09/04/17

Scatole di neve senza padrone


A Wayman Tisdale

Nothing can change me... You go through things. You don't change because things come in your life. You get better because things come in your life.
Wayman Tisdale

Come in un pessimo film di fantasmi, esistono uomini che si scorporano ogni qualvolta la vita sembra voler regalare loro delle gioie.
Uomini che pur restando sulla scena -visivamente e in carne- abbandonano puntualmente le scene della loro possibile felicità.
Non si capisce se ricorrono a controfigure, alias, se riescono a radunare gli angoli dell'anima giusto in tempo per la fuga.
Conosco molti uomini così. Insospettabili, dignitosi, dimidiati, spesso comunque sorridenti.
Uomini che al primo vero bacio sono già abbastanza lontani, atleti della nostalgia, presenzialisti dell'assenza controllata, in definitiva Re di troni costruiti in equilibrio sul vuoto.
Uomini che si innamorano per perseguire l'ardito scopo di catturare l'oggetto del loro amore in cronico ritardo, quando il vento è finito, quando la radio è spenta, quando il lutto è già cicatrice.
Uomini edificati sul vento, sui tetti di palazzi dormienti, custodi dell'ultima porta sotto un neon, un crocifisso, un addio.
Compagni di strada, di silenzi telefonici, nascosti nelle note di dischi di scarso interesse, di film dolenti, ospiti speciali che non li prevedevano e certo non li risarciranno di nulla.

Oggi sono vulnerabile, oggi sono lava con finestre silenziose sulla gentilezza, non pretendo, non voglio rischiare, non voglio morire nemmeno. Oggi non voglio affatto morire e chissà che razza di luce ho negli occhi.
Oggi mi capita di ascoltare un vecchio album di Wayman Tisdale, un bassista che in passato era stato un giocatore di basket professionista. Wayman Tisdale è morto nel 2009 di cancro e io l'ho sempre snobbato perché suonava un genere, lo smooth jazz, che ho sempre bazzicato con altezzosa diffidenza.
E già. Perché nei circoletti jazzofili o dei “veri rockettari” non ti era permesso di ascoltare anche musica più leggera, apparentemente senza peso specifico. Proprio come il vellutato jazz-soul di Wayman Tisdale. Perso in ostiche sperimentazioni, in ricerche inesauste di materiale sommerso, ricordo che snobbai tutti i lavori di Wayman, etichettandolo -senza neanche averlo ascoltato, alla fine- come uno di quegli artisti-tappezzeria che popolano quell'area espressiva. Sbagliando, perché la sua caparbietà e ostinazione nel perseguire il suo sogno -suonare il basso e in ogni caso suonare- avrebbe guadagnato immediatamente il mio rispetto.
Rispetto tutti gli uomini che sognano, mai rispetterò quelli che si limitano ad accumulare, a conservare, a difendere iniqui privilegi.
Oggi ascolto tutto quello che mi va, approfondisco quello che mi pare, lontanissimo da ogni timore di “non accettazione” del gusto o di dure reprimende di qualche saccente solone. I nemici del meticciato, delle contaminazioni -alte o basse che siano, ammesso sia possibile stabilirlo- sono più pericolosi di ogni altra specie di finti curiosi.

Così oggi, molto tempo dopo i presunti “anta” della mia ancor più presunta saggezza, finisce che ascolto per bene, senza la pressione soffocante del mio orecchio esigente, un disco di Wayman Tisdale che contiene una cover vellutata, pura seta nera e abat-jour da coprire con qualcosa di semi-trasparente, di Barry White, “Never never gonna give you up”.
Il basso di Wayman si arrampica sulla melodia e sulle voci d'alcova tipiche del linguaggio whitiano. Sono canzoni che ti portano ad avvertire l'idea del sesso come una sorta di dimensione parallela, una scena senza registi e forse, tornando al primo concetto di quanto sto scrivendo, anche senza alcun attore. Una dimensione trascendente dove il gesto di prendere -come quello di dare, regalare- è in realtà il ballo oscuro e ritualistico di un'inquietudine inguaribile, il banale vizio di vivere e continuarsi in qualche modo.
Dopo tanta strada, tante luci, milioni di porte, finestre, oggetti da camera, valigie di fuga, contratti scritti con inchiostro simpatico e sangue di scena, comincia a insinuarsi in me il dubbio che la ricerca del piacere -spirituale, pragmatico, sessuale, relazionale, ambientale- sia solo un pretesto per infondersi vento, vitalità, senso. Non è ricerca di un attimo, di un solo sogno breve, è pretesa, fragile come e più di ogni fantasia sentimentale, di lastricare una strada e non annegarci mentre la si percorre. Non altro.

Quando il disco di Wayman Tisdale finisce, anche una parte di me finisce con lui, come sempre. Tutto quello che termina attorno a me è un pezzo di fine e rinascita anche per la mia persona. Qualsiasi cosa, anche la più insignificante.
Tardivamente, con un po' di vergogna, riporto adesso tutto il rispetto per l'uomo Wayman Tisdale, e per quello che cercava di esprimere con la musica, lui che di denaro non aveva proprio bisogno. Lo smooth jazz era una scelta e non una colpevole strizzata d'occhio ai settori più bolsi del mercato discografico.
Chissà, può darsi che in realtà io abbia ascoltato Wayman Tisdale anche tanti anni fa; solo che mi sono assentato dalla scena in tempo per non capire niente.
Vecchi vizi, ricordi rinchiusi in scatole di neve senza padrone.

©Luca De Pasquale 2017




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