28/04/17

Il rimborso del destino


Sempre più mi capita di incontrare individui che aspettano -chi più, chi meno- una specie di rimborso dal destino.
Li riconosco velocemente: il loro contegno è perennemente alterato, febbrile, amaro. I loro dolorosi transfert li spingono a cercare similitudini ovunque e con chiunque.
Rabbiosi, in attesa del risarcimento, simulano una normalità di vita che invece è sovrastata da questa smania, da questa preghiera monca e spesso ridicola.
Incapaci di accettare che una ferita pulsante, irregolare, segmentata e spesso purulenta non rappresenta di per sé la garanzia di una restituzione, si struggono in speranze acri che partono battute in partenza.
E io li incrocio, incrocio i loro occhi offesi con la vita, imploranti e dignitosi, incontro le loro parole in penombra, in una zona di nessuno che ci vedrà ospiti rapidi e non paganti.

Non ho mai gradito l'annessione a stati emotivi che non potranno mai essere uguali per tutti. Ognuno ha il suo maledetto modo di guardare nelle ferite e, ancor di più, di aspettare la fine di una fase, di un inganno, di un gioco a ostacoli.
Ognuno dovrebbe scegliere di consumarsi come preferisce.
Quando scopro che la mia presenza è solo un pretesto per non sentirsi soli a spasso in una condizione che poi è incomunicabile, tolgo subito le tende. Due persone ferite non ne compongono una sana. E magari superficiale quanto serve. Cinque persone ferite sono solo un branco di reietti che la noia catturerà molto presto. Diventeranno cannibali.
Molti individui sono totalmente privi di coraggio.
Appena cadono cercano amici. Lo trovo ripugnante. Per poi dimenticare tutto al primo segnale di resurrezione. Atteggiamento da conigli, da ladri di fuochi spenti.
La caduta è una condizione che richiede massicce dosi di solitudine. Uno stato che va gestito in solitaria, per poterne gustare a pieno i risvolti positivi: il rinnovato senso della memoria, gli odori, le luci nuove, i colori delle porte, delle giacche, la scelta dello sguardo ogni mattina. La caduta prevede il fondo. Il fondo è stretto.

Da anni, da molti anni, lo sguardo che indosso al mattino non prevede molto di più delle ventiquattro ore che seguiranno. I sogni di ricongiungimento agli ideali, dei rimborsi, il sogno colabrodo del ringiovanimento, sono questioni che non mi riguardano.
La fissazione di migliorare, quando mi ha dominato, mi ha avvelenato. Mi ha reso inservibile, dipendente. Banale, grottesco. Mi ha reso merce, giochino.
Cerco il ritmo del giorno, della luce e dell'aria. Cerco di fottermene, in buona sostanza. Spesso ci riesco.

Ci sono molti modi per sentirsi in salvo, quando quel senso infido di vendetta -misto al bisogno di conferme e premi di consolazione- impedisce il corretto funzionamento della propria anima.
L'importante è non rispondere con utopie ad altre utopie invecchiate.
Le emozioni sessuali sono a coda corta e un killer le segue ovunque. Finiscono per morire dissanguate davanti ad uno specchio o nel cesso di un bar, mentre una doccia lava via tutto, oppure prima di dormire, quando l'ossessione dell'amore viene a riscuotere il suo devastante credito.
Credo invece nell'espressione, ma anche nel tentativo di portarla a termine. Senza la schiavitù del consenso. Senza la paura del rifiuto, dello smacco.
Molti scrittori che ho conosciuto si sono rivelati presto dei tronfi cacasotto, tutti ego e manie, materiale di risulta di infanzie controverse, educazioni repressive, malcelate incertezze sessuali e affettive, attaccati magari alle vesti di un Dio costruito per loro dai genitori, dai compagni, dalla rete degli amici. Un Dio assente dal primo giorno.
Sì. Ho incontrato tonnellate di vigliacchi. Di predoni delle paure altrui. Di illusionisti con la giacca pulita e l'occhiolino facile. Ho incontrato ciarlatani con la vocazione al sorriso aperto. Bluff, montati, rammolliti, raccomandati, sfaccendati, finti animali sociali, omoni con l'ego grosso quanto un capodoglio e l'anima più piccola di un preservativo usato, lasciato come un verme umido ai margini della strada.

Si dicevano scrittori.
Fini dicitori.
Grandi comunicatori.
Operatori del settore.
Convogliatori di entusiasmo e di energie positive.
Si dicevano seduttori di donne ingenue. E non solo.
Avevano sempre qualcuno dietro di loro a leccare il lardo espanso dell'ego dimenticato.
Avevano dietro i portaborse dei loro scarti, delle loro guerre di religione personale. Gli spazzini della loro zavorra.
Si dicevano democratici, progressisti, collettivisti. Valevano meno del peggior capitano d'industria, del peggior borghese del secolo scorso.
Si dicevano ambiziosi. Lo dicono ancora. Vengono creduti. Ci passano la vita, a compiacersi dell'ingenuità dei seguaci.
Ufficialmente giocano per l'unione, l'incontro. In realtà giocano da soli e non gareggiano nemmeno con la loro ombra, perché non hanno gli strumenti per intercettarla. Ne hanno orrore, dell'ombra.
Loro non cercano rimborsi. Cercano solo l'aumento dell'offerta, della quota di partecipazione, sommersi e infognati in un ego stantio e immenso che trasvola nazioni, ideologie, religioni e sgancia bombe su se stesso per fare fuochi d'artificio.
Quegli stessi fuochi che vorrebbero noi guardassimo, noi laterali, noi su pescherecci nel mare in tempesta, noi che cadiamo puntualmente nella trappola della giustizia divina e del risarcimento, mano nella mano a farci forza e a darci idea di movimento.
Non è movimento: è resistenza.

