06/04/17

L'odore di chi svanisce


Stamattina ero per strada, la testa in mille pensieri, qualcuno in più del solito, quando accanto a me è passato un gruppo di ragazzi. Universitari. Andavano a seguire un corso in un cinema.
Da quella moltitudine di ragazzi proveniva un odore che ho riconosciuto: deodorante maschile di medio-bassa qualità. Lo stesso che -ne sono certo ora e lo ero stamane- usavo io nei miei disordinati e folli anni da universitario annoiato in vena di perenni deviazioni alle norme.
Quella roba al pino silvestre che se poi ti capitava di fare del sesso diventava un odore quasi imbarazzante, insicuro.

Ora, devo ammettere che sono sempre stato molto sensibile ai profumi femminili. Mi davano alla testa immediatamente, più dei liquori. Mi offuscavano il cervello e lo sguardo al punto da rendermi un cretino, una specie di segugio dagli istinti contraddittori e dalla vena kamikaze. Ho tampinato spiritualmente delle donne, in passato, spesso basandomi sui loro profumi e non su quello che pensavano, volevano, vivevano. Della compatibilità plausibile me ne sono sempre sbattuto. Le mie cotte mi rendevano fatuo, capriccioso, suicida. Quella incapacità di reggere i profumi femminili è passata da tempo, sono salvo. E dunque mi stupisce aver sussultato per un volgare profumo maschile, stamattina. La spiegazione è semplice, elementare e indiscutibilmente ridicola: nostalgia.
Nostalgia non di ciò che facevo, pensavo e speravo; piuttosto, nostalgia del tempo che sentivo davanti a me, tanto, disponibile, sensuale, carico di promesse perverse e stimolanti, tempo da sfidare, da eludere, da esaltare. Tempo sotto le mie mani, tempo da stendere come pasta sfoglia.

Ho avuto come un capogiro, mi sono rifugiato in una tabaccheria, che per me vale come e più di qualsiasi panetteria o luogo di ristoro
. Ho avuto subito voglia di fumare. Perché fumare mi calma, mi permette di fare mente locale. E anche di mandarmi regolarmente a fare in culo. Detesto le mie mattane.
Ho guardato verso quel gruppo di studenti. Erano spariti. Come gli anni che ho divorato e poi sputato. Ho guardato altre persone. Ho cercato qualcosa, senza trovarlo.
Mi sono detto, perché vacillare per un ricordo? Non sono lo stesso uomo, ex ragazzo, che ha sempre sognato di essere fulmine, vento, sparizione, primo e ultimo bacio della notte? Non sono io quello che si diceva -e a volte diceva in giro- “mi compirò svanendo, svanirò compiendomi”?
E allora? E adesso? Che succede? Cosa manca al disegno caparbio e originario?

Ho allungato il mio giro per darmi il tempo di rimettere in sesto la mia nuova inquietudine. Le colleziono, certo, ma quando arrivano così di soppiatto non riesco ad apprezzarle. Poi, ad un tratto, ho ricordato un lontanissimo pomeriggio di quasi trenta anni fa, quando mi ritirai a casa durante un violento temporale primaverile, con un disco in vinile nascosto sotto una giacca a vento bianca. Il disco era “Burchfield nines” di Michael Franks, di cui poi mi innamorai perdutamente. Costato quindicimila lire, mi aveva prosciugato le tasche, ma lo consideravo una delle tante promesse a mia disposizione. Entrai come un razzo in casa, salutai svagatamente mio padre e mi andai a rinchiudere in camera per il religioso ascolto. La sensazione concreta era quella di avere il mondo in pugno e di poter giocare con il mio destino, persino stuprandolo in anticipo.

Oggi, oggi aspetto il mattino seguente e mi riprendo l'identità ogni giorno. La posso arricchire, depauperare, demolire, renderla una palafitta o una spada, un addio o una costruzione senza maledetti ingegneri tra i piedi.
La luce del mattino mi dice che posso entrare nei miei cantieri e anche in quelli altrui. Per il resto, nessuna sciocca pianificazione. Nessun programma che preveda lungo termine.
Mi piaceva essere un addio perpetuo, mi piaceva -anche se non lo riconoscevo- depistarmi, e svanire, svanire sempre. Con addosso quella filigrana di eternità scaduta che era il senso di colpa per essere amato, la vergogna basica di poter suscitare amore.
Non ho mai chiesto di essere amato, mi è sempre sembrato un desiderio arrogante, egoista, persino meschino. Mi interessava provare forti emozioni mentre sparivo, mentre credevo di farlo.
E così, senza malinconia, senza alcun pessimismo, mi sorprendo semplicemente di provare un senso di forte disequilibrio verso un'età che ho usato al massimo delle mie possibilità, basandomi su un sentimento forte e violento, spiazzare i miei bisogni, uscire dalle foto, disconoscere tracce, rifiutare ogni categoria di appartenenza e di pensiero.
Compiermi in stato di scomparizione, per la tenera vergogna dell'amore ricevuto. Una vergogna che tutelo ancora, per come posso, senza mai guardarmi allo specchio quando sono su di giri.

©Luca De Pasquale 2017

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