29/06/17

Il risveglio finito


Mi sveglio lentamente. Dolorosamente.
Come se avessi partecipato a una rissa, ma non è così.
Vado in cucina, accendo sotto la macchinetta, come al solito preparata la sera prima. Un rituale che ho seguito scrupolosamente tutti gli anni di lavoro, quale che fosse il lavoro, anche i peggiori e i meno retribuiti.
Faccio pensieri disordinati, anarchici, a lama. Seguono l'arcuatura del mal di testa da finta sbronza.
La mia testa è una mezzaluna e io sono fottuto.
Accelerando la macchina del disordine, penso che alla mia età ho tantissimi conoscenti. Una categoria neutra, ininfluente. Di base noiosa. Sono conoscenti e in quanto tali non hanno la mia partecipazione esistenziale e non mi palesano la loro. Questione che mi lascia totalmente indifferente, anche se ci sto pensando. Del resto, pensiamo a tante cose che non incidono.

Lei dorme, di là. “Di là” non indica però una stanza, bensì chilometri di deserto confortevole, anni luce di menzogne simili a code di maiale, crediti oscuri di smanie sessuali fagocitate, stancanti confronti nati come comete e finiti con gli sguardi fissati al muro bianco.
Il caffè esce. Ripenso ad altri conoscenti, ombre che si accumulano, piegate come camicie invecchiate con il collo consunto. Conoscenti su conoscenti, un eccidio di placida memoria.
Qualcuno di quei conoscenti avrei voluto ucciderlo. Avrei potuto amarne altri, per un po', per una batteria di colazioni insieme, per una scopata, per un cinema all'aperto con le stelle dell'estate vestite come baiadere per distrarsi il minimo.
L'amore è spesso imbarazzante, colloso. Venduto in guantiere gialle sui banchi di supermercati di quartiere che trasmettono stupide canzoni italiane da canticchiare in auto. Paghi alla cassa ed è finita prima ancora di cucinarlo e mangiarlo.
Bevo il caffè. Il telegiornale riporta le notizie che prevedevo. Nessuna cambia le regole del gioco, anzi le rafforza, rendendole ancora più intollerabili. L'unica strada è l'eversione. Sarebbe l'unica reale strada se non fosse, giunti a questo punto, lievemente malinconico.
Lei è di là, dorme ancora. Meglio così.
Gli uomini come me non sono davvero abituati, anche se lo hanno vissuto per anni, a pensare ad una donna “di là”. Rimangono, quelli con la mia visuale, imprigionati in stanze di motel, affezionati a sveglie antidiluviane, avvezzi a specchiarsi nell'ovale sporco dei cessi delle camere degli ospiti.
Sono abituato a fottermene della barba sfatta, del capello non perfetto, della parola non detta, del rituale non celebrato, dell'amico deluso, più in generale trovo che le aspettative siano una forma di pazzia.

Napoli è la mia città, ma non la conosco davvero, non mi appartiene. Sono un uomo da motel, non un commovente cantore mediterraneo con le stimmate in festa del peggior campanilismo da esportazione. A Napoli mi sono sempre mosso con i tempi e i riflessi del cospiratore, del lavoratore notturno che si concede il cornetto solo ad apertura bar all'alba, Napoli l'ho vissuta con i miei amori senza targhetta, il nome mai inciso sotto il campanello, le federe dei cuscini di colore sempre diverso.
Da ragazzo correvo di sera tardi per le strade residenziali della città, senza ben capire cosa cazzo volessi da quell'ambiente, se demolirlo, infettarlo o usarlo per il più grande alibi possibile, quello del figlio rinnegato.

Stamattina la città è umida, banale, nascosta da una nebbiolina sporca, imprevista.
Qual è il motto possibile di oggi? Nessun sentimento nessun dolore?
Non è praticabile.
Accendo la prima sigaretta del giorno. Ha sempre un sapore strano e sembra volermi ricordare che prima di agire dovrei riavvolgere tutta la mia vita senza però soffermarmi su nulla, pena l'incappare in qualcosa di sbiadito ma ancora vivo.
Mentre lei è “di là”, mi viene da pensare alle scorribande notturne che vivevo insieme ad un caro amico quando avevo diciassette anni.
Andavamo a caccia di emozioni continue, eravamo pazzi e goffi, si fumava in auto fino alle prime luci dell'alba e quando ci sentivamo abbastanza storditi e stanchi da poter scambiare un pensiero concreto ci prendeva una malinconia ingestibile e pericolosa.
Una volta, dopo un'assurda serata passata con due ragazze che ci trovarono indegni e spicci, ci fermammo intorno alle quattro del mattino sul lungomare.
Scendemmo dall'auto, lui con gli occhi vispi e io con la sigaretta accesa. Lui curioso, io difficile da gestire e da gestirmi.
Mi disse all'improvviso: “Sai Luca, è in momenti come questo che mi viene da chiedermi quanti figli avrò, se sarò felice, se vivrò a lungo...”
Gli sorrisi, senza rispondergli alcunché.
La mia domanda era troppo diversa dalla sua per essere riferibile.
Mi preoccupava altro.
La mia domanda era: “Chissà se riuscirò a rompere il destino prenotato, le tavola dei precetti, chissà quanto dovrò fottermi per risvegliarmi nella sicurezza della totale insicurezza”.
No, nessuno avrebbe comunicato quel pensiero a un amico in piena formazione di sogni.

Aspetto che “di là” arrivino i segnali di un risveglio.
L'unico modo per convincermi che non mi trovo in una stanza di motel, con quattro sigarette nel pacchetto e un futuro pensabile di otto ore e anche meno.
Succede questo quando il senso di patria equivale a un albergo due stelle e il sogno si sbilancia tra emozione e fine e non si basa sul binomio costruzione/sicurezza.
Mia madre avrebbe voluto tanto che frequentassi il catechismo, da bambino. Rifiutai. Mi è dispiaciuto deluderla, mi dispiace ancora di più adesso che invecchio, ma stavo costruendo un ammutinamento al buio, non una succursale di devozione con le luci accese.
Peccato.

©Luca De Pasquale 2017

27/06/17

I collezionisti hanno generalmente un pene piccolissimo


Sono cresciuto nei negozi di dischi e un po’ meno nelle librerie. Ho formato i miei gusti e alimentato le mie curiosità in piccoli e grandi negozi, confrontandomi con commessi, clienti più anziani, coetanei precoci. Ho guardato in tutti gli scaffali e fino all’ultimo vinile, quello più impolverato e improponibile.
Ho iniziato da subito a scontrarmi con i collezionisti. Una lotta senza prigionieri, una lotta addirittura dalla valenza esistenziale. Perché già al tempo mi sentivo “interrotto” dalle loro fottute fissazioni compulsive di possesso e di confronto impari. Io cercavo di conoscere e conoscere e loro mi rompevano il cazzo con tutte quelle mattane sulle edizioni rare che “solo in pochi hanno al mondo”. Giocavano al sapientino con il portafogli a rasbuffo, e io li disprezzavo enormemente. Non tanto per mere questioni di invidia, è ovvio che anche a me sarebbe piaciuto poter contare su una maggiore disponibilità economica, quanto per una questione proprio di atteggiamento nei confronti della vita e dell’arte.
Io posseggo dunque conosco e te lo sbatto in faccia: questo, sfumatura più sfumatura meno, l’atteggiamento dei tanti collezionisti che ho incontrato nella mia vita, prima da semplice cliente e poi da commesso/consulente.

