30/03/17

L'amore dopo le streghe


Le strade si ripopolano. Primavera. Primavera ufficiale per tutti. Primavera acqua potabile, acqua di tutti, acqua che non sembra custodire altro veleno che la vita stessa.
Strade cariche di erotismo inespresso, disarmato e per questo pressante come una condanna; occhi che non si incontrano, storie passionali che evaporano al solo pensarle, esperienza che diventa zavorra, corpi nel traffico, ognuno con un suo codice illeggibile, smarrito.
Io ho il mio ritmo in questo flusso. Dentro di me lavora incessante un motore a lame, il mio unico trucco è custodire una pianta carnivora nella stanza migliore, sfamarla con disinvoltura, alla fine ignorarla.
Ho il mio ritmo, qui e ora, di lupo senza branco.

La mia passeggiata mattutina è invisibile. Agli altri. A me stesso, anche. Non è una semplice passeggiata e tantomeno un pellegrinaggio. È un'idea da accordare con il movimento delle gambe, è la coda di una veglia ordinata, disciplinata.
Oltrepassando case illuminate del sole, balconi fioriti con sedie a sdraio spuntate dal nulla, affiancandomi a estranei ai quali in questa vita non mi capiterà mai di rivolgere la parola, mi accorgo di non riconoscermi, nei riflessi delle rade vetrine, nei parabrezza delle auto ferme. Non mi conosco e non mi riconosco. Sono un pezzo di carne senza petali, sparato a velocità impossibile nella musica e verso le stelle più traditrici, quelle sempre celate da nebbie, reali o artificiali che siano.
La mia storia personale non ha nessuna importanza. Una liberazione che ho atteso tutta la vita.
Sono occorsi molti mal di testa, grida di rabbia durante sessioni di nascondino, provocatori manifesti scritti su fogli caldi come sciarpe di febbre, alla fine ce l'ho fatta: la mia storia non è più un vestito nell'armadio.
È un fantasma, un parente al quale ho regalato l'eutanasia senza scrivere preghiere simili a sciocchi aforismi, è un padre sbagliato al quale ho negato anche l'abbraccio pigro del perdono.
Senza più storia addosso, a brandelli, a baci sporchi, lucidata a promesse ipocrite, un uomo può ridiventare lo zero che chiede un'unica, sola dimensione: declinarsi come onda.

Entro in un bar, sento una voce distante, nasale, dire “buongiorno” dal mio corpo.
La radio accesa nel locale manda una squallida canzone sudamericana gonfia di doppi sensi da scuola elementare, non manca il finto rap commerciale buono solo a rassodare glutei e svuotare teste distratte. Bevo qualcosa, pago, ringrazia, azzerato come un'onda del mare che poi verrà.
L'amore non è una vacanza al mare e non è nemmeno un bel libro da leggere e da consigliare. L'amore arriva dopo le streghe. Arriva dopo che le più belle streghe hanno volteggiato su te e le tue manie come avvoltoi. Ne scorgi tracce solo dopo che hai perso per davvero, dopo aver aperto il balcone all'alba, proprio quando muore qualcuno che ami e bisogna ritrovare pezzi di vita nell'aria del mattino per non soccombere.
Ho accettato da tempo di aver concluso un ciclo, di essere finito. Ho affrontato tutto quello che potevo. Ho perso quasi sempre e ho riso molto per questo. Non sono migliorato, ho solo concesso allo zero il ruolo di mio piccolo, necessario sole.
Per questo ricomincio. Ogni volta, come un'onda, fin quando non sarà il mare stesso a chiedermi di smetterla e di farmi piccolo puzzle di cielo immobile, ottimo per bambini, miopi ed eroi stanchi.

©Luca De Pasquale 2017

24/03/17

Il faut tourner la page


Il silenzio serve. Lavora affidabile nello scorrere delle notti e dei giorni, sutura, squarcia e poi dimentica, illumina strade mai supposte e oscura la comoda geografia cui ci si abitua per pigrizia, per poco rischio.
Un giorno ti svegli e tutto -o quasi- quello che hai scritto ti appare come il materiale di un altro, stenti a riconoscere le descrizioni, gli ambienti, i personaggi, i sentimenti.
Ti accorgi che hai abusato di te stesso, del tempo in tua gestione, e che hai cercato di giustificare in qualche modo una propensione spontanea ad uno stato di crisi permanente.
Capisci anche che molto, troppo spesso non volevi neanche essere letto; che in molte occasioni si trattava di lettere scritte al mare. Senza appelli, senza richieste di empatia, senza massime buone per il risveglio successivo. D'un tratto sei consapevole che non scrivevi pensando a qualcuno e neanche a te stesso: scrivevi. Era come guidare nel buio. Cercando di evitare la fine ma speculando sulle probabilità cospicue di non arrivare mai da nessuna parte.
E lo ammetti, allo specchio che ti riflette per metà, che hai scritto anche per vendetta. Per evitare il vero corpo a corpo, l'oscenità dell'indifferenza, e anche perché scrivere illude che si possano tenere gli occhi aperti durante le tempeste.
Inutile cercare tipografi quando ti interessa solo vivere di notte. Quando la storia che vuoi raccontare è un'altra e continui ad evitarla, a girarci attorno come un animale in cerca di attenzioni.
Le lettere al mare interiore non devono passare in tipografia. Occorre umiliare l'ego e ricominciare. Senza niente, solo vento, onde non sorteggiate, non pianificate. Solo mani fredde, nomi da non far circolare più, passati da sovvertire.
Non ho mai scritto per piacere. Per sedurre, neanche a parlarne. Non ho scritto mai per trovare amici; piuttosto il contrario. Non ho scritto per essere scoperto, svelato, annesso, incluso, digerito, tollerato. Ho scritto in crepacci ricoperti da tendaggi, da illusionismi, da richiami falsi.
Ho scritto per ritrovare quello che non ho mai avuto. Per iniettarmi quella leggerezza ambigua e velenosa che non mi ha mai coinvolto. E infine, ho anche scritto per annunciarmi a me stesso, a volte pomposamente, più spesso con imbarazzo, veloce come un amore fallito buono più per la memoria che per il cuore.
È ricominciato a venir fuori il tipico odore delle notti di primavera, che provoca quel sentimento febbrile e violento: tutto vicinissimo e tutto lontano fino alla ricusazione più arbitraria. Quell'odore spinge a rinnegare le appartenenze, a rivoluzionare le parole, i fatti, la loro narrazione, la loro costruzione tesa a renderli cibo per gli altri.
Sta cambiando tutto e non mi oppongo. Una volta tanto, non sto all'opposizione; troppo eccitante il dominio esterno, troppo bruciante lo scarto indolore tra sogno e rovina.
Non ho voglia di essere quotidiano. Non ho interesse, non più e non adesso, a ripetermi, a riciclarmi e ho smesso gli abiti della protesta. Erano di altri, erano di fantasmi. C'è un solo brivido che mi divide in due sulla dorsale della notte, e quel brivido è la crescita, l'evoluzione.
Per quel brivido occorre massiccia dose di silenzio. Di osservazione muta, di riordino interiore. Per quell'evoluzione necessaria serve il vento, non solo quello contrario e da sfidare. E non c'è davvero altro che io voglia e possa dire, in questa sede e con questa luce attenta ai miei movimenti. Niente errori, oggi.

©Luca De Pasquale 2017