20/02/17

È famoso? Allora lo compro


Vado a ripescare un cd di Helen Merrill che mi ero procurato tanti anni fa, “Just friends”, con una formazione stellare: Stan Getz sax, Joachim Kuhn piano, il grande Daniel Humair alla batteria e soprattutto il “mio” Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso. Per lui avevo cercato il cd un po' ovunque, trovandolo infine presso un oscuro fornitore import quando lavoravo nel negozio indipendente.
In realtà ne presi due copie, presumo le ultime, e stranamente ci misi un bel po' a piazzare l'altra.
Costava quattordici euro, non duecento. E non erano i giorni della crisi, il rosario che ti sgranano oggi.
Un cliente mi rispose: “Ti ringrazio, ma volevo i Deep Purple a 4,90... sarà per la prossima volta”. Sì, certamente.
Un altro mi disse che trovava Helen Merrill una “cantante di maniera” e non gli interessava affatto lo swing sublime e spaziale prodotto dalla coppia Humair/JF. Lui comprava solo i Blue Note in versione economica, non si sa mai che si fa una scoperta apparentemente lontana dal proprio gusto.

Per anni ho lottato contro la mancanza di curiosità, il pressapochismo etichettante, la paura di rischiare. Una lotta vana e quasi mai condivisa. Io di dischi ne ho sbagliati parecchi. Sbagliando, ho orientato il gusto secondo le mie necessità più profonde.
Per fortuna, ho capito presto che non avrei passato la mia esistenza a collezionare costose ristampe di Beatles, Stones e Pink Floyd e che non avrei mai pagato una lira per una mutanda usata di Bill Wyman. Ma mi rendo conto che chiedevo troppo: chiedevo di uscire dalla palude del genere preferito, dalla “presunzione di gusto”, quella che convince parecchi di noi che non ci piacciono i film iraniani, le ceramiche messicane e le donne con i capelli rossi. Tre clamorosi errori, direi. Perché è quasi certo che non abbiamo mai visto un film iraniano, posseduto una ceramica messicana (neanche cercata su internet, se è per questo) e nessuna bella ragazza con i capelli rossi ci ha mai degnato di uno sguardo.
Ci piace il nostro stagno. E allora, da questo giustifichiamo le nostre manie più ossessive, il terrore di addentrarci in mondi sconosciuti e troppo complessi. Il jazz, non quello che esce in dispense dai giornali, può fare questo effetto.
Kind of blue” siamo bravi a comprarlo tutti. Ce lo impongono, quasi. E se un po' lo amiamo, il jazz, dovremo transitare per Bill Evans, per Monk, naturalmente per Mingus, dovremo anche far finta -per un dato e cruciale periodo- che Keith Jarrett sia il nostro pianista dell'anima.
Una delle cose che più mi ha fatto orrore in anni e anni di onorato servizio come venditore di dischi è stata constatare che la maggior parte delle persone cercavano solo dischi famosi, quelli che non devono mancare in nessuna discografia, pena il sentirci incompleti e attaccabili.
Un cliente, una sottospecie di pavone pieno di soldi e di boria, una volta mi disse con assoluta certezza che “è noto che i contrabbassisti è difficile che incidano dischi solisti, fatta eccezione naturalmente per Mingus e Dave Holland”.
Era un'eresia che mi accese di sdegno. Quel plutocrate spocchioso meritava una lezione. In un battito di ciglia sporche, aveva negato l'esistenza di intere sezioni discografiche soliste ad opera di contrabbassisti, da Miroslav Vitous a Charlie Haden, ignorando Barre Phillips, Graham Collier, Oscar Pettiford, Arild Andersen, George Mraz, Richard Davis, Christian McBride e tutta la meravigliosa schiera di quelli più avant (Dresser, Formanek, Guy, Kowald etc).
Alla fine non risposi, perché pensai -lo confesso- che preferivo quel tizio non avesse mai accesso a dischi che avrebbe disprezzato o liquidato con quella formula autoassolutoria “si tratta di minori”.
Poi, qualche tempo dopo, si ripresentò con un'espressione sul volto da vero e assoluto cazzo, sventolandomi sotto il naso un cd di Avishai Cohen e dicendo: “Questo sì che finalmente è un contrabbassista solista che vale la pena”.
Gli chiesi dove ne avesse sentito parlare. Mi disse che lo aveva letto tanto su Musica Jazz che su Jazzit. “Ha vinto dei premi”, concluse ebbro.
Che fissazione hanno gli italiani per i premi. Un'autentica dipendenza da ciò che è riconosciuto, da ciò di cui si parla in giro e che facilita i tempi del dialogo e della sveltina della comprensione pubblica. Si fa bella figura a parlare di Bill Evans, ma come cazzo si fa a parlare ad una cena di John Hicks?