Ma è sempre una questione di deferenze e senso di inferiorità.
Parto del presupposto, e non sono pentito di nulla al riguardo, che la deferenza sia una roba viscida, perdente, idiota. La deferenza porta al servilismo e dunque mi fa schifo.
Parlare con una persona che possiede 72000 vinili non è che mi sconvolga quanto una bella donna. Anzi, non mi sconvolge nemmeno un po’: mi annoia invece profondamente.
Se parliamo di uno dei miei dischi preferiti, “On the beach” di Neil Young, non è che mi abbasso le mutande se scopro che mentre io posseggo una regolare edizione americana tu ce l’hai coreana con tre tracce in più e il tracciato di una colonscopia di Billy Talbot. Cosa dovrei fare di fronte a siffatta fortuna? Ritirarmi in buon ordine? Intimidirmi fino a scomparire dal conflitto nozionistico?
Questo discorso non vale solo per i dischi. I dischi sono un pretesto. Esistono anche collezionisti di successi, di presunte unicità e di riconoscimenti più o meno inconfutabili. Quelli sono anche peggio, perché rovistano nell’ego, la loro totemica indifferenziata dell’anima.
Quelli li tratto prima da malati e poi da coglioni. Non posso fare altro: mi vedo costretto a farlo controvoglia.
Qualche mese fa un tizio con l’aura da santone tuttologo e conoscitore di chissà quali insondabili cavità del rock mi fece presente che lui aveva incontrato di persona John Cipollina, Jack Casady, Robbie Robertson, Albert Collins e forse Dario Baldan Bembo in compagnia di Johnny Halliday.
Me lo disse con quell’aria da crisantemo in erezione, valeva come “io so io ho fatto io ho superato chiunque e ora tu sei solo un improvvisato al quale concedo la mia preziosa attenzione”.
Io lo guardavo e pensavo: “Ti ci vedo con una bambola gonfiabile edizione limitata, quelle con la bocca enorme e il corpo piccolissimo. Ti ci vedo che ci spingi dentro e ansimi cercando di avere la stessa voce di John Hiatt –che hai conosciuto- e Tony Visconti, con il quale sei andato a cena ad Acerra nel 1979. Ti ci vedo a curarti manie e sofferenze con possessi e successi, ti ci vedo anche a martirizzare qualche adolescente con le tue cazzate perpetue”.

Provo pena per questa tipologia di maniaci. Sembra che vincano, in realtà perdono sempre. A volte riescono a spacciarsi per intenditori, per onniscienti, per degli eletti dotati del verbo su svariate argomentazioni artistiche.
A conti fatti, non valgono molto di più di quegli uomini che attraversano città e strade statali con i loro SUV neri e rombanti. Dove è fin troppo palese che il SUV sostituisce –in versione open air- la scarsa nodosità e incombenza dei loro organi di riproduzione.
Parlo svogliatamente, solo se costretto dalle contingenze, con i collezionisti di qualsiasi cosa. Nei loro discorsi autoreferenziali c’è già in nuce il prossimo step, la prossima tacca che li renderà ancora più unici e stimabili. Un collezionista malato non ti racconterà mai dei suoi errori, dei suoi abbagli, delle sue pochezze spirituali.
C’è gara su tutto e per tutto. Non è vero che siamo in pace e armonia, è un gioco infido dove la staffetta da passare a qualcuno è una bomba di chiodi, un pezzo di odio levigato, la ricevuta di una casa d’aste.
C’è gara persino sulle emozioni.
“Come provo io le cose nessuno al mondo”; lo pensano in tanti. “La mia sensibilità è unica, è solo mia, è autentica”

Solo i tracolli finanziari, le disdette domestiche, i legami finiti ai vermi e la morte appaiono fattori in grado di frenare la patologia egotica degli accumulatori e dei profeti fasulli, “gli empati”, i benefattori della divulgazione. Divulgazione che nessuno, proprio nessuno, ha chiesto loro di imbastire, soprattutto se perpetrata con quelle divise sempre troppo larghe, da esseri sovrannaturali, portati dal vento e da Dio.
Le tuniche troppo larghe lasciano intravedere le pudenda, spesso microscopiche, ma non solo quelle. Ogni mezzo illuminato che ho conosciuto aveva lo spazio, in fronte o dietro il culo, per il portafogli. E ogni volenteroso divulgatore o apologeta della cultura che ho incrociato non è riuscito a nascondere il suo ego onanista, sempre impegnato a spruzzare i malcapitati della sua foia ormai inguaribile, quella di essere riconosciuto e omaggiato.
Per me si è liberi di tirarsi delle seghe e di eiaculare verso le pareti del mondo, ma lontano da me. Non mi faccio tirare per i capelli in rodei senza senso e non succhio niente che non sia l’aria del mattino. E la deferenza, quella, la conservo per le ombre che verranno a prendermi nel mio momento migliore. Come è scritto nelle stelle, del resto.

©Luca De Pasquale 2017

25/06/17

Il mare abbandonato


Sono i luoghi abbandonati a darmi tranquillità.
Le conche di ricordi rimossi, i catini di fantasmi, i luoghi di ritrovo dove riecheggiano le voci di genitori apprensivi e forse di figli mai esistiti o almeno mai cresciuti.
Come da bambino, quando tenendo la mano di mia madre cercavo scorci isolati e scene di abbandono urbano, oggi il mio sguardo è orientato alle interruzioni del caos cittadino, alle note stonate. In poche parole, i miei occhi sono innamorati del deserto e di particelle di abbandono.
Appartamenti sfitti, finestre con vetri rotti, negozi abbandonati. Gli angeli della desolazione.
Gli occhi cercano zone morte per riaccendersi. Si tratta di pulsioni visive e interiori che non so e non voglio fermare.
Ogni deserto ha il suo procedere e il suo senso. E io devo trovarli ogni volta, questi sprazzi di vita in cose apparentemente finite.

