26/07/17

Non a fianco, di fronte


I sogni, anche quelli veloci e impossibili, funzionano di fronte, non a fianco.
La prospettiva giusta non è laterale ma frontale.
I sogni di profilo dicono meno di quello che potrebbero. I sogni bisogna guardarli negli occhi.
A volte bisogna spostarsi per poterli guardare nella loro pienezza, e anche nella loro distanza.

Sto imparando nuove prospettive. Credevo di dominare la mia valle, ma era un'illusione, un contentino che mi davo per tenermi quieto.
Ti senti pronto a tutto, pronto a sfidare avversari molto più grandi di te, ti senti pronto ad affondare in uno specchio e precipitare in mondi che non conosci, senti anche che non hai più niente da perdere. Eppure, finisci per sbandare, per legarti a un attimo, per arretrare davanti a un dettaglio e fermarti a pensare.

Sono i dettagli a sorprendermi, a rivelarmi quello che non vedo con il mio compassato guardarmi attorno.
Oggi ho guardato una donna piuttosto anziana che abita qui vicino. Non so chi mi ha detto che ha sconfitto un tumore. Questa donna sorride a tutti, anche me. E oggi ha sorriso al mio volto stanco di insonnia e di veglia, ricevendo in cambio quella strana smorfia -tra resa e ingenuità- che è il mio tentativo di sorridere.
Oggi ho anche guardato delle persone che entravano in chiesa. Sembravano tutti compiti, rispettosi. La chiesa era aperta, per cui da fuori potevo osservare dentro cosa accadeva.
Quelle persone si sono fatte il segno delle croce. C'è chi ha iniziato a pregare e chi si è seduto sulle panche di legno in silenzio. Completo silenzio. Io, l'intruso, ero lì fuori con la mia sigaretta, stanco, impersonale come è chiunque che osserva senza chiedere attenzione.

Poi sono sceso più giù. Ho raggiunto il mio nascondiglio preferito, quell'angolo disabitato in mezzo a palazzine basse da dove si può scorgere tanto il mare che la linea ferroviaria.
Sono attratto da tutto quello che è partenza. Tutto ciò che è inversione, smobilitazione del costruito, dissolvenza del raggiunto. Sono irresistibilmente attratto da punti di fuga. Li valuto, li smonto, li catturo dentro, me li porto nelle mie notti e li sublimo per evitare disastri incalcolabili.
Gli arrivi, invece, mi inquietano. Le mete raggiunte somigliano troppo alla fine della corsa.

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere una cosa che iniziava con la frase “Ti caccio in stanze senza fine”. Ho riletto la frase e ho cestinato il documento senza proseguirlo neppure mentalmente. Cosa e chi caccio senza fine?
Sensazioni, attimi, presagi, congiunture, profumi, cosa?
Non ho mai interrotto questa ricerca spasmodica, così pericolosamente confinante con l'indigestione di impulsi.
Nel 1993, senza nessun apparente motivo, capitava spesso che uscissi di notte con il walkman che conteneva una cassetta con un solo pezzo inciso: “Kiss of life” di Sade. Un brano che amavo alla follia, e che probabilmente mi riportava a qualcosa di amniotico, originario. Mi ammaliava, era il mio incantesimo del 1993.
Dicevo ai miei genitori che avevo appuntamento con degli amici e uscivo. Ma ero solo. Dovevo e volevo stare da solo.
Avevo dei percorsi fissi, quattro o cinque. Il preferito era il seguente: via Carducci-via Vittoria Colonna-piazza Amedeo-via Crispi. Arrivavo sul corso Vittorio Emanuele, più o meno all'altezza dell'ufficio di mio padre. E tornavo indietro contento. Studiavo i palazzi, i citofoni illuminati, le insegne dei negozi chiusi, i passanti frettolosi, sempre accompagnato dalla canzone di Sade Adu.
Quel pezzo mi ricordava forse che pur amando il buio più dell'amore -per me un sentimento assolutamente ovattato, notturno, totalizzante- ero comunque maledettamente innamorato della vita. E dovevo continuare a esplorarla, anche vagando di notte come un pazzo.
All'epoca ero convinto che i sogni, utili più dei soldi, dovevano essere disposti uno accanto all'altra, come una collezione privata senza spettatori. E li guardavo di profilo, a volte soddisfatto, altre inquietato.
Oggi capisco che troppe volte non ho eseguito il movimento migliore, spostarmi per averli di fronte e guardarli negli occhi.
Ma c'è tempo, almeno credo, per rimediare a questo peccato di ragioneria dell'anima.