Un tempo collezionavo perle da negozio (ma anche da comitiva e da domeniche in famiglia), lo hanno fatto un po' tutti, è roba ormai vizza e abusata. Ma voglio provare a ricordare.
Ho letto su AllMusic che di Miles Davis basta averne una decina”
Jean-Luc Godard ha fatto troppo cinema muto e anche politico”
Ozpetek imita il cinema di Fassbinder perché entrambi sono omosessuali”
Ken Loach ambienta sempre i film in Russia, è ridicolo”
Leggo solo giovani scrittori italiani perché scrivo anche io”
Se 'Cinquanta sfumature di grigio' ha sfondato significa che è un capolavoro, la gente mica è scema”
I bassisti sono dei mancati chitarristi”
I contrabbassisti sono dei mancati sassofonisti”
Mingus ha scritto un libro in cui imita Bukowski”
Il cinema francese fa addormentare”
Simenon? Mai letto niente, è antico. Preferisco Agatha Christie e poi io sono italiano, quindi è chiaro che preferisco Camilleri e De Giovanni, che poi è napoletano!!!”
Chi legge Celine porta male”
Dopo il 1974 la musica di qualità è finita, ora è solo cenere e nostalgia”

Potrei anche non fermarmi mai più e dunque morire solo, di estenuazione da aneddoto. In fondo, ero solo partito da un cd ingiallito di Helen Merrill.
In fondo, sono solo ricordi da vecchio record seller. Un mestiere finito e seppellito, neanche malinconicamente ricordato. Guai evocare i tempi dei commessi con la fissa della trascendenza della musica, così si rifiuta la realtà e il futuro. Signorsì, agli ordini, giammai ricordare, giammai rimpiangere.
Oggi si fa da sé, con la stessa euforia obbligatoria con cui si iniziano ad acquistare pantaloni colorati dopo i cinquanta anni e si rinnega tutto ciò che era rischio, in nome della sicurezza raggiunta.
Le passioni non erano pezzi di noi da sviluppare, erano attacchi di febbre. Dopo lo sciroppo e i medicinali, però, si sa che non si sente più alcun sapore.

©Luca De Pasquale 2017

19/02/17

Adulto, resistente, viola


Decido di uscire, perché il risveglio è impegnativo. Uno di quei risvegli in cui ci metti troppo tempo a capire che vuoi, chi sei, cosa farai, cosa hai conservato e sai pure che non ti puoi minimamente permettere la contabilità di quel che hai perso.
Un risveglio con il fumo della sigaretta che non sembra finire in bocca, nei polmoni o nello stomaco; piuttosto, in un vuoto arredato che dorme ancora e non ti qualificherà mai al cospetto del giorno che resta.
In mattine come questa, difficili ma non negative, prevale un cauto desiderio di solitudine e di camminare. Non ho voglia di parlare al telefono, di scambiare amenità cortesi con chicchessia, di riconoscere i gusti simili di qualcuno. E non ho voglia di scambiare opinioni che ti muoiono ai piedi come aquiloni senza filo, frutto solo di un'educazione che da anni rovina ogni spontaneità, anche quella della colossale indifferenza.

