31/07/17

Ritirata erotica senza ufficiali


Impossibile scrivere con la luce del giorno. Con il caldo, lo sguardo velato, il corpo smanioso e in opposizione.
Percorro la strada che mi riporta a casa, le finestre del mio appartamento mi appaiono quasi deformate dall'afa gassosa che appesantisce anche il respiro.
Ai bordi della strada, profilattici usati, bustine consumate di Riopan, deiezioni canine, rotocalchi “per signorine e militari”, come diceva un tempo mio nonno paterno.
Incrocio una donna che conosco di vista. Sono anni che sappiamo l'uno dell'esistenza dell'altra. Non ci salutiamo mai. Io finisco per imbarazzarmi e quasi sempre tossisco o mi schiarisco la voce, che è una cosa ridicola.
Lei non mi attrae, ma ho notato quasi da subito che la sua è una faccia da orgasmo, da piacere oltre misura, una sorta di smorfia perpetua verso il basso e la pericolosità delimitabile del godere.
Ho idea che basterebbe sfiorarla per accenderla, perché praticamente brucia da sola, brucia di vita, di quella voglia estenuante di saltare gli attimi stanchi del vivere, in nome di una ricerca chirurgica ma confusionaria delle onde del sesso.
Nella mia vita ho incontrato molte persone che avevano gli occhi del sesso ed esibivano movenze feline che stavano lì a ricordarti quanto gli agguati della carne possono illudere di potersi liberare di tutti gli osceni paraventi di certi giorni uguali, costrittivi, squallidi.
Solo che ho sempre preferito gli occhi malinconici. Inquieti e un po' sperduti. Recepisco l'erotismo intermittente della desolazione, capace di scuoterti l'anima e rientrare alla base distruggendo in pochi minuti quello che si è condiviso.
Ho sempre considerato abbastanza ridicoli, per non dire spiacevoli, i maratoneti e gli staffettisti del sesso. La loro retorica schiumosa, le loro minacce eccitanti a cavallo tra oscenità e stoicismo di maniera. Penetrazioni, rapporti orali e acrobazie laterali con estensione dei tessuti sono religioni vicarie, cariche di ombre invalicabili, non bastano a loro stesse e non possono coadiuvare altre forme di esaltazione sensoriale. Sono abissi veloci, che pure mi hanno irretito più di tante forme apparentemente più spirituali.
Da adolescente credevo che lo spettacolo più incredibile del creato per un uomo fosse poter guardare, con ammirazione e gratitudine, una donna godere. Grazie a te, alla tua presenza, alle tue mosse che vorrebbero essere singolari e personali e invece sono solo standard che si perpetrano nei secoli dei secoli. Con varianti dovute più che altro all'inquietudine interiore, non certo alla tecnica sessuale.
Oggi penso invece che il piacere sia un codice guerriero che non va diffuso con leggerezza. Un codice di disperazione e speranza di cui ogni uomo minimamente vivo può disporre. La speranza qualche volta si realizza solo con la disperazione dei gesti. Altro che fare l'amore sotto la luna, con petali di rosa che cascano dal nulla e musiche al giulebbe che finiscono per tramutare la libido in terrore di incompatibilità chimiche e ambientali.

La donna che conosco di vista va a conquistare il mondo con il suo sguardo sfacciato, risoluto, con la sua andatura di barca a vela verso l'inferno. Non riesco a provare né desiderio reale né curiosità da nutrire anche solo per noia.
Oggi le linee di mare e cielo non sono dello stesso colore, e così mi sembra di camminare sotto un quadro gigantesco di Rothko.
Il cielo è quasi oro sciolto, è tutto calore; il mare è di un celeste stinto e seducente. Io odoro d'insonnia, non credo che riuscirò a scrivere molto, mi piacerebbe innescarmi un inverno dentro e uscirne vittorioso, con un altro nome, con uno sguardo più organizzato, meno sensibile alle malinconie preferite.
Ho addosso la sensazione di poter fare a meno di chiunque e di qualsiasi cosa, ma sarà un effetto del clima, delle fredde pianificazioni di stanotte, quando ho deciso di vivere quest'estate senza pelle, senza menzogne, soprattutto nell'atto personale che reputo più sacro e reale, quello di scrivere.
Chi dice che scrivere è una terapia è un bastardo mentitore. Non credete a queste sciocchezze. Scrivere è il sipario che si strappa, è il massacro della pazienza ereditata dall'educazione, è lo squarcio delle regole ferme, la putrefazione dell'idea di fortezza invalicabile.
Scrivere, in particolare in questo momento dell'anno e della mia storia, è un tentativo inevitabile di restare vivo, e di non permettere alla superficie di acquietarmi, di assoggettarmi a una calma costruttiva che non desidero affatto, cosparsa com'è di fiori marci, illusioni a comando, incontri teleguidati e consuetudini che niente hanno a che vedere con la vera familiarità.
Non perderò un solo istante del tempo che mi resta a guadagnarmi un ruolo nuovo e spendibile, magari per ricusare vigliaccamente, da smemorato e da stronzo, tutta la coltre di arcobaleni imperfetti che mi sono trascinato dal cielo cercando disperatamente un senso nella successione dei giorni.

Accetto la mia cifra, che è lo strappo su tela bianca, la macchia d'inchiostro sulla mia inguardabile carta d'identità civile. Accetto che mi guidino gli impulsi più contraddittori e dolorosi e non i calcoli. Accetto la distanza e il lutto che rivivo ogni volta che devo tacere per non farmi accerchiare. Accetto anche la mia natura solitaria, tormentata fino alla comicità della stanchezza occasionale che cancella tutti gli spigoli nel disegno. Accetto che scrivere è la mia lotta, è che forse fallire senza impazzire è il mio modo di baciare la sposa, la vita, senza perdermi in una cerimonia che mi vedrebbe in parata di assenza.
Infilo le chiavi nel portone, persino la cassetta delle lettere appare lontanissima per il calore insopportabile.
Sono sudato e senza rabbia. Dentro, le mie navi procedono senza ufficiali verso una resa che nessuno ha preteso e che mi servirà a guardare occhi e silhouette del domani senza il vizio dell'attacco immotivato.
Certe ritirate sono più erotiche del miglior sesso da esportazione.

©Luca De Pasquale 2017



30/07/17

L'ombra in vendita su ebay


Butto via tonnellate di roba. Non sono uno che ama conservare. Preferisco rimuovere e ancor di più distruggere.
Distruggo con serietà, il che significa senza godere.
Non è la catarsi che cerco, e tanto meno il brivido rappresentato dal decidere le sorti di una lettera, di un ricordo, di un oggetto invecchiato o addirittura nuovo.
Troppa roba mi toglie aria.
Così come troppe raccomandazioni e preoccupazioni mi esasperano, e troppi contatti in una volta sola mi disperdono come un assassino confuso in preda a un'amnesia improvvisa.
La coralità ha qualcosa di caotico, ma non è il tipo di caos che mi emoziona.
Mi è capitato di considerare troppo affollata anche la condizione a due, in cui -dopo un iniziale entusiasmo- finivo per assecondare le pulsioni più deraglianti, quelle aizzate da un sentore di prigionia.

