03/02/17

"Io sono il segreto delle tue cosce"


Si tratta di una disperazione di fondo che per sfortuna mi porto dietro. Naturalmente, credo di mascherarla benissimo, non lasciandola libera di esprimersi. In fondo, tutta la vita consiste nel mascherare questo fondo di disperazione. Non credo che sia qualcosa di soggettivo o di individuale, è una disperazione che tutte le persone hanno in sé. Diciamo che per me c'è unicamente il fatto di averla un po' meglio 'focalizzata', ma per il resto la disperazione è comune a tutti
Valerio Zurlini (da Jean Gili, “Le cinema italien”, 1978)

Mentre prendo il terzo caffè della mattinata, mi arriva un sms. Prendo in mano l'odioso telefono e leggo: “In questo momento sei salita in macchina? Hai la gonna corta? Ecco, io lo so che è così. E io SONO IL PUNTO IN CUI LE TUE COSCE APERTE SI OFFRONO AL MIO SGUARDO DELLA MENTE. Ti voglio, bambina. Lui non mi fermerà
Dio santo.
Io mica lo sapevo di avere un'auto. Di indossare gonne corte e di aprire bene le gambe quando salgo in auto. Sorrido, sorrido male. Lo stronzo, l'amante dico, ha sbagliato numero. Per un attimo ho anche la tentazione di rispondere, poi riprendo le mie attività: sorseggiare il caffè, preparare la Camel, guardare il cielo fuori con aria di sfida, sarebbe a dire “vediamo chi dei due assaggerà prima la notte”. Ma è chiaro che sarò io, visto che non me la sono ancora scrollata di dosso, quella vecchia intendo.

Alla fine esco, con la mia scimmia senza testa appollaiata sulla spalla sinistra come un dio sbagliato, assurdo. Finisco in un bar a prendere l'ennesimo caffè, senza alcuna voglia. Oggi non mi partono traghetti da dentro. Oggi il mio mare è viola come un addio.
Mentre bevo la brodaglia nera e altri clienti maciullano ciambelline, cornetti e tortine, mi ricordo dell'ultima volta che sono stato in un ASL, pochi giorni prima. C'era un vecchio che aveva la morte negli occhi. Mi ha chiesto un'informazione. Il suo fiato sapeva di malattia e di morte. Mi sono sentito quasi male, e non certo per la puzza. È che non sopporto la morte, non sopporto il suo lento e inesorabile incedere, la sua iniquità inerziale. Non sopporto che le persone debbano interrompersi con la morte. Amo la vita talmente tanto da disprezzarla continuamente.
Per questo oggi io non amo. Sciopero. Oggi blu di nausea e calma da baci evitati. Oggi musica per stanze interne senza serrature, oggi finestre che ridono solo ai bambini. E neanche quello. Oggi sciopero di Dio dentro me.

Mentre pago, arriva un altro messaggio. Esco dal bar, accendo la sigaretta.
Rieccolo.
Che fai, non rispondi? Lui? No, e allora... ti voglio, ti voglio dentro e fuori, voglio le tue cosce dietro la mia schiena... mi hai stregato, sono perso
Questo fa sul serio. E continua a sbagliare numero. Storia di corna, di sesso sciocco e veemente, storia di frasi sparate come scherzi enfatici. Le cosce dietro la schiena, scrive il tellurico amante. Avrà letto mille volte le varie sfumature di colore e si sarà tirato milioni di seghe. Può darsi anche che abbia visto Nagisa Oshima, ma resta un pover'uomo.
Mi piacerebbe conoscerlo, l'amante/poeta. Gli strizzerei le palle e gli lascerei una copia di qualche sfumatura in bocca. Lo lascerei per terra. Oggi non amo, quindi lo farei. Oggi non amo, sono giustificato a prescindere. Il mio ammutinamento mi impedisce di legarmi a qualsivoglia frammento di etica. Detesto gli amanti stupidi ed enfatici. Sono così ridicoli. E non sopporto le perversioni caserecce che si guardano allo specchio per pompare più sangue e tossine sotto il cazzo.