Così vado a farmi una camminata. Sapendo che l'accoppiata sole/mare dal gusto volgarmente primaverile mi porterà ad incontrare una sfilza di transitatori della domenica, molti dei quali mi costringeranno al saluto.
Però di base vaffanculo. Non parlerò di dischi. Di problemi di lavoro. Di letteratura, neanche se mi minacciassero. Che senso ha scambiarsi i nomi dei libri che si tengono sul comodino? È solo petting vocale, è senza contenuto. Bisognerebbe finirla con questa stronzata che parlare di libri indica un'alta qualità dell'anima. Non è vero. Quasi sempre sono pose. E poi non cambio idea, quel pugno di autori che mi nominano tutti possono anche crepare, il loro successi, le loro idee non mi interessano. Non mi interessa nemmeno, a dirla tutto, conquistare un punto di vista sull'attuale scena letteraria italiana. È qualcosa che mi arricchirebbe per davvero? No. Non mi piace farmi seghe in pubblico, pur di produrre qualche argomento di “umana condivisione”.

Poi la vedo, accanto ad una fontana nel piccolo e sporco giardinetto che ho di fronte. Mi chiedo se è lei. Sì, è lei. È invecchiata. Non tanto, ma un po' sì; quel che basta, mi sembra da qui, da averle tolto da dosso quell'aria malvagia da associare al sesso, quei gesti da medusa studiata, quell'immagine da virago spontanea costruita in notti di autoanalisi estetica e interiore.
Sì, è lei. Non dovrei avvicinarmi, ma sono curioso. Sono passati tanti anni. Ci siamo lasciati. Ma anche presi male, sfiorati male, confrontati male. Al tempo mi piaceva sperare nei sogni su sfondo già ferito. Mi serviva. E forse serviva anche a lei.
Ha un attimo di esitazione quando mi avvicino, sorridendo come un idiota. Sono invecchiato anche io. È con due bambini. I suoi figli. Inizia il valzer dei luoghi comuni di momentaneo ritrovamento, ti trovo bene, che stai facendo, che ci fai qui, che abitudini hai, sono i tuoi figli, vero?, sei sposata, no io no, bella giornata.
Capisco subito che la sua vita è cambiata: che lei, come molte donne, è i suoi figli e ha perso tutto il resto. Una scelta che fanno in molte e che io, uomo e lupo, non mi sento di giudicare, ma che tante volte mi sconforta e mi allontana. Quando apprende dei miei problemi di lavoro, come molti, assume un'aria corrucciata e forse sincera. Ma io non sono sincero altrettanto, perché dovrei semplicemente dirle: “Cos'è, sei stupita che non mi sono sparato in bocca? Eh sì, cara, perché lo so che mi pensavi e mi consideravi 'un po' strano', come accade sempre quando qualcuno sfugge al nostro radar di definizioni”
Invece accetto il gioco delle paroline di conforto, del “la crisi c'è per tutti”, persino il complimento stiracchiato “del resto, tu sei un uomo pieno di risorse e molto sensibile”, elementi che non sono certo di possedere e che, in ogni caso, non sono il viatico ideale per le resurrezioni. Che devono invece essere sempre pompose, miracolistiche, laiche e narrative per piacere a noi stessi e agli altri: le resurrezioni piacciono solo quando portano il fiore in bocca della speranza. Quelle notturne, costituite di pioggia, avvezze all'addio, stracciate nei libri e poi giocate come coriandoli, quelle spiazzano e vanno fuori contesto.
Il dialogo tra me e questa ex star del mio dolore è sterile, è una pianta finta in una stanza d'albergo vuota e soprattutto senza un letto che ci ricordi l'unico campo in cui sembravamo ritrovare parte dei nostri giocatori. Nei suoi ochi non c'è più quel barlume d'insonnia che amavo per errore inerziale, nei suoi gesti non c'è un'oncia di quella sensualità spregiudicata e crudele che esaltava il mio furore di vittima annunciata. Fatica a tenere buoni i suoi bambini, i quali le rivolgono continue domande, tipo “chi è questo signore?” e “ma dopo andiamo da papà?”.