Non vado alle cene con troppi vecchi amici. Le trovo patetiche. Non mi emoziona piangere il morto, e cioè la nostra giovinezza condita dalle utopie personali e collettive. Diventano situazioni grottesche, laddove si mandano in passerella rughe curate e cicatrici suturate, mogli, bambini, medagliette aziendali, papiri di personalità e spesso anche libri, il più delle volte usati per rivendicazioni atroci: “Non avete mai creduto in me, ma io ho pubblicato dei libri”.
Vendette piccole, tra patatine e alici fritte, con i denti sbiancati, gli occhiali alla moda, un Dio a caso nel portafogli, che sia un santino o una banconota da cento euro.
Nonostante la mia sincerità, è ancora una gran fatica saltare queste occasioni. Le scuse non mancano, ma è penoso lo stesso.

Intanto la roba da buttare aumenta con il passare dei minuti. Continuo la mia opera estiva di serena demolizione, forse di interi anni, di ere, di conoscenze acquisite e digerite, di delusioni catalogate per odore e colore di capelli.
Certo che lo so, a quest'ora dovrei stare al mare, con un bel costume blu scuro,
il colorito ambrato, il cazzo rimpicciolito dall'acqua di mare, il cuore spugnato. Invece eccomi qui, maglietta bianca e jeans chiari, stavolta pettinato come se dovessi andare al lavoro, intento a smobilitare particelle e souvenir di vecchi mondi scaduti o mai diventati stati autonomi.

Ho provato a sentire alcune persone. Dicono che non bisogna chiudersi. Io non sono mai stato chiuso, è solo che la mia residenza è in un castello un po' fuori mano.
Lascio che mi parlino delle loro passioni. Li lascio parlare, io ho poca voglia.
Uno mi parla del suo presunto impegno politico, che non condivido assolutamente. Gli concedo di distruggere il Partito Democratico solo perché la questione non mi riguarda, ma che noia mortale e quanta retorica. Passare dalle comuni ai movimenti non mi sembra salutare, ma non oso dire nulla. Fatti suoi.
Un altro mi fa una testa come una mongolfiera sull'indie rock, genere che ho bazzicato sempre con una certa diffidenza, soprattutto perché “indie rock” oggi significa poco o niente, anzi è un mesto equivoco.
L'individuo capta il mio scetticismo: “Scusa Luca, ma tu cosa stai ascoltando in questa fase della tua vita?”
Fase della mia vita?”
Intendo l'ultimo anno, và”
Un misto. Principalmente, power metal con ballate, rock anni settanta, Bruno Martino, Alan Sorrenti e deep house ipnotica di notte”
Quella è musica per chiavare”
Capisco perché, ma non solo. E poi nessun uomo dura quanto il battito notturno di una traccia deep lunga e composita”
Io ci riuscirei”
Mi rallegro con e per la tua compagna”
Carolina è mia moglie”
Mi rallegro con e per tua moglie. Va bene così?”
Il terzo della triade mi consegna tutto un reportage orale sui suoi bellissimi viaggi oltre confine. Lo fa quasi con la bava alla bocca. Mi parla di cottage, di malghe austriache, di appartamenti francesi, di attici di cristallo in Cornovaglia, ma io resto impassibile e non per posa. Parla solo di viaggi.
Che cazzo me ne fotte dei tuoi viaggi? Non mi hai detto di una sola emozione, di un sommovimento interiore, di un nuovo sogno. Solo spostamenti e comfort, e allora vaffanculo alla tua sindrome di Chatwin con la stipsi.
Questi descrittori di grandi avventure mi ammorbano e mi fanno diventare spietato, ostile. Al punto che vorrei chiedergli “ma tu quando fai l'amore con la tua donna la guardi negli occhi o pensi solo a quello che stai facendo? E dopo, sei ridicolo con le coccole come tanti uomini oppure riesci a trattenere l'odore e il sapore di lei non fuggendo al cesso o nel tuo mondo?”
A te come va il tuo dramma-lavoro?”
Questo mi chiede Chatwin, con enfasi, con calore, lavorando ai fianchi dei suoi scrupoli. Ma che scrupoli hai? Le nostre vite sono diverse, lontane, non siamo fratelli. Non sul serio e nemmeno spiritualmente.
Sto in forma. Penso di poter guadagnare qualcosa vendendo la mia ombra su ebay. Sono solo indeciso se far partire un'asta o scegliere la formula del 'compralo subito'. In questo caso non farò pagare le spese di spedizione”
Lui ridacchia, io faccio sul serio.

Adesso il materiale da eliminare è diventato ingombrante. Dovrei fermarmi, rifiatare. Eppure, mi sento allegro e determinato. Non c'è niente di meglio che sbarazzarsi di materiale di risulta e di inutili ammennicoli.
Raccolgo tutto in un grande sacco bianco in cui a occhio e croce potrei entrare anche io. Non sarebbe un'idea malsana. Lascerei l'ombra in giro, finché qualcuno non deciderà di comprarla su ebay.
Mi accendo una sigaretta. Stasera fumo in casa. Non è ben fatto e poi fumare fa molto male. Lo so. Andiamo avanti.
Mentre armeggio con il sacco, mi ricordo che ieri sera ho guardato un film con Totò e Peppino De Filippo che adoro, “Chi si ferma è perduto”. Una pellicola deliziosa, con un clamoroso Aroldo Tieri, attore che ho adorato. C'è un aneddoto quasi piccante su questo film, che si perde nella notte dei tempi. Ero ragazzino e guardai il film per la prima volta con i miei genitori. Quando assistei alla scena che vedeva Marisa Traversi (Adua) insidiare Peppino De Filippo (Colabona) non riuscii a controllarmi di fronte alle forme (e ai reggicalze) della Traversi, che mi turbò profondamente, anche grazie alla sua voce provocante. Andai in confusione, diventai tutto rosso e gli ormoni mi seppellirono. I miei genitori se ne accorsero e risero di gusto, inteneriti. Avevo undici anni. Per diverso tempo la saltellante Adua fu una mia devastante ossessione erotica. Cercai donne che le somigliassero, ma ero troppo piccolo per suscitare attenzioni di quel tipo.

