più delle volte usati per rivendicazioni atroci: “Non avete mai creduto in me, ma io ho pubblicato dei libri”.
Vendette piccole, tra patatine e alici fritte, con i denti sbiancati, gli occhiali alla moda, un Dio a caso nel portafogli, che sia un santino o una banconota da cento euro.
Nonostante la mia sincerità, è ancora una gran fatica saltare queste occasioni. Le scuse non mancano, ma è penoso lo stesso.

Intanto la roba da buttare aumenta con il passare dei minuti. Continuo la mia opera estiva di serena demolizione, forse di interi anni, di ere, di conoscenze acquisite e digerite, di delusioni catalogate per odore e colore di capelli.
Certo che lo so, a quest'ora dovrei stare al mare, con un bel costume blu scuro,
il colorito ambrato, il cazzo rimpicciolito dall'acqua di mare, il cuore spugnato. Invece eccomi qui, maglietta bianca e jeans chiari, stavolta pettinato come se dovessi andare al lavoro, intento a smobilitare particelle e souvenir di vecchi mondi scaduti o mai diventati stati autonomi.

Ho provato a sentire alcune persone. Dicono che non bisogna chiudersi. Io non sono mai stato chiuso, è solo che la mia residenza è in un castello un po' fuori mano.
Lascio che mi parlino delle loro passioni. Li lascio parlare, io ho poca voglia.
Uno mi parla del suo presunto impegno politico, che non condivido assolutamente. Gli concedo di distruggere il Partito Democratico solo perché la questione non mi riguarda, ma che noia mortale e quanta retorica. Passare dalle comuni ai movimenti non mi sembra salutare, ma non oso dire nulla. Fatti suoi.
Un altro mi fa una testa come una mongolfiera sull'indie rock, genere che ho bazzicato sempre con una certa diffidenza, soprattutto perché “indie rock” oggi significa poco o niente, anzi è un mesto equivoco.
L'individuo capta il mio scetticismo: “Scusa Luca, ma tu cosa stai ascoltando in questa fase della tua vita?”
Fase della mia vita?”
Intendo l'ultimo anno, và”
Un misto. Principalmente, power metal con ballate, rock anni settanta, Bruno Martino, Alan Sorrenti e deep house ipnotica di notte”
Quella è musica per chiavare”
Capisco perché, ma non solo. E poi nessun uomo dura quanto il battito notturno di una traccia deep lunga e composita”
Io ci riuscirei”
Mi rallegro con e per la tua compagna”
Carolina è mia moglie”
Mi rallegro con e per tua moglie. Va bene così?”
Il terzo della triade mi consegna tutto un reportage orale sui suoi bellissimi viaggi oltre confine. Lo fa quasi con la bava alla bocca. Mi parla di cottage, di malghe austriache, di appartamenti francesi, di attici di cristallo in Cornovaglia, ma io resto impassibile e non per posa. Parla solo di viaggi.
Che cazzo me ne fotte dei tuoi viaggi? Non mi hai detto di una sola emozione, di un sommovimento interiore, di un nuovo sogno. Solo spostamenti e comfort, e allora vaffanculo alla tua sindrome di Chatwin con la stipsi.
Questi descrittori di grandi avventure mi ammorbano e mi fanno diventare spietato, ostile. Al punto che vorrei chiedergli “ma tu quando fai l'amore con la tua donna la guardi negli occhi o pensi solo a quello che stai facendo? E dopo, sei ridicolo con le coccole come tanti uomini oppure riesci a trattenere l'odore e il sapore di lei non fuggendo al cesso o nel tuo mondo?”
A te come va il tuo dramma-lavoro?”
Questo mi chiede Chatwin, con enfasi, con calore, lavorando ai fianchi dei suoi scrupoli. Ma che scrupoli hai? Le nostre vite sono diverse, lontane, non siamo fratelli. Non sul serio e nemmeno spiritualmente.
Sto in forma. Penso di poter guadagnare qualcosa vendendo la mia ombra su ebay. Sono solo indeciso se far partire un'asta o scegliere la formula del 'compralo subito'. In questo caso non farò pagare le spese di spedizione”
Lui ridacchia, io faccio sul serio.

Adesso il materiale da eliminare è diventato ingombrante. Dovrei fermarmi, rifiatare. Eppure, mi sento allegro e determinato. Non c'è niente di meglio che sbarazzarsi di materiale di risulta e di inutili ammennicoli.
Raccolgo tutto in un grande sacco bianco in cui a occhio e croce potrei entrare anche io. Non sarebbe un'idea malsana. Lascerei l'ombra in giro, finché qualcuno non deciderà di comprarla su ebay.
Mi accendo una sigaretta. Stasera fumo in casa. Non è ben fatto e poi fumare fa molto male. Lo so. Andiamo avanti.
Mentre armeggio con il sacco, mi ricordo che ieri sera ho guardato un film con Totò e Peppino De Filippo che adoro, “Chi si ferma è perduto”. Una pellicola deliziosa, con un clamoroso Aroldo Tieri, attore che ho adorato. C'è un aneddoto quasi piccante su questo film, che si perde nella notte dei tempi. Ero ragazzino e guardai il film per la prima volta con i miei genitori. Quando assistei alla scena che vedeva Marisa Traversi (Adua) insidiare Peppino De Filippo (Colabona) non riuscii a controllarmi di fronte alle forme (e ai reggicalze) della Traversi, che mi turbò profondamente, anche grazie alla sua voce provocante. Andai in confusione, diventai tutto rosso e gli ormoni mi seppellirono. I miei genitori se ne accorsero e risero di gusto, inteneriti. Avevo undici anni. Per diverso tempo la saltellante Adua fu una mia devastante ossessione erotica. Cercai donne che le somigliassero, ma ero troppo piccolo per suscitare attenzioni di quel tipo.