Mentre parla e mi racconta di quello che fa suo marito, manco me ne fottesse qualcosa, le guardo le labbra. Non mi rapiscono più, non mi inchiodano, proprio a me che del dolore ho fatto una spazzaneve per avanzare nella vita.
Il mio dolore di vivere forse oggi dorme. Oppure è sedato. Ma anche cambiato, su altra frequenza, oggi è dolore identitario e fiero, auto da fè e non pretesto per sesso e amore. Sarà questo. Sarà che anche il dolore invecchia e tante volte ti ritrovi il mostro che ti ha dissezionato ridursi a brano musicale, a momento di sconforto, a ultima sigaretta, a bacio evitato.
A un certo punto, ho solo voglia di andarmene e lasciarla ai suoi figli e alla sua vita. Non la vorrei come amica e non mi suggerirei come nuovo ripescato contatto depurato. Siamo diversi. Lei madre, io lupo. Lei risvegli, io insonnie. La sua parabola non è di mio interesse e sono abbastanza stronzo per ammetterlo con me stesso. La sua felicità non mi riguarda, è solo un'istantanea per strada. Non farei l'amore con lei. Neanche per nostalgia.
Moriremo ognuno per fatti suoi, ognuno con un altro accanto. Succederà tra molti anni, spero, perché a differenza di quel che pensano le persone della sua pasta, tutte vitalismo e parole di conforto, quelli come me non si fanno saltare per aria o si sparano in bocca all'alba. Noi restiamo. Diventiamo parte di quella costruzione tetra e spartana che è la passerella utile ad unire le notti con i giorni, giorni con l'obbligo di ricordare sempre l'essenza della notte che li ha preceduti e quelle che li seguiranno.
Spero che i suoi figli crescano bene. Che suo marito la renda felice e se non altro la faccia venire. Spero che si dimentichi la mia faccia. E questo incontro in cui fingo per garbo che i bambini degli altri mi interessino. La mia non è inumanità, è aggiornamento delle regole interne, è regolare le luci artificiali del piccolo palco situato su quella passerella notturna.
In bocca al lupo per tutto”, mi dice.
È ancora bella, ma non per me. La sua luce è periferia dei miei occhi, niente di più. Non fa più effetto. C'è qualcosa di tragico e crudele in questo.
Viva il lupo”
Mentre sto per girarmi e alzare i tacchi, mi chiede: “Ma scrivi ancora?”
Non ho mai smesso”
Stai per pubblicare qualcosa?”
Massimo riserbo”. Non le avrei comunque detto niente. Che mi legge a fare? Che senso ha? Cosa ci guadagna? Non lo saprei mai.
... e tifi ancora per la Fiorentina?”
Ancora? Che significa? Cos'è tifare, cambiare le mutande ogni giorno?
Certo. Chiaro. La Fiorentina per me è fede”
Addirittura”
Sempre di più”. Devo avere un espressione da cazzo, da ragazzino.
Ma perché poi la Fiorentina? È una cosa che non mi sono mai spiegata”
Ancora con questa domanda maledetta.
Che c'è da spiegare.
La Fiorentina è il colore viola. La mia infanzia. I miei primi sogni. È l'odore della notte a Firenze e anche qui. È mio padre, mio nonno. È la morte di mio padre, che non ho potuto fermare. La Fiorentina è sempre un abbraccio a mio padre. Tifare per la Fiorentina è anche accettare che qualcosa è rimasto, di quel bambino troppo sensibile che ho picchiato più volte per renderlo fuori moda e non l'uomo di oggi. Seguire e amare una squadra è qualcosa in più della passione per il calcio. È un atto di vita. Perché noi restiamo, anche se sembravamo destinati a sbiadire e poi finire. Il viola rigetta il nero della morte.
Viola è il turbamento del mio vivere, il ricordo silenziato di un dolore ingombrante, viola è la passerella di questi giorni e queste notti.