©Luca De Pasquale 2017




Gli effetti dei temporali notturni


Non riesco a prendere sonno. Proprio non ci riesco.
Il letto sembra una zattera di paglia nel fango, e anche se il mio corpo è lì sopra la sensazione è che sia distante chilometri, nascosto chissà dove.
Così come è chiara la percezione che questo corpo poggiato sulle lenzuola non appartenga all'anima se non per qualche traiettoria.
Ho il televisore acceso. Non si sa per quale motivo, su una rete regionale che trasmette una vecchia e indegna fiction paramedica con Barbara D'Urso, Paolo Calissano e Isabel Russinova.
Nei dintorni, qualcuno deve aver fatto sesso. Ho sentito il gemito finale di lei e i farfugliamenti gutturali di lui. Qui in zona devono praticare sesso poco protetto, se è vero che parchi e palazzi se ne cadono di bambini.
Recentemente, qualcuno mi ha chiesto se desidero dei figli. Ho risposto che non ci penso nemmeno, troppo lusso. Sarebbe un'azione sconsiderata, egoistica, suicida.
Ci sono stati periodi in cui ci ho pensato, mi sentivo pronto, ma erano altre ere, respiravo diversamente, forse non sognavo come ora, di certo non avevo aperto la sala delle ferite per alleggerirmi gli occhi. Come invece è adesso.

La fiction con la D'Urso è talmente detestabile che devo spegnere, non mi va nemmeno di cercare altro.
Abbandono la zattera di paglia, inizio a perlustrare il regno. Senza accendere una sola luce. Solo gli occhi del gatto rischiarano il corridoio.
Strana sensazione di libertà totale addosso.
Sarà che non mi sento più in obbligo con nessuno, e soprattutto non più obbligato a simulare complicità, partecipazione, amicizia, fratellanza, condivisione, tributi di sangue compresi.
Nessuno mi può obbligare a vivere immerso nel concetto di “famiglia”, che ricuso violentemente. Preferisco sentirmi uno senza famiglia e con il passato chiuso in freezer. Non sento di avere una famiglia, ne ho avute fin troppe, e questo non mi rende un perdente come a qualcuno piace credere.
Per quelli come me, improbabili sporchi e cattivi, il trittico Dio-Patria-Famiglia è qualcosa di cui si può fare a meno senza impazzire. Siamo abituati alle stanze bianche e spoglie, ai monolocali affittati con leggerezza, privi dell'obbligo di arredarli con ninnoli, souvenir e foto di morti. Si può vivere anche in altri modi, rispetto al diagramma convenzionale. Non vuol dire essere stupidi.

Mi perdo in questa casa, troppo grande per me. Tutto ciò che è diverso da un monolocale è troppo grande e dispersivo per i miei movimenti. Nonostante io abbia vissuto anche in case spaziose, il concetto di casa mi manca a favore di quello di tana.
Le case grandi di notte diventano cattedrali dove si possono professare troppi culti momentanei; c'è qualcosa che distanzia l'individuo dal posto che lo custodisce. Io qui vivo questa scissione e me la tengo.

Alle quattro e un quarto scoppia il temporale. Cerco di fotografarlo come un idiota, saranno foto sfocate. Rinasco con la violenza degli elementi, mentre i lampi illuminano prima il grande armadio bianco, poi la scrivania, infine me, un uomo sveglio in una casa, un uomo che non riesce a pregare.
Gli sfrenati temporali notturni dell'estate hanno qualcosa di profondamente erotico e definitivo. Sono come una mano guantata che inizia a carezzarti dolcemente tra le cosce, per poi abbandonarti stanco e fregato tra le tue scartoffie che hanno smesso da tempo di vantare nobiltà. Sono solo scartoffie, zavorra infiammabile, code del tempo da nascondere ai nuovi predatori.
Da ragazzo, durante i temporali notturni provavo più forte il desiderio del sesso, dell'abbandono, mi piaceva l'idea di considerarmi un amante opportuno solo durante le tempeste. Già. La luce del giorno non mi è mai piaciuta. È nell'oscurità che siamo veri. Senza trucchi, senza tutele, senza la nostra vita da esibizione, senza alcuna sicurezza artefatta o attrezzata.