Ripensare a quei tempi, a quell'ingenuità, agli abbracci che regalavo a mio padre per sanare i suoi silenziosi e dignitosi precipizi, ai sorrisi da bambino in crescita che offrivo a mia madre per ripagarla parzialmente del sacrificio di aver resistito in condizioni non facili (per cause esterne), ebbene tutto questo mi incupisce e allora i miei occhi cambiano colore, la sera non mi abbraccia e prepara gli artigli per la notte.
Sono vulnerabile. Mi piace lasciarmi sbranare in alcuni momenti, ma non sempre. Stasera non mi va, però l'ho vista la dama della notte calzare quei guanti di seta che finiranno per stracciarmi la faccia alla prima carezza più sporca.
Del resto, me lo merito. Certo che me lo merito.
Perché purtroppo i miei desideri sono crimini, e quando si mescolano ai sogni diventano veri e propri agenti del caos, che uccideranno la mia quiete faticosamente guadagnata e renderanno vani gli abbracci e i baci che riuscivo a centellinare per la mia famiglia.
Ho perso molti pezzi, mi hanno corrotto, mi sono corrotto; sono colpevole di molte leggerezze, tra cui quella di percepire la lontananza come un richiamo e di non lasciarla mai lì dov'è.
Il mio errore è imbarcare la mia ombra tutte le volte che sento un richiamo, forse per dimostrarmi che non sono un naufragio. Un uomo può essere un naufragio e non una boa. Non è giusto. La mia ombra mi compromette. La venderò su ebay.

©Luca De Pasquale 2017





29/07/17

Faccia di vento


Da ragazzino avevo un rituale da applicare ai piovosi pomeriggi d'inverno, chiuso nella mia stanza.
Mio padre lavorava fino a tardi nello studio in fondo, accanto alla porta d'ingresso, mia madre iniziava a preparare lentamente cena. Avevo campo libero.
Accendevo quello che al tempo chiamavamo “il giradischi” e con molta pazienza mi sottoponevo all'ascolto di una serie di drammatiche ballate ad opera dei miei gruppi preferiti.
Guardavo la pioggia fuori, prendevo appunti per riportare con fantasiosa esattezza le mie emozioni, ascoltavo in religioso silenzio le creazioni più suggestive dei miei idoli.
Per un paio d'anni, la playlist fu quasi fissa, sembrava andare quasi a tempo con il rumore della pioggia contro i vetri.
E io mi struggevo per qualcosa che non riuscivo ad afferrare e a comprendere nella sua interezza.
Mi sembrava un bisogno molto doloroso di amore e attenzioni. E di uscita da un clima di crescita rarefatto, improntato al silenzio e non al confronto aperto.
Mi rendevo conto, e non mi piaceva, che non riuscivo a scindere in nessun modo la voglia di amare e essere amato dalla morte. Come se per quel ragazzo -posseduto da utopie e ribellioni troppo grandi per diventare percorso piano- l'amore fosse una tappa da raggiungere sì, ma propedeutica alla fine.
Collegavo il vero amore (non i flirt, non le sbandate, non le simpatie) a un'idea di veloce autodistruzione. L'amore era colpa ed espiazione, azzardo e lusso insopportabile, l'amore era sorpresa ma anche signora in nero con la faccia di vento.
Il mondo degli adulti mi appariva percorso da insostenibili ipocrisie e formalismi, basato sulla menzogna, sulla consolazione, sulla fede da asporto, sui miracoli a pagamento. Non mi piacevano gli altarini per i morti. Detestavo il culto lacrimevole degli scomparsi. Tutti buoni, tutti bravi, tutti mirabili individui.
Fantasticavo spesso, in quei pomeriggi. Immaginavo di venire scacciato dal paradiso e diventare un angelo ribelle, quello che cade. Mi attraeva la caduta, non la strada. Desideravo carnalmente donne adulte, non le mie coetanee. Mi toccavo pensando ora alla commessa del negozio di profumi ora alla madre della compagna di classe. Non sapevo bene cosa avrei provato poi con il sesso vero, ma lo collegavo idealmente a un abisso irrinunciabile, mi faceva pensare al gesto di accendere e spegnere il fuoco.

Continuavo dunque ad ascoltare tonnellate di canzoni molto sofferte, finché non arrivava mio padre esasperato a chiedermi di abbassare o mia madre per annunciarmi la cena. E il mio mondo tornava luminoso e familiare per qualche ora, fino alla notte.
A tavola con i miei genitori ero stranamente ciarliero, quasi verboso. Ricambiavo la loro dolcezza, anche se il mio mondo interiore era una specie di torre di Babele immersa in diverse e utilissime gradazioni di oscurità. Continuavo a ripetermi che non avrei mai accettato le regole della società, anche quelle che avrei scoperto in seguito, insistevo nel lasciarmi aperto lo spiraglio dell'autodistruzione in presenza di una prigionia immutabile.
Ero una faccia di vento, un pessimo studente, un mezzo teppista, un fantasma gentile, un urlo educato, ero un bacio senza labbra, ero dolore nel dominio della pioggia. All'amore rispondevo con amore, soffrendo l'inadeguatezza della risposta, cedendo al ricatto inevitabile dei rimorsi anticipati, della finitezza di quel breve momento di crescita velocissima e crudele.

Oggi quel ragazzo è un uomo, vedo le sue mani sulla tastiera di questo computer. Vedo la sua faccia seria nello schermo. Non mi piace. Vedo il fumo della sua sigaretta passarmi sotto gli occhi, ma non fa letteratura, nient'affatto. È come se avessi acceso una sigaretta trent'anni fa e non l'avessi mai spenta, questo è. Mi aggiro nell'ennesima casa, pronto a tutto pur di non perdere la libertà dello sguardo, la possibilità di poter scegliere le onde e non il podio, pronto a difendere i miei reami notturni con quello sparuto esercito di sodali e confinati che respirano le mie parole e poi me le vomitano in faccia al primo sbalzo di tensione.
Trent'anni dopo, ho dimenticato quasi la voce di mio padre. L'amore è sempre una lama che gira nelle contraddizioni, è un abbraccio su una banchina con il cielo incerto, l'amore è un addio e questo non si fa, non è codificato.
L'imberbe ragazzino delle power ballad in vinile è diventato, come volevasi dimostrare, un uomo tormentato e non contento di esserlo. Non può esserci vanità alcuna nella ricerca continua dei pezzi mancanti e delle cadute.
Escludo di salvarmi e questo mi salva.
La bellezza, quella che molti intitolano “felicità”, la trovo negli attimi, nelle casualità, nei momenti in cui riesco a guardare negli occhi le onde con la mia stupida faccia di vento. La bellezza la trovo persino nei risvegli violenti al centro della notte, sudato e impaurito, vero e fragile nel guardare la maniglia della porta che non girerà, sconfitto e in stato di grazia nell'aspettare le carezze elettriche dei lampi, le fortuite sincerità della scrittura, questa strana forma di preghiera rovesciata che regalo alle anime inquiete pur di non essere scacciato dal mio paradiso di nascondigli, agguati e prove di forza in stato di inferiorità.
L'amore e quello che lo richiama è ancora lì, cresciuto con me, faccia da gangster malinconico e sciarpa scura, specchi nascosti nei polsini, lame sotto pelle, lacrime spedite a fare compere al mercato delle pulci, madri imprigionate in vecchie foto, senso di colpa per ogni atto che sia interesse verso il vuoto. Niente che non si potesse prevedere in quei pomeriggi di trent'anni fa, no?