©Luca De Pasquale 2017

21/04/17

Diserzione all'ingresso


L'élite, concetto disgustoso.
Chiunque creda di appartenere a un gruppuscolo di iniziati, di alteri masticatori del prezioso, è senza sconti ed eccezioni un mio nemico. Chiunque rifiuti il meticciato e le contaminazioni che ogni tipo e forma di cultura contiene in sé volente o nolente, è persona non grata alle porte del mio appartamento sottomarino.
Determino questa veloce definizione mentre Alberta mi racconta perché, a suo dire, non ha funzionato la sua ultima relazione. Con uno che non leggeva, che non conosceva i classici, che non frequentava “moralmente” il cinema d'essai e la musica colta.
Quello che più mi disturba è che Alberta, come tanti che ho avuto modo di conoscere, crede di poter ottenere senza dubbio alcuno la mia altezzosa complicità. Sì, perché Alberta sembra concedermi -sia pure con la consueta riluttanza di casta e con le dovute, spasmodiche, riserve mentali- l'aura di persona di buone letture, con gusti particolari e non allineati, uno in buona sostanza indifferente a ciò che il popolo ama e persegue. Uno che, come lei e i suoi amici, tiene a debita distanza chi non si dimostra stimolante culturalmente, al passo con i gusti ricercati che ogni anima nobile sembra essere obbligata ad esibire per entrare in qualche cerchia.
Poi, pazienza se sono povero. O palesemente fuori dalla società. L'importante è che io sciorini un buon italiano, che abbia scritto qualcosa a prescindere dall'esito commerciale, fondamentale è che io sappia almeno chi sono stati Picasso, La Rochefoucauld, Eluard, Fante, Fassbinder e magari Mary Quant.
E così l'elegante amica si scatena contro il povero ex compagno di sospiri e speranze, bollandolo come “un rozzo ignorante”, che lei, sana portatrice di orizzonti sconfinati, ha vanamente cercato di portare al suo livello, o almeno nei pressi.
Beh, dovresti andare a farti fottere, penso, mentre giochicchio nervosamente con una bustina di zucchero. Sciocca oligarca, presuntuosa borghese, viziata intellettuale tutta spasmi e commozioni empatiche con pagine di libri.

Più ascolto le sue confidenze, più mi rendo conto che vive tra steccati, dighe, frontiere, a picco -in compagnia di pochi stronzi- sul mare del sapere in una camera arredata di costose cianfrusaglie.
Esce fuori dall'ambito sentimentale e inizia a parlarmi di tutta una serie di intellettuali che conosce e frequenta pure. Quando le descrizioni sono efficaci e icastiche, mi è chiaro che non ho nessuna voglia di conoscerli e men che meno di frequentarli. Mi accetterebbero, malvolentieri, ma potrei farcela. Non ne ho nessuna voglia, però.
Passa velocemente a considerazioni di natura artistica. Tutte apodittiche e senza possibilità di replica.
Chiunque non ascolti e non conosca Keith Jarrett non può dirsi un appassionato di jazz”, sentenzia, “Keith è un visionario, un Re”
Bum.
Keith, poi. Come se si dividessero lo yogurt la mattina. Keith.
E se io casomai preferissi gli Azymuth o Don Pullen, cos'è, non potrei più stare al suo cospetto?
E se io pensassi che Bunny Brunel è più visionario di Jarrett che fa, mi castra intellettualmente, mi lapida in pubblico?
In materia di letteratura, non parliamone nemmeno. Per lei e i suoi simili chiunque non abbia masticato tutti i classici e sia riconosciuto come persona “adibita a discuterne” va dritto nell'Ade dell'indifferenza.
Un atteggiamento fascistoide, supponente e misero che non posso tollerare. La differenza, rispetto a qualche anno fa, è che non entro in battaglia con esemplari del genere; mi limito ad ascoltarli e poi a evitarli. Non mi è mai piaciuto il “sesso orale intellettuale” tra menti fertili, l'inveterato scambio di complimenti tra profondi conoscitori delle più variegate materie.
Quando un intellettuale -o presunto tale- si perde in queste sconsolanti forme di auto-ammirazione e di ricerca dei fratelli di stampo e conio, non è poi molto diverso dal volgare arricchito che esibisce i suoi beni e i suoi privilegi. Ed ecco che la figura dell'intellettuale va a contaminarsi -ed è l'unica forma di contaminazione negativa, a mio giudizio- con quella, comica e abbozzata, dell'uomo che ce l'ha fatta e te lo sbatte in faccia.

Anche se è una donna, lascio che sia Alberta a pagare il caffè. Non posso pagare io, visto che lei è scesa dall'Olimpo per incontrarmi e donarmi le sue perle di autoinclusione aurea, i suoi comandamenti senza contraddittorio.
Quando ci scambiamo il fatidico bacio sulla guancia, mi rendo conto di non aver detto nulla di personale, di non averle raccontato nulla della mia vita.
Sarebbe stato tempo perso.
Sarei stato un interlocutore all'altezza se le avessi dimostrato, con disinvoltura, che nel suo mondo sono presente anch'io, con tanto di pedigree. Ma è da tanto che ho smesso di darmi da fare per facilitare le codifiche altrui.
Sono consapevole di essere, per questo e per altro, una delusione per molti. Non intendo sforzarmi, non voglio darla a bere. In primis a me stesso.
Maturità? Parola insolente e senza senso. Parola diurna, sociale, sporca di manie, prevalentemente altrui.