Nel luogo di mare dove vivo gli spazi abbandonati sono rari e quei pochi sono guardati con diffidenza e disgusto. Come aree da bonificare, magari per incentivare un turismo crescente. L'ennesimo ristorante di pesce, il nuovo inutile dispaccio di souvenir, il lounge bar per ignavi innamorati del karaoke.
In un piccolo posto di mare i corpi delle donne sembrano tutti disponibili e ricettivi, e le loro movenze frettolose, in linea con il sole, è come se annunciassero passioni brucianti, passeggere e per questo definitive.
Nonostante questo, nella folla di giovani donne veloci e marine i miei occhi catturano una quantità sorprendente di fantasmi, attimi carbonizzati e rimossi, porte chiuse, delusioni, pianti sul cuscino, interminabili telefonate di dolore lamentoso, illusioni smembrate.
Il mio orizzonte, il mio fiato trattenuto, i movimenti della mano sinistra mentre la destra è sempre in tasca, tutto mi orienta verso una strana comprensione di ogni cosa smarrita. Tra i corpi colgo il vuoto, nel cammino di una persona riesco a calcolare l'attimo che ha dimenticato e che prima o poi pagherà.
Sarà per questo che cerco di pagare tutto in tempo reale. Non voglio trovarmi con perdite arretrate da dover studiare e rendere logiche in notti faticose.

In un piccolo posto di mare il tempo è un lusso calmo che non si apprezza mai abbastanza. La fretta rende il minutaggio dei giorni un rituale osceno e superficiale. La smania di godere rende gli uomini più transitori che mai, aderenti solo al vento, mai al terreno e neanche al cielo. La corsa al mare come vasca da bagno è una fissazione comica che svuota quel mare di ogni senso. Il grande padre azzurro, come lo chiamano qui, diventa solo uno sversatoio di orina, di latte di cocco e chances sessuali da conigli.
Non posso farci nulla: anche del mare amo gli anfratti abbandonati, le caverne solo ipotizzabili, gli scrigni erosi, del mare so poco ma mi basta.
So che cattura l'odore e il sapore dei capelli delle donne, che lenisce l'inguaribile disperazione del giorno dopo, so che mi offre un lido sotto le stelle per i sentimenti più vulnerabili e non confessabili, nemmeno su carta. Non voglio usarlo per sciacquarmi il cuore, non voglio usarlo per costruirmi nuove porzioni di passato.
Il mare è la cattedrale immensa e deserta che offre cittadinanza agli uomini che si sono persi e abbandonati per scelta.
Il mare è la chiesa che non mi chiede di inginocchiarmi e bagnarmi solo la fronte, lo amo anche per questo.
Ogni uomo alla mia età, per un dato periodo, diventa un luogo abbandonato. E quando questo accade, c'è bisogno di enormi distese per contenere tutto il cammino che è sbiadito a fronte dei troppi palliativi.
Non sono un uomo che scrive: sono un luogo abbandonato che cerca il suo ritmo. Scrivere è quella ricerca, è quel sogno, un mezzo sogno scriteriato tra spaventose ali azzurre. L'unico romanticismo giustificabile è vivere, amare e morire per questo.

©Luca De Pasquale 2017




24/06/17

Un altro lurido blues per Keith Ferguson


Certi tuoi toni ruvidi si vede che sono studiati”, mi dice Ania con aria furba e smaccatamente intelligente.
Crede di ferirmi.
Non è certo la prima persona a cercare fortuna con questa storia della mia presunta aggressività ben ponderata, frutto quindi di un calcolo (che risulterebbe poi idiota, considerato che non scrivo best-seller) e di una scelta d'immagine, tesa più a voler disturbare che a voler essere incluso.

Ma le parole di Ania, come quelle di molti altri, non hanno il potere di scalfirmi. Devo dare conto alla mia coscienza, non ai pregiudizi veloci e non strutturati dei tanti Soloni in giro.
Ania poi parla da un piedistallo che non le invidio: carriera avanzata nella comunicazione aziendale, il solito mezzo stronzo accanto molto moderno molto inserito, “uno profondo che sa anche divertirsi”, come ama dichiarare pomposamente lei.
Tutto in lei -e in loro, of course- mi risulta artificioso. Le loro foto da perenne happy family, le pose spiritualistiche open air con scrittori registi e attori, i loro viaggi finto economici con tutta la pietà per i dannati già nell'obiettivo delle loro costose macchine fotografiche.
Il loro progressismo di maniera, malmostoso e snob, arriva ai miei occhi e al mio cuore come un oltraggio, e io puntualmente mi rifiuto di assistere a questi baccanali da fortunati testimoni del nostro tempo, tutti assorbiti dal mostrare al mondo la loro clamorosa sensibilità.

Le loro belle scopate in camere d'albergo belle pulite e scenografiche, con lui che punta i piedi sul letto e cerca di posticipare i tempi invero tristi delle sue eiaculazioni, lui che fa dei suoi missionari solenni un marchio di fabbrica virile che vale meno di un panetto di burro fuso, e lei che mescola piacere, fusione, progetto di coppia, discendenze da garantire, idee generazionali da perseguire.
Mentre mi parla, mentre mi sgrida, non posso impedirmi la domanda più oscena: ma come fa a godere con il suo idiota di servizio? E ancora, come fa a credere ciecamente di essere riuscita ad armonizzare i suoi vizi piccolo-borghesi con il bisogno di autenticità?
Questa è gente che butta la morte della finestra come fosse spazzatura. Questa è gente che crede di pulirsi l'anima ristrutturando casa e dando un bonus ai “poveri operai”.
Questa è gente che fotte come nelle soap opera, cioè di merda, meglio ancora se con due libri sul comodino cadauno.
Questa è gente che va nelle città d'arte per scattare una marea di inutili e ridondanti foto, senza lesinare scorci di miseria e povertà conditi da commenti di sconcertante pochezza: “Vogliamo un mondo uguale per tutti”.
Cominciate voi, allora. Innanzitutto, interrompete la farsa della solidarietà pubblica, dateci un taglio con le frasette che vanno a pescare in territori melmosi e ambigui, incesti tra Pestalozzi e Bakunin, tra Hermann Hesse e la nonna morta.
Mettetevi in testa che la vostra non è la migliore famiglia del mondo. Nè i vostri figli sono i più belli, sensibili e intelligenti. La vostra bontà non è un marchio registrato, è solo una vostra abitudine nel porvi. Il vostro movimento ideologico non custodisce nessuna verità, men che meno il vostro Dio portatile, più piccolo di un trolley da viaggio continentale. Piantatela con le dichiarazioni di purezza, mettetevi in discussione. Accettate senza ipocrisie la vostra natura piccolo-borghese.
La purezza non è questione che si risolva nel saper star bene al mondo, integrati e con tutto che funziona.
No che non funziona così, cara Ania e mezzo stronzo.

Una volta nella stazione di Bologna, andando al cesso, mi trovai di fronte ad una scena terrificante. Due uomini stavano praticando del sesso anale molto rumoroso davanti allo specchio. Ricordo che erano le ventitré di un lunedì piovoso. L'uomo che si incuneava nell'altro sembrava posseduto da un vigore sovrannaturale e insisteva nell'infilare l'indice in bocca al tizio passivo mentre lo montava con foga.
Si fermarono quando mi videro.
Io dissi solo: “Scusatemi, torno dopo”
Basta.
Quei due uomini per me non avevano nulla di impuro. Stavano solo cercando di godere ed erano certamente due imbecilli: avrebbero dovuto aspettare almeno la mezzanotte. Bologna ha una stazione trafficata a tutte le ore.
Questo triviale e reale episodio di due vite fa vale unicamente per dirvi che non vi reputo più puri dei due focosi cavallucci da monta.
La purezza non è un certificato di sana e robusta costituzione, di abitudini non proditorie e non si rinnova con bei gesti occasionali e pubblici.
Voi siete una coppia minuscola che cerca il fracasso e il fragore proprio nel momento in cui raccontate di voi a un presunto mondo.
Siete impuri. Siete lontani. Non accetto le vostre prediche e il vostro saper vivere fa acqua. Il vostro equilibrio civile è una bugia da stuprare, punto.