©Luca De Pasquale 2017




17/02/17

Gli amici degli scrittori non muoiono nei cessi dei bar


Arrivo alla bancarella dei libri con le migliori intenzioni. Mi rendo conto molto presto, però, di non avere voglia di acquistare nessun libro. Ci giro intorno, svogliatamente butto un occhio alle copertine, non trovo quello che sto cercando.
Ma cosa sto cercando?
Non so.
I grandi classici in edizione supereconomica mi hanno rotto le palle da anni, non li compro più. Ci sono refusi e la grafica, anche la più elementare, è di pessima fattura.
Oggi c'è un grande assortimento di letteratura d'evasione. Sfioro i libri con senso di repulsione, come se addirittura mi inquinassero. Il sessanta per cento sono opere di scrittori italiani che si sono inventati dei commissari di riporto, per entrare nel gran giro dei giallisti di successo. Penoso.
Poi ci sono libri di giovani-promettenti-brillanti-inseriti-presuntuosi scrittori, la cui scanzonata foto (come a dire: io non mi prendo sul serio, ma voi DOVETE farlo) campeggia in retrocopertine immacolate. Prevalgono pullover d'angora, barbe maledette, occhi truci, occhiaie simpatiche, tratti a volte infantili, camicie bianche da cameriere licenziato, persino qualche foulard e in un caso disperato fa la sua comparsa una pochette.
Oggi la letteratura d'evasione -da cosa, da chi, imbecilli- mi chiama e io la mando a fare in culo con accidia. Squisite trame con tanti amori cercano di attirarmi in un laghetto confortevole di saliva e curiosità morbose, rifiuto.
Scrittrici attraenti sembrano invitarmi, con foto studiate e curatissime, a fantasticare su come sarebbe se ci conoscessimo di persona. Non sarebbe. Non ci conosciamo. Non ne uscirebbe niente. Al massimo mi presenterebbero il loro amico del cuore, offrendomi carne tremula (e neanche tanto) da demolire alla svelta.
Quasi tutte le scrittrici che ho conosciuto avevano un amico del cuore: un tenero raviolone tascabile, un Grisù colto e prezioso, innamorato cronico e rancido, spiritosissimo, molto avanti con il pensiero e in gravi arretrati sessuali, brillante uscitore serale, birrante con brio e quasi privo di apparenti pulsioni libidinose. Quasi sempre scrittore pure lui, quasi sempre inespresso.
In genere, gli amici delle scrittrici (e anche degli scrittori) mi odiavano al primo incontro, per i motivi più disparati che ora non ho voglia di ricordare o sondare.
Ne ricordo con nitore uno solo: un tale Alberto “Patatrac” Orzedo, barba rossa da vichingo e grossa pancia, amico di scrittrici e di chiunque scrivesse qualcosa, tranne che del sottoscritto. Questo Patatrac era pieno di livore verso chiunque volesse -a suo pensare- sottrargli lo scettro di “amico dei colti” e lottava come un leone ipermetrope per mantenere i suoi fottuti privilegi. Era talmente nervoso e iperteso che fui certo da subito che dopo ogni soirée con gli amici letterati dovesse masturbarsi per ore, al fine di smantellare la rabbia esistenziale e la forte, fortissima paura.