No.
Altri amori, semplicemente. Altre necessità. Il mio respiro che mi supera e mi rimpicciolisce, anche. Il tempo che mi lavora ai fianchi, le fontane che si svuotano, gli accessi negati, i viaggi in sogni chiusi al pubblico, le utopie incerottate che si scambiano carezze nella noia della pazienza. Sarà questo.
Il tempo per farsi scegliere al mercato degli incontri è finito e non era tempo speso bene.
Qui non decidiamo nulla e poco incidiamo; altro che i grandi classici che ti qualificano e le propensioni artistiche da installarsi in faccia per smaltare il sorriso più adeguato.
I giochi della mia vita ora sono gestiti dalle ombre, dalle coincidenze, dalle maree, dalle fasi lunari, dai rubinetti che perdono nelle notti insonni, dal crepitio della lampada da scrivania quando tento di scrivere. Vince il vento, vince il riflesso vuoto nella lastra di vetro della divisione, vince la diserzione a pochi passi dall'ingresso, per perdersi in un odore che promette poco ed è anche troppo veloce, quello dell'altrove. Un odore che mi possiede quasi interamente, rendendomi definitivamente ridicolo quando mi attribuisco un decisionismo strutturato che non mi appartiene.
A pochi passi dall'ingresso mi piace pensare al mio biglietto per terra, calpestato da qualcuno che va di fretta. Di certo più di me.

©Luca De Pasquale 2017

19/04/17

Cannon Ball: i giorni di Jaco


Ho scoperto Jaco Pastorius nel 1985, due anni prima della sua tragica morte. Ci sono arrivato andando a ritroso da “Sportin' life”, album dei Weather Report che acquistai quasi per caso in vinile nel glorioso negozio “Top Music” di Napoli, la mia prima vera palestra d'ascolto in quegli anni formativi.
Sportin' life” mi piacque abbastanza, con il suo tribalismo discreto, le geometrie percussive e la propulsione inesausta del basso del compianto Victor Bailey. In quel periodo -avevo tredici anni- non mi ero ancora determinato ad amare il basso elettrico in modo così trascendente e definitivo, come sarebbe stato negli anni a venire. Oggi sono consapevole che la mia scrittura, bella o brutta, gradita o sgradita che sia, è profondamente influenzata dal linguaggio del basso elettrico e del contrabbasso, molto più che da eventuali scrittori-feticcio. Proprio il non essere un musicista mi ha aiutato a rendere il suono del basso parte integrante del flusso creativo, se avessi tentato di strimpellare per passatempo non sarei riuscito a sviluppare questo strano percorso binario.
Tornando al 1985, da poco avevo iniziato ad acquistare i dischi di Stanley Clarke, dei Return To Forever, degli Yellowjackets (Jimmy Haslip, altro senatore del mio viaggio nel basso), già amavo i Level 42 di Mark King. A Jaco non ci ero arrivato. Non ancora.
Incuriosito da quel gruppo strano, Weather Report, decisi di spendere i miei pochi risparmi in un altro disco. E così mi imbattei in “Black market”, con quella splendida copertina seducente; me lo portai a casa curiosissimo di ascoltarlo, Armando mi aveva detto che si trattava di un lavoro di molto precedente a “Sportin' life” e che mi sarebbe certamente piaciuto.
L'ascolto del disco mi spiazzò da subito, perché la prima traccia, “Black Market”, mi coinvolse senza però travolgermi.
L'avvento, l'illuminazione, quasi il trauma, tutto si palesò con la coda della seconda traccia, “Cannon ball”, precisamente dal minuto 3:50.
No, non avevo mai ascoltato quel suono prima. Successione di note suggestive, calde, addirittura erotiche, dense, liquide, suadenti e magnetiche. Riascoltai quel breve passaggio finale di “Cannon ball” fino all'estenuazione, incredulo. Rapito. Al punto che mio padre entrò in camera e mi chiese: “Ma il disco si è incantato? È difettoso? Forse devi pulire la puntina...”
Se avessi saputo, avrei dovuto solo rispondergli: “No, papà, è semplicemente Jaco. Jaco Pastorius, il più grande bassista del mondo”

Senza nulla togliere al pazzesco Alphonso Johnson -che suonava in tutti gli altri brani del disco eccetto appunto “Cannon ball” e il fantastico treno di “Barbary Coast”, Jaco era riuscito in un amen a demolire tutti i miei stereotipi e le mie precoci fissazioni in materia di basso elettrico e non solo.
Mi si spalancava una strada. Iniziai a documentarmi, ad acquistare con foga tutto quello che riguardava Jaco. Vivevo con Pastorius in testa. In tutti i sensi, come obiettivo di conoscenza e come slang del mio cervello.
Considerato che ho sempre pensato all'amore come ad una forma di shock, vivevo costantemente sotto la magia debordante di quella scoperta. I dischi di Jaco con Joni Mitchell mi misero al tappeto per mesi, ero davvero sconvolto; ed è inutile dire che “Heavy weather” è diventato uno dei dischi più importanti della mia vita, se non il più rilevante in quanto ad imprinting e devozione protratta.
Quando poi mi procurai l'omonimo di Jaco del 1976, fu un'altra epifania, un nuovo maremoto dalle conseguenze devastanti. Perché per molto tempo non riuscii ad ascoltare altro, ero in loop, mi chiedevo come fosse possibile suonare in quel modo. Persino nei miei temi, a scuola, scrivevo di Jaco e impostai tutto un tema a traccia libera sulla sensualità del suono del basso in “Kuru/Speak like a child” dal primo album di Jaco, indimenticabile traccia con Herbie Hancock. Il tema andò bene: presi otto. Mi sentii molto fiero di quel risultato, mi sentivo un iniziato, un fortunato, ma senza spocchia; mi ero imbattuto presto in Jaco e i miei compagni no, tutto qui. Non ero io il genio precoce, proprio no: ero solo un ascoltatore molto curioso al cospetto di un semi-dio.

Dopo un periodo tribolato, fatto di fame sonora, compulsività, dedizione e sbalordimento, presi una decisione dura: non avrei mai suonato il basso elettrico. Non avrei mai accettato, ragazzo sturm und drang, emotivo, passionale fino al dolore, di non poter produrre quei suoni. Dovevo semplicemente iniziare un percorso di conoscenza scrupoloso e innamorato che ancora oggi assorbe molto del mio tempo, con gioia.