Dopo aver salutato Ania, come al solito, rifletto.
Gli anni passano. E io non mi disinnesco. Anzi.
Non ho nulla da perdere. Tutto ciò che è etichetta di comodo, basculamento ragionevole tra verità e obblighi, esaltazione del proprio percorso, tutta questa roba mi scivola addosso con pessimi risultati.
Ho seppellito molti dei miei eroi, ho scelto di svuotare le stanze fino a lasciare solamente un tavolo, uno specchio da bagno e un letto, ho sottratto al concetto di “familiarità” quel retrogusto acido così difficile da ingurgitare.
Sono stato amato, ho amato.
Sono stato tradito, ho tradito.
Ho rotto amicizie e parentele per mere questioni di principio, ho chiuso le tende su ossessioni erotiche, ho sparato in bocca a tutti i sosia che avevo messo in giro, me la sono fatta addosso quando dovevo responsabilizzarmi, quando cioè si trattava di non far soffrire qualcuno a vuoto.
Di tutti i sogni confusi e velleitari che avevo da ragazzo mi è rimasto poco: le onde del mare, la musica, scrivere, respirare le persone e non giudicarle nonostante le apparenze dicano il contrario, la mia dignità.
Non mi vendo ad una società che mi fa orrore: lei non ha bisogno di me, neanche per una notte, ma io non mi offrirò sul piatto con le mie pene.
Resta, naturalmente, la notte. La mia compagna di viaggio da sempre, il momento della verità, dei desideri reali, degli specchi spenti, degli abbracci senza il prezzo appeso e senza sconti, l'arnia stanca e sospesa delle note, delle speranze involontarie, la frontiera dell'amore non filtrato, quello vero, quello che fa un male bastardo.

Ho scritto questa nota ascoltando Keith Ferguson con i suoi Tail Gators e con i Fabulous Thunderbirds. Keith Ferguson, uno dei miei tanti eroi caduti presto. Sono quelli che amo di più. La musica mi fa bene e mi incide dentro come serve, facendo anche tanto male. Questo è un blues.
Lo sono anch'io, bello o brutto che sia.

©Luca De Pasquale 2017

20/06/17

Taxi di notte


Il taxi mi riaccompagna a casa in piena notte.
Vetrine, insegne, fermate deserte. Carte, vento.
Il tassista non dice una parola, meglio così. Non ho voglia di parlare.
Questa è una di quelle serate temporalesche adatte a chi ha il gusto di perdere: occasioni, persone e anche idee fisse.
Serate che finirai a casa con lo stereo acceso, con quella unica luce a dirti che traccia è e che equalizzazione hai scelto. Aprirai la finestre, senza fare più calcoli, senza puntellare gli eventi del giorno e del mese, soprattutto senza chiederti un inutilizzabile surplus di coraggio esistenziale.

Ogni taxi che ho preso di notte era come una zattera silenziosa a pagamento che riallacciava passato, presente, futuro. Sigarette, abbracci, promesse, patti già traditi, residui di cene, foto mai ritirate, libri e racconti mai scritti alla luce del giorno.
Non so quanto volte ho potuto poggiare le guance o il mento su un finestrino chiuso, bagnato dalla pioggia, cercando in qualche modo di far tornare i conti dentro. Senza riuscirci mai.
La consapevolezza della velocità e delle trappole può rendere ogni spostamento, anche piccolo, un abbandono. Uno sradicamento, un sopralluogo prima delle ruspe, un vile agguato a memorie solo in costruzione.

Ed è forse colpa mia se molti di quei brevi tragitti in taxi mi hanno visto incredulo di fronte a un “ti amo”, troppo innamorato del vento e delle piazze deserte per concepire una casa, una fortezza, una tana su misura.
Tornavo a casa con qualche sogno appena incartato, ma invece di usarlo, di costruirci un tempio, preferivo riporlo in quei cassetti che hanno la caratteristica di non avere fondo e di sfociare a mare, fiumi di legno, di tarme, virus di retromarcia.

Da bambino, le giostre mi piacevano finché non ci salivo. Oggi non ricordo le montagne russe, solo il mio desiderio di salirci. Non ho rimpianti e neanche rimorsi. Non mi piacevano i clown. Poi ne ho conosciuti fin troppi, belli incravattati e con assurdi anelli luccicanti.
Tra me e la notte è sempre stato un gioco a due. Ogni estraneo non superava mai l'ultima frontiera. I taxi non facevano altro che tracciare un diagramma sul quale gli elementi naturali -il vento, il fuggire sempre- schiacciavano il sentore di un sentimento, di un impegno senza reali garanzie.

È di giorno che ci si può innamorare. È rarissimo, ma accade. Di notte è tutto troppo facile, è tutto sospinto sempre oltre, i contorni sono parte del gioco dell'accoglienza e il caso sembra un miracolo. Ma il respiro è quello di un gigante che sarà ucciso presto e in maniera cruenta.
L'ho sempre saputo, seduto in quei taxi notturni, che la coda delle emozioni era stata già intercettata. Dalla logica, da quell'istinto di conservazione e quella propensione all'ammutinamento che è il ritrarsi prima che le bugie e l'agitazione prendano vita propria, servendosi di parole, frasi, labbra, mani, nomi condivisi.
Ho sempre creduto troppo all'amore per lasciarmi veramente fottere. Tante emozioni che mi annunciavo e che sviluppavo ancor prima di esperirle erano dei tornei, non delle verità in costruzione. Tornei in cui mi presentavo con la pettorina al rovescio, senza appartenenza, senza sponsor e per niente intenzionato a desiderare coppe e targhe qualsiasi.
Tra me e la notte è sempre stato un gioco due. Chiedevo tanto, sempre troppo, e la notte mi restituiva spezzoni di film. Pellicole in cui io ero l'attore principale solo sulla locandina. Perché erano, appunto, spezzoni.
Un attore al quale viene chiesto di avvicinarsi al sogno per catturarlo non è più un attore in quell'azione, è una cavia. Un reduce. Un esperimento con gli occhi socchiusi. Ed è un gioco che non può valere oltre il fiato corto e la smania di possesso.

Mi piacevano i taxi di notte. Durante il tragitto mi preparavo le sigarette per il ritorno a casa, mormoravo qualche nome, sceglievo canzoni che poi dimenticavo e comunque non dedicavo mai.
Pagavo la corsa ed ero davvero felice quando, sceso dall'auto, potevo bagnarmi per quel tratto che mi separava dal portone. Tante volte, chiavi in mano, mi sono fermato sotto i citofoni illuminati cercando di guardare il vento.
Sì, perché il vento lo si può guardare. Soprattutto se la notte è un gioco a due senza bugie.
E tutte le volte che ho letto il mio nome sul citofono, sotto la pioggia, mi sono semplicemente detto: “È tempo di rimuoverlo”.