Ripensare a quei tempi, a quell'ingenuità, agli abbracci che regalavo a mio padre per sanare i suoi silenziosi e dignitosi precipizi, ai sorrisi da bambino in crescita che offrivo a mia madre per ripagarla parzialmente del sacrificio di aver resistito in condizioni non facili (per cause esterne), ebbene tutto questo mi incupisce e allora i miei occhi cambiano colore, la sera non mi abbraccia e prepara gli artigli per la notte.
Sono vulnerabile. Mi piace lasciarmi sbranare in alcuni momenti, ma non sempre. Stasera non mi va, però l'ho vista la dama della notte calzare quei guanti di seta che finiranno per stracciarmi la faccia alla prima carezza più sporca.
Del resto, me lo merito. Certo che me lo merito.
Perché purtroppo i miei desideri sono crimini, e quando si mescolano ai sogni diventano veri e propri agenti del caos, che uccideranno la mia quiete faticosamente guadagnata e renderanno vani gli abbracci e i baci che riuscivo a centellinare per la mia famiglia.
Ho perso molti pezzi, mi hanno corrotto, mi sono corrotto; sono colpevole di molte leggerezze, tra cui quella di percepire la lontananza come un richiamo e di non lasciarla mai lì dov'è.
Il mio errore è imbarcare la mia ombra tutte le volte che sento un richiamo, forse per dimostrarmi che non sono un naufragio. Un uomo può essere un naufragio e non una boa. Non è giusto. La mia ombra mi compromette. La venderò su ebay.

©Luca De Pasquale 2017





28/07/17

Il reddito non fa l'uomo, l'alto non sommerge il basso


Esistono frasi, massime ed esortazioni che entrano nella vita di un individuo sin dalla sua giovane età, e come un hobby deforme diventano parte integrante della colloquialità, dei meccanismi della vita sociale e delle relazioni, come un marchio a fuoco.
Frasi che vengono ripetute da persone diverse in contesti diversi, nei momenti più inaspettati. Frasi spesso inerziali, corteccia senza contenuto, che finiscono per qualificare l'interlocutore come un involontario molestatore.

Nel mio caso, ci sono delle situazioni verbali ossessive che mi inseguono sin da quando ero adolescente.
La più abusata è quel “devi pensare positivo” che rappresenta per me addirittura una discriminante, rispetto alla continuazione di un rapporto, quale che sia la sua natura.
Perché è un'esclamazione/esortazione sciocca, velleitaria e priva di qualsiasi profondità. Vuole dire tutto e non dice niente. Presuppone che il “pensare positivo” sia collocabile nella zona “ottimismo” di un cervello, senza considerare che un approccio positivo può essere anche espresso attraverso un vitalismo non proprio consolatorio.
L'ossessione dell'approccio positivo impedisce a molti di guardare con attenzione e lucidità tanto nel proprio giardino che in quello altrui, innescando una sorta di perpetua scelta superficiale di lettura rispetto agli eventi, spesso controversi, che la vita offre.

Si può annoverare tra le superficialità sperimentate anche quella di consigliare a uno che non se ne fotte niente di “entrare in dei contesti” la nuova linfa determinata dal sapersi vendere in pubblico e in società.
Non ho mai pensato che un lavoro realizzi davvero completamente un uomo. In più, ancor meno, credo che l'ambiente sociale di appartenenza e la posizione socioeconomica non siano criteri per cui un individuo può essere qualificato superiore ad un altro.
Non è detto che un avvocato valga più di un lattaio. Non è detto che le (eventualmente) ingenue letture di un carpentiere abbiano meno peso delle strombazzate e nauseanti attitudini con l'esistenzialismo francese di un docente.
E ancora, un ottimo reddito non può salvare un pessimo individuo dal naufragio esistenziale. Ha solo più comodità, che in genere finisce anche per non apprezzare dovutamente.
Quando qualcuno mi dice, sfruttando tutta la retorica demagogica in suo possesso, “tu vali troppo per stare in questa situazione”, alludendo al disastro finanziario, all'instabilità lavorativa, e aggiunge “la verità è che non hai saputo crearti le giuste occasioni con le persone giuste perché non ti sai vendere”, dimostra non solo di non aver capito un flauto del sottoscritto, ma anche, per esteso, di persone votate a una forma di coerenza che ai più appare una scelta suicida.
E se anche fosse?
Quindi solo perché parlo bene dovrei avere accesso ad ambienti più sofisticati e dovrei disporre di altre finanze?
Solo perché nasco in una famiglia “dabbene” della “Napoli migliore” devo essere considerato una pecora nera? Solo perché scrivo qualche libro dovrei “arrivare più in alto”?
In alto dove, come, con chi e perché?
A chi avrei dovuto leccare il culo secondo i saggi? Quante frasi non avrei dovuto profferire, quante pacche avrei dovuto dare, quanti imbecilli non avrei dovuto osteggiare?

Faccio mie, ancora una volta e con un indicibile piacere, le parole che Valerio Zurlini spese per il suo personaggio più controverso, Daniele Dominici, nel bellissimo libro “Pagine di un diario veneziano”:

Invece subito qualcosa di ambiguo si era frapposto fra lui e le sue mete naturali. E questo qualcosa non sembrava solo determinato dagli avvenimenti esteriori che spesso influenzano e modificano il corso di una vita, ma connaturato invece ad una sua stessa insofferente natura di ribelle, di sradicato, di uno in definitiva non adatto a nessuna società civile”

E ancora:

Insomma pochi uomini come lui mi davano un'impressione di indifferente decadenza: ma qualcosa di beffardo e consapevole riusciva sempre a riscattarlo, a sconfiggere ogni senso di solidarietà o di pena”

Sembra sia difficile per parecchi accettare procedimenti a sottrazione (non quelli, invero di scarsa credibilità, di personaggi mediatici freak che invocano la necessità di spogliarsi di tutto e poi dispongono di cospicui conti bancari), persone che sono incapaci -e consapevoli di non poter mutare tale condizione- di pensarsi “in vendita” o su un proscenio immaginario impostato sul miglioramento delle condizioni, sull'accrescimento di riscontri e privilegi, arroccate sull'utopico scopo di generare nuovi consensi e dunque nuove opportunità.
Perché dovrebbe fottermene, giusto per semplificare, di interrompere i miei caffè con il cassintegrato per darmi a degli aperitivi con persone intriganti che scrivono libri, sceneggiature e sono prezzemolini ogni minestra sulla scena del culturismo culturale venatorio cittadino?
Migliorerei come persona? Sarei più affascinante? Farei eccitare più donne? Pubblicherei più libri per editori più strutturati? Facendo cosa, presenziando con il piglio giusto, quello del savoir vivre?
D'accordo. E poi?
Se raggiungerò traguardi con asticella più alta, sperando che non mi entri dritta nel retto, sarà per altri motivi emotivi. Punto e discorso chiuso.