Il 21 settembre del 1987 per me fu un giorno tristissimo e atroce.
La notizia della morte di Jaco mi distrusse. Mi fece letteralmente a pezzi. Del suo stile di vita, della sua propensione all'autodistruzione, non sapevo proprio nulla. Non c'era internet, potevo solo ascoltare e mangiare dischi. Maledii il buttafuori Luc Havan per quello che aveva fatto al mio Dio personale, cercai in qualche modo di capirci qualcosa, ritagliai la notizia funesta da “Il Corriere Della Sera” (che entrava ogni giorno in casa grazie a mio padre) e conservai quel ritaglio come un supplichevole santino impregnato di adolescenziale e sincera sofferenza.
Con pathos spontaneo, comunicai pomposamente ai miei genitori che se mai avessi avuto un figlio, lo avrei chiamato Jaco. E che avrei onorato la sua memoria dando il meglio di me. Nello specifico, non diventando un bassista, bensì uno scrittore che lo avrebbe citato come principale influenza.
Tant'è che nella mia carriera di scrittore non verticistico, quando mi hanno -bontà loro- attribuito vaghe e derivative somiglianze a Henry Miller o Hank Bukowski, ho sempre puntigliosamente chiarito: “Mi ispiro principalmente a John Francis Pastorius III, conosciuto come Jaco Pastorius”, lasciando sconcertati i miei interlocutori.

Adesso, proprio ora che scrivo, ascolto “Harlequin” e il basso esteso, sotterraneo e immenso di Jaco risuona nel mio spazio di scrittura come le confidenze del supereroe che ha creato parte di me e del mio sentire. Sono davvero grato a Jaco per quello che mi ha dato, per come mi ha aiutato a cercare un linguaggio altro, diverse discendenze, strade non necessariamente troppo battute in narrativa, a prescindere dagli esiti. So perfettamente -questa la perpetua salvezza- di non avere neanche un grammo del talento visionario del mio riferimento principale. Non importa. Jaco è ancora oggi il padre putativo della mia smania espressiva, checché questo comporti. Tutte le volte che ho creduto in qualcosa, tutte le volte che mi sono innamorato, che ho lottato, che mi sono consumato per un obiettivo, per un'utopia, ogni volta che ho attutito una rovinosa caduta, lui era lì, con il suo fretless, il suo martello di Thor.
E sì, tutte le volte che mi emoziono, quando riesco a respingere il cinismo e la guerra che mi vede impegnato ogni giorno nel divincolarmi da cornici, chiacchiere e paure invalidanti, quella coda di “Cannon ball” è in sottofondo, canto di un angelo perso, profonda preghiera di perdizione e sogno consumato che il tempo non scolorirà mai nel mio cuore.

©Luca De Pasquale 2017































18/04/17

Il controllo del dolore controllato


Mi scusi, mi sa dire l'ultima partenza della notte?”
Varrebbe a essere?”
A che ora parte l'ultimo traghetto?”
Per dove?”
In genere”
L'ultimo è alle 19e30, direzione...”
Grazie”
E anche il mio piccolissimo sogno residenziale si infrange così, su un muro di risposte tecniche e svogliate. L'ultimo traghetto parte alle 19e30, quando c'è ancora il sole.
Non c'è nulla che io ami di più dei porti e delle stazioni di notte; ancor di più quelle partenze sconosciute e con biglietto sola andata in orari dominati dalle tenebre.
Guardare una nave partire di notte -ancor di più salirci- è una delle poche visioni che mi comunica un senso di pace, è un accordo improvviso tra l'anima, il corpo, gli occhi e il flusso esterno della vita.
E quindi sono deluso dal fatto che qui, proprio dove vivo, di notte non si muova sul mare proprio nulla, se non piccoli pescherecci e chiatte commerciali.
Niente azzera tanto fortunosamente la mia anima più di un porto battuto dal vento nella sera avanzata, con pochi sconosciuti che inseguono il loro tempo, i loro eventi, passandomi accanto e mischiando all'aria che respiro qualcosa della loro fretta estranea, profumi brevi muschiati da passioni solo supponibili, da urgenze che in qualche modo finiscono per somigliarsi tutte.
L'amore, l'inseguimento, la ricerca, il consolidamento, l'esilio, la frenata prima del vuoto spento, l'arte di riaccendere i precipizi per la prossima festa.
Invece no, qui di notte non parte niente.
Qui puoi solo osservare l'acqua e le imbarcazioni ferme, lavorare di immaginazione, esagerare con uno stato mentale di alterazione sensoriale che non è mai compresa davvero in un semplice titolo di viaggio.

Se oggi mi capitasse di incontrare per caso qui mio padre, riconoscerlo tra la folla che si imbarca, penso che gli direi solo “ma tu lo sai che ho cercato di partire tutta la vita? E che nel partire, nella sola idea, non prevedevo mai di tornare?”
Lo direi a lui come ora lo dico, scrivendolo, alla carta virtuale che ho davanti, questo schermo bianco con dei margini, che qualche volta mi riflette, male e deformato, con gli occhi troppo lontani e il fumo della sigaretta che somiglia più a un copricapo che a un fantasma in movimento.
Di fronte a troppe navi, a troppi ricordi, a questo sole crudele e democratico, qualcosa di doloroso che mi porto dentro chiede la notte senza scocciare più di tanto, come un animale domestico che ti si stiracchia ai piedi per comunicarti i suoi primi languori.
Un dolore non deciso, ondivago e quasi sognante, un ticchettio.
Un sussurro che somiglia al mio nome e alla smania di vivere che quel nome, il mio, continua a subire con arresa indulgenza.
Tutte queste valigie, questi trolley, le cosce, i culi, i pantaloncini dei turisti, gli smartphone, i tablet, le voci volgari, il francese misto al tedesco, al napoletano, al dialetto puteolano, al mio silenzio. Senza che io possa sentirmi bello come capita di notte. E questo è molto grave.
Tutto questo, e molto altro, passa accanto al mio dolore controllato, fisso, basico, questa specie di scavo artigianale e atavico che perpetro senza l'ego in festa. Mai più l'ego in festa. Non mi permetterò mai più l'oscenità dell'auto da fé. Non faceva per me, non lo volevo capire, sondavo, tentavo.
Controllo il mio dolore controllato tutte le volte che posso.