©Luca De Pasquale 2017

Aforismi, vanità assortite e lingue in bocca


Mi trovo sempre in enorme difficoltà quando qualcuno mi parla attraverso citazioni e aforismi. Come se per esprimere il proprio pensiero si dovesse giocoforza ricorrere a parole di altri.
Nobili altri, ma sempre altri.

Per dirmi che ti piacciono le donne è inutile che ti metti Truffaut tutto in bocca; per parlare di giustizia non devi citarmi per forza Tito Livio, Saviano o Falcone.
Mi chiedo se citazioni e aforismi abbiano un potere afrodisiaco che ignoro. Come funziona? Se cito Verlaine la mia interlocutrice ha uno sturbo istantaneo e inizia a figurarsi la scena di me che le incombo addosso, amante focoso, dotato e resistente?
Come vengono utilizzate oggi le citazioni? Per dimostrare di essere profondi? Per elevarsi dal lutulento panorama generale? Citare i migliori intellettuali è dunque un atto di proterva autocelebrazione?
Quel che sia: comunque se hai fame non piazzarmi Lucullo da qualche parte. E non citarmi dei santoni per informarmi che hai iniziato un nuovo corso di vita. Dillo a parole tue. Senza esibizionismi da wikipedia.

Altra cosa che non apprezzo per niente è che oggi tutti hanno un parere su tutto. Il più insospettabile e timido individuo, se ben stimolato e umettato, è capace di sciorinarti massime e precetti su tutto lo scibile umano.
Politica, vaccini, rapporti anali consensuali, code alla vaccinara, rock americano, emorroidi, eiaculazione precoce, riciclo della plastica, scelta di loculi, ristoranti à la page.
Questa inesorabile tuttologia mi esaspera sul serio. Perché è mio costume, sin da quando ero bambino, tacere quando non so e non sono in grado di elaborare teorie. Il che accade spesso, visto che in tante materie sono ignorante, impreparato e poco propenso ad un apprendimento in pillole e luoghi comuni.
È vero, scrivo. Ma non lo so quand'è che Francis Scott Fitzgerald andò a Daytona per scoparsi quella poetessa. Non lo so e non lo scriverò.
Detesto le trasmissioni di cucina e i corsi che spuntano come funghi ad ogni angolo di strada, quindi è da escludere che mi cimenti, per risultare simpatico e aggiornato, con la spiegazione del tortino di farro screziato di formaggio vegano.
Non improvviso su ciò che non conosco. È una delle mie pochissime regole.

Mi imbarazza moltissimo anche il proliferare di svariate campagne atte a risvegliare la nostra funzione di “lettori”.
Io leggo, e tu?
Certo che leggo, ma fatti i cazzi tuoi che non mi stai neanche simpatico.
Leggere fa crescere, fai come me!
Sì, d'accordo. Leggere cosa, però? Mi parlate di lettura indiscriminata?
Molti libri che escono oggi non farebbero crescere neanche l'erba spontanea sui balconi. Molti libri sono imitazioni di altre imitazioni. E sono insinceri, pomposi, studiati nel minimo dettaglio. Di che crescita parlate?
Cosa può insegnarmi un libro scritto da un coglione vanitoso che se ne sbatte dei lettori, visti solo come numeri alle casse delle librerie?
Cosa può insegnarmi un vigliacco più abile a intessere una rete di relazioni convenienti che a esprimersi in un italiano presentabile?
Cosa può insegnarmi un'editoria impregnata di osceni concetti imprenditoriali, abile a ravanare nella rumorosa feccia multitasking?
Quindi attenzione. C'è libro e libro. Autore ed autore, editore ed editore.
E, in ogni caso, non state a rompere le palle con questa ossessione della lettura come standard migliorativo della vita.
Con il degrado socioeconomico delle classi più disagiate e anche di quelle medie, non c'è un uomo in difficoltà che possa sostituire la cifra per il fitto e le bollette con una manciata di sia pur alatissime poesie.
Io leggo, e tu?
Io leggo quando posso, resisto, respiro, mangio, bevo, scopo, mi dissolvo. E non ti dico nemmeno cosa leggo, strumentale icona post-borghese.

E ora citami Camus, che si porta di nuovo. Crea appositamente per me, che sono un ribelle improduttivo e fuori moda, un misto tra Fedro, Lucio Fontana, Agassi, Coppi, Che Guevara e qualche banchiere illuminato amico di Macron.
Dimostrati aggiornato, così posso eliminarti più velocemente.

©Luca De Pasquale 2017

18/06/17

Lyle Gorch Blues - Gli spuri


"L'amore materno ci fa all'alba una promessa che non manterrà mai"
Romain Gary

Le fioriere dei vicini non mi piacciono. La loro presunta bellezza non mi interessa e non mi colpisce.
La loro vita ordinata mi lascia indifferente. Due auto, i bagni al mare, le canzoni in cucina, gli amici la sera con il vino e le barzellette, sempre le stesse, da anni. Da generazioni.
Di quali siano le loro preferenze politiche me ne frego. Non mi cambia la vita.
Non provo tenerezza per i loro figli. Non ho smanie paterne. Non ora e non qui.
La loro vita scandita e salubre mi disorienta. Alla fine mi annoia. Non li studio neanche per scrivere un racconto, creare dei personaggi.

In generale, coloro che propugnano stili di vita salubri e precetti preventivi non sono compatibili con la mia ricettività. L'attaccamento alla vita travestito e rinvigorito da abitudini alimentari, fisiche, intellettuali è il cancro di ogni conversazione non desiderata.
Jogging, yogurt, creme, bere tanta acqua, leggere tanti libri, non fumare, essere monogami, andare a messa la domenica (e quando c'è qualche problema aggiuntivo, naturalmente), tifare e votare coerentemente, avere un giro di amici anche se a volte ci si augura la loro estinzione.
Madri e mogli che si sono sacrificate per anni accanto a uomini tediosi, egoisti, prevedibili nel coito, insopportabili nell'imporre la madre, la sorella, l'amico stronzo. Madri e mogli che hanno dimenticato cos'è lasciar andare le voglie, il senso del decoro, attaccate a equilibri bolsi come palloncini a un filo, ma a festa finita.

Gente borghese che giudica. In vita e in morte.
Gente che giudica i buchi nel braccio, le sveltine nei cessi, le tentazioni eversive, il cuore dei fuorilegge, ma che non è molto meglio dei bersagli preferiti, a conti fatti.
Persone che evadono il fisco, truffano le assicurazioni, pagano venti euro per farsi succhiare il cazzo da una puttana tornando a casa.
Imbelli che pregano solo per tradizione familiare, ma che in realtà non credono in nulla se non nella loro continuazione e nel loro isolato reame di comodità pagate a rate o con malversazioni.
Eroi della pronuncia levigata di parole abusate come famiglia, patria, religione e correttezza. A conti fatti, vermi vestiti di tutto punto, bravi a fare il trenino alle feste e sventare qualche infarto.