©Luca De Pasquale 2017

28/07/17

Il reddito non fa l'uomo, l'alto non sommerge il basso


Esistono frasi, massime ed esortazioni che entrano nella vita di un individuo sin dalla sua giovane età, e come un hobby deforme diventano parte integrante della colloquialità, dei meccanismi della vita sociale e delle relazioni, come un marchio a fuoco.
Frasi che vengono ripetute da persone diverse in contesti diversi, nei momenti più inaspettati. Frasi spesso inerziali, corteccia senza contenuto, che finiscono per qualificare l'interlocutore come un involontario molestatore.

Nel mio caso, ci sono delle situazioni verbali ossessive che mi inseguono sin da quando ero adolescente.
La più abusata è quel “devi pensare positivo” che rappresenta per me addirittura una discriminante, rispetto alla continuazione di un rapporto, quale che sia la sua natura.
Perché è un'esclamazione/esortazione sciocca, velleitaria e priva di qualsiasi profondità. Vuole dire tutto e non dice niente. Presuppone che il “pensare positivo” sia collocabile nella zona “ottimismo” di un cervello, senza considerare che un approccio positivo può essere anche espresso attraverso un vitalismo non proprio consolatorio.
L'ossessione dell'approccio positivo impedisce a molti di guardare con attenzione e lucidità tanto nel proprio giardino che in quello altrui, innescando una sorta di perpetua scelta superficiale di lettura rispetto agli eventi, spesso controversi, che la vita offre.

Si può annoverare tra le superficialità sperimentate anche quella di consigliare a uno che non se ne fotte niente di “entrare in dei contesti” la nuova linfa determinata dal sapersi vendere in pubblico e in società.
Non ho mai pensato che un lavoro realizzi davvero completamente un uomo. In più, ancor meno, credo che l'ambiente sociale di appartenenza e la posizione socioeconomica non siano criteri per cui un individuo può essere qualificato superiore ad un altro.
Non è detto che un avvocato valga più di un lattaio. Non è detto che le (eventualmente) ingenue letture di un carpentiere abbiano meno peso delle strombazzate e nauseanti attitudini con l'esistenzialismo francese di un docente.
E ancora, un ottimo reddito non può salvare un pessimo individuo dal naufragio esistenziale. Ha solo più comodità, che in genere finisce anche per non apprezzare dovutamente.
Quando qualcuno mi dice, sfruttando tutta la retorica demagogica in suo possesso, “tu vali troppo per stare in questa situazione”, alludendo al disastro finanziario, all'instabilità lavorativa, e aggiunge “la verità è che non hai saputo crearti le giuste occasioni con le persone giuste perché non ti sai vendere”, dimostra non solo di non aver capito un flauto del sottoscritto, ma anche, per esteso, di persone votate a una forma di coerenza che ai più appare una scelta suicida.
E se anche fosse?
Quindi solo perché parlo bene dovrei avere accesso ad ambienti più sofisticati e dovrei disporre di altre finanze?
Solo perché nasco in una famiglia “dabbene” della “Napoli migliore” devo essere considerato una pecora nera? Solo perché scrivo qualche libro dovrei “arrivare più in alto”?
In alto dove, come, con chi e perché?
A chi avrei dovuto leccare il culo secondo i saggi? Quante frasi non avrei dovuto profferire, quante pacche avrei dovuto dare, quanti imbecilli non avrei dovuto osteggiare?

Faccio mie, ancora una volta e con un indicibile piacere, le parole che Valerio Zurlini spese per il suo personaggio più controverso, Daniele Dominici, nel bellissimo libro “Pagine di un diario veneziano”:

Invece subito qualcosa di ambiguo si era frapposto fra lui e le sue mete naturali. E questo qualcosa non sembrava solo determinato dagli avvenimenti esteriori che spesso influenzano e modificano il corso di una vita, ma connaturato invece ad una sua stessa insofferente natura di ribelle, di sradicato, di uno in definitiva non adatto a nessuna società civile”

E ancora:

Insomma pochi uomini come lui mi davano un'impressione di indifferente decadenza: ma qualcosa di beffardo e consapevole riusciva sempre a riscattarlo, a sconfiggere ogni senso di solidarietà o di pena”

Sembra sia difficile per parecchi accettare procedimenti a sottrazione (non quelli, invero di scarsa credibilità, di personaggi mediatici freak che invocano la necessità di spogliarsi di tutto e poi dispongono di cospicui conti bancari), persone che sono incapaci -e consapevoli di non poter mutare tale condizione- di pensarsi “in vendita” o su un proscenio immaginario impostato sul miglioramento delle condizioni, sull'accrescimento di riscontri e privilegi, arroccate sull'utopico scopo di generare nuovi consensi e dunque nuove opportunità.
Perché dovrebbe fottermene, giusto per semplificare, di interrompere i miei caffè con il cassintegrato per darmi a degli aperitivi con persone intriganti che scrivono libri, sceneggiature e sono prezzemolini ogni minestra sulla scena del culturismo culturale venatorio cittadino?
Migliorerei come persona? Sarei più affascinante? Farei eccitare più donne? Pubblicherei più libri per editori più strutturati? Facendo cosa, presenziando con il piglio giusto, quello del savoir vivre?
D'accordo. E poi?
Se raggiungerò traguardi con asticella più alta, sperando che non mi entri dritta nel retto, sarà per altri motivi emotivi. Punto e discorso chiuso.