E adesso?
Ora che faccio?
Tutto finisce alle 19e30. Io no. Io comincio, invece. In quella meridiana, in quel cono d'ombra e doppiezze non riflettute. I miei giorni sono quelli del pittore che ha sbagliato duemila volte lo stesso quadro, fino a poter comprendere che sbagliava pennello e colori, perché usava i suoi occhi e le sue mani. Non gli odori, non le partenze. Non avevo capito niente e forse, dico forse, il dolore non lo controllavo come adesso.
Adesso me ne torno a casa. L'impiegato dell'ufficio marittimo è stato scortese e laconico, io ero assente quando lo guardavo, mi serviva solo un'informazione.
Quando mi serve qualcosa, sono sempre assente. Al fondo di me e delle cose.
Quando voglio qualcosa sono presente e pronto a morire. Come gli eroi romantici che amo disconoscere per non prestarmi a interpretazioni.

Tutto ciò che di notte si allontana mi regala pace, l'inizio da una fine, l'inguaribile e meravigliosa malinconia dell'essere ancora vivo, dentro e nei passi indecisi che compio tra le instabili geografie che mi hanno deciso.

È solo questione di controllare il dolore già controllato.

©Luca De Pasquale 2017





15/04/17

La masturbazione degli auto-totem


La maggior parte delle volte che incontro delle coppie, mi prende un senso di sconforto, di noia e poi di infinita distanza. Perché avverto che la spiegazione della durata della scintilla è sotto i miei occhi, come un curriculum ingiallito: si tratta frequentemente di istanze che si appoggiano l'una sull'altra, è sostegno che si rinforza nella praticità del quotidiano, è garanzia che si fa metodo, è tedio che si esorcizza nel potere dell'abbraccio, del conforto, della presenza.
E io, ogni volta, tremo.
Mi fa sempre molto ridere la definizione “sono una coppia molto unita”, perché penso a una saldatura artificiale, un gioco di prestigio che avviene sotto gli occhi di amici e parenti, qualche volta consenzienti e altre no. Parto con scetticismo quasi inerziale e per questo mi condanno. La verità, disgustosa e da stigmatizzare quanto si vuole, è che le coppie granitiche sono altrettanto noiose di quelle svolazzanti e traditrici, quel tipo di persone per intendersi che ti rompono i coglioni ogni giorno con la cronaca dettagliata di inevitabili alti e bassi spesso frutto di capricci e vizi dell'anima.

Un conoscente/amico solo sulla carta mi propone un'uscita a coppie. Giammai. Detestabile rituale. Che facciamo, donne avanti e noi dietro o viceversa? Di che parliamo? Noi di computer, di calcio e politica e loro di cose più leggere? E già, perché il mio conoscente è anche un maledetto maschilista legato allo stereotipo “noi e loro siamo due pianeti inconciliabili”.
Le uscite a coppie, da adolescente come da adulto, sono state una condanna, per uno con il mio carattere. Le trovo terrificanti, addirittura sinistre. È proprio lo schema a darmi fastidio, a trovarmi insofferente, fuggitivo, totalmente inadeguato.
Così come trovo inquietanti e sfiancanti le riunioni di famiglia, le sedute nostalgiche con vecchi compagni di scuola talmente cambiati da risultare degli estranei e le rimpatriate con tutto quanto attorno mutato, il credo politico e/o religioso, il modo di vestire, di scopare, di morire, di amare.
Vecchi, fasulli pasionari mi sono tornati indietro imborghesiti, imbolsiti, disinnescati, noiosi più di una portinaia appassionata di soap; vecchie fiamme che toglievano il sonno sono riapparse con l'abito da sirena scucito, rattrappito, più colorato ma ormai inservibile, con tutte quelle appendici di nuove sicurezze che rendono le persone meno vive di un fiore di plastica.
Tutti pronti a giurare eterno amore per il nuovo partner, tutti decisi a dimostrare che la loro nuova immagine era la più veridica di tutte quelle mostrate in precedenza. Come quei musicisti che ti dicono con irritante nonchalance “il mio lavoro più rappresentativo? L'ultimo”, anche se si capisce chiaramente che non è vero.

Tutti, indistintamente, in cerca di approvazione dalla vita stessa. E di quella, scivolosa e canaglia, di se stessi e di chi circonda il quotidiano. Sarà che non ho mai cercato l'approvazione di nessuno, e il giorno in cui la cercherò per darmi forza sarò meno di un'alga, ma questo gioco non fa per me. Non si cercano altri esseri umani per ottenere benedizioni e nuovi passaporti. Non dovremmo gestire i rapporti umani come dei piazzisti, affannandoci ridicolmente a dimostrare che la nostra merce è migliore, che il prodotto è migliorato e affidabile, nuova linfa frutto di talento e intelligenza.
Ho scoperto che chi più assilla con questa smania di dimostrarsi in evidente progresso è quel tipo di persona che vede scavarsi attorno nuovi abissi: il tempo che passa, la minore vigoria fisica, la fine dei sogni e la loro scomposizione crudele, il diluirsi delle stagioni emozionali, meno utopie, meno sesso, meno sicurezze.
E quando mi capita di incontrare queste persone, che poi sono certo brave persone più attente ai colori decisi di me, ossessionato dal bianco e nero, divento il muro di un passatempo a rimbalzo, un interlocutore di pietra, appunto solo uno spazio che riceve il messaggio e lo rimanda indietro. Quasi un cane che ti riporta il tuo piatto e non vuole nemmeno la carezza.