Non c'è un solo libro di autori russi. Inizio a innervosirmi. Ci sono degli svedesi, ma sono svedesi sbagliati: gialleggiano troppo. Vorrei essere posseduto dallo spirito di Henning Mankell. I suoi libri mi mancano. C'è anche tutta una filiera di libercoli e libroni di cucina, ed ecco che mi arrendo, non sfoglio quasi più. Del resto, non avevo voglia di leggere. No, non ne ho neppure adesso.
Smetto. Al bar accanto alla libreria delle bancarelle c'è un attore napoletano, noto ai più per aver partecipato -non a lungo- a “Un posto al sole”. Ha una bella faccia, interessante e segnata, ha una faccia da teatro e non certo da riduzioni televisive o quant'altro. Prende un cappuccino freddo con fare compassato. Sul tavolino c'è un pacchetto di Marlboro rosse corte e un accendino clipper giallo canarino che mi conquista subito.
Questa mattina stanca e zoppa odora di fiori che non conosco, di pane fresco e di studenti, se gli studenti hanno un odore. Ma sì che ce l'hanno, un odore fresco, di fuga, di allegra lontananza da tutto.
All'improvviso mi sento vecchio, rancido e fuori conio: una brutta sensazione. Vecchio e rancido più degli amici delle scrittrici, che pure ho bersagliato mentalmente per qualche minuto.
Napoli è stupenda nel suo sonno e nella sua finta nebbia, una bellezza che estenua, una ballerina muta che ti strappa l'identità dal petto e la manda in mezzo alla strada a fiutare altri, altro, muri, portoni, gambe, labbra, silenzi e appuntamenti che non ti prevedono parte attiva.
Una bellezza alla quale non ci si può sottrarre, bisognerebbe essere preparati. Perché finisce che ti isola, invece di ravvivarti. Non ti senti in grado di viverla velocemente e con disincanto, sai che sei pesante, lento e rimarrai indietro. Non è bello trovarsi per le strade di una città bellissima con il fiato corto e un cartello, di quelli che si usano agli aeroporti per farsi trovare da qualche comitato di benvenuto.
Passo allora accanto all'attore con la bella faccia da teatro, gli invidio il clipper giallo, fendo un quadrivio di studenti tutti capelli e urla, non ho acquistato libri. Dovrei costruirmi una giornata di letteratura interiore di evasione, accettare la bellezza delle strade dove non faccio che ripetere un rituale ottuso, quello dell'ombra che deve riconoscere parti dei suoi proprietari, fossero anche finestre e pozzanghere.
L'anno scorso a quest'ora avrei scritto la storia di uno che muore nel cesso di un bar con una siringa nel braccio. Mi ha sempre affascinato il coraggio di quelli che muoiono per strada, di disperazione mai veramente confessata, quelli che muoiono di vizi gelidi, vecchi più di loro, vizi che sono falli di reazione, libri mancati scritti troppe volte negli specchi delle camere da letto, vizi di amanti fottuti dal diritto all'infinito.
Oggi si muore per meno e senza vendere i diritti alla poesia della sconfitta.
Io con i maglioni d'angora mi ci strozzerò, appena il fotografo si distrarrà per un whatsapp o un'ape tra i capelli.
Oggi non leggo. Oggi respiro Napoli. Non ne sono il cantore, non sono certo il figlio traslucido della sua bellezza, ma almeno oggi non vado a far morire la mia ispirazione nel cesso di un bar.

©Luca De Pasquale 2017

16/02/17

Approfittare della disoccupazione per rileggere Marx (e rileggersi dentro)