Terzo e ultimo capitolo, “l'invidia sociale” e il vittimismo, altri puntuti appunti che ogni tanto mi vengono rivolti con un fare fintamente aperto e comprensivo.
Invidia sociale di cosa, prego? Ho già risposto al punto precedente. Non saprei cosa farmene di una bella e lussuosa casa, se avessi molti soldi comunque non vorrei guidare e possedere tre auto, mi manca solo viaggiare e acquistare quegli oggetti “vivi” che sono i libri e i dischi. Non spenderei i miei soldi in mangiate di pesce, investimenti finanziari e lussuose divagazioni. Penso che se avessi molti soldi me li giocherei velocemente, nel senso proprio che finirei per darmi a degli azzardi. Senza azzardi crepo: e ora non voglio ancora crepare. Non adesso, non in questo periodo loffio del secolo.
Per quanto concerne il vittimismo, come direbbero i francesi da grande distribuzione, “bof...”.
Bof...” perché il vittimismo dove albergherebbe, nel caso? Nel dire, con sincerità e senza vergogna, che non si hanno mezzi e che si sopravvive a fatica con cifre che anche un ventenne della piccola borghesia possiede quadruplicate?
Questo è vittimismo?
Ma vittimismo un cazzo, dai, questi sono fatti. Vittimista per me è chi si lamenta di non poter acquistare lo stereo nuovo, vittimista è chi non riesce ad andare in California e ripiega piangente su Sperlonga o Amantea, vittimista è chi dice che si pagano troppe tasse quando si posseggono quattro o cinque appartamenti. Ma certo, poverini. Hanno troppe case, i bambini. Che sfortuna, che disgrazia!

La butto, la dico, la penso. Poi datemi del marxista, del veterotrotzkista o quel che vi pare: le classi sociali più privilegiate sono abituate a guardare i poveri all'ora del telegiornale, dire mestamente “povera gente” con un minimo di empatia e riprendere a mangiare. Senza capire nulla di reale di quello che i “poveracci” vivono nel quotidiano, che è spesso solo faticosa dignità che non vuole commiserazione. Altro che invidia sociale e vittimismo.
E poi, tanto per scorticare altri equivoci, è inutile collocarmi come “uno di sinistra”, perché non ha alcun senso. Io sono operaista, sono egualitario, non “uno di sinistra”. Sto con i deboli, da sempre e senza aver mai cambiato rotta. Non significa essere di sinistra, è troppo riduttivo. Conosco troppe persone “di sinistra” che se ne strafottono di chi annaspa, di chi è sfruttato, di chi non emerge. Sono troppo presi dallo scrivere e dichiarare che sono di sinistra, non sanno fare altro. Di sicuro non lottano, se non nei letti delle loro case, sovente con risultati deludenti. E scrivono pure dei libri di merda.
Stupido errore è poi pensare che chi è povero non possa esprimersi in un buon italiano, fare buone letture, che so, amare il jazz o Truffaut o Peter Brook e anche Fassbinder. Il povero deve pensare, nell'immaginario dei più fortunati, solo alle sue disgrazie e alle sue miserie, alle bollette, allo scarico del cesso che non funziona, alle medicine non prescrivibili.
Non deve farli sentire in colpa e non deve rompere il cazzo.
Non deve sbavare dal suo ghetto, dal suo confino, non deve protestare, non deve urlare, non deve fare opposizione in piazze più pulite. Il povero deve declinarsi nei ghetti e nei ghetti restare. Questo è lo strisciante fascismo cortese dei privilegiati e delle loro ricette per uscire dal fango, ricette recitate con distacco, giusto per stare tranquilli.
Il paradosso è che non ho mai avuto niente contro gli abbienti. Nulla di personale. Tant'è che non conosco una sola persona, nel mio giro, che si trovi nella mia condizione. Eppure sono rapporti regolari, tendenti alla distensione e al dialogo, non tesi; ci può essere qualche riserva, scontato che ci sia, ma non faccio guerra di classe alle persone che conosco solo perché stanno meglio. Ma questo equivoco non si risolverà mai e pazienza.

Mi concedo un punto supplitivo per quanto riguarda la scrittura. Resto sempre basito quando qualcuno -che magari non ha grande familiarità con lo scrivere e pure con il leggere- arriva a consigliarmi di “cambiare argomenti”. Devo dire che non mi incazzo mai. Voglio capire dove si va a parare. Allora chiedo: “Tu cosa scriveresti, al posto mio?”
E scopro, oltre allo scontato raccomandarsi di provare con commissari, tenenti, marescialli con il terzo occhio e procioni alla Marlowe, che mi si chiedono più dolcezza, più amore, più trame appassionanti.
Ed io rispondo: “Ma io scrivo sempre d'amore, non te ne accorgi?”
Allora ti dicono vai con i romanzi di formazione, che si portano. Il mio sarebbe il romanzo di formazione di un suicida in vita, non verrebbe letto.
Escludendo faraoni, vampiri, licantropi e monaci, rimarrebbe in piedi l'idea di una narrativa sociale, dalla parte dei perdenti, ma imbevuta di retorica e di quel dogmatismo che mi fa invece vomitare dalla notte dei tempi. Non scrivo cose per figli del '68 (alludo ai figli degenerati) così come non creerò il commissario Merdulli, nostalgico peripatetico con una vecchia Beretta e il pene riposto nelle pieghe del cuore.
E non scriverò, anche e nonostante i frequenti consigli, qualcosa di oleografico ed estetizzante sulla Napoli che rinasce. Napoli muore e rinasce ogni giorno, ma a me interessano i bassi, i bassi interiori, non solo i bassi elettrici e non i bassi/abitazione con panni stesi e scugnizzi che giocano a pallone sotto gli occhi dei plutocrati.
A volte, descrivere la bavosa sveltina di due amanti dannati e sciocchi dietro il portone socchiuso di un palazzo di notte ha più senso che inventarsi degli eroi civili che, dietro le belle parole e gli slogan di deteriore facilità, sanno solo stare sempre in mezzo con i loro sorrisi democratici, le cravattine eclettiche e le barbe sofferte di chi ha capito che la barba va di moda. E che, come tutti gli intellettuali metropolitani con anima provinciale, sa solo offrire lingua e culo alle lusinghe del domani.
Viva Valerio Zurlini.

©Luca De Pasquale 2017











26/07/17

Non a fianco, di fronte


I sogni, anche quelli veloci e impossibili, funzionano di fronte, non a fianco.
La prospettiva giusta non è laterale ma frontale.
I sogni di profilo dicono meno di quello che potrebbero. I sogni bisogna guardarli negli occhi.
A volte bisogna spostarsi per poterli guardare nella loro pienezza, e anche nella loro distanza.

Sto imparando nuove prospettive. Credevo di dominare la mia valle, ma era un'illusione, un contentino che mi davo per tenermi quieto.
Ti senti pronto a tutto, pronto a sfidare avversari molto più grandi di te, ti senti pronto ad affondare in uno specchio e precipitare in mondi che non conosci, senti anche che non hai più niente da perdere. Eppure, finisci per sbandare, per legarti a un attimo, per arretrare davanti a un dettaglio e fermarti a pensare.