Terzo e ultimo capitolo, “l'invidia sociale” e il vittimismo, altri puntuti appunti che ogni tanto mi vengono rivolti con un fare fintamente aperto e comprensivo.
Invidia sociale di cosa, prego? Ho già risposto al punto precedente. Non saprei cosa farmene di una bella e lussuosa casa, se avessi molti soldi comunque non vorrei guidare e possedere tre auto, mi manca solo viaggiare e acquistare quegli oggetti “vivi” che sono i libri e i dischi. Non spenderei i miei soldi in mangiate di pesce, investimenti finanziari e lussuose divagazioni. Penso che se avessi molti soldi me li giocherei velocemente, nel senso proprio che finirei per darmi a degli azzardi. Senza azzardi crepo: e ora non voglio ancora crepare. Non adesso, non in questo periodo loffio del secolo.
Per quanto concerne il vittimismo, come direbbero i francesi da grande distribuzione, “bof...”.
Bof...” perché il vittimismo dove albergherebbe, nel caso? Nel dire, con sincerità e senza vergogna, che non si hanno mezzi e che si sopravvive a fatica con cifre che anche un ventenne della piccola borghesia possiede quadruplicate?
Questo è vittimismo?
Ma vittimismo un cazzo, dai, questi sono fatti. Vittimista per me è chi si lamenta di non poter acquistare lo stereo nuovo, vittimista è chi non riesce ad andare in California e ripiega piangente su Sperlonga o Amantea, vittimista è chi dice che si pagano troppe tasse quando si posseggono quattro o cinque appartamenti. Ma certo, poverini. Hanno troppe case, i bambini. Che sfortuna, che disgrazia!

La butto, la dico, la penso. Poi datemi del marxista, del veterotrotzkista o quel che vi pare: le classi sociali più privilegiate sono abituate a guardare i poveri all'ora del telegiornale, dire mestamente “povera gente” con un minimo di empatia e riprendere a mangiare. Senza capire nulla di reale di quello che i “poveracci” vivono nel quotidiano, che è spesso solo faticosa dignità che non vuole commiserazione. Altro che invidia sociale e vittimismo.
E poi, tanto per scorticare altri equivoci, è inutile collocarmi come “uno di sinistra”, perché non ha alcun senso. Io sono operaista, sono egualitario, non “uno di sinistra”. Sto con i deboli, da sempre e senza aver mai cambiato rotta. Non significa essere di sinistra, è troppo riduttivo. Conosco troppe persone “di sinistra” che se ne strafottono di chi annaspa, di chi è sfruttato, di chi non emerge. Sono troppo presi dallo scrivere e dichiarare che sono di sinistra, non sanno fare altro. Di sicuro non lottano, se non nei letti delle loro case, sovente con risultati deludenti. E scrivono pure dei libri di merda.
Stupido errore è poi pensare che chi è povero non possa esprimersi in un buon italiano, fare buone letture, che so, amare il jazz o Truffaut o Peter Brook e anche Fassbinder. Il povero deve pensare, nell'immaginario dei più fortunati, solo alle sue disgrazie e alle sue miserie, alle bollette, allo scarico del cesso che non funziona, alle medicine non prescrivibili.
Non deve farli sentire in colpa e non deve rompere il cazzo.
Non deve sbavare dal suo ghetto, dal suo confino, non deve protestare, non deve urlare, non deve fare opposizione in piazze più pulite. Il povero deve declinarsi nei ghetti e nei ghetti restare. Questo è lo strisciante fascismo cortese dei privilegiati e delle loro ricette per uscire dal fango, ricette recitate con distacco, giusto per stare tranquilli.
Il paradosso è che non ho mai avuto niente contro gli abbienti. Nulla di personale. Tant'è che non conosco una sola persona, nel mio giro, che si trovi nella mia condizione. Eppure sono rapporti regolari, tendenti alla distensione e al dialogo, non tesi; ci può essere qualche riserva, scontato che ci sia, ma non faccio guerra di classe alle persone che conosco solo perché stanno meglio. Ma questo equivoco non si risolverà mai e pazienza.

Mi concedo un punto supplitivo per quanto riguarda la scrittura. Resto sempre basito quando qualcuno -che magari non ha grande familiarità con lo scrivere e pure con il leggere- arriva a consigliarmi di “cambiare argomenti”. Devo dire che non mi incazzo mai. Voglio capire dove si va a parare. Allora chiedo: “Tu cosa scriveresti, al posto mio?”
E scopro, oltre allo scontato raccomandarsi di provare con commissari, tenenti, marescialli con il terzo occhio e procioni alla Marlowe, che mi si chiedono più dolcezza, più amore, più trame appassionanti.
Ed io rispondo: “Ma io scrivo sempre d'amore, non te ne accorgi?”
Allora ti dicono vai con i romanzi di formazione, che si portano. Il mio sarebbe il romanzo di formazione di un suicida in vita, non verrebbe letto.
Escludendo faraoni, vampiri, licantropi e monaci, rimarrebbe in piedi l'idea di una narrativa sociale, dalla parte dei perdenti, ma imbevuta di retorica e di quel dogmatismo che mi fa invece vomitare dalla notte dei tempi. Non scrivo cose per figli del '68 (alludo ai figli degenerati) così come non creerò il commissario Merdulli, nostalgico peripatetico con una vecchia Beretta e il pene riposto nelle pieghe del cuore.
E non scriverò, anche e nonostante i frequenti consigli, qualcosa di oleografico ed estetizzante sulla Napoli che rinasce. Napoli muore e rinasce ogni giorno, ma a me interessano i bassi, i bassi interiori, non solo i bassi elettrici e non i bassi/abitazione con panni stesi e scugnizzi che giocano a pallone sotto gli occhi dei plutocrati.
A volte, descrivere la bavosa sveltina di due amanti dannati e sciocchi dietro il portone socchiuso di un palazzo di notte ha più senso che inventarsi degli eroi civili che, dietro le belle parole e gli slogan di deteriore facilità, sanno solo stare sempre in mezzo con i loro sorrisi democratici, le cravattine eclettiche e le barbe sofferte di chi ha capito che la barba va di moda. E che, come tutti gli intellettuali metropolitani con anima provinciale, sa solo offrire lingua e culo alle lusinghe del domani.
Viva Valerio Zurlini.

©Luca De Pasquale 2017











26/07/17

Non a fianco, di fronte


I sogni, anche quelli veloci e impossibili, funzionano di fronte, non a fianco.
La prospettiva giusta non è laterale ma frontale.
I sogni di profilo dicono meno di quello che potrebbero. I sogni bisogna guardarli negli occhi.
A volte bisogna spostarsi per poterli guardare nella loro pienezza, e anche nella loro distanza.

