15/04/17

La masturbazione degli auto-totem


La maggior parte delle volte che incontro delle coppie, mi prende un senso di sconforto, di noia e poi di infinita distanza. Perché avverto che la spiegazione della durata della scintilla è sotto i miei occhi, come un curriculum ingiallito: si tratta frequentemente di istanze che si appoggiano l'una sull'altra, è sostegno che si rinforza nella praticità del quotidiano, è garanzia che si fa metodo, è tedio che si esorcizza nel potere dell'abbraccio, del conforto, della presenza.
E io, ogni volta, tremo.
Mi fa sempre molto ridere la definizione “sono una coppia molto unita”, perché penso a una saldatura artificiale, un gioco di prestigio che avviene sotto gli occhi di amici e parenti, qualche volta consenzienti e altre no. Parto con scetticismo quasi inerziale e per questo mi condanno. La verità, disgustosa e da stigmatizzare quanto si vuole, è che le coppie granitiche sono altrettanto noiose di quelle svolazzanti e traditrici, quel tipo di persone per intendersi che ti rompono i coglioni ogni giorno con la cronaca dettagliata di inevitabili alti e bassi spesso frutto di capricci e vizi dell'anima.

Un conoscente/amico solo sulla carta mi propone un'uscita a coppie. Giammai. Detestabile rituale. Che facciamo, donne avanti e noi dietro o viceversa? Di che parliamo? Noi di computer, di calcio e politica e loro di cose più leggere? E già, perché il mio conoscente è anche un maledetto maschilista legato allo stereotipo “noi e loro siamo due pianeti inconciliabili”.
Le uscite a coppie, da adolescente come da adulto, sono state una condanna, per uno con il mio carattere. Le trovo terrificanti, addirittura sinistre. È proprio lo schema a darmi fastidio, a trovarmi insofferente, fuggitivo, totalmente inadeguato.
Così come trovo inquietanti e sfiancanti le riunioni di famiglia, le sedute nostalgiche con vecchi compagni di scuola talmente cambiati da risultare degli estranei e le rimpatriate con tutto quanto attorno mutato, il credo politico e/o religioso, il modo di vestire, di scopare, di morire, di amare.
Vecchi, fasulli pasionari mi sono tornati indietro imborghesiti, imbolsiti, disinnescati, noiosi più di una portinaia appassionata di soap; vecchie fiamme che toglievano il sonno sono riapparse con l'abito da sirena scucito, rattrappito, più colorato ma ormai inservibile, con tutte quelle appendici di nuove sicurezze che rendono le persone meno vive di un fiore di plastica.
Tutti pronti a giurare eterno amore per il nuovo partner, tutti decisi a dimostrare che la loro nuova immagine era la più veridica di tutte quelle mostrate in precedenza. Come quei musicisti che ti dicono con irritante nonchalance “il mio lavoro più rappresentativo? L'ultimo”, anche se si capisce chiaramente che non è vero.

Tutti, indistintamente, in cerca di approvazione dalla vita stessa. E di quella, scivolosa e canaglia, di se stessi e di chi circonda il quotidiano. Sarà che non ho mai cercato l'approvazione di nessuno, e il giorno in cui la cercherò per darmi forza sarò meno di un'alga, ma questo gioco non fa per me. Non si cercano altri esseri umani per ottenere benedizioni e nuovi passaporti. Non dovremmo gestire i rapporti umani come dei piazzisti, affannandoci ridicolmente a dimostrare che la nostra merce è migliore, che il prodotto è migliorato e affidabile, nuova linfa frutto di talento e intelligenza.
Ho scoperto che chi più assilla con questa smania di dimostrarsi in evidente progresso è quel tipo di persona che vede scavarsi attorno nuovi abissi: il tempo che passa, la minore vigoria fisica, la fine dei sogni e la loro scomposizione crudele, il diluirsi delle stagioni emozionali, meno utopie, meno sesso, meno sicurezze.
E quando mi capita di incontrare queste persone, che poi sono certo brave persone più attente ai colori decisi di me, ossessionato dal bianco e nero, divento il muro di un passatempo a rimbalzo, un interlocutore di pietra, appunto solo uno spazio che riceve il messaggio e lo rimanda indietro. Quasi un cane che ti riporta il tuo piatto e non vuole nemmeno la carezza.