Sono i dettagli a sorprendermi, a rivelarmi quello che non vedo con il mio compassato guardarmi attorno.
Oggi ho guardato una donna piuttosto anziana che abita qui vicino. Non so chi mi ha detto che ha sconfitto un tumore. Questa donna sorride a tutti, anche me. E oggi ha sorriso al mio volto stanco di insonnia e di veglia, ricevendo in cambio quella strana smorfia -tra resa e ingenuità- che è il mio tentativo di sorridere.
Oggi ho anche guardato delle persone che entravano in chiesa. Sembravano tutti compiti, rispettosi. La chiesa era aperta, per cui da fuori potevo osservare dentro cosa accadeva.
Quelle persone si sono fatte il segno delle croce. C'è chi ha iniziato a pregare e chi si è seduto sulle panche di legno in silenzio. Completo silenzio. Io, l'intruso, ero lì fuori con la mia sigaretta, stanco, impersonale come è chiunque che osserva senza chiedere attenzione.

Poi sono sceso più giù. Ho raggiunto il mio nascondiglio preferito, quell'angolo disabitato in mezzo a palazzine basse da dove si può scorgere tanto il mare che la linea ferroviaria.
Sono attratto da tutto quello che è partenza. Tutto ciò che è inversione, smobilitazione del costruito, dissolvenza del raggiunto. Sono irresistibilmente attratto da punti di fuga. Li valuto, li smonto, li catturo dentro, me li porto nelle mie notti e li sublimo per evitare disastri incalcolabili.
Gli arrivi, invece, mi inquietano. Le mete raggiunte somigliano troppo alla fine della corsa.

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere una cosa che iniziava con la frase “Ti caccio in stanze senza fine”. Ho riletto la frase e ho cestinato il documento senza proseguirlo neppure mentalmente. Cosa e chi caccio senza fine?
Sensazioni, attimi, presagi, congiunture, profumi, cosa?
Non ho mai interrotto questa ricerca spasmodica, così pericolosamente confinante con l'indigestione di impulsi.
Nel 1993, senza nessun apparente motivo, capitava spesso che uscissi di notte con il walkman che conteneva una cassetta con un solo pezzo inciso: “Kiss of life” di Sade. Un brano che amavo alla follia, e che probabilmente mi riportava a qualcosa di amniotico, originario. Mi ammaliava, era il mio incantesimo del 1993.
Dicevo ai miei genitori che avevo appuntamento con degli amici e uscivo. Ma ero solo. Dovevo e volevo stare da solo.
Avevo dei percorsi fissi, quattro o cinque. Il preferito era il seguente: via Carducci-via Vittoria Colonna-piazza Amedeo-via Crispi. Arrivavo sul corso Vittorio Emanuele, più o meno all'altezza dell'ufficio di mio padre. E tornavo indietro contento. Studiavo i palazzi, i citofoni illuminati, le insegne dei negozi chiusi, i passanti frettolosi, sempre accompagnato dalla canzone di Sade Adu.
Quel pezzo mi ricordava forse che pur amando il buio più dell'amore -per me un sentimento assolutamente ovattato, notturno, totalizzante- ero comunque maledettamente innamorato della vita. E dovevo continuare a esplorarla, anche vagando di notte come un pazzo.
All'epoca ero convinto che i sogni, utili più dei soldi, dovevano essere disposti uno accanto all'altra, come una collezione privata senza spettatori. E li guardavo di profilo, a volte soddisfatto, altre inquietato.
Oggi capisco che troppe volte non ho eseguito il movimento migliore, spostarmi per averli di fronte e guardarli negli occhi.
Ma c'è tempo, almeno credo, per rimediare a questo peccato di ragioneria dell'anima.


©Luca De Pasquale 2017




Gli effetti dei temporali notturni


Non riesco a prendere sonno. Proprio non ci riesco.
Il letto sembra una zattera di paglia nel fango, e anche se il mio corpo è lì sopra la sensazione è che sia distante chilometri, nascosto chissà dove.
Così come è chiara la percezione che questo corpo poggiato sulle lenzuola non appartenga all'anima se non per qualche traiettoria.
Ho il televisore acceso. Non si sa per quale motivo, su una rete regionale che trasmette una vecchia e indegna fiction paramedica con Barbara D'Urso, Paolo Calissano e Isabel Russinova.
Nei dintorni, qualcuno deve aver fatto sesso. Ho sentito il gemito finale di lei e i farfugliamenti gutturali di lui. Qui in zona devono praticare sesso poco protetto, se è vero che parchi e palazzi se ne cadono di bambini.
Recentemente, qualcuno mi ha chiesto se desidero dei figli. Ho risposto che non ci penso nemmeno, troppo lusso. Sarebbe un'azione sconsiderata, egoistica, suicida.
Ci sono stati periodi in cui ci ho pensato, mi sentivo pronto, ma erano altre ere, respiravo diversamente, forse non sognavo come ora, di certo non avevo aperto la sala delle ferite per alleggerirmi gli occhi. Come invece è adesso.

La fiction con la D'Urso è talmente detestabile che devo spegnere, non mi va nemmeno di cercare altro.
Abbandono la zattera di paglia, inizio a perlustrare il regno. Senza accendere una sola luce. Solo gli occhi del gatto rischiarano il corridoio.
Strana sensazione di libertà totale addosso.
Sarà che non mi sento più in obbligo con nessuno, e soprattutto non più obbligato a simulare complicità, partecipazione, amicizia, fratellanza, condivisione, tributi di sangue compresi.
Nessuno mi può obbligare a vivere immerso nel concetto di “famiglia”, che ricuso violentemente. Preferisco sentirmi uno senza famiglia e con il passato chiuso in freezer. Non sento di avere una famiglia, ne ho avute fin troppe, e questo non mi rende un perdente come a qualcuno piace credere.
Per quelli come me, improbabili sporchi e cattivi, il trittico Dio-Patria-Famiglia è qualcosa di cui si può fare a meno senza impazzire. Siamo abituati alle stanze bianche e spoglie, ai monolocali affittati con leggerezza, privi dell'obbligo di arredarli con ninnoli, souvenir e foto di morti. Si può vivere anche in altri modi, rispetto al diagramma convenzionale. Non vuol dire essere stupidi.

Mi perdo in questa casa, troppo grande per me. Tutto ciò che è diverso da un monolocale è troppo grande e dispersivo per i miei movimenti. Nonostante io abbia vissuto anche in case spaziose, il concetto di casa mi manca a favore di quello di tana.
Le case grandi di notte diventano cattedrali dove si possono professare troppi culti momentanei; c'è qualcosa che distanzia l'individuo dal posto che lo custodisce. Io qui vivo questa scissione e me la tengo.