Sto imparando nuove prospettive. Credevo di dominare la mia valle, ma era un'illusione, un contentino che mi davo per tenermi quieto.
Ti senti pronto a tutto, pronto a sfidare avversari molto più grandi di te, ti senti pronto ad affondare in uno specchio e precipitare in mondi che non conosci, senti anche che non hai più niente da perdere. Eppure, finisci per sbandare, per legarti a un attimo, per arretrare davanti a un dettaglio e fermarti a pensare.

Sono i dettagli a sorprendermi, a rivelarmi quello che non vedo con il mio compassato guardarmi attorno.
Oggi ho guardato una donna piuttosto anziana che abita qui vicino. Non so chi mi ha detto che ha sconfitto un tumore. Questa donna sorride a tutti, anche me. E oggi ha sorriso al mio volto stanco di insonnia e di veglia, ricevendo in cambio quella strana smorfia -tra resa e ingenuità- che è il mio tentativo di sorridere.
Oggi ho anche guardato delle persone che entravano in chiesa. Sembravano tutti compiti, rispettosi. La chiesa era aperta, per cui da fuori potevo osservare dentro cosa accadeva.
Quelle persone si sono fatte il segno delle croce. C'è chi ha iniziato a pregare e chi si è seduto sulle panche di legno in silenzio. Completo silenzio. Io, l'intruso, ero lì fuori con la mia sigaretta, stanco, impersonale come è chiunque che osserva senza chiedere attenzione.

Poi sono sceso più giù. Ho raggiunto il mio nascondiglio preferito, quell'angolo disabitato in mezzo a palazzine basse da dove si può scorgere tanto il mare che la linea ferroviaria.
Sono attratto da tutto quello che è partenza. Tutto ciò che è inversione, smobilitazione del costruito, dissolvenza del raggiunto. Sono irresistibilmente attratto da punti di fuga. Li valuto, li smonto, li catturo dentro, me li porto nelle mie notti e li sublimo per evitare disastri incalcolabili.
Gli arrivi, invece, mi inquietano. Le mete raggiunte somigliano troppo alla fine della corsa.

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere una cosa che iniziava con la frase “Ti caccio in stanze senza fine”. Ho riletto la frase e ho cestinato il documento senza proseguirlo neppure mentalmente. Cosa e chi caccio senza fine?
Sensazioni, attimi, presagi, congiunture, profumi, cosa?
Non ho mai interrotto questa ricerca spasmodica, così pericolosamente confinante con l'indigestione di impulsi.
Nel 1993, senza nessun apparente motivo, capitava spesso che uscissi di notte con il walkman che conteneva una cassetta con un solo pezzo inciso: “Kiss of life” di Sade. Un brano che amavo alla follia, e che probabilmente mi riportava a qualcosa di amniotico, originario. Mi ammaliava, era il mio incantesimo del 1993.
Dicevo ai miei genitori che avevo appuntamento con degli amici e uscivo. Ma ero solo. Dovevo e volevo stare da solo.
Avevo dei percorsi fissi, quattro o cinque. Il preferito era il seguente: via Carducci-via Vittoria Colonna-piazza Amedeo-via Crispi. Arrivavo sul corso Vittorio Emanuele, più o meno all'altezza dell'ufficio di mio padre. E tornavo indietro contento. Studiavo i palazzi, i citofoni illuminati, le insegne dei negozi chiusi, i passanti frettolosi, sempre accompagnato dalla canzone di Sade Adu.
Quel pezzo mi ricordava forse che pur amando il buio più dell'amore -per me un sentimento assolutamente ovattato, notturno, totalizzante- ero comunque maledettamente innamorato della vita. E dovevo continuare a esplorarla, anche vagando di notte come un pazzo.
All'epoca ero convinto che i sogni, utili più dei soldi, dovevano essere disposti uno accanto all'altra, come una collezione privata senza spettatori. E li guardavo di profilo, a volte soddisfatto, altre inquietato.
Oggi capisco che troppe volte non ho eseguito il movimento migliore, spostarmi per averli di fronte e guardarli negli occhi.
Ma c'è tempo, almeno credo, per rimediare a questo peccato di ragioneria dell'anima.


©Luca De Pasquale 2017




Gli effetti dei temporali notturni


Non riesco a prendere sonno. Proprio non ci riesco.
Il letto sembra una zattera di paglia nel fango, e anche se il mio corpo è lì sopra la sensazione è che sia distante chilometri, nascosto chissà dove.
Così come è chiara la percezione che questo corpo poggiato sulle lenzuola non appartenga all'anima se non per qualche traiettoria.
Ho il televisore acceso. Non si sa per quale motivo, su una rete regionale che trasmette una vecchia e indegna fiction paramedica con Barbara D'Urso, Paolo Calissano e Isabel Russinova.
Nei dintorni, qualcuno deve aver fatto sesso. Ho sentito il gemito finale di lei e i farfugliamenti gutturali di lui. Qui in zona devono praticare sesso poco protetto, se è vero che parchi e palazzi se ne cadono di bambini.
Recentemente, qualcuno mi ha chiesto se desidero dei figli. Ho risposto che non ci penso nemmeno, troppo lusso. Sarebbe un'azione sconsiderata, egoistica, suicida.
Ci sono stati periodi in cui ci ho pensato, mi sentivo pronto, ma erano altre ere, respiravo diversamente, forse non sognavo come ora, di certo non avevo aperto la sala delle ferite per alleggerirmi gli occhi. Come invece è adesso.

La fiction con la D'Urso è talmente detestabile che devo spegnere, non mi va nemmeno di cercare altro.
Abbandono la zattera di paglia, inizio a perlustrare il regno. Senza accendere una sola luce. Solo gli occhi del gatto rischiarano il corridoio.
Strana sensazione di libertà totale addosso.
Sarà che non mi sento più in obbligo con nessuno, e soprattutto non più obbligato a simulare complicità, partecipazione, amicizia, fratellanza, condivisione, tributi di sangue compresi.
Nessuno mi può obbligare a vivere immerso nel concetto di “famiglia”, che ricuso violentemente. Preferisco sentirmi uno senza famiglia e con il passato chiuso in freezer. Non sento di avere una famiglia, ne ho avute fin troppe, e questo non mi rende un perdente come a qualcuno piace credere.
Per quelli come me, improbabili sporchi e cattivi, il trittico Dio-Patria-Famiglia è qualcosa di cui si può fare a meno senza impazzire. Siamo abituati alle stanze bianche e spoglie, ai monolocali affittati con leggerezza, privi dell'obbligo di arredarli con ninnoli, souvenir e foto di morti. Si può vivere anche in altri modi, rispetto al diagramma convenzionale. Non vuol dire essere stupidi.