Alle cinque il temporale è lontano. E io sono sveglissimo.
Decido di mettere ordine tra alcune carte.
Ritrovo racconti che non ho mai proposto, interrotti senza apparenti motivi, poi bolle di spedizione per dischi e libri, le fatture delle rate del pc, ritrovo anche una notevole quantità di cose che ho scritto attorno alla figura di Patrick Dewaere, il mio attore feticcio-ossessione.
Da poco è passato il 16 luglio. Quest'anno sono trentacinque anni dal suicidio di Patrick. Ho sempre cercato di tenere vivo il suo ricordo, dato che in Italia non è certo venerato come in Francia. I film di Patrick Dewaere sono esperienze autentiche. Non recitava, portava se stesso ovunque, quegli occhi persi, quella disperazione fragile e provocatoria che mi colpì subito, finanche in un film di cassetta come “La stanza del vescovo”, dove aveva un ruolo subalterno a Tognazzi; non certo il suo miglior film. Eppure, anche in quel contesto, Patrick riusciva a comunicare una profonda inquietudine, la predisposizione a uno sconsiderato coraggio di vivere che lo ha spinto più velocemente verso l'abisso. E questa è una regola: mai indagare troppo, mai scavare fino all'osso del dolore, si accelerano i tempi. Bisognerebbe preservarsi, ma è così difficile violentare la propria natura in nome di un equilibrio che niente e nessuno può arrogarsi di stabilire.

Leggo le varie cose scritte ispirandomi a Patrick, sono forse tra le più dolorose che ho prodotto, al punto da non poterle proporre. Men che meno a qualche editore, considerato il circo equestre delle presentazioni cui ci si deve sottoporre, in cui quasi sempre i moderatori non hanno letto il tuo libro e stanno lì solo per fare presenza, giocando sul richiamo del loro nome e nient'altro. Ci sono anche editori che non leggono i libri che pubblicano, e che ragionano secondo strane teorie di compensazione che non mi interessa in alcun modo approfondire. Non mi vergogno nel dire che la maggior parte delle presentazioni letterarie sono roba di rara oscenità, un teatrino deforme di ospitate e salamelecchi zuccherosi con punte di veleno. Per molti le presentazioni di libri sono rassicuranti e produttive, nessuno trova il coraggio di definirle per quelle che sono, delle volenterose marchette a patta aperta. Poco importa se hai un'erezione oppure no. L'importante è volersi bene e trovare quelle associazioni di immagini e contenuti che tanto piacciono ai bisognosi di sogni in movimento. E poi, soprattutto in contesti provinciali e piccolo-borghesi che affliggono anche una rinomata metropoli, queste liturgie finiscono per essere delle orge di phard, cravattini e citazioni, in cui sono sempre gli stessi a leccarsi gli occhiali e l'orgoglio anchilosato.

Sono le sei e venti del mattino. Ora forse potrei cercare di dormire, ma non ne ho una gran voglia. Vedrò i notiziari del mattino, ascolterò le previsioni del tempo, forse finirò su un altro canale privato non sapendo se beccherò Macario o Selen. Purtroppo il temporale sarà ora su un'altra regione, forse a svegliare qualcuno che mi somigli almeno un po'.
Uno di quei cretini, per capirci, incapace di riaddormentarsi dopo un'emozione.

©Luca De Pasquale 2017







25/07/17

Teatro interiore


Odore di pizza.
Sono fuori al locale, guardo dentro, penso che il mare è a pochi passi da qui e la libertà è a pochi coraggiosi respiri dalle mie prospettive.
La pizza non mi piace.
In certe occasioni mi piacerebbe non sentire, non guardare, non parlare. Non seguire gli impulsi, non catturare odori o immagini possibili. Immagini che finiscono con il sovrapporsi ad anticamere di desideri diversi dalle abitudini del bisogno.
L'odore di pizza è fortissimo e non lo gradisco. Mi domando quale sia il mio odore stasera. Di fumo? Non solo e non sempre.
Molte immagini mi inseguono, mi sorpassano, mi lasciano fermo qui fuori.
Tutte le volte che non ho trovato la voce, proprio quando volevo parlare, quelle rare occasioni in cui mi beffavo.
L'immagine dell'empatia autodistruttiva che mi prendeva in certe sere d'inverno, dopo aver intercettato negli occhi di mio padre quella malinconia che trovavo insopportabile e così simile alle mie paure. Ogni volta che mi sono avvicinato a lui per abbracciarlo, scongiurando così confronti alla pari.
E ancora, ogni volta che ho incontrato donne che in qualche modo mi avevano rubato qualche parte, quello strano dolore mentre camminavo verso appartamenti o abitazioni: quello strano dolore che si traduceva in una frase accesa e ferma, “l'amore porta tracce di dolore che non si possono tenere sotto osservazione”.
E l'immagine del silenzio durante le prediche, le osservazioni fuori luogo di conosciuti e sconosciuti, il silenzio che precede la preparazione a un lutto e poi la sua elaborazione.
Notti che si prevedevano tranquille e sedate, trasformate senza consapevolezza in tavoli autoptici al neon, notti piene di carta straccia, perché scrivere sveglia parti pericolose di una persona, scrivere accende i riflettori sul campo dissodato, sul parco giochi deserto, su storie familiari rimosse e per questo cariche di rancore, di straniamento che finisce per spingere ad altro, a passioni davanti a muri maestri che non si sbrecceranno mai.