Entro in chiesa. So ancora distinguere tra un bar e una chiesa, ma il mio colore non cambia: io sono di colore “notte che dorme sulla finestra”. Uno strano colore. Solitario, disperato, inutilmente romantico. So che il romanticismo più estremo è vivere. Vivere ancora. Perché credo che la vita sia un motel di passaggio e riconosco alla morte l'eternità.
In chiesa, stringo il cuore e cerco qualcosa che non trovo o che forse schivo. Come un proiettile. So che i miei occhi sono quelli di un marinaio senza nave. Grigi, pieni di onde, simulatori di quiete, abissi in fotocopia. Guardo le vetrate della chiesa, il grande crocifisso, le acquasantiere, guardo le mie scarpe e due donne anziane che mormorano qualcosa. Vorrei che quelle due donne non morissero mai. Vorrei, pagherei per questo, che qualcuno mi promettesse che diventeranno fiori, animali, temporali, memorie, pagine di libri. Non sarà così. E allora io faccio sciopero e non amo.
Poi, dopo qualche minuto, la mia permanenza in chiesa diventa offensiva perché il mio colore è virato verso l'oscurità della veglia diurna, e allora devo uscire per forza. Non offendo la fede degli altri. La mia, la mia la tratto come la mia puttana. La pago ogni giorno per inutili servizi e ne trascuro l'anima. Come il più atroce degli uomini, come il più ingenuo e insipido dei ribelli. Quando insolentisco la mia fede valgo meno dello zero che mi funge da luna di scorta.

Mi sistemo su una panchina, fuori la chiesa. Qualche mio ex compagno di scuola e università sarebbe contento di questa scena, in cui confermo la mia vocazione alla storia interiore più che alla laboriosità cosmopolita che tanto li affascinava e che ora propugnano con le chiappe dipinte di carnevali.
Arriva intanto il terzo messaggio del toro d'alcova; e stavolta gioca con il metafisico quando scrive: “I tuoi occhi cambiano colore quando raggiungi l'orgasmo. Lo sapevi? Io in quei momenti ti fisso. E comunque, IO SONO IL SEGRETO DELLE TUE COSCE
Cristo, che angoscia.
Io ero rimasto a una cosa più poetica, e cioè che gli occhi delle donne di notte emanano una luce quasi innaturale, una sorta di sorveglianza delle stelle anche quando queste sono assenti. Quanto agli occhi durante il piacere, un uomo non dovrebbe osare parlarne, perché gli uomini in quel frangente sono solo bestie da soma, con i loro culi bianchi o abbronzati, il loro ego-fogna e tutte le cazzate sulle emozioni imperiture stampigliate sulle labbra. Me compreso.
Decido di rispondere al seduttore. Digito un breve sms: “Pezzo di merda, ti denuncio. Mio marito ti taglierà il cazzo e te lo infilerà in petto al posto del cuore, te lo giuro”
Ecco, basta con questo martirio. Vuoi fare l'amante focoso e fantasioso? Almeno non sbagliare numero.

Spengo il telefono. È una mattinata umida, biancastra, corrotta. Amare comporterebbe dosi di coraggio quasi letali. Io sono in sciopero. Oggi, fino alle 23e59. Guardo le persone passeggiare. Sembra che nessuno abbia qualcosa di reale da fare, simulano tutti. Il mio passeggero interno non troverà biglietti per le isole. Oggi non si salpa. Oggi non si spera e neppure si cade. Perché sperare è anche cadere, scivolare con un mazzo di fiori in mano su uno scoglio nella nebbia.
Non so se i miei occhi cambiano colore, qualche volta. Di sicuro non per un orgasmo. Forse accade quando aspetto a riva qualcosa non tornerà. In quei casi, e me ne convincerò, perdo il mio vero colore e assumo quello dell'acqua. E si sa, ognuno di noi crede che il mare abbia il colore delle sue emozioni. Ognuno di noi vuole credere che la risacca e le onde ci stiano comunicando qualcosa di davvero segreto, personale, mirato.
L'ho creduto anche io per anni, finché qualche mancato arrivederci non è diventato una scusa per specchiarsi e ritrovare occhi diversi.

©Luca De Pasquale 2017








Nessun commento:

Posta un commento