Da ragazzo ebbi i miei bei problemi a far accettare il mio pensiero “politico” agli altri. Venendo da una famiglia di idee socialiste (non craxiane), il mio primo passo fu quello di perdermi in teorizzazioni piuttosto estreme di un'ideologia che conoscevo poco e di striscio. Mi interessò fin da subito tracimare e spingere alle estreme conseguenze il credo di giustizia sociale, solidarismo e egualitarismo perpetrato dalla mia famiglia d'origine. Il socialismo mi appariva troppo poco di rottura. Naturalmente, non avevo gli strumenti per esprimere quelle valutazioni. In realtà, non avevo neanche ben compreso cosa fosse il “vero” socialismo: forse mi ero fermato al garofano e poco più.
Così, il mio primo voto andò direttamente a Democrazia Proletaria. Voto che successivamente non confermai -anche perché DP si sciolse di lì a poco-, trovandomi nel terrificante buco nero della fine del PCI. Un amore elettorale mai sbocciato per forza di cose: ero anagraficamente in ritardo e nostalgico senza averlo nemmeno provato. Il peggio.
In pratica, in un sol colpo ero rimasto senza punti di riferimento: ed ero agli inizi della mia consapevolezza.
In quegli anni giovanili vivevo male il mio pensiero, perché costretto dall'ambiente circostante (scuola, quartiere, amici, ragazze) a tenermelo per me e coltivarne l'ovvio sviluppo in perfetta solitudine. Capii ben presto che negli ambienti della sinistra giovanile passavo per anarchico e in quelli anarchici transitavo come mezzo comunista. In concreto, non venendo accettato in nessuna delle due situazioni. Non aiutava l'essere un povero tra i ricchi: mai veramente integrato e troppo compromesso dalla vita nel “quartiere bene” per piacere in ambienti più umili.

In seguito, e in tutti gli ultimi anni, ho sempre evitato di prendere posizioni decise, non certo perché io non le “possegga”: semplicemente perché ho sempre pensato che le definizioni, soprattutto in politica, sono scivolose come pessime saponette e si prestano a fantasiose interpretazioni altrui. Ho lavorato in una multinazionale come ultima rotella dell'ultimo ingranaggio e in quel lungo, decennale frangente ho potuto scoprire tutte le nequizie di quel mondo, che conoscevo precedentemente solo grazie a letture e sentito dire. Ho conosciuto l'incoerenza più assoluta di quelli che avrebbero dovuto essere i miei compagni; ho visto persone che si dichiaravano di sinistra radicale pendere dalle labbra e dalle mutande dei capi, dei capetti e dei caporali; ho dovuto sopportare per più di un decennio frasi fatte come “ripudiamo gli opposti estremismi” e “ogni ideologia è obsoleta, oggi: siamo nel futuro!”.
E in tutte queste tempeste ho cercato di non perdermi, di non sbroccare, di tenermi fede, di continuare a sentire dentro un fuoco, un plusvalore di speranza e non solo di distruzione.

Mi ha sempre divertito molto essere considerato un estremista. Perché queste valutazioni tranchant provenivano, nella maggior parte dei casi, da individui molto più estremisti di me, totalmente assorbiti da ottuse ortodossie in deliranti versioni upgrade o legati a degli stereotipi polverosi e insensati che però garantivano una qualche presentabilità sociale.
È stata proprio l'ossessione della presentabilità sociale ad aver reso molto presto i reduci della sinistra italiana dei farneticanti burattini centristi, attenti a non scontentare nessuno, schiavi di un cerchiobottismo da scalcagnato ufficio stampa, frazionati in correnti e correntine: fagiolisti, deuterosindacalisti, poltronai, scoutisti. E, ancor peggio, è stata la terrificante parola “governare” (con utopia annessa) a rendere ciechi quelli che da sempre vantavano sguardo panoramico e orizzonti estesi.

Nonostante tutte le pessime esperienze vissute, non mi sono mai dato allo sfascismo. Non ho accettato e mai accetterò i discorsi da visionari in trip di quelli, ad esempio, passati da un'eventuale sinistra (la loro eventuale sinistra) al grillismo. Ho evitato lo scontro, ma non mi sono mai fatto trascinare a fondo da slogan precotti e da revisionismi populisti senza storia, senza verità, malati di autoreferenzialità e di comodo sdegno.
E oggi? Oggi assisto -dall'esterno, lontanissimo, più che mai- all'ennesima farsa (in salsa congressuale) in atto nel Partito Democratico e al ritorno del fascismo. Un ritorno strisciante, costituito da emozioni mal fermentate nella pancia dell'egoismo e dell'ignoranza, un ritorno che si rafforza, estensione