Mi perdo in questa casa, troppo grande per me. Tutto ciò che è diverso da un monolocale è troppo grande e dispersivo per i miei movimenti. Nonostante io abbia vissuto anche in case spaziose, il concetto di casa mi manca a favore di quello di tana.
Le case grandi di notte diventano cattedrali dove si possono professare troppi culti momentanei; c'è qualcosa che distanzia l'individuo dal posto che lo custodisce. Io qui vivo questa scissione e me la tengo.

Alle quattro e un quarto scoppia il temporale. Cerco di fotografarlo come un idiota, saranno foto sfocate. Rinasco con la violenza degli elementi, mentre i lampi illuminano prima il grande armadio bianco, poi la scrivania, infine me, un uomo sveglio in una casa, un uomo che non riesce a pregare.
Gli sfrenati temporali notturni dell'estate hanno qualcosa di profondamente erotico e definitivo. Sono come una mano guantata che inizia a carezzarti dolcemente tra le cosce, per poi abbandonarti stanco e fregato tra le tue scartoffie che hanno smesso da tempo di vantare nobiltà. Sono solo scartoffie, zavorra infiammabile, code del tempo da nascondere ai nuovi predatori.
Da ragazzo, durante i temporali notturni provavo più forte il desiderio del sesso, dell'abbandono, mi piaceva l'idea di considerarmi un amante opportuno solo durante le tempeste. Già. La luce del giorno non mi è mai piaciuta. È nell'oscurità che siamo veri. Senza trucchi, senza tutele, senza la nostra vita da esibizione, senza alcuna sicurezza artefatta o attrezzata.

Alle cinque il temporale è lontano. E io sono sveglissimo.
Decido di mettere ordine tra alcune carte.
Ritrovo racconti che non ho mai proposto, interrotti senza apparenti motivi, poi bolle di spedizione per dischi e libri, le fatture delle rate del pc, ritrovo anche una notevole quantità di cose che ho scritto attorno alla figura di Patrick Dewaere, il mio attore feticcio-ossessione.
Da poco è passato il 16 luglio. Quest'anno sono trentacinque anni dal suicidio di Patrick. Ho sempre cercato di tenere vivo il suo ricordo, dato che in Italia non è certo venerato come in Francia. I film di Patrick Dewaere sono esperienze autentiche. Non recitava, portava se stesso ovunque, quegli occhi persi, quella disperazione fragile e provocatoria che mi colpì subito, finanche in un film di cassetta come “La stanza del vescovo”, dove aveva un ruolo subalterno a Tognazzi; non certo il suo miglior film. Eppure, anche in quel contesto, Patrick riusciva a comunicare una profonda inquietudine, la predisposizione a uno sconsiderato coraggio di vivere che lo ha spinto più velocemente verso l'abisso. E questa è una regola: mai indagare troppo, mai scavare fino all'osso del dolore, si accelerano i tempi. Bisognerebbe preservarsi, ma è così difficile violentare la propria natura in nome di un equilibrio che niente e nessuno può arrogarsi di stabilire.

Leggo le varie cose scritte ispirandomi a Patrick, sono forse tra le più dolorose che ho prodotto, al punto da non poterle proporre. Men che meno a qualche editore, considerato il circo equestre delle presentazioni cui ci si deve sottoporre, in cui quasi sempre i moderatori non hanno letto il tuo libro e stanno lì solo per fare presenza, giocando sul richiamo del loro nome e nient'altro. Ci sono anche editori che non leggono i libri che pubblicano, e che ragionano secondo strane teorie di compensazione che non mi interessa in alcun modo approfondire. Non mi vergogno nel dire che la maggior parte delle presentazioni letterarie sono roba di rara oscenità, un teatrino deforme di ospitate e salamelecchi zuccherosi con punte di veleno. Per molti le presentazioni di libri sono rassicuranti e produttive, nessuno trova il coraggio di definirle per quelle che sono, delle volenterose marchette a patta aperta. Poco importa se hai un'erezione oppure no. L'importante è volersi bene e trovare quelle associazioni di immagini e contenuti che tanto piacciono ai bisognosi di sogni in movimento. E poi, soprattutto in contesti provinciali e piccolo-borghesi che affliggono anche una rinomata metropoli, queste liturgie finiscono per essere delle orge di phard, cravattini e citazioni, in cui sono sempre gli stessi a leccarsi gli occhiali e l'orgoglio anchilosato.

Sono le sei e venti del mattino. Ora forse potrei cercare di dormire, ma non ne ho una gran voglia. Vedrò i notiziari del mattino, ascolterò le previsioni del tempo, forse finirò su un altro canale privato non sapendo se beccherò Macario o Selen. Purtroppo il temporale sarà ora su un'altra regione, forse a svegliare qualcuno che mi somigli almeno un po'.
Uno di quei cretini, per capirci, incapace di riaddormentarsi dopo un'emozione.

©Luca De Pasquale 2017







25/07/17

Teatro interiore


Odore di pizza.
Sono fuori al locale, guardo dentro, penso che il mare è a pochi passi da qui e la libertà è a pochi coraggiosi respiri dalle mie prospettive.
La pizza non mi piace.
In certe occasioni mi piacerebbe non sentire, non guardare, non parlare. Non seguire gli impulsi, non catturare odori o immagini possibili. Immagini che finiscono con il sovrapporsi ad anticamere di desideri diversi dalle abitudini del bisogno.
L'odore di pizza è fortissimo e non lo gradisco. Mi domando quale sia il mio odore stasera. Di fumo? Non solo e non sempre.
Molte immagini mi inseguono, mi sorpassano, mi lasciano fermo qui fuori.
Tutte le volte che non ho trovato la voce, proprio quando volevo parlare, quelle rare occasioni in cui mi beffavo.
L'immagine dell'empatia autodistruttiva che mi prendeva in certe sere d'inverno, dopo aver intercettato negli occhi di mio padre quella malinconia che trovavo insopportabile e così simile alle mie paure. Ogni volta che mi sono avvicinato a lui per abbracciarlo, scongiurando così confronti alla pari.
E ancora, ogni volta che ho incontrato donne che in qualche modo mi avevano rubato qualche parte, quello strano dolore mentre camminavo verso appartamenti o abitazioni: quello strano dolore che si traduceva in una frase accesa e ferma, “l'amore porta tracce di dolore che non si possono tenere sotto osservazione”.
E l'immagine del silenzio durante le prediche, le osservazioni fuori luogo di conosciuti e sconosciuti, il silenzio che precede la preparazione a un lutto e poi la sua elaborazione.
Notti che si prevedevano tranquille e sedate, trasformate senza consapevolezza in tavoli autoptici al neon, notti piene di carta straccia, perché scrivere sveglia parti pericolose di una persona, scrivere accende i riflettori sul campo dissodato, sul parco giochi deserto, su storie familiari rimosse e per questo cariche di rancore, di straniamento che finisce per spingere ad altro, a passioni davanti a muri maestri che non si sbrecceranno mai.