Così come stento a farmi capace di quello che combina un mio vecchio capitano di ventura con le sue chat di conoscenza. “Chatto”, dice lui, verbo chattare, mi viene di pensare al pesce fritto. Lui “chatta”. Doppi sensi, citazioni di Eluard e Hikmet racimolate in tutta fretta, frasi galanti con il nulla di sfondo, qualche volta la mano sul cazzo e la fantasia tutta sfrenata a dare ossigeno all'ego mortificato da una famiglia retriva e castrante e da vecchie storie sentimentali finite a limone acido.
Il soggetto in questione non si salva dalla mediocrità nemmeno -anzi, la rafforza- quando mi racconta, con lo stesso entusiasmo con cui potrebbe annunciarmi di essere entrato nei Rolling Stones al posto di Darryl Jones, che ha avuto una tresca con la compagna del suo migliore amico e per questo si sente in colpa: “Alla fine ho lasciato perdere, non potevo. Mi sono detto, che cazzo fai? Ho dovuto lasciar perdere, a malincuore. Gran donna, e lui non se ne accorge”
Io non gli rispondo. Gli dico invece se mi può aspettare, che vado a fumare una sigaretta. Non è l'etica a muovere le faglie della mia nausea, è il suo essere sprovveduto, vanaglorioso, pomposo, didascalico e sì, anche scorretto.

Ormai è chiaro, la mitomania mi disturba.
Giudico in modo pessimo -e senza appello- quelli che passano la vita a raccontare di come sono efficaci nel lavoro, come sono indispensabili e apprezzati, ma la cosa si estende a qualsiasi cosa che metta in gioco la mancanza di consapevolezza e senso del ridicolo.
Io faccio un sacco di cose e sono molto bravo” è un ritornello così stanco, dall'entrata in scena, che non si può perdere più tempo neanche a contestarlo.

Il mondo della scrittura, anche a livelli non verticistici, è pieno zeppo di mitomani, ipocondriaci dalla saliva schioccante, auto-totem, monogolem in diuturna fase preparatoria alla masturbazione, montati, viziati piccolo-borghesi con l'hobby della vittoria sociale in pubblico. E ancora, editori improvvisati e vaniloquenti, stupidi giallisti derivativi, umoristi dalla patta unta che sponsorizzano formati di pasta e profumi campestri, grotteschi teatranti che scambiano il loro dilettantismo arrogante per ambizione, più la solita manciata di leccaculo anche sfortunati, perché scelgono sovente le natiche sbagliate.
Il mondo dei sentimenti da esibire non è certo meglio assortito di quello appena descritto. Come se ci si amasse per vedere che effetto fa negli occhi della gente. Vince la bugia al fischio iniziale, quindi. Tu fischia e io amo, gli spalti sono pieni? C'è gente che acquisterà copie autografate delle mie passioni?
Dannati epigoni di epigoni di romanzieri registi cantanti con la barba e santoni venuti dal nulla interessante, tutta roba Truffaut e ceralacca, un po' di sperma e riso, selfie in vacanza e lutti condivisi.

Intanto la notte sta passando, veloce e angolosa, con tutti quegli appuntamenti saltati per poco vento, per sfiducia, per pigrizia da sazietà, i baci più blu finiscono come zanzare estive contro quelle lampadine crepitanti e assassine che da piccolo mi attraevano tanto.
Ti prepari per scendere a mare e sei già troppo lontano dalla riva. Puoi solo mandare un bacio alla città di notte, pregare Poseidone o diventare stella persa.
Più persa della musica.

©Luca De Pasquale 2017

14/04/17

Il bisturi


È Pasqua.
Anche quest'anno. Ricevo degli auguri, addirittura con mano sulla spalla e carezza sulla guancia. Gesti che si dovrebbero rivolgere a un bambino, non a un adulto. Non un adulto come me, se non altro.
Sono cresciuto lontanissimo da afflati religiosi, sfidando norme, suggerimenti e anche qualche scandalo familiare. Non sono credente, non sento la Pasqua e dunque, come si dice e si tramanda, sono più povero di altri.
Sento le luci scivolarmi addosso, sento le stagioni, sento le assenze incidere, un odore può uccidermi, un ricordo prendermi alle spalle e trattarmi da zavorra, ma non c'è niente da fare, non sento Dio.
Anche in questi giorni, giorni in cui non mi riconosco e mi sfuggo più di quanto sfugga agli altri, la mia chiesa senza mura è il mare, e gli sguardi increduli alle sfumature cromatiche della notte che plana valgono come preghiere senza ali, dal fiato corto, profane e perdenti.
La parola “pace” abbonda sulle bocche degli idioti che odiano di più. Non la pronuncio mai, non la oltraggio, non la svilisco. La parola pace è la puttana involontaria della demagogia più in corso, le speranze di moda, le paure che si fanno fede senza averne lo spessore.

