14/04/17

Il bisturi


È Pasqua.
Anche quest'anno. Ricevo degli auguri, addirittura con mano sulla spalla e carezza sulla guancia. Gesti che si dovrebbero rivolgere a un bambino, non a un adulto. Non un adulto come me, se non altro.
Sono cresciuto lontanissimo da afflati religiosi, sfidando norme, suggerimenti e anche qualche scandalo familiare. Non sono credente, non sento la Pasqua e dunque, come si dice e si tramanda, sono più povero di altri.
Sento le luci scivolarmi addosso, sento le stagioni, sento le assenze incidere, un odore può uccidermi, un ricordo prendermi alle spalle e trattarmi da zavorra, ma non c'è niente da fare, non sento Dio.
Anche in questi giorni, giorni in cui non mi riconosco e mi sfuggo più di quanto sfugga agli altri, la mia chiesa senza mura è il mare, e gli sguardi increduli alle sfumature cromatiche della notte che plana valgono come preghiere senza ali, dal fiato corto, profane e perdenti.
La parola “pace” abbonda sulle bocche degli idioti che odiano di più. Non la pronuncio mai, non la oltraggio, non la svilisco. La parola pace è la puttana involontaria della demagogia più in corso, le speranze di moda, le paure che si fanno fede senza averne lo spessore.

Ho abitato due anni in un vecchio palazzo, in una delle tante zone di Napoli adiacenti al benessere, quei luoghi che non sono né carne né pesce, dove si perpetra il rito striminzito della vicinanza a un'apparenza sociale degna, ma senza le possibilità reali di viverla sul serio.
Il mio dirimpettaio era un tipo di cinquant'anni, il quale non usciva quasi mai. Fumava continuamente, si affacciava per ore a guardare con aria assente il viavai di auto in strada, guardando con cupa ossessività il portamento delle ragazze più provocanti. Era un alcolizzato. Me lo disse il tabaccaio sotto casa, al quale non risposi. Ho sempre odiato le confidenze di quartiere.
Ricordo che una Pasqua rimanemmo io e lui, quasi a tenerci compagnia da una finestra all'altra. Lui a bere e a perdere tempo, io a scrivere e a pulire casa per sentirmi nuovo. Durante quella giornata noiosa e solitaria, mi chiesi più volte se quell'uomo poteva, in qualche oscuro modo, avere una minima attinenza con Dio, con una resurrezione, con orizzonti di speranza. Mi risposi di no. Era un relitto e non lo nascondeva. Un rifiutato, un ripiegato su se stesso. Stava anche perdendo i capelli.
All'epoca credevo molto in quello che il futuro mi avrebbe riservato, e dunque sentivo la presenza di quell'uomo come una macchia anche solo visiva al mio stile, al mio modo di muovermi nella mia casa, credendo a me stesso, percependomi virilmente presente, pronto a ogni sfida.
Al termine di quella Pasqua mi feci schifo, perché mi scoprii a pensare qualcosa di atroce: elaborai infatti che quel tizio avrebbe potuto uccidersi e allora io avrei scritto una storia su di lui. Vera. Come piacciono a me. Mi sarei fatto bello con quella storia sofferta, alla portata della mia penna scorticata, una specie di bisturi arrugginito conservato di notte nei capelli di qualche sogno. In quel giorno di Pasqua ero carico di voglie di riscatto, desideri sessuali tanto depredanti quanto asettici, con l'aggiunta di una smania evidente, quella di tradirmi una volta per tutte. Giocare a carte scoperte, essere solo istinto e dichiararlo tranquillamente: per me la società civile è una vera merda, voglio vivere ai bordi, voglio cospirare, voglio essere un predatore alfa dopo il tramonto e voglio essere punito con il dolore della sensibilità fino a consumarmi come un pastello.
L'uomo, dopo un frugale pasto consumato davanti al televisore, iniziò a bere di brutto. Io invece, intento a scrivere e sognare derive su derive, continuai a sentirmi l'Achille in seno finché non crollai su un miraggio che si era già tagliato le vene da anni.

Chissà se quel dirimpettaio è ancora vivo. Se è guarito. Se ha cicatrizzato la sua anima. Quel senso di superiorità -anche solo in potenza- mi è finito. Esaurito, dissolto, decapitato. A volte mi rendo conto di aver smarrito un certo tipo di sguardo, giudicante e persino letterario. Guardo i dettagli, gli interstizi, le crepe, posso restare per lungo tempo a guardare un letto disfatto che conservi l'impronta di un corpo. Tutti i letti conservano fantasmi. In monodose, ma anche in passaggi quasi orgiastici di ombre demolite. Mi sentivo forte quando guardavo quell'uomo, sentivo di poterlo racchiudere nei miei pensieri, nel mio stile di movimento, pensavo di farlo diventare una storia difficile che in fondo avrei usato solo per seduzione. Seduzione intellettuale e di aura, il solito vizio degli scrittori stupidi.

Mi capita di uscire da un locale, capire che l'asse pomeriggio-notte mi sorpassa fino a rimpicciolirmi, mi capita di guardare persone che lottano per mantenere un sorriso che possano riconoscere durante il corso quieto dei loro amori, mi capita di ritrovarmi vero, più fragile e meno stupido di tutto quel doloroso spumante spirituale economico che era la mia benzina e la mia provocazione permanente.
Non so dove sia quell'uomo che beveva da solo, non so se festeggerà questa Pasqua, però so che quel che ero è qualcosa che ho perso e ha perso, era il mio giocattolo, il finto principe dall'occhio bendato che declamava poesie al rovescio per farsi impressione.
Osservo, vivo, non domino i suoni, non definisco più l'amore, il sogno, la guerra. Se una pozzanghera mi ferma, con gli occhi non vado oltre il baluginio timido delle mie scarpe. Non butto più cicche di sigaretta negli specchi di acqua. Sarebbe come se me le spegnessi in faccia.

©Luca De Pasquale 2017



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