Sono qui fuori, non entrerò.
Non voglio mangiare, non voglio acquietarmi. Non ci riesco.
Non posso aiutarti, mi dico.
Quante volte ho abbracciato qualcuno solo per imparare il silenzio?
Ho seguito delle persone solo perché mi ricordavano qualcuno che non avevo mai conosciuto.
Ogni emozione persa è un fantasma da tenere presente per guarire.
La musica è sogno, sì: non sempre ne sono stato degno. La musica, camera iperbarica, baita sottomarina, stella sfilacciata, labbra incollate alla disciplina militare del silenzio.
Non posso aiutarti, mi ripetevo da bambino quando non riuscivo a dormire tra i miei genitori. Ero troppo consapevole che li avrei persi, e che avrei fatto storia familiare accanto a loro, come una sanguisuga, come quel bambino sensibile che non volevo essere e che detestavo a giorni alterni.

Non mi piace la pizza, mi disorienta mangiare in pubblico, finisco con l'allontanarmi dalla sensazione che amo di più, la percezione di un mare vicino e per questo irraggiungibile.
Il teatro interiore non ha trama. Sono fili che collegano mondi a utopie, note a caratteri, occhi spalancati di notte a respiri leggeri quando la tregua guadagna le stanze panoramiche.
Non si scrive per guarire, non si scrive per morire. Si scrive per restare svegli, forse per scongiurare i dolori veloci del curiosare nel mondo, io sicuramente scrivo per stare ufficialmente zitto e permettermi così un'esplorazione in apnea che non potrà infastidire gli intolleranti presunti angeli custodi.

Sapendo benissimo di non potermi aiutare in questo e altri modi, mi chiedo unicamente di non commettere l'errore di spegnere tutte le luci mentre gli altri sognano. Quella è una crudeltà inutile, che non ho diritto di compiere.
Anche distrattamente.


©Luca De Pasquale 2017

Gli anni "pivotali" degli Scorpions


I wake up in the morning
and the sun begins to shine
the day did sneak up on the night
I see your face and I see myself
and I get a little taste of life
I try to stand it for a while”
Scorpions – In Trance

Nei pomeriggi dell'inverno 1986 c'era un disco che mi teneva compagnia, a qualsiasi ora, rassicurante come una coperta e come il tepore di casa: “Tokyo Tapes” degli Scorpions.
Un disco che mi piaceva moltissimo e che consumai. Per un paio d'anni gli Scorpions condivisero con Queensrÿche e Armored Saint il podio dei miei gruppi preferiti. La voce emotiva di Klaus Meine, la chitarra hendrixiana -che in seguito ho scoperto nobilissima- di Uli Jon Roth, il basso apparentemente discreto ma sostanzioso del lungagnone Francis Buchholz, la chitarra ritmica di Rudolf Schenker, all'epoca mi sembravano cose fantastiche, insuperabili, sublimi.
Avevo quindici anni e “Tokyo Tapes” era per me IL DISCO LIVE. Poi, con l'arrivo di “Life After Death” dei Maiden persi completamente la brocca. Gli Scorpions, comunque, hanno tenuto banco per molto tempo, consolidandosi nel mio cuore con il più moderno live “World wide live” e i dischi in studio, prima della sgradevole svolta commerciale.
Per anni e anni non ho più ascoltato un loro disco, con una malcelata punta di ricusazione; devo ammettere che mi è capitato di parlare della mia familiarità con loro in tono leggermente derisorio, a posteriori.

Ho riascoltato “Tokyo Tapes” proprio recentemente, perché ho deciso di acquistare in massa le ristampe doppie del cinquantenario della band. Non potevo farne a meno.
Devo dire che il doppio album suona ancora come un robusto live di hard rock d'epoca, con un munifico dispiego di chitarra ritmica, basso plettrato, schenkerismi mirabili e la voce caratteristica di Klaus Meine. Adesso riesco a cogliere al meglio gli accenti hendrixiani della chitarra di Roth e comunque l'impatto sonoro aveva un suo preciso perché, come l'impasto di classicismo heavy e tentazioni pop.
Bando agli snobismi e al revisionismo liquidatorio: gli Scorpions -fino alla loro vera e proprio esplosione commerciale- sono stati un gruppo fantastico. I primi dischi sono davvero ragguardevoli, impossibile non avere un debole per “Virgin Killer” e “In Trance”. Non solo, però: ascolto ancora con grande piacere “Fly To The Rainbow”, “Lonesome Crow” e “Taken By Force”. Quanto poi a dischi come “Blackout”, apparirà anche semplice e troppo patinato, ma dopo averlo messo sul piatto ti rimane addosso per giorni. E questo, con un disco, è dono da non prendere sotto gamba.

Tokyo Tapes” mi ricorda tutta una serie di mie vecchie ingenuità caratteriali che suscitano un sorriso. Nei pezzi più tirati, quel doppio lp mi dava una grinta che ero convinto di poter usare in modo costruttivo; invece, nelle ballate o nei pezzi più epici si annunciava quella vocazione al drammone amoroso che poi trovò il suo paradiso con i dischi dei Queensrÿche e dei Marillion (e anche di Bryan Ferry, a conti fatti).
Frequentavo il ginnasio, con risultati davvero pessimi, e ogni mattina mi caricavo con pezzi come “Pictured life”, illanguidendomi invece, soprattutto se mi piaceva qualcuna, con quel capolavoro indiscusso e quasi dannunziano che era “In trance”.