Alle quattro e un quarto scoppia il temporale. Cerco di fotografarlo come un idiota, saranno foto sfocate. Rinasco con la violenza degli elementi, mentre i lampi illuminano prima il grande armadio bianco, poi la scrivania, infine me, un uomo sveglio in una casa, un uomo che non riesce a pregare.
Gli sfrenati temporali notturni dell'estate hanno qualcosa di profondamente erotico e definitivo. Sono come una mano guantata che inizia a carezzarti dolcemente tra le cosce, per poi abbandonarti stanco e fregato tra le tue scartoffie che hanno smesso da tempo di vantare nobiltà. Sono solo scartoffie, zavorra infiammabile, code del tempo da nascondere ai nuovi predatori.
Da ragazzo, durante i temporali notturni provavo più forte il desiderio del sesso, dell'abbandono, mi piaceva l'idea di considerarmi un amante opportuno solo durante le tempeste. Già. La luce del giorno non mi è mai piaciuta. È nell'oscurità che siamo veri. Senza trucchi, senza tutele, senza la nostra vita da esibizione, senza alcuna sicurezza artefatta o attrezzata.

Alle cinque il temporale è lontano. E io sono sveglissimo.
Decido di mettere ordine tra alcune carte.
Ritrovo racconti che non ho mai proposto, interrotti senza apparenti motivi, poi bolle di spedizione per dischi e libri, le fatture delle rate del pc, ritrovo anche una notevole quantità di cose che ho scritto attorno alla figura di Patrick Dewaere, il mio attore feticcio-ossessione.
Da poco è passato il 16 luglio. Quest'anno sono trentacinque anni dal suicidio di Patrick. Ho sempre cercato di tenere vivo il suo ricordo, dato che in Italia non è certo venerato come in Francia. I film di Patrick Dewaere sono esperienze autentiche. Non recitava, portava se stesso ovunque, quegli occhi persi, quella disperazione fragile e provocatoria che mi colpì subito, finanche in un film di cassetta come “La stanza del vescovo”, dove aveva un ruolo subalterno a Tognazzi; non certo il suo miglior film. Eppure, anche in quel contesto, Patrick riusciva a comunicare una profonda inquietudine, la predisposizione a uno sconsiderato coraggio di vivere che lo ha spinto più velocemente verso l'abisso. E questa è una regola: mai indagare troppo, mai scavare fino all'osso del dolore, si accelerano i tempi. Bisognerebbe preservarsi, ma è così difficile violentare la propria natura in nome di un equilibrio che niente e nessuno può arrogarsi di stabilire.

Leggo le varie cose scritte ispirandomi a Patrick, sono forse tra le più dolorose che ho prodotto, al punto da non poterle proporre. Men che meno a qualche editore, considerato il circo equestre delle presentazioni cui ci si deve sottoporre, in cui quasi sempre i moderatori non hanno letto il tuo libro e stanno lì solo per fare presenza, giocando sul richiamo del loro nome e nient'altro. Ci sono anche editori che non leggono i libri che pubblicano, e che ragionano secondo strane teorie di compensazione che non mi interessa in alcun modo approfondire. Non mi vergogno nel dire che la maggior parte delle presentazioni letterarie sono roba di rara oscenità, un teatrino deforme di ospitate e salamelecchi zuccherosi con punte di veleno. Per molti le presentazioni di libri sono rassicuranti e produttive, nessuno trova il coraggio di definirle per quelle che sono, delle volenterose marchette a patta aperta. Poco importa se hai un'erezione oppure no. L'importante è volersi bene e trovare quelle associazioni di immagini e contenuti che tanto piacciono ai bisognosi di sogni in movimento. E poi, soprattutto in contesti provinciali e piccolo-borghesi che affliggono anche una rinomata metropoli, queste liturgie finiscono per essere delle orge di phard, cravattini e citazioni, in cui sono sempre gli stessi a leccarsi gli occhiali e l'orgoglio anchilosato.

Sono le sei e venti del mattino. Ora forse potrei cercare di dormire, ma non ne ho una gran voglia. Vedrò i notiziari del mattino, ascolterò le previsioni del tempo, forse finirò su un altro canale privato non sapendo se beccherò Macario o Selen. Purtroppo il temporale sarà ora su un'altra regione, forse a svegliare qualcuno che mi somigli almeno un po'.
Uno di quei cretini, per capirci, incapace di riaddormentarsi dopo un'emozione.

©Luca De Pasquale 2017







25/07/17

Teatro interiore


Odore di pizza.
Sono fuori al locale, guardo dentro, penso che il mare è a pochi passi da qui e la libertà è a pochi coraggiosi respiri dalle mie prospettive.
La pizza non mi piace.
In certe occasioni mi piacerebbe non sentire, non guardare, non parlare. Non seguire gli impulsi, non catturare odori o immagini possibili. Immagini che finiscono con il sovrapporsi ad anticamere di desideri diversi dalle abitudini del bisogno.
L'odore di pizza è fortissimo e non lo gradisco. Mi domando quale sia il mio odore stasera. Di fumo? Non solo e non sempre.
Molte immagini mi inseguono, mi sorpassano, mi lasciano fermo qui fuori.
Tutte le volte che non ho trovato la voce, proprio quando volevo parlare, quelle rare occasioni in cui mi beffavo.
L'immagine dell'empatia autodistruttiva che mi prendeva in certe sere d'inverno, dopo aver intercettato negli occhi di mio padre quella malinconia che trovavo insopportabile e così simile alle mie paure. Ogni volta che mi sono avvicinato a lui per abbracciarlo, scongiurando così confronti alla pari.
E ancora, ogni volta che ho incontrato donne che in qualche modo mi avevano rubato qualche parte, quello strano dolore mentre camminavo verso appartamenti o abitazioni: quello strano dolore che si traduceva in una frase accesa e ferma, “l'amore porta tracce di dolore che non si possono tenere sotto osservazione”.
E l'immagine del silenzio durante le prediche, le osservazioni fuori luogo di conosciuti e sconosciuti, il silenzio che precede la preparazione a un lutto e poi la sua elaborazione.
Notti che si prevedevano tranquille e sedate, trasformate senza consapevolezza in tavoli autoptici al neon, notti piene di carta straccia, perché scrivere sveglia parti pericolose di una persona, scrivere accende i riflettori sul campo dissodato, sul parco giochi deserto, su storie familiari rimosse e per questo cariche di rancore, di straniamento che finisce per spingere ad altro, a passioni davanti a muri maestri che non si sbrecceranno mai.