Ho abitato due anni in un vecchio palazzo, in una delle tante zone di Napoli adiacenti al benessere, quei luoghi che non sono né carne né pesce, dove si perpetra il rito striminzito della vicinanza a un'apparenza sociale degna, ma senza le possibilità reali di viverla sul serio.
Il mio dirimpettaio era un tipo di cinquant'anni, il quale non usciva quasi mai. Fumava continuamente, si affacciava per ore a guardare con aria assente il viavai di auto in strada, guardando con cupa ossessività il portamento delle ragazze più provocanti. Era un alcolizzato. Me lo disse il tabaccaio sotto casa, al quale non risposi. Ho sempre odiato le confidenze di quartiere.
Ricordo che una Pasqua rimanemmo io e lui, quasi a tenerci compagnia da una finestra all'altra. Lui a bere e a perdere tempo, io a scrivere e a pulire casa per sentirmi nuovo. Durante quella giornata noiosa e solitaria, mi chiesi più volte se quell'uomo poteva, in qualche oscuro modo, avere una minima attinenza con Dio, con una resurrezione, con orizzonti di speranza. Mi risposi di no. Era un relitto e non lo nascondeva. Un rifiutato, un ripiegato su se stesso. Stava anche perdendo i capelli.
All'epoca credevo molto in quello che il futuro mi avrebbe riservato, e dunque sentivo la presenza di quell'uomo come una macchia anche solo visiva al mio stile, al mio modo di muovermi nella mia casa, credendo a me stesso, percependomi virilmente presente, pronto a ogni sfida.
Al termine di quella Pasqua mi feci schifo, perché mi scoprii a pensare qualcosa di atroce: elaborai infatti che quel tizio avrebbe potuto uccidersi e allora io avrei scritto una storia su di lui. Vera. Come piacciono a me. Mi sarei fatto bello con quella storia sofferta, alla portata della mia penna scorticata, una specie di bisturi arrugginito conservato di notte nei capelli di qualche sogno. In quel giorno di Pasqua ero carico di voglie di riscatto, desideri sessuali tanto depredanti quanto asettici, con l'aggiunta di una smania evidente, quella di tradirmi una volta per tutte. Giocare a carte scoperte, essere solo istinto e dichiararlo tranquillamente: per me la società civile è una vera merda, voglio vivere ai bordi, voglio cospirare, voglio essere un predatore alfa dopo il tramonto e voglio essere punito con il dolore della sensibilità fino a consumarmi come un pastello.
L'uomo, dopo un frugale pasto consumato davanti al televisore, iniziò a bere di brutto. Io invece, intento a scrivere e sognare derive su derive, continuai a sentirmi l'Achille in seno finché non crollai su un miraggio che si era già tagliato le vene da anni.

Chissà se quel dirimpettaio è ancora vivo. Se è guarito. Se ha cicatrizzato la sua anima. Quel senso di superiorità -anche solo in potenza- mi è finito. Esaurito, dissolto, decapitato. A volte mi rendo conto di aver smarrito un certo tipo di sguardo, giudicante e persino letterario. Guardo i dettagli, gli interstizi, le crepe, posso restare per lungo tempo a guardare un letto disfatto che conservi l'impronta di un corpo. Tutti i letti conservano fantasmi. In monodose, ma anche in passaggi quasi orgiastici di ombre demolite. Mi sentivo forte quando guardavo quell'uomo, sentivo di poterlo racchiudere nei miei pensieri, nel mio stile di movimento, pensavo di farlo diventare una storia difficile che in fondo avrei usato solo per seduzione. Seduzione intellettuale e di aura, il solito vizio degli scrittori stupidi.

Mi capita di uscire da un locale, capire che l'asse pomeriggio-notte mi sorpassa fino a rimpicciolirmi, mi capita di guardare persone che lottano per mantenere un sorriso che possano riconoscere durante il corso quieto dei loro amori, mi capita di ritrovarmi vero, più fragile e meno stupido di tutto quel doloroso spumante spirituale economico che era la mia benzina e la mia provocazione permanente.
Non so dove sia quell'uomo che beveva da solo, non so se festeggerà questa Pasqua, però so che quel che ero è qualcosa che ho perso e ha perso, era il mio giocattolo, il finto principe dall'occhio bendato che declamava poesie al rovescio per farsi impressione.
Osservo, vivo, non domino i suoni, non definisco più l'amore, il sogno, la guerra. Se una pozzanghera mi ferma, con gli occhi non vado oltre il baluginio timido delle mie scarpe. Non butto più cicche di sigaretta negli specchi di acqua. Sarebbe come se me le spegnessi in faccia.

©Luca De Pasquale 2017



12/04/17

Mentire sempre alle feste notturne


Quanti anni hai?
Da dove vieni, cosa sogni, chi hai amato?
Perché cerchi ancora? Cosa ti ferisce, cosa è cicatrice per te?
Cosa ti manca, perché quello sguardo?
Chi sei?
Un lupo qualsiasi.
Cosa vuoi?
Trovare lo spiazzo più alto sulle luci della città e scoprire che non troverò la luna.
Perché mi guardi?
Guardo sempre negli occhi chi mi rivolge domande.
Perché sei così insofferente?
Perché detesto la curiosità che ne ingegna e monta dell'altra.
Cosa c'è dopo l'amore?
Perdersi del tutto.
Ti piace perderti?
A volte. Spesso.
E cosa pensi quando ti perdi?
Che non ho rinunciato, ho solo deviato.
Credi nell'amicizia e nei rapporti umani?
Come posso credere al mattino dopo. A sprazzi.
Amare o essere amati?
Amare. Essere amati somiglia alla colpa.
Cosa sono i fantasmi? E i tuoi?
Caratteristi scrupolosi che ogni tanto danno qualche festa.
Che ricordi hai della tua adolescenza?
Treni presi all'alba, con l'entusiasmo di dimenticare e essere dimenticato agevolmente.
Provi rancore per qualcuno in particolare?
Il rancore è stupido, sbiadire è più crudo e più utile. E accade.
Quand'è che hai finto di più?
Alle feste, di notte, con un bicchiere in mano e una sigaretta in bocca.
Cosa fingevi?
Di volere tutto, abbastanza velocemente.
Non era vero?
Volevo solo rubare.
Perché rubare, poi?
Perché rubare è un risarcimento amorale e passa il filtro dell'anima quando si è distratti.
Dimmi un posto.
Firenze, stazione di S. Maria Novella alle cinque del mattino di un giorno di febbraio.
Perché?
Perché quella volta mi sembrava di trovarmi al centro esatto del percorso. Senza precipizi.
Ti capita di mentire?
Non più. L'ho fatto per molto tempo.
Dimmi un incanto.
L'odore delle notti di giugno e di settembre. La musica quando si è lontani dal caos. Gli sguardi quando non ci si incontrerà mai. Scrivere senza rendersene conto. Non fare incubi. Non rispondere alle richieste di presenza per onor di firma. Disertare raduni ideologici. Le panchine di legno dopo la pioggia nei piccoli centri. Chi è fermo ad aspettare qualcuno mangiando il tempo e toccandosi i capelli. I sentimenti, quando non pretendono la vidimazione ogni mattina come un cartellino. Le mareggiate e le tempeste, restando fermi mentre tutti scappano a rintanarsi. Sfidare, sfidarsi. Regalare vecchi abiti a qualcuno che non conosci. Evitare il giro degli auguri, le collette e le pubbliche sedute di ludibrio. Tornare a casa senza la paura della solitudine e della diversità. Mantenere dignità nelle battaglie più sfavorevoli.
Sono tutti incanti?
Sono brandelli di resistenza mescolati ai sogni. Sono la vita in giorni che non hanno calendario.