Ora che mi sento bastardo, e non da poco, ora che so di essere diventato più o meno un disilluso come tanti, innamorato della religione perversa del non credere che in pochissime selezionate “cose”, ebbene rimpiango quel disco e quel che innescava.
E non rimpiango solo gli Scorpions: anche l'occultismo serpeggiante dei Blue Oyster Cult, il perpetuo funerale elettrico dei Black Sabbath, la chirurgica potenza degli Iron Maiden, l'apologia della rozzezza perpetrata con i Motorhead e i Venom, le minuscole band speed metal, persino qualcosa dell'hair metal più sincero. Per fare un esempio, qualche giorno fa ho ascoltato “Change of address” dei Krokus, che non si può dire sia un capolavoro, e mi sono emozionato come un adolescente. Ci ho fumato un paio di sigarette e ho aspettato il tramonto alla finestra. Questo accade, dopo i quarant'anni. Questo e altro. Tristissimo, bellissimo, inevitabile.

Mi fa sempre tristezza pensare a quanto ci si imbolsisca, e a quanto siamo capaci di rinnegare tutto o quasi quel che ci ha caratterizzati in gioventù, in nome di non si sa quale colossale evoluzione.
Ho cercato di conservare qualche seme di memoria ingenua, sia pure in un panorama di roghi e dissoluzioni. Per questa memoria posso affermare che tanto mi hanno dato i Litfiba del periodo cupo fiorentino, del primo periodo, la mia amata e desideratissima Firenze. Ho avuto il piacere, proprio ricordando quelle sensazioni, di ascoltare in cuffia “Desaparecido” sul Ponte Vecchio sotto la pioggia, qualche inverno fa, ed è stato potente.
Ogni mia esperienza, lavoro, amore, sesso, solitudine, violenza, smarrimento, ha avuto una sua (quasi sempre aderente) colonna sonora. La musica mi ha sempre aiutato, spronato, contenuto e abbracciato. E consolato, mille e più volte.
Oggi è tutto molto sfocato, e tanto del tempo trascorso è come avvolto da una nebbia incredula e orba, dalla consapevolezza che parte di quel folle fuoco è persa, che la bocca invasa da febbre e rabbia ha lasciato il posto ad una smorfia amara, ancora gradevole solo perché continuo a lavarmi e ho quarantacinque anni. In fondo, non ho mai smesso di organizzare la dispersione di quelle ceneri.

Il guaio è che il fuoco cova, banalmente, sotto tane e terrazze, e le lingue bluastre si fanno vedere di notte, travestite da ricordo o da sogno. Non riesco a pensare di aver chiuso baracca con l'inferno. Dove è finito l'errore che urla? Perché lo specchio riproduce con tanta difficoltà quello sgorbio di disagio e lo ammortizza nel silenzio e nelle sparizioni metodiche?
Dov'è finita la guerra, la guerra alla pace? Dov'è finito il freddo abbraccio delle sciarpe logore nelle sale d'attesa delle stazioni?
Non sono un nostalgico, ma la quiete delle nuove posizioni mi irrita. Il flusso regolare della vita mi sembra ancora un compromesso insopportabile. E subire, di qualsiasi cosa si parli, mi è ancor più inaccettabile.
Forse, e qui oltrepasso la mia stessa demagogia mnemonica, la verità è che mi scorre ancora tutto il rock'n'roll delle origini nel sangue. Sono un vecchio rocker, cazzo: mettimi “Tokyo Tapes” e farò ancora finta di essere Francis Buchholz che cerca di inserirsi, lungo come un ponte biondo, tra Rudolf Schenker e Uli Jon Roth.
Scorpions o Radiohead? Scorpions, Scorpions.

Tempo addietro, un mio cliente si stupì che mi piacessero ancora tanto i primi Scorpions.
Ti facevo un jazzman”, mi disse.
Ho sempre oscillato tra Mingus e i Celtic Frost, tra Bill Evans e il trash metal, non mi potrai mai attribuire una militanza fissa in un genere”
Così però si va incontro alla confusione”
La confusione è anche curiosità, no?”
Ad ogni modo, Luca, peccato che gli Scorpions non abbiano avuto nel corso del tempo una svolta prog”
E perché mai avrebbero dovuto averla, scusa?”
Loro hanno fatto parte di un periodo particolarmente PIVOTALE della musica, periodo PIVOTALE nel quale il prog ha compiuto il suo incantesimo”
Sta a vedere che tutte le band degli anni settanta dovevano essere per forza progressive, dai. Gli Scorpions andavano bene così, credimi”
È un tuo punto di vista, ma con l'inserimento di qualche tastiera di buon gusto e di qualche suite, sarebbero stati anche loro PIVOTALI”
Pivotali, già. Che bel modo di esprimersi. Come il rockarama, la riffologia e la seminalità. Parliamo spesso di musica come se dovessimo scrivere recensioni per un coglione freak che ci paga in salumi. Mah.

La mia sciarpa blu a Firenze, il freddo, la musica, sono per me tatuaggi che non espongo.
Firenze è uno dei pochi luoghi della mia anima. Ho Firenze nello stomaco, nelle vene e nei pensieri.
Le ferite diventano tatuaggi e rughe d'espressione. I capelli che non avrai più sulla bocca restano come fili invisibili, come suture impercettibili, come corde di sottile malinconia, come visione olfattiva di liane fantasma.
La trivella mimetizzata che mi porto dentro gira sempre e gira ancora, sonda e ispeziona faglie e sabbie mobili, dilania sogni rimasti sul terreno, si serve dei miei ricordi per andare più a fondo e rischiare tutte le cupezze della verità. Il sole torna, mi dice il prezzo e io mi regolo poi. Così funziona.

Ci sono giorni che mi diverto poco a scrivere note e notarelle. Non mi sento obbligato a farlo, ma alla fine scrivo. Non lo faccio per me e non lo faccio certo per gli altri. Lo faccio e basta.
Questa nota è nata sull'onda di un vecchio disco degli Scorpions. Mi prendo la libertà di iniziare a scrivere qualcosa senza pensare al seguito e all'appeal del composto.
Quando scrivo, sono spesso come uno spaventapasseri durante il matrimonio di un amico imborghesito. O un poliziotto privato da film, stanco e ingrassato, sulla banchina a godersi il vento. O, meglio ancora, come un amante che si è scaricato da solo, semplicemente guardandosi nel riflesso di una vetrina o di un portone. L'importante, per me, è che il rock'n'roll non mi scarichi mai. Voglio che diventi la mia ruga più affascinante.
E lunga vita a Klaus Meine.


©Luca De Pasquale 2017