Sono qui fuori, non entrerò.
Non voglio mangiare, non voglio acquietarmi. Non ci riesco.
Non posso aiutarti, mi dico.
Quante volte ho abbracciato qualcuno solo per imparare il silenzio?
Ho seguito delle persone solo perché mi ricordavano qualcuno che non avevo mai conosciuto.
Ogni emozione persa è un fantasma da tenere presente per guarire.
La musica è sogno, sì: non sempre ne sono stato degno. La musica, camera iperbarica, baita sottomarina, stella sfilacciata, labbra incollate alla disciplina militare del silenzio.
Non posso aiutarti, mi ripetevo da bambino quando non riuscivo a dormire tra i miei genitori. Ero troppo consapevole che li avrei persi, e che avrei fatto storia familiare accanto a loro, come una sanguisuga, come quel bambino sensibile che non volevo essere e che detestavo a giorni alterni.

Non mi piace la pizza, mi disorienta mangiare in pubblico, finisco con l'allontanarmi dalla sensazione che amo di più, la percezione di un mare vicino e per questo irraggiungibile.
Il teatro interiore non ha trama. Sono fili che collegano mondi a utopie, note a caratteri, occhi spalancati di notte a respiri leggeri quando la tregua guadagna le stanze panoramiche.
Non si scrive per guarire, non si scrive per morire. Si scrive per restare svegli, forse per scongiurare i dolori veloci del curiosare nel mondo, io sicuramente scrivo per stare ufficialmente zitto e permettermi così un'esplorazione in apnea che non potrà infastidire gli intolleranti presunti angeli custodi.

Sapendo benissimo di non potermi aiutare in questo e altri modi, mi chiedo unicamente di non commettere l'errore di spegnere tutte le luci mentre gli altri sognano. Quella è una crudeltà inutile, che non ho diritto di compiere.
Anche distrattamente.


©Luca De Pasquale 2017

Gli anni "pivotali" degli Scorpions


I wake up in the morning
and the sun begins to shine
the day did sneak up on the night
I see your face and I see myself
and I get a little taste of life
I try to stand it for a while”
Scorpions – In Trance

Nei pomeriggi dell'inverno 1986 c'era un disco che mi teneva compagnia, a qualsiasi ora, rassicurante come una coperta e come il tepore di casa: “Tokyo Tapes” degli Scorpions.
Un disco che mi piaceva moltissimo e che consumai. Per un paio d'anni gli Scorpions condivisero con Queensrÿche e Armored Saint il podio dei miei gruppi preferiti. La voce emotiva di Klaus Meine, la chitarra hendrixiana -che in seguito ho scoperto nobilissima- di Uli Jon Roth, il basso apparentemente discreto ma sostanzioso del lungagnone Francis Buchholz, la chitarra ritmica di Rudolf Schenker, all'epoca mi sembravano cose fantastiche, insuperabili, sublimi.
Avevo quindici anni e “Tokyo Tapes” era per me IL DISCO LIVE. Poi, con l'arrivo di “Life After Death” dei Maiden persi completamente la brocca. Gli Scorpions, comunque, hanno tenuto banco per molto tempo, consolidandosi nel mio cuore con il più moderno live “World wide live” e i dischi in studio, prima della sgradevole svolta commerciale.
Per anni e anni non ho più ascoltato un loro disco, con una malcelata punta di ricusazione; devo ammettere che mi è capitato di parlare della mia familiarità con loro in tono leggermente derisorio, a posteriori.

Ho riascoltato “Tokyo Tapes” proprio recentemente, perché ho deciso di acquistare in massa le ristampe doppie del cinquantenario della band. Non potevo farne a meno.
Devo dire che il doppio album suona ancora come un robusto live di hard rock d'epoca, con un munifico dispiego di chitarra ritmica, basso plettrato, schenkerismi mirabili e la voce caratteristica di Klaus Meine. Adesso riesco a cogliere al meglio gli accenti hendrixiani della chitarra di Roth e comunque l'impatto sonoro aveva un suo preciso perché, come l'impasto di classicismo heavy e tentazioni pop.
Bando agli snobismi e al revisionismo liquidatorio: gli Scorpions -fino alla loro vera e proprio esplosione commerciale- sono stati un gruppo fantastico. I primi dischi sono davvero ragguardevoli, impossibile non avere un debole per “Virgin Killer” e “In Trance”. Non solo, però: ascolto ancora con grande piacere “Fly To The Rainbow”, “Lonesome Crow” e “Taken By Force”. Quanto poi a dischi come “Blackout”, apparirà anche semplice e troppo patinato, ma dopo averlo messo sul piatto ti rimane addosso per giorni. E questo, con un disco, è dono da non prendere sotto gamba.

