17/02/17

Gli amici degli scrittori non muoiono nei cessi dei bar


Arrivo alla bancarella dei libri con le migliori intenzioni. Mi rendo conto molto presto, però, di non avere voglia di acquistare nessun libro. Ci giro intorno, svogliatamente butto un occhio alle copertine, non trovo quello che sto cercando.
Ma cosa sto cercando?
Non so.
I grandi classici in edizione supereconomica mi hanno rotto le palle da anni, non li compro più. Ci sono refusi e la grafica, anche la più elementare, è di pessima fattura.
Oggi c'è un grande assortimento di letteratura d'evasione. Sfioro i libri con senso di repulsione, come se addirittura mi inquinassero. Il sessanta per cento sono opere di scrittori italiani che si sono inventati dei commissari di riporto, per entrare nel gran giro dei giallisti di successo. Penoso.
Poi ci sono libri di giovani-promettenti-brillanti-inseriti-presuntuosi scrittori, la cui scanzonata foto (come a dire: io non mi prendo sul serio, ma voi DOVETE farlo) campeggia in retrocopertine immacolate. Prevalgono pullover d'angora, barbe maledette, occhi truci, occhiaie simpatiche, tratti a volte infantili, camicie bianche da cameriere licenziato, persino qualche foulard e in un caso disperato fa la sua comparsa una pochette.
Oggi la letteratura d'evasione -da cosa, da chi, imbecilli- mi chiama e io la mando a fare in culo con accidia. Squisite trame con tanti amori cercano di attirarmi in un laghetto confortevole di saliva e curiosità morbose, rifiuto.
Scrittrici attraenti sembrano invitarmi, con foto studiate e curatissime, a fantasticare su come sarebbe se ci conoscessimo di persona. Non sarebbe. Non ci conosciamo. Non ne uscirebbe niente. Al massimo mi presenterebbero il loro amico del cuore, offrendomi carne tremula (e neanche tanto) da demolire alla svelta.
Quasi tutte le scrittrici che ho conosciuto avevano un amico del cuore: un tenero raviolone tascabile, un Grisù colto e prezioso, innamorato cronico e rancido, spiritosissimo, molto avanti con il pensiero e in gravi arretrati sessuali, brillante uscitore serale, birrante con brio e quasi privo di apparenti pulsioni libidinose. Quasi sempre scrittore pure lui, quasi sempre inespresso.
In genere, gli amici delle scrittrici (e anche degli scrittori) mi odiavano al primo incontro, per i motivi più disparati che ora non ho voglia di ricordare o sondare.
Ne ricordo con nitore uno solo: un tale Alberto “Patatrac” Orzedo, barba rossa da vichingo e grossa pancia, amico di scrittrici e di chiunque scrivesse qualcosa, tranne che del sottoscritto. Questo Patatrac era pieno di livore verso chiunque volesse -a suo pensare- sottrargli lo scettro di “amico dei colti” e lottava come un leone ipermetrope per mantenere i suoi fottuti privilegi. Era talmente nervoso e iperteso che fui certo da subito che dopo ogni soirée con gli amici letterati dovesse masturbarsi per ore, al fine di smantellare la rabbia esistenziale e la forte, fortissima paura.

Non c'è un solo libro di autori russi. Inizio a innervosirmi. Ci sono degli svedesi, ma sono svedesi sbagliati: gialleggiano troppo. Vorrei essere posseduto dallo spirito di Henning Mankell. I suoi libri mi mancano. C'è anche tutta una filiera di libercoli e libroni di cucina, ed ecco che mi arrendo, non sfoglio quasi più. Del resto, non avevo voglia di leggere. No, non ne ho neppure adesso.
Smetto. Al bar accanto alla libreria delle bancarelle c'è un attore napoletano, noto ai più per aver partecipato -non a lungo- a “Un posto al sole”. Ha una bella faccia, interessante e segnata, ha una faccia da teatro e non certo da riduzioni televisive o quant'altro. Prende un cappuccino freddo con fare compassato. Sul tavolino c'è un pacchetto di Marlboro rosse corte e un accendino clipper giallo canarino che mi conquista subito.
Questa mattina stanca e zoppa odora di fiori che non conosco, di pane fresco e di studenti, se gli studenti hanno un odore. Ma sì che ce l'hanno, un odore fresco, di fuga, di allegra lontananza da tutto.
All'improvviso mi sento vecchio, rancido e fuori conio: una brutta sensazione. Vecchio e rancido più degli amici delle scrittrici, che pure ho bersagliato mentalmente per qualche minuto.
Napoli è stupenda nel suo sonno e nella sua finta nebbia, una bellezza che estenua, una ballerina muta che ti strappa l'identità dal petto e la manda in mezzo alla strada a fiutare altri, altro, muri, portoni, gambe, labbra, silenzi e appuntamenti che non ti prevedono parte attiva.
Una bellezza alla quale non ci si può sottrarre, bisognerebbe essere preparati. Perché finisce che ti isola, invece di ravvivarti. Non ti senti in grado di viverla velocemente e con disincanto, sai che sei pesante, lento e rimarrai indietro. Non è bello trovarsi per le strade di una città bellissima con il fiato corto e un cartello, di quelli che si usano agli aeroporti per farsi trovare da qualche comitato di benvenuto.
Passo allora accanto all'attore con la bella faccia da teatro, gli invidio il clipper giallo, fendo un quadrivio di studenti tutti capelli e urla, non ho acquistato libri. Dovrei costruirmi una giornata di letteratura interiore di evasione, accettare la bellezza delle strade dove non faccio che ripetere un rituale ottuso, quello dell'ombra che deve riconoscere parti dei suoi proprietari, fossero anche finestre e pozzanghere.
L'anno scorso a quest'ora avrei scritto la storia di uno che muore nel cesso di un bar con una siringa nel braccio. Mi ha sempre affascinato il coraggio di quelli che muoiono per strada, di disperazione mai veramente confessata, quelli che muoiono di vizi gelidi, vecchi più di loro, vizi che sono falli di reazione, libri mancati scritti troppe volte negli specchi delle camere da letto, vizi di amanti fottuti dal diritto all'infinito.
Oggi si muore per meno e senza vendere i diritti alla poesia della sconfitta.
Io con i maglioni d'angora mi ci strozzerò, appena il fotografo si distrarrà per un whatsapp o un'ape tra i capelli.
Oggi non leggo. Oggi respiro Napoli. Non ne sono il cantore, non sono certo il figlio traslucido della sua bellezza, ma almeno oggi non vado a far morire la mia ispirazione nel cesso di un bar.

©Luca De Pasquale 2017

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