Sono qui fuori, non entrerò.
Non voglio mangiare, non voglio acquietarmi. Non ci riesco.
Non posso aiutarti, mi dico.
Quante volte ho abbracciato qualcuno solo per imparare il silenzio?
Ho seguito delle persone solo perché mi ricordavano qualcuno che non avevo mai conosciuto.
Ogni emozione persa è un fantasma da tenere presente per guarire.
La musica è sogno, sì: non sempre ne sono stato degno. La musica, camera iperbarica, baita sottomarina, stella sfilacciata, labbra incollate alla disciplina militare del silenzio.
Non posso aiutarti, mi ripetevo da bambino quando non riuscivo a dormire tra i miei genitori. Ero troppo consapevole che li avrei persi, e che avrei fatto storia familiare accanto a loro, come una sanguisuga, come quel bambino sensibile che non volevo essere e che detestavo a giorni alterni.

Non mi piace la pizza, mi disorienta mangiare in pubblico, finisco con l'allontanarmi dalla sensazione che amo di più, la percezione di un mare vicino e per questo irraggiungibile.
Il teatro interiore non ha trama. Sono fili che collegano mondi a utopie, note a caratteri, occhi spalancati di notte a respiri leggeri quando la tregua guadagna le stanze panoramiche.
Non si scrive per guarire, non si scrive per morire. Si scrive per restare svegli, forse per scongiurare i dolori veloci del curiosare nel mondo, io sicuramente scrivo per stare ufficialmente zitto e permettermi così un'esplorazione in apnea che non potrà infastidire gli intolleranti presunti angeli custodi.

Sapendo benissimo di non potermi aiutare in questo e altri modi, mi chiedo unicamente di non commettere l'errore di spegnere tutte le luci mentre gli altri sognano. Quella è una crudeltà inutile, che non ho diritto di compiere.
Anche distrattamente.


©Luca De Pasquale 2017

23/07/17

Nunc Stans



Il caldo impedisce di distinguere, luci a parte, il giorno dalla notte. Mi aggiro per la casa come un soldato senza comandi, caracollando da un angolo all'altro, intervallando sboffi di vitalità con docce e abluzioni, scegliendo punti del balcone dove il fumo non mi torni indietro come una calotta di catrame.
Le notti sono molto lunghe, uguali, spietate.
Sulle straripanti terrazze dei palazzi bassi di fronte, si tengono feste adolescenziali dominate da interminabili partite di ping-pong e da risate sguaiate. Riesco a captare argomenti che tengono banco in cene all'aperto, incontri tra amici. Non trattengo nulla.
I rumori provenienti dagli appartamenti dei vicini sono amplificati oltre ogni immaginazione. Si distinguono vuoti di stomaco, colpi di tosse, c'è sempre qualche bambino che piange, qualche televisore che trasmette repliche di scialbi programmi primaverili.
I vicini sono degli estranei. Non è colpa loro. Tante case cambiate e mai legato con qualcuno dei confinanti. Le amicizie condominiali sono pericolose, destinate a perdersi al primo dettaglio stonato.

La notte arriva dopo un giorno pigro, stiracchiato. Da una finestra arriva la voce dell'ispettore Derrick, da un'altra prende corpo una mielosa conversazione telefonica con un parente lontano. Mi accorgo velocemente che sono in corso dei tornei di ping-pong nei paraggi.
Federica, punto! Questo è punto! Siamo 17-15, mi sa che stavolta cederai...”
E io?
Io sono seduto nel buio, una brace sul balcone, lo stesso punto dove i miei genitori, fino a qualche anno fa, portavano le sedie di paglia e passavano le serate a parlare di nulla o a stare in silenzio. E io -quando c'ero- interpretavo nel modo più affabile la parte del figliol prodigo complicato.
Sono seduto in questo buio finto e sfoglio le mie margherite livide. Torno indietro con la memoria, cerco errori, cerco azioni, ritirate, stendo il passato davanti a me per camminare su uno scacchiere consumato.
Faccio questo perché l'estate non è cosa mia, non mi riguarda. L'estate è letargo, è lavoro in soffitta, abat-jour spenti per allungare il respiro oltre il letto. Nient'altro e nulla pretendevo di diverso.
Tornerò d'inverno, con la pioggia, scanserò le pozzanghere come se fossi più giovane, non parlerò d'amore con estranei, non consiglierò i libri che mi fanno più male su facebook, insisterò nel non dare spiegazioni alle villane curiosità dei figuranti.

Sempre nel buio, vengo informato dalle voci stentoree che Federica perde con tale Danilo tre partite su tre. Questo Danilo ha la voce di un animale scuoiato e dev'essere un totale idiota.
Le ore passano, arriva sotto le finestre la solita coppietta lingua in bocca e petting con tanto di sospiri trattenuti e canzoncine latine nello stereo dell'auto. Mio padre addirittura rientrava in casa, quando si accorgeva che qualche coppia veniva a scambiarsi effusioni più o meno umide sotto le nostre finestre di legno ferito e scolorito.
Ma io non sono mio padre. Non sono infastidito e non sono curioso. Non guardo e non faccio pensieri al riguardo. Non arriveranno alla penetrazione perché è troppo presto e passa ancora gente con cani e sacchetti dell'immondizia. Sono le 23e45, ci sono trentadue gradi, sono spettinato e poco visibile, una brace tonda su un balcone. Domani non mi raderò e se qualcuno per caso dovesse chiedermi cosa sto leggendo, risponderò “niente di eclatante” e chiuderò la questione.

Le estati sono sempre state per me momenti estesi di attesa, pause da tutto, affetti compresi. Non si tratta di ricaricare le batterie, si tratta invece di bonificare lo sversatoio, abbattere le scenografie dei sogni, selezionare le canzoni e le manie per il prossimo freddo, arrivando persino a disconoscere la maggior parte dei passi compiuti durante l'anno.
Un molo deserto d'inverno può essere la mia festa, il mio ardore, il mio illuminarmi e forse tornare bambino; l'estate è una stagione breve che sintetizzo come meglio posso, catturando qualche essenza notturna, accogliendo qualche selvaggio temporale di calore, entrando nei negozi e consentendomi di salutare con un cenno, senza voce. Non serve la voce d'estate.

La coppia molla gli ormeggi dopo le slinguazzate, la festa ping-pong è finita, mi sono alzato molte volte ma sono sempre tornato. C'è odore di legna, di frittura e di notte estiva.
Anche oggi ho ritrovato delle falle nella memoria e nel comportamento, ho revisionato gli atti più tribolati, le imprese più sconsiderate, ho tinto di blu le stanze degli archivi e mi sono maledetto distrattamente per il mio tempismo opinabile nel rimestare certe storie.
Stanotte non ho voglia di parlare, perché in notti come queste bisogna solo rispettare il sentimento d'attesa, è inutile accendere i fari su una postazione volutamente nascosta.

Chi credeva di acquistarmi con qualche benefit pietoso ha sicuramente sbagliato calcoli e probabilità. Chi mi ha offerto sicurezza e miglioramenti credendo che cercassi solo nuovi arroganti punti fermi ha preso un granchio.
Ho altri piani, altri programmi.
Credo fermamente che la luce esterna sia una parte importante dell'anima di un uomo, e così cerco di orientarmi a seconda del colore del cielo, della lontananza dall'acqua e dalla pace, da Dio e anche da quelli che si professano, spesso con gusto dell'iperbole, come amici reali.