Tokyo Tapes” mi ricorda tutta una serie di mie vecchie ingenuità caratteriali che suscitano un sorriso. Nei pezzi più tirati, quel doppio lp mi dava una grinta che ero convinto di poter usare in modo costruttivo; invece, nelle ballate o nei pezzi più epici si annunciava quella vocazione al drammone amoroso che poi trovò il suo paradiso con i dischi dei Queensrÿche e dei Marillion (e anche di Bryan Ferry, a conti fatti).
Frequentavo il ginnasio, con risultati davvero pessimi, e ogni mattina mi caricavo con pezzi come “Pictured life”, illanguidendomi invece, soprattutto se mi piaceva qualcuna, con quel capolavoro indiscusso e quasi dannunziano che era “In trance”.

Ora che mi sento bastardo, e non da poco, ora che so di essere diventato più o meno un disilluso come tanti, innamorato della religione perversa del non credere che in pochissime selezionate “cose”, ebbene rimpiango quel disco e quel che innescava.
E non rimpiango solo gli Scorpions: anche l'occultismo serpeggiante dei Blue Oyster Cult, il perpetuo funerale elettrico dei Black Sabbath, la chirurgica potenza degli Iron Maiden, l'apologia della rozzezza perpetrata con i Motorhead e i Venom, le minuscole band speed metal, persino qualcosa dell'hair metal più sincero. Per fare un esempio, qualche giorno fa ho ascoltato “Change of address” dei Krokus, che non si può dire sia un capolavoro, e mi sono emozionato come un adolescente. Ci ho fumato un paio di sigarette e ho aspettato il tramonto alla finestra. Questo accade, dopo i quarant'anni. Questo e altro. Tristissimo, bellissimo, inevitabile.

Mi fa sempre tristezza pensare a quanto ci si imbolsisca, e a quanto siamo capaci di rinnegare tutto o quasi quel che ci ha caratterizzati in gioventù, in nome di non si sa quale colossale evoluzione.
Ho cercato di conservare qualche seme di memoria ingenua, sia pure in un panorama di roghi e dissoluzioni. Per questa memoria posso affermare che tanto mi hanno dato i Litfiba del periodo cupo fiorentino, del primo periodo, la mia amata e desideratissima Firenze. Ho avuto il piacere, proprio ricordando quelle sensazioni, di ascoltare in cuffia “Desaparecido” sul Ponte Vecchio sotto la pioggia, qualche inverno fa, ed è stato potente.
Ogni mia esperienza, lavoro, amore, sesso, solitudine, violenza, smarrimento, ha avuto una sua (quasi sempre aderente) colonna sonora. La musica mi ha sempre aiutato, spronato, contenuto e abbracciato. E consolato, mille e più volte.
Oggi è tutto molto sfocato, e tanto del tempo trascorso è come avvolto da una nebbia incredula e orba, dalla consapevolezza che parte di quel folle fuoco è persa, che la bocca invasa da febbre e rabbia ha lasciato il posto ad una smorfia amara, ancora gradevole solo perché continuo a lavarmi e ho quarantacinque anni. In fondo, non ho mai smesso di organizzare la dispersione di quelle ceneri.

Il guaio è che il fuoco cova, banalmente, sotto tane e terrazze, e le lingue bluastre si fanno vedere di notte, travestite da ricordo o da sogno. Non riesco a pensare di aver chiuso baracca con l'inferno. Dove è finito l'errore che urla? Perché lo specchio riproduce con tanta difficoltà quello sgorbio di disagio e lo ammortizza nel silenzio e nelle sparizioni metodiche?
Dov'è finita la guerra, la guerra alla pace? Dov'è finito il freddo abbraccio delle sciarpe logore nelle sale d'attesa delle stazioni?
Non sono un nostalgico, ma la quiete delle nuove posizioni mi irrita. Il flusso regolare della vita mi sembra ancora un compromesso insopportabile. E subire, di qualsiasi cosa si parli, mi è ancor più inaccettabile.
Forse, e qui oltrepasso la mia stessa demagogia mnemonica, la verità è che mi scorre ancora tutto il rock'n'roll delle origini nel sangue. Sono un vecchio rocker, cazzo: mettimi “Tokyo Tapes” e farò ancora finta di essere Francis Buchholz che cerca di inserirsi, lungo come un ponte biondo, tra Rudolf Schenker e Uli Jon Roth.
Scorpions o Radiohead? Scorpions, Scorpions.

