21/04/17

Diserzione all'ingresso


L'élite, concetto disgustoso.
Chiunque creda di appartenere a un gruppuscolo di iniziati, di alteri masticatori del prezioso, è senza sconti ed eccezioni un mio nemico. Chiunque rifiuti il meticciato e le contaminazioni che ogni tipo e forma di cultura contiene in sé volente o nolente, è persona non grata alle porte del mio appartamento sottomarino.
Determino questa veloce definizione mentre Alberta mi racconta perché, a suo dire, non ha funzionato la sua ultima relazione. Con uno che non leggeva, che non conosceva i classici, che non frequentava “moralmente” il cinema d'essai e la musica colta.
Quello che più mi disturba è che Alberta, come tanti che ho avuto modo di conoscere, crede di poter ottenere senza dubbio alcuno la mia altezzosa complicità. Sì, perché Alberta sembra concedermi -sia pure con la consueta riluttanza di casta e con le dovute, spasmodiche, riserve mentali- l'aura di persona di buone letture, con gusti particolari e non allineati, uno in buona sostanza indifferente a ciò che il popolo ama e persegue. Uno che, come lei e i suoi amici, tiene a debita distanza chi non si dimostra stimolante culturalmente, al passo con i gusti ricercati che ogni anima nobile sembra essere obbligata ad esibire per entrare in qualche cerchia.
Poi, pazienza se sono povero. O palesemente fuori dalla società. L'importante è che io sciorini un buon italiano, che abbia scritto qualcosa a prescindere dall'esito commerciale, fondamentale è che io sappia almeno chi sono stati Picasso, La Rochefoucauld, Eluard, Fante, Fassbinder e magari Mary Quant.
E così l'elegante amica si scatena contro il povero ex compagno di sospiri e speranze, bollandolo come “un rozzo ignorante”, che lei, sana portatrice di orizzonti sconfinati, ha vanamente cercato di portare al suo livello, o almeno nei pressi.
Beh, dovresti andare a farti fottere, penso, mentre giochicchio nervosamente con una bustina di zucchero. Sciocca oligarca, presuntuosa borghese, viziata intellettuale tutta spasmi e commozioni empatiche con pagine di libri.

Più ascolto le sue confidenze, più mi rendo conto che vive tra steccati, dighe, frontiere, a picco -in compagnia di pochi stronzi- sul mare del sapere in una camera arredata di costose cianfrusaglie.
Esce fuori dall'ambito sentimentale e inizia a parlarmi di tutta una serie di intellettuali che conosce e frequenta pure. Quando le descrizioni sono efficaci e icastiche, mi è chiaro che non ho nessuna voglia di conoscerli e men che meno di frequentarli. Mi accetterebbero, malvolentieri, ma potrei farcela. Non ne ho nessuna voglia, però.
Passa velocemente a considerazioni di natura artistica. Tutte apodittiche e senza possibilità di replica.
Chiunque non ascolti e non conosca Keith Jarrett non può dirsi un appassionato di jazz”, sentenzia, “Keith è un visionario, un Re”
Bum.
Keith, poi. Come se si dividessero lo yogurt la mattina. Keith.
E se io casomai preferissi gli Azymuth o Don Pullen, cos'è, non potrei più stare al suo cospetto?
E se io pensassi che Bunny Brunel è più visionario di Jarrett che fa, mi castra intellettualmente, mi lapida in pubblico?
In materia di letteratura, non parliamone nemmeno. Per lei e i suoi simili chiunque non abbia masticato tutti i classici e sia riconosciuto come persona “adibita a discuterne” va dritto nell'Ade dell'indifferenza.
Un atteggiamento fascistoide, supponente e misero che non posso tollerare. La differenza, rispetto a qualche anno fa, è che non entro in battaglia con esemplari del genere; mi limito ad ascoltarli e poi a evitarli. Non mi è mai piaciuto il “sesso orale intellettuale” tra menti fertili, l'inveterato scambio di complimenti tra profondi conoscitori delle più variegate materie.
Quando un intellettuale -o presunto tale- si perde in queste sconsolanti forme di auto-ammirazione e di ricerca dei fratelli di stampo e conio, non è poi molto diverso dal volgare arricchito che esibisce i suoi beni e i suoi privilegi. Ed ecco che la figura dell'intellettuale va a contaminarsi -ed è l'unica forma di contaminazione negativa, a mio giudizio- con quella, comica e abbozzata, dell'uomo che ce l'ha fatta e te lo sbatte in faccia.

Anche se è una donna, lascio che sia Alberta a pagare il caffè. Non posso pagare io, visto che lei è scesa dall'Olimpo per incontrarmi e donarmi le sue perle di autoinclusione aurea, i suoi comandamenti senza contraddittorio.
Quando ci scambiamo il fatidico bacio sulla guancia, mi rendo conto di non aver detto nulla di personale, di non averle raccontato nulla della mia vita.
Sarebbe stato tempo perso.
Sarei stato un interlocutore all'altezza se le avessi dimostrato, con disinvoltura, che nel suo mondo sono presente anch'io, con tanto di pedigree. Ma è da tanto che ho smesso di darmi da fare per facilitare le codifiche altrui.
Sono consapevole di essere, per questo e per altro, una delusione per molti. Non intendo sforzarmi, non voglio darla a bere. In primis a me stesso.
Maturità? Parola insolente e senza senso. Parola diurna, sociale, sporca di manie, prevalentemente altrui.

No.
Altri amori, semplicemente. Altre necessità. Il mio respiro che mi supera e mi rimpicciolisce, anche. Il tempo che mi lavora ai fianchi, le fontane che si svuotano, gli accessi negati, i viaggi in sogni chiusi al pubblico, le utopie incerottate che si scambiano carezze nella noia della pazienza. Sarà questo.
Il tempo per farsi scegliere al mercato degli incontri è finito e non era tempo speso bene.
Qui non decidiamo nulla e poco incidiamo; altro che i grandi classici che ti qualificano e le propensioni artistiche da installarsi in faccia per smaltare il sorriso più adeguato.
I giochi della mia vita ora sono gestiti dalle ombre, dalle coincidenze, dalle maree, dalle fasi lunari, dai rubinetti che perdono nelle notti insonni, dal crepitio della lampada da scrivania quando tento di scrivere. Vince il vento, vince il riflesso vuoto nella lastra di vetro della divisione, vince la diserzione a pochi passi dall'ingresso, per perdersi in un odore che promette poco ed è anche troppo veloce, quello dell'altrove. Un odore che mi possiede quasi interamente, rendendomi definitivamente ridicolo quando mi attribuisco un decisionismo strutturato che non mi appartiene.
A pochi passi dall'ingresso mi piace pensare al mio biglietto per terra, calpestato da qualcuno che va di fretta. Di certo più di me.

©Luca De Pasquale 2017



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