Da bambino mi portavano chili di giocattoli, forse per sanare un animo malinconico che invece era la mia più lucida corazza. Ero contento di riceverli, ma il mio grande desiderio era un altro, essere portato in un posto, di notte, dove avrei potuto osservare fontane in funzione nel buio, illuminate il giusto. Accompagnato e poi lasciato subito, perché ne ero certo, sul bordo di una fontana notturna avrei respirato un'aria familiare, sarei entrato nel quadro dei miei sogni, tutto trepidante dell'amore da costruire, della lotta da disegnare, del male da evitare.
Non sono mai stato accompagnato di notte in un parco di sole fontane e di silenzio. La scena l'ho trasportata nei sogni, nelle prime cose che scrivevo, tutte piene di finestre accese nella pioggia, di skyline notturne, di fontane appunto, e di stazioni deserte con grandi orologi luminosi e un vento quasi fisico da inseguire sui binari scuri.

Questo punto preciso, in cui i miei genitori sistemavano le sedie per continuare la loro metodica e affettuosa quotidianità, è stanotte la mia fontana spenta, la mia torre bassa, dalle cui feritoie segrete posso affacciarmi sui miei errori con la sigaretta accesa e l'umiltà di voler continuare a vivere seguendo la luce e non le regole.
Mi faccio male, ma domani sarò in piedi come sempre.


©Luca De Pasquale 2017






21/07/17

La donna trasparente


Ricordo pause pranzo con fetidi panini, pizzette oleose con mozzarella di plastica che facevo cadere nel cestino.
Ricordo discorsi mesti e ripetitivi, il mutuo, le mogli che si disfano, i figli da spesare, propaggini populiste poggiate sul nulla, commenti su cosce e culi di commesse, programmi di vacanze estive e weekend da spendere tra viagra e cazzi storti e invecchiati in erezione per rinvigorire legami ormai fiacchi.
Ricordo che fumavo fino a scoppiare, sperando che quello strazio finisse in qualche modo.
Non mi andava di parlare di quella roba. Non mi andava di parlare affatto.

Oggi ascolto con malcelata impazienza il delirio autoreferenziale di un conoscente melomane, che mi spiega -usando troppi avverbi- che a lui il blues piace come il rock, e che anche il jazz lo conosce e lo va a sentire dal vivo, Mr. Jazz.
Il fumo della mia sigaretta lo infastidisce. Stavolta non mi offro di scostarmi a lato, che si fotta.
Gli guardo la fede. Pomposa, evidente più di un Rolex in una strada deserta a ferragosto, fede lucida, lucidata, che non si macchia mai di sperma o di odio.
Il conoscente, il cui nome è Doriano, attacca una pippa su Peter Green e Eric Clapton, passando per musicisti che non hanno alcuna attinenza tra loro e con i succitati, tanto per mostrare a se stesso, più che a me, il suo eclettismo di gusti e la sua spiccata sensibilità auricolare.
Io sono ancora con la testa al sogno di stanotte.
Ero seduto su un vecchio divano davanti al mare, solo. Sentivo l'odore di mio padre accanto a me, ma lui non c'era. Il tipico odore di mio padre, tabacco, sapone alla glicerina e vecchie carte.
Pur non vedendolo, gli rivolgevo la parola, rivelandogli che per molti anni, da ragazzo, ho avuto voglia di bruciare la casa dove sono cresciuto.
Anche oggi, anche in questi anni nuovi ma già vecchi per tanti versi, l'idea del fuoco ricorre nei miei pensieri quando sono stanco. Se avessi un camino, brucerei parecchie cose senza sensi di colpa, senza esitare, ben sapendo che le fiamme migliori non sprigionano sollievo.

Vedi Luca, impossibile prescindere da Johnny Winter. Concordi?”
Certo, Doriano”
... io ho un bellissimo box limitato che comprende tutti i suoi bootleg in vinile, una cosa per intenditori...”
Senza dubbio, tu sei un buongustaio”
Mi fa piacere che tu me lo dica: lo so, lo so”
Goditelo il box, tu e questa cazzo di fede che sembra un punto luce in una galleria degli orrori. In assoluto, godi.
Sono sicuro che quest'uomo non è capace di carezzare la sua donna, non dopo un coito, non dopo un dolore. Non parlo di coccole. Parlo di carezze che dovrebbero partire spontanee. Disprezzo questi uomini trattenuti, pavidi di fronte tanto ai reali pericoli che ai ricatti morali dell'amore o le più smussate dolcezze del quotidiano. Disprezzo la lentezza della paura, le esitazioni ragionate, disprezzo la scrittura falsa che con una mano ti liscia le pareti dell'anima e con l'altra ti masturba sensi di inferiorità, desideri rimossi e voglie di notorietà fino a farti venire nei pantaloni. Distinguo la scrittura che riesce a violentarmi da quella che non riesce neanche a stuzzicarmi i genitali e la voglia di crepare. Sono esigente. Infatti non mi rileggo mai.

Stai ascoltando molto blues in questo momento?”, chiede Doriano.
In questo momento sto ascoltando te”
Oh, no... intendo dire che artisti stai prediligendo in questa fase?”
Questa fase. Non sapevo di poter disporre di una fase solo per me.
C'è un disco degli Hammock che mi perseguita”
Non li conosco... sono rockblues, per caso? A chi si rifanno?”
Sono indefinibili, Doriano. Potrei dirti ambient-pop, ma significa poco”
Somigliano a??”
Sempre questo giochino. A chi somiglia questo, a chi somiglia quello.
Sempre sotto sforzo, immagina un misto tra David Sylvian, Harold Budd e le ballate più cupe dei Church”
Mi sembra roba molto lontana da me”
Anche la tua fede e la tua faccia da me, credimi. Eppure ti ascolto.
E perché ti ossessiona un disco in particolare?”
Perché è bellissimo e per la copertina”
La copertina? Non ti facevo così suggestionabile”
Lo sono, lo sono. Soprattutto quando mi ricordano molecole di ricordi e torture casuali: donne che non potrò più incontrare, donne vestite di bianco, donne che scompaiono, e più in generale io che guardo persone e cose annegare credendo di poter diramare il dolore con le mie parole.
Sarò pure foce ed estuario, ma le mie parole non toccano l'atmosfera, lambiscono i fulmini senza che mi torni indietro l'aria fresca e folle prima della tempesta che sto cercando da sempre.
Così, mi tocca di ascoltare un appassionato di tutto senza partecipare davvero, senza familiarità, ancora distratto da glicerina, tabacco, gelsomini, salsedine e addii senza ceralacca, quelli che non finiscono nemmeno nei sogni.

©Luca De Pasquale 2017