Tempo addietro, un mio cliente si stupì che mi piacessero ancora tanto i primi Scorpions.
Ti facevo un jazzman”, mi disse.
Ho sempre oscillato tra Mingus e i Celtic Frost, tra Bill Evans e il trash metal, non mi potrai mai attribuire una militanza fissa in un genere”
Così però si va incontro alla confusione”
La confusione è anche curiosità, no?”
Ad ogni modo, Luca, peccato che gli Scorpions non abbiano avuto nel corso del tempo una svolta prog”
E perché mai avrebbero dovuto averla, scusa?”
Loro hanno fatto parte di un periodo particolarmente PIVOTALE della musica, periodo PIVOTALE nel quale il prog ha compiuto il suo incantesimo”
Sta a vedere che tutte le band degli anni settanta dovevano essere per forza progressive, dai. Gli Scorpions andavano bene così, credimi”
È un tuo punto di vista, ma con l'inserimento di qualche tastiera di buon gusto e di qualche suite, sarebbero stati anche loro PIVOTALI”
Pivotali, già. Che bel modo di esprimersi. Come il rockarama, la riffologia e la seminalità. Parliamo spesso di musica come se dovessimo scrivere recensioni per un coglione freak che ci paga in salumi. Mah.

La mia sciarpa blu a Firenze, il freddo, la musica, sono per me tatuaggi che non espongo.
Firenze è uno dei pochi luoghi della mia anima. Ho Firenze nello stomaco, nelle vene e nei pensieri.
Le ferite diventano tatuaggi e rughe d'espressione. I capelli che non avrai più sulla bocca restano come fili invisibili, come suture impercettibili, come corde di sottile malinconia, come visione olfattiva di liane fantasma.
La trivella mimetizzata che mi porto dentro gira sempre e gira ancora, sonda e ispeziona faglie e sabbie mobili, dilania sogni rimasti sul terreno, si serve dei miei ricordi per andare più a fondo e rischiare tutte le cupezze della verità. Il sole torna, mi dice il prezzo e io mi regolo poi. Così funziona.

Ci sono giorni che mi diverto poco a scrivere note e notarelle. Non mi sento obbligato a farlo, ma alla fine scrivo. Non lo faccio per me e non lo faccio certo per gli altri. Lo faccio e basta.
Questa nota è nata sull'onda di un vecchio disco degli Scorpions. Mi prendo la libertà di iniziare a scrivere qualcosa senza pensare al seguito e all'appeal del composto.
Quando scrivo, sono spesso come uno spaventapasseri durante il matrimonio di un amico imborghesito. O un poliziotto privato da film, stanco e ingrassato, sulla banchina a godersi il vento. O, meglio ancora, come un amante che si è scaricato da solo, semplicemente guardandosi nel riflesso di una vetrina o di un portone. L'importante, per me, è che il rock'n'roll non mi scarichi mai. Voglio che diventi la mia ruga più affascinante.
E lunga vita a Klaus Meine.


©Luca De Pasquale 2017



















24/07/17

L'odore dei negozi di dischi metal negli anni ottanta


A metà degli anni ottanta trovare un negozio di dischi specializzato in metal a Napoli era quasi un'impresa titanica. Una chimera.
Io muovevo i miei primi passi musicali, perso dietro una religione ancora confusa, fatta di pomeriggi trascorsi ad ascoltare massivamente Judas Priest, Iron Maiden, Saxon, Ozzy, Motorhead, Venom e Kiss.
Al ginnasio, nella mia classe c'era solo un ragazzo che ascoltava heavy metal come me. Lui, però, era decisamente più fortunato: poteva (e che novità) contare su una paghetta che era mille volte più lauta della mia e su un fratello più grande, un fighettone dall'aspetto svedese, il quale suonava il basso in una band di chiara matrice maideniana.
Così, finì che il compagno di classe iniziò a vendermi delle cassette registrate (ricordo ancora: delle Maxell 90 bianche e blu) che mi spacciava per rarissimi bootleg. Mi feci spennare per bene, ero sprovveduto, ingenuo e voglioso di conoscere e accorciare i tempi.
Poi, ad un tratto, capii che quel ragazzo mi stava gabbando alla grande. E con i miei soldi -sudatissimi e frutto di varie ramanzine paterne- non faceva che arricchire il suo già invidiabile patrimonio di vinili metal.
Un giorno andai da lui e glielo dissi: “Tu mi stai fottendo”
Lui negò. Ma non me ne diedi per inteso, ci mandammo reciprocamente affanculo.