©Luca De Pasquale 2017





06/04/17

L'odore di chi svanisce


Stamattina ero per strada, la testa in mille pensieri, qualcuno in più del solito, quando accanto a me è passato un gruppo di ragazzi. Universitari. Andavano a seguire un corso in un cinema.
Da quella moltitudine di ragazzi proveniva un odore che ho riconosciuto: deodorante maschile di medio-bassa qualità. Lo stesso che -ne sono certo ora e lo ero stamane- usavo io nei miei disordinati e folli anni da universitario annoiato in vena di perenni deviazioni alle norme.
Quella roba al pino silvestre che se poi ti capitava di fare del sesso diventava un odore quasi imbarazzante, insicuro.

Ora, devo ammettere che sono sempre stato molto sensibile ai profumi femminili. Mi davano alla testa immediatamente, più dei liquori. Mi offuscavano il cervello e lo sguardo al punto da rendermi un cretino, una specie di segugio dagli istinti contraddittori e dalla vena kamikaze. Ho tampinato spiritualmente delle donne, in passato, spesso basandomi sui loro profumi e non su quello che pensavano, volevano, vivevano. Della compatibilità plausibile me ne sono sempre sbattuto. Le mie cotte mi rendevano fatuo, capriccioso, suicida. Quella incapacità di reggere i profumi femminili è passata da tempo, sono salvo. E dunque mi stupisce aver sussultato per un volgare profumo maschile, stamattina. La spiegazione è semplice, elementare e indiscutibilmente ridicola: nostalgia.
Nostalgia non di ciò che facevo, pensavo e speravo; piuttosto, nostalgia del tempo che sentivo davanti a me, tanto, disponibile, sensuale, carico di promesse perverse e stimolanti, tempo da sfidare, da eludere, da esaltare. Tempo sotto le mie mani, tempo da stendere come pasta sfoglia.

Ho avuto come un capogiro, mi sono rifugiato in una tabaccheria, che per me vale come e più di qualsiasi panetteria o luogo di ristoro
. Ho avuto subito voglia di fumare. Perché fumare mi calma, mi permette di fare mente locale. E anche di mandarmi regolarmente a fare in culo. Detesto le mie mattane.
Ho guardato verso quel gruppo di studenti. Erano spariti. Come gli anni che ho divorato e poi sputato. Ho guardato altre persone. Ho cercato qualcosa, senza trovarlo.
Mi sono detto, perché vacillare per un ricordo? Non sono lo stesso uomo, ex ragazzo, che ha sempre sognato di essere fulmine, vento, sparizione, primo e ultimo bacio della notte? Non sono io quello che si diceva -e a volte diceva in giro- “mi compirò svanendo, svanirò compiendomi”?
E allora? E adesso? Che succede? Cosa manca al disegno caparbio e originario?

Ho allungato il mio giro per darmi il tempo di rimettere in sesto la mia nuova inquietudine. Le colleziono, certo, ma quando arrivano così di soppiatto non riesco ad apprezzarle. Poi, ad un tratto, ho ricordato un lontanissimo pomeriggio di quasi trenta anni fa, quando mi ritirai a casa durante un violento temporale primaverile, con un disco in vinile nascosto sotto una giacca a vento bianca. Il disco era “Burchfield nines” di Michael Franks, di cui poi mi innamorai perdutamente. Costato quindicimila lire, mi aveva prosciugato le tasche, ma lo consideravo una delle tante promesse a mia disposizione. Entrai come un razzo in casa, salutai svagatamente mio padre e mi andai a rinchiudere in camera per il religioso ascolto. La sensazione concreta era quella di avere il mondo in pugno e di poter giocare con il mio destino, persino stuprandolo in anticipo.

Oggi, oggi aspetto il mattino seguente e mi riprendo l'identità ogni giorno. La posso arricchire, depauperare, demolire, renderla una palafitta o una spada, un addio o una costruzione senza maledetti ingegneri tra i piedi.
La luce del mattino mi dice che posso entrare nei miei cantieri e anche in quelli altrui. Per il resto, nessuna sciocca pianificazione. Nessun programma che preveda lungo termine.
Mi piaceva essere un addio perpetuo, mi piaceva -anche se non lo riconoscevo- depistarmi, e svanire, svanire sempre. Con addosso quella filigrana di eternità scaduta che era il senso di colpa per essere amato, la vergogna basica di poter suscitare amore.
Non ho mai chiesto di essere amato, mi è sempre sembrato un desiderio arrogante, egoista, persino meschino. Mi interessava provare forti emozioni mentre sparivo, mentre credevo di farlo.
E così, senza malinconia, senza alcun pessimismo, mi sorprendo semplicemente di provare un senso di forte disequilibrio verso un'età che ho usato al massimo delle mie possibilità, basandomi su un sentimento forte e violento, spiazzare i miei bisogni, uscire dalle foto, disconoscere tracce, rifiutare ogni categoria di appartenenza e di pensiero.
Compiermi in stato di scomparizione, per la tenera vergogna dell'amore ricevuto. Una vergogna che tutelo ancora, per come posso, senza mai guardarmi allo specchio quando sono su di giri.

©Luca De Pasquale 2017