Così come stento a farmi capace di quello che combina un mio vecchio capitano di ventura con le sue chat di conoscenza. “Chatto”, dice lui, verbo chattare, mi viene di pensare al pesce fritto. Lui “chatta”. Doppi sensi, citazioni di Eluard e Hikmet racimolate in tutta fretta, frasi galanti con il nulla di sfondo, qualche volta la mano sul cazzo e la fantasia tutta sfrenata a dare ossigeno all'ego mortificato da una famiglia retriva e castrante e da vecchie storie sentimentali finite a limone acido.
Il soggetto in questione non si salva dalla mediocrità nemmeno -anzi, la rafforza- quando mi racconta, con lo stesso entusiasmo con cui potrebbe annunciarmi di essere entrato nei Rolling Stones al posto di Darryl Jones, che ha avuto una tresca con la compagna del suo migliore amico e per questo si sente in colpa: “Alla fine ho lasciato perdere, non potevo. Mi sono detto, che cazzo fai? Ho dovuto lasciar perdere, a malincuore. Gran donna, e lui non se ne accorge”
Io non gli rispondo. Gli dico invece se mi può aspettare, che vado a fumare una sigaretta. Non è l'etica a muovere le faglie della mia nausea, è il suo essere sprovveduto, vanaglorioso, pomposo, didascalico e sì, anche scorretto.

Ormai è chiaro, la mitomania mi disturba.
Giudico in modo pessimo -e senza appello- quelli che passano la vita a raccontare di come sono efficaci nel lavoro, come sono indispensabili e apprezzati, ma la cosa si estende a qualsiasi cosa che metta in gioco la mancanza di consapevolezza e senso del ridicolo.
Io faccio un sacco di cose e sono molto bravo” è un ritornello così stanco, dall'entrata in scena, che non si può perdere più tempo neanche a contestarlo.

Il mondo della scrittura, anche a livelli non verticistici, è pieno zeppo di mitomani, ipocondriaci dalla saliva schioccante, auto-totem, monogolem in diuturna fase preparatoria alla masturbazione, montati, viziati piccolo-borghesi con l'hobby della vittoria sociale in pubblico. E ancora, editori improvvisati e vaniloquenti, stupidi giallisti derivativi, umoristi dalla patta unta che sponsorizzano formati di pasta e profumi campestri, grotteschi teatranti che scambiano il loro dilettantismo arrogante per ambizione, più la solita manciata di leccaculo anche sfortunati, perché scelgono sovente le natiche sbagliate.
Il mondo dei sentimenti da esibire non è certo meglio assortito di quello appena descritto. Come se ci si amasse per vedere che effetto fa negli occhi della gente. Vince la bugia al fischio iniziale, quindi. Tu fischia e io amo, gli spalti sono pieni? C'è gente che acquisterà copie autografate delle mie passioni?
Dannati epigoni di epigoni di romanzieri registi cantanti con la barba e santoni venuti dal nulla interessante, tutta roba Truffaut e ceralacca, un po' di sperma e riso, selfie in vacanza e lutti condivisi.

Intanto la notte sta passando, veloce e angolosa, con tutti quegli appuntamenti saltati per poco vento, per sfiducia, per pigrizia da sazietà, i baci più blu finiscono come zanzare estive contro quelle lampadine crepitanti e assassine che da piccolo mi attraevano tanto.
Ti prepari per scendere a mare e sei già troppo lontano dalla riva. Puoi solo mandare un bacio alla città di notte, pregare Poseidone o diventare stella persa.
Più persa della musica.

©Luca De Pasquale 2017




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