Non avevo più il mio referente metal. Poco male. Cominciai a girare il pomeriggio in cerca di negozi specializzati, ne trovai uno a Via Crispi, per puro caso, accompagnando mio padre al lavoro.
Ci andai con un certo entusiasmo, ma anche lì ebbi qualche imprevista delusione. Innanzitutto, non ero certo un metallaro nell'aspetto: capello riccio, giubbotto evidentemente scelto dai miei genitori (gusto elegante antiquato, diremmo), nessuna toppa, nessuna maglietta con mostri, demoni, valchirie dotate di lame e tombe etrusche stilizzate. Non ero assolutamente metal nel modo di presentarmi; e le mie evidenti lacune strutturali mi provocarono la saccente stigmatizzazione del proprietario del negozio: “Non dire cose che non sai”.
Ricordo benissimo questa frase. L'ho impressa nella memoria. Fu molto antipatica, andando a spettinare ulteriormente i sogni e le smanie di un adolescente solitario quale ero io.
E perché arrivò questa frase tagliente? Perché, se la memoria non mi inganna, avevo osato dire che mi piacevano più gli Attacker degli Exciter, o perché ritenevo i W.A.S.P. una grande band; o forse perché mi ero fissato con i Malice e gli Abattoir, trascurando altre istituzioni del genere.
Il risultato ovvio fu che persi entusiasmo non nel genere -ero troppo preso per farmi scoraggiare anche su quello- ma nel negozio. Non ci andai più dopo una strigliata sempre acida su un'altra mia fissa minoritaria, quella per i Laaz Rockit. Si vedeva da allora, che i minori mi avrebbero appassionato in modo particolare.
Con un colpo di fortuna insperato, stavolta accompagnando mia madre a cambiare delle scarpe, scovai ed emigrai velocemente in un negozio che stava al Vomero. Non era specializzato in hard'n'heavy, ma ben fornito. Trovai gli Slayer, scoprii gli Armored Saint (che sono tuttora una mia fissazione), con Quartz e Samson mi battezzai di NWOBHM (che in tutta evidenza legavo solo ai Maiden), poi comprai i canadesi Sword, gli svedesi 220 Volt, gli olandesi Vengeance. Acquisti confusi, che però -in una logica stramba ma efficace- diedero il via ad approfondimenti più lucidi e canonici. Dopo due anni di caotiche sbandate e qualche indecisione perdonabile, presi la mia strada. Mi resi conto che giravo attorno a speed, power e thrash metal. Gli Slayer diventarono la mia band chiave, e per lungo tempo dominarono il mio cuore, prima dell'avvento dei Queensrÿche. I quali, come ho avuto più volte modo di ammettere, mi sconvolsero profondamente.

Ricordo quel periodo con grande nostalgia.
Quei piccoli negozi metal -a parte l'arroganza e la spocchia autoghettizzante dei commessi- avevano un odore particolarissimo, diverso dagli altri negozi di dischi. Il profumo del vinile misto a muffa e umidità, l'atmosfera da cripta iniziatica, da abbazia sconsacrata e popolata da nervosi e brufolosi ribelli, quelle caratteristiche erano uniche.
Prendevi in mano un vinile impolverato dei Cirith Ungol e ti sentivi una specie di eroe dei due mondi, praticamente un individuo unico e illuminato. Ci pensavano poi i commessi sapientissimi a farti tornare quello che eri, un volenteroso adolescente alle prime schermaglie cognitive.
In un pomeriggio di pioggia acquistai “Keeper of the seven keys” degli Helloween e, finalmente, “Hell awaits” degli Slayer. Forse era il 1987. “Hell awaits” sarebbe diventato rapidamente uno dei miei dischi-ossessione. Era potentissimo, esoterico ed energetico oltre ogni livello.
Mi sentii felice quel pomeriggio. A scuola andavo malissimo, mi salvava sempre e solo l'italiano, ma avevo iniziato a fumare, a darmi arie da grande. Dedicavo idealmente alle ragazze le rare ballate dei miei gruppi metal. Ero pronto a innamorarmi. I miei genitori stavano bene. Non c'erano troppe ristrettezze economiche e vivevamo in un bell'appartamento, vecchiotto ma affascinante. Cominciavo a scrivere i miei primi racconti, che risentivano di suggestioni caotiche, da “Powerslave” dei Maiden a Bukowski, da Strindberg a Malmsteen. Avevo deciso: sarei diventato uno scrittore.

Come la storia certifica, sono diventato poi anche io un venditore di dischi.
Quando ho iniziato a farlo, ero quasi trentenne e non avevo certo più problemi di conoscenza con il rock e il metal, però mi dissi che non potevo ricalcare i comportamenti di quegli orribili commessi della mia prima adolescenza.
Quando un ragazzino mi entrava in negozio e mi sparava la sentenza “John Petrucci è il più grande chitarrista di ogni tempo e era”, io mi limitavo a sorridere. E poi decidevo, sempre con buona grazia e fare paterno, se era il caso di introdurgli Randy Rhoads, Yngwie J. Malmsteen, Chris DeGarmo o Michael Schenker. A seconda delle sue inclinazioni, che era mio compito intercettare. Senza smontarlo, senza demolire le sue scarne e autoreferenziali certezze, tipiche dell'età.
Purtroppo, noto che anche nel giornalismo musicale sono ancora presenti fenomeni di vero e proprio superomismo nozionistico, che non portano a nulla di concreto e di utile. Un incazzoso mentore che si tira arie da onnisciente avrà pure i suoi discepoli, ma saranno in parecchi gli adolescenti che sapranno fare a meno di lui e delle sue arie da Weimar o Iperuranio del metal. Sembra sia davvero difficile uscire dall'acquitrino sempre ridondante di sentenze e liste di proscrizione.