Non trovo avversari sinceri. Eppure mi piace giocare a carte scoperte, direi scopertissime.
Mai negato di avere ossessioni. Fantasmi. Vizi, educate perversioni. Mai negato il niente di certi giorni, di certi periodi, di alcuni rapporti nati calzando un profilattico e finiti a sputi in faccia.
Vuoi la verità o la quiete?, chiedevo.
Vuoi costruire o vuoi godere?, mi accertavo.
Non trovi scomodo che siamo falsi amici?, imploravo. Non preferisci la qualifica di nemico? Molto più onorevole, e anche se dico questo sarò sempre antifascista. Che c'entra il fascismo adesso, puntualizzavo.
Fascista sei tu che vuoi sempre consenso, concludevo.

Scrivo un libro e mi fanno dei complimenti non sentiti. Chi più si spertica meno ha voglia di leggerlo veramente, questo l'ho imparato. Scrivo un libro e allora qualche coglione si sveglia dal sonno millenario e mi dice euforico “era ora che uscissi dal tuo guscio”.
Guscio?
Detesto i gusci come le camere ardenti, le fortezze ulteriormente fortificate come le sbandate avvolte in cartocci di citazioni e poesie manco fossero fette di salame.
È la ribalta che interessa. Sempre e comunque. Anche a fini di pettegolezzo, di invidia, di rosicamento. La visibilità è la custodia della nostra carta di identità. Se siamo visibili, la nostra bella anima è più esposta, la nostra sensibilità riluce. I nostri credi sembrano più genuini. Il nostro organo sessuale sembra più grosso e nodoso, in grado di offrire prestazioni da disidratazione.
E il nostro pur misero conto bancario pare acquisire una giustifica di fondo, “ma quello è un artista”. Altrimenti, sei solo da schiacciare. La tua presunta agonia è la noia dei giusti, la tua rivolta è solo l'invidia del disagiato. Questo è ciò che definisco realmente fascista nel quotidiano: la rimozione di elementi spuri.

Io, invece, amo tutto ciò che è spurio, sparigliato, diseguale, palesemente difforme. Dalle macchine difettose spesso cola sangue vero e qualche sogno ancora non preso a calci. I pezzi che non combaciano con altri devono completarsi da soli, hanno bisogno di coraggio, di violenza e di dolcezza. Punto e non a capo.
Sei fissato con i perdenti”, mi diceva una mia vecchia fiamma, una che dopo il sesso mi parlava del suo grande amore perduto come se si trattasse del primo canarino.
Difendo una categoria”
... e naturalmente tu ti senti l'alfiere, il loro rappresentante, vero?”
Credeva di essere sprezzante. Offensiva. Voleva esserlo. Ma era olio su marmo.
Non rappresento nessuno, nemmeno me stesso”
E quindi?”
Semplicemente, credo negli elementi spuri”
Malriusciti, allora”
Chiamali come vuoi”
E pensi di fare strada in letteratura con questi concetti romantici?”
Sprezzo su sprezzo. Io sorridevo e fumavo.
Guarda, 'farsi strada' è un concetto che mi fa schifo. È un'idea degenerata, che porta i risultati ben visibili oggi in materia di intelletti in movimento”
Che vorresti dire, Mr. Sapientone?”
Sapientone un cazzo. Voglio solo dire che dovresti essere più attenta e toglierti quella coltre di perbenismo dagli occhi. Dietro tante anime nobili si celano solo propensioni di tornaconto con strategie non più eleganti di una batteria di bocchini”
Rimarrai sempre isolato”, tagliava a corto lei, disgustata.

Quella donna fu la prima a complimentarsi per un racconto che uscì in un'antologia, spacciandolo per un mio riscatto sociale. Un riscatto agli occhi del mondo.
Non devo riscattarmi da nulla. Da nessun'onta o scandalo. Io e il mio ambiente naturale ci siamo scannati in pieno accordo dall'inizio. Fronte a fronte, senza compromessi, senza pompini.
Mi è impossibile credere nel riscatto sociale come pace borghese, personale e anche collettiva.
Esistono, anche se vengono considerati scarti ed elementi impuri, individui che vogano quieti e determinati alla ribellione su un mare traditore che altri usano solo per sciacquarsi e ristorarsi. Sono le regole.
Non è una vocazione al martirio. È una scelta.
Sono fiera di te. Ora che farai?”
Accendo una sigaretta”
Intendo dopo”
Intendi domani? Farò colazione e poi accenderò una sigaretta”

Da ragazzino incappai ne “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah. Un film maestoso, eterno dentro di me. I miei eroi sporchi. Suggestioni che volevo e cercavo.
Amavo Pike Bishop, Dutch Engstrom... ma l'eroe lo scelsi subito: Lyle Gorch, impersonato da un divino Warren Oates, attore immenso, volto indimenticabile.
Cerco di muovermi come lui, mezzo ghigno mezzo sorriso, armato ma curioso, senso di lealtà accentuato verso gli altri pezzi dispari. Anche quattro contro duemila. Funziona.

©Luca De Pasquale 2017















16/06/17

Morte sotto l'ombrellone


Mi dicono che è morto qualcuno sulla spiaggia.
Laggiù, dietro il lido. Dice che lo hanno coperto con dei teli. Pare che la persona, anziana, sia morta sotto l'ombrellone.
C'è molta curiosità attorno a questo evento, accanto a me sciamano persone con telefoni, donne in pareo, ragazzotti ricoperti di tatuaggi orientali e celtici.
Sono l'unico a non essere vestito da mare. Passavo per il lungomare, tutto qui. Maglietta, jeans, sigaretta e occhiali da sole. Me ne fotto dei bagni e della tintarella. Sono decenni che me ne fotto. L'estate e le spiagge affollate mi fanno sentire una frittata di maccheroni andata a male, un cocomero marcio. L'estate non è affar mio, eccetto la notte.
Chiedo a una signora se sa dirmi qualcosa in più.
Un vecchio è morto sotto l'ombrellone. Madonna, che pena”
Era solo?”
Sentite, io non lo so. Lì c'è la figlia che piange, stava con la figlia... madonna mia che brutta storia... cioè, quella gli è morto il padre sotto l'ombrellone...”
Non rispondo più. Faccio un cenno goffo e mi allontano.
Non è la prima volta che intercetto la morte su una spiaggia, in piena estate. Il colpo lo sento all'altezza dello stomaco, un misto di fiele liberato dalla provetta e malinconia indicibile, armata per indebolirmi fino a rallentarmi il respiro.
Penso alla ragazza o donna che starà piangendo quel corpo coperto alla meno peggio dagli sguardi infetti dei curiosi.
La morte riesce, in talune occasioni, a non avere il minimo riguardo per lo scempio che è il dover ricordare l'attimo della scoperta, il senso di vuoto definitivo, l'abisso carnivoro di ogni nuova giornata senza.