Mi mancano quei pomeriggi tra i Metal Church, gli Armored Saint e i Celtic Frost. Mi manca certamente la spensieratezza di quegli anni, la follia consapevole di spendersi l'intera paghetta in dischi. Mi manca addirittura il confronto impari e malmostoso con i commessi, quegli oracoli smilzi dal fiato greve .convinti che un ragazzo innamorato dei Motley Crue dovesse essere schiacciato come una formica. Topi da negozio, come poi sono diventato io. Solo, senza arroganza condita.
Mi manca quella suggestione chiara costituita dall'odore dei vinili, dall'insegna del negozio accesa alle prime luci della sera e io ragazzo costretto a scegliere tra quattro lp con ore e ore di indecisioni e inversioni di parere; mi manca il ritorno a casa con la busta contenente il prezioso vinile e parte dei miei sogni, destinati, come quegli anni, a scomporsi nel caos distraente della crescita involontaria.

Ho dovuto più volte vendere, per stati di necessità improvvisi, le mie collezioni di vinili e cd metal. Cerco di non pensarci spesso, come del resto a molte situazioni simili. Purtroppo le mie capacità mnemoniche mi impediscono di rimuovere i preziosi 7'' della NWOBHM persi, le stampe greche e messicane di oscure band dissolte in un amen.
Sarei meno infastidito se avessi venduto le varie perle della mia emotiva collezione a dei veri cultori e non a dei banali mercanti, interessati solo a lucrare fino all'ultimo spicciolo nel mercato dell'usato. Sono i piccoli imprenditori delle passioni altrui ad aver inquinato e saturato il mondo già fragile dei dischi. Vendere arte senza passione vale meno che scoparsi un buco nel muro.

Ma qualcosa di profondo è rimasto comunque. Di molto profondo. Certi dischi, certe band, hanno messo radici nel mio immaginario e da lì è nato un mondo che non ho mai arrestato e che continua a ispirarmi ancora oggi, soprattutto nella scrittura. Alludo a quel metal “doloroso” e epico alla Queensrÿche e affini, Crimson Glory, Recon, Siam, Sacred Warrior, Heir Apparent e mille altri. La voce di Geoff Tate mi ha accompagnato per anni e anni in notti di pioggia, in amori contorti e votati allo scacco, in cupe escursioni nelle voglie indefinibili di persone sconosciute. Ancora oggi, nel 2017, se piove e per strada non c'è nessuno, se una donna mi ricorda la pioggia perché mi guarda in quel modo, non posso esimermi dal mettere su “The lady wore black” dei Queensrÿche.
E poi ci sono quei gruppi che mi hanno marchiato a fuoco, che mi danno energia, cristallizzati eppure vivi nella bacheca non spolverata dei numi tutelari, degli angeli custodi sonori. Su tutti gli Armored Saint, che continuo a seguire con devozione. Certo, se dicessi che molte delle cose che scrivo sono influenzate da Beatles, Marvin Gaye e Radiohead otterrei molti più feedback e commossi riscontri, ma conta davvero qualcosa che i propri gusti vadano a concordare con l'altrui voglia di trovare spazi comuni di condivisione?

In fondo, a metà degli anni ottanta essere metallaro era una scelta a suo modo impopolare e penalizzante, passavi per un mezzo esaltato che poi, inevitabilmente, si sarebbe calmato. I professori dicevano a mia madre che avrebbe dovuto scardinare in me presunte simpatie per il demonio, che per giunta non avevo mai palesato nemmeno per scherzo.
Continuavo a citare piccoli gruppi metal nei miei temi, con la stessa solennità che qualcun altro, intellettuale precoce, usava per Pavese, Proust o Svevo. Non me ne sono mai fregato: per me la voce di Geoff Tate valeva come un romanzo del pur adorato Dostoevskij e quella di John Bush degli Armored Saint (poi negli Anthrax) poteva supplire a disordinate letture di Kerouac.

Non rinnego niente. Non quelle ingenuità, non i miei anni violenti e disperati di formazione. Rinnego solo le frettolose ma necessarie vendite ai prezzolati del buon affare, personaggi poco interessanti ai quali spero di non dover ricorrere mai più.


©Luca De Pasquale 2017