Considerato però che il sentimento di perdita è il mio senso più sviluppato, il mio microscopio opaco ma efficace, la mia dannazione nei secoli dei secoli, queste sfuriate veloci della morte mi riducono a brandelli senza che io possa oppormi, se non con il contegno garbato che i miei genitori mi hanno tramandato con noiosa e inarrivabile dolcezza.
Una beffa. Una beffa che proprio io, io che parlo e scrivo continuamente di cose che afferiscono alla bella sfida di vivere alla giornata senza pensare mai al domani, sia così esposto alla tristezza di riporto, al dolore di persone che non conosco, e che un corpo senza vita mi evochi, pur con nessuna somiglianza, ricordi ingestibili.
Ricordi più vecchi di me.
Eserciti che attaccano i miei castelli di sabbia, calpestandoli, costringendomi ogni volta a ricostruirli con una finestra in meno e una principessa da non poter salvare più.
Il non sopportare la scomparsa di sconosciuti dal mondo è uno dei prezzi più alti che pago alla mia storia personale. Il posizionarmi con i miei stupidi occhiali da sole e le mie infinite sigarette tra le lacrime della gente è un gioco da cantoniere pazzo, che però non ho deciso io.
Forse è anche per questo che devo scrivere, per non restare lì, con la mia semplicità corrotta e la mia storia fragile, in canoa sull'estuario dei lutti altrui.

Mi allontano.
La sigaretta sa dei cinquant'anni che non ho compiuto ancora, dei fili bianchi nella barba disordinata, delle magliette invariabilmente blu che sfoggio ogni estate, fregandomene del contrasto con la pelle troppo chiara.
Così vivo le mie estati, tagliando le code a serpenti che poi mi porto nel letto, per trasformarli prima in lenzuola e poi in sonno agitato.
Ed è inutile che al buio io mi senta padrone di me stesso e persino delle mie rinunce, perché non posso prevedere la luce del giorno seguente, quella dopo le cinque del mattino, che invece conosco e respiro benissimo.
Costruito per le intemperie, rifiuto la morte.

Desidero andare a rifugiarmi in un bar, mantenendo gli occhiali sul naso, poggiando il telefono sul tavolo con le sigarette e fingendo di riuscire a leggere qualcosa. Non sono mai riuscito a leggere una sola pagina in un bar. Mi faccio distrarre continuamente.
In direzione opposta alla mia continuano a giungere persone che non vedono l'ora di scattare qualche foto e chissà, magari un giornalista di Rai Tre o La Repubblica potrebbe chiedere loro qualcosa.
Mamma, accendi alle 19 su Rai Tre! Mi hanno intervistato su quel vecchio che è morto sulla spiaggia! Con me c'era anche Fede!”
La morte è davvero poco elegante, perché spesso si accompagna agli aspetti più rivoltanti della vita. Come quella curiosità per il dolore e per le deformazioni che si ferma sempre al primo strato, quella sabbia sporca che sembra un trucco da b-movie con troppi attori.

©Luca De Pasquale 2017

15/06/17

Ode a Glenn Frey


Il 18 gennaio 2016 è morto Glenn Frey, leggendario membro degli Eagles e uno dei miei eroi di sempre.
Mica i miei eroi musicali sono sempre bassisti. I bassisti sono in maggioranza, certo, Rick Danko e Jack Bruce su tutti, ma ci sono anche gli altri: Danny Whitten, Bryan Ferry, Martin Fry, Kris Kristofferson, Jess Roden, John Martyn e appunto Glenn Frey.
Quando ero ragazzo, gli Eagles rappresentavano per me un'altra faccia della musica, più dolce e armoniosa di quella che ascoltavo abitualmente, insieme a band mainstream come America, Dire Straits e altri.
In particolare, con gli anni ho sviluppato un'autentica dipendenza dall'album “One of these nights” e dalla canzone eponima, autentico cavallo di battaglia dei giorni migliori, spensierati, trascorsi senza troppa enfasi con addosso il culto della giovinezza e del senso di avventura, concetto che ovviamente non si riferiva a gare di motocross o nuotate al tramonto.
One of these nights” era un atteggiamento mentale, un'ode di libertà permanente, una strafottente fuga da obblighi scolastici, familiari, precetti religiosi e scombinate infatuazioni per tutto quello che mi faceva toccare con mano il piacere di vivere. Di godere, di fuggire e anche di mandare a farsi fottere tutto il perbenismo borghese che avevo intorno.

Perché molti non lo sanno, ma gli Eagles, dietro un'apparenza molto soft e anche abbastanza country a stelle e strisce, erano in tutto e per tutto dei cattivi ragazzi. Con abitudini non proprio sanissime e soprattutto uno spirito molto libero ed epicureo, privo di tutti gli orpelli sovrastrutturali tipici dei musicisti d'avanguardia, gli sparapose decadenti, cartonati principi delle tenebre e mangiatori di pipistrelli.
A quindici anni mi capitò in mano una rivista musicale che parlava degli Eagles e dei loro grandi successi. Si raccontava un po' anche del loro privato, e così lessi che Glenn Frey, Don Henley e Randy Meisner erano dei playboy, dei bad boys con camicie a quadri e chioma fluente, tabagisti, insofferenti alle regole e a conti fatti dei casi persi che solo la musica (e il successo, naturalmente) aveva salvato da destini contorti e beffardi.
Leggere quella roba mi suggestionò a tal punto che iniziai a seguire gli Eagles anche nelle loro avventure soliste, acquistando familiarità con Bernie Leadon, Joe Walsh, Don Felder, Timothy B. Schmit e il succitato trio Frey-Henley-Meisner.

La notizia della scomparsa di Glenn Frey, ormai un anno e mezzo fa, mi ha rattristato moltissimo, perché rappresentava la fine di un epoca. Quell'aria scapestrata, sorniona e maliziosa, quei baffi così settantini, gli occhi espressivi e la perizia strumentale, tutto finito.
La decappottabile della mia giovinezza ribelle e disinvolta dovevo metterla in soffitta una volta per tutte, malinconicamente.
Da allora, da gennaio 2016, ho rivisto la puntata di Miami Vice con Glenn in veste di attore, ho riascoltato la colonna sonora di “Beverly Hills Cop” con la travolgente “The heat is on”, mi sono procurato libri e monografie sugli Eagles, sulle loro influenze e discendenze. Una pazzesca e gustosa operazione nostalgia che mi ha fatto bene, come tutto ciò che attiene al non dimenticare le proprie radici.
Mi fanno ridere un po' quelli sempre a caccia di grandi novità alla moda, nuovi profeti trendy dalle lunghe barbe, che troppo spesso sono incapaci di interessarsi a tutto quel che hanno perso durante la loro crescita.
Mi sarò imborghesito, sarò diventato anche noioso il giusto, ma preferisco andare a riscoprire le gemme country rock che all'epoca avevo snobbato (con quell'atteggiamento irriverente e sciocco di chi crede che i suoi gusti sono spessore e il resto merda) piuttosto che darmi arie di rabdomante con qualche band di ambient o di finto neo-punk le cui referenze sono direttamente copincollate da Pitchfork e da riviste “moderne” dove si scrivono recensioni con un piglio a metà strada tra un Gadda in acido e un poeta ermetico con la stipsi.

Mi accendo una bionda sperando che la smorfia sia quella di Glenn giovane, Glenn con tutti quei capelli, il baffo assassino e un concetto di reale spessore tra labbra, cuore e corde di chitarra: anche se sembriamo tranquilli, noi le convenzioni le mandiamo sempre in culo. Il nostro è un country rock che agli intellettuali sembrerà roba da boscaioli, ma noi viviamo meglio di loro. Loro non godono mai. Loro si vengono dentro e crescono in argilla, non in anima.
Viva Glenn Frey. Dall'altra parte, prima o dopo, gli chiederò un autografo.

©Luca De Pasquale 2017

14/06/17

Scribacchini in micropene


Il mio amico scrittore Lapus Bolscia mi racconta senza sosta delle sue conquiste.
Piaccio alle donne, lo so”, dice con insopportabile compiacimento, “e a me piacciono loro”
Una clamorosa rivelazione”, replico.
Non so stare lontano dalla fiamma del peccato, ho sempre fame”
Incredibile, appassionante. Ti scongiuro, continua”
Sarà per quello che scrivo”
Questo è fuor di dubbio, Lapus”
... loro vengono da me, mi fanno domande, complimenti... e io... io non so fermarmi al momento giusto”
Tu sei istintivo, molto istintivo”
Lo hai capito, eh Luca? Tu sei molto intelligente”
Ti ringrazio, sei squisito”
Una bella donna, un bel corpo, le movenze giuste, da gatta...”
Che banalità questo stronzo.
... e io... flap! Cedo di schianto! Mi metto in situazioni pericolose... sposate, colleghe, scrittrici, editrici, editor, musiciste... le passo sotto una specie di vaglio... e anche di maglio, tu devi credermi”
Io ti credo, Lapus”
... sono per i sensi. Io, Luca, sono per i sensi. Sono come Andrea Sperelli e molto molto oltre. Mi piace il sesso. Mi piacciono gli odori forti. Mi piace l'orgasmo, il mio, e anche quello altrui, chiaramente femminile. Nel senso che io sono uno aperto, come sai voto per il Partito Democratico, sono uno tollerante come tutti i democratici. L'omosessualità la comprendo e la sostengo, ma non posso apprezzarla, capisci che intendo?”
Temo di sì, Lapus”
Sono troppo preso dalla parte femminile del mondo. Mi fanno impazzire, loro. Le donne. Che bella parola, amico mio: donne. Senti come suona bene. Del resto, io sono uno scrittore abbastanza noto. Ed esercito fascino, ne sono un latore, un'incarnazione. Il mio organo sessuale non è altro che uno strumento di ben altro disegno complesso. E bada, non ho detto complicato: dico complesso, so la differenza, sono uno scrittore con quattro libri pubblicati in tre anni”
Sei un portento, Lapus. Continua”
Le mie parole vanno oltre la lettura possibile. Le mie storie, congegnate con il garbo dell'esperienza e il coraggio della verità, funzionano anche come afrodisiaco. Scusa, non prendermi per un immodesto. Ma io ormai sono a tutti gli effetti dentro la new wave della scrittura napoletana... non so se a te è mai capitato, perché tu sei -come dire?- un marginale, uno che va sottotraccia, tu non avrai mai grandi numeri ma di te mi piace la coerenza...”
Io sono uno scrittore solitario, Lapus, non faccio testo. E no, a me queste cose non capitano mai. Queste sono cose che capitano a quelli come te”
Forse è meglio così, Luca. Perché si crea tanto caos. Anche se ti perdi certamente qualcosa di meraviglioso. Per esempio, due settimane fa mi è capitato di fare sesso forte con una mia coworker...”
Coworker?”
La mia correttrice di bozze”
Ah, ecco”
Abbiamo fatto l'amore come due animali drogati, non so se rendo l'idea... io ero una macchina, una vera macchina”
Sei terribilmente icastico, come da prassi. Che stile, Lapus”
Grazie... posso confessarti una cosa? Quando sono venuto, e ci ho impiegato almeno cinquanta minuti perché io sono amante d'apnea, è stato così squassante che mi è sembrato di carpire il segreto della mia anima e della mia presenza al mondo”
E lei che diceva, intanto?”
Diceva? Diceva, Luca? Lei non aveva più fiato. Solo sospiri, così profondi che sembrava provenissero da un'arnia dei venti...”
Ed è qui che si vede chiara la tua grana di scrittore della new wave napoletana, Lapus. Sono perle, le tue. Sei un affabulatore”
Hai capito tutto, Luca mio... non dipende da me! Sarà per quello che scrivo, per le mie storie intricate, il mio umorismo carnale... io seduco anche quando sto fermo, anche quando ho sonno e non vedo l'ora di tornare a casa”
Sei una Lamborghini che copre al meglio la distanza narrativa-sesso, Lapus. Da te c'è solo da imparare”
Troppo buono”
Piuttosto Lapus, hai dei libri in uscita?”
Cinque libri per sei case editrici diverse”
Cinque per sei trenta, genio Lapus”
Come? Certo, mi traducono all'estero... a proposito di traduzioni, qualche mese fa ho portato in cielo la bella scrittrice che si occupa delle versioni francesi dei miei libri... siamo andati a Maiori, Minori, Capri e Agerola. Quattro luoghi, sette orgasmi”
Sette per quattro ventotto, quanto imbarazzo che metti addosso agli altri uomini, caro Lapus”
Sarà per quello che scrivo...”

E ancora, ancora, fino a che deve andarsene per presenziare alla presentazione di “un pezzo di merda fallito anche un po' finocchio”.
In quei posti c'è fauna che finisce a casa mia”, chiosa, “e io ho anche una vestaglia nuova. In giorni come questi, nonostante il caldo, posso durare anche un'ora e dieci minuti con un'erezione da guinness. Sarà soprattutto per quello che scrivo...”

Scrittori della new wave che vende e conquista, scrittori noti quando escono di casa, scrittori che distribuiscono gentilezza e sperma in egual misura. Senza un briciolo di onestà generica, nemmeno intellettuale.
Libri scritti con il pene ritto, sotto eleganti scrivanie in legno e tanto di ventilatore. Peni più piccoli delle matite di Ikea. ibri scritti pensando ai lettori, agli aspiranti scrittori coglioni, a editori fessi e alla creduloneria dell'emotività diffusa. Scrittori della new wave con animo moderato, democratici anche sul campanello di casa, “simpatizzanti dei marginali” con il brutto vizio dell'ambizione egotica come unico scopo di una misera esistenza tra selfie, complimenti e rapporti orali compiacenti.
New wave di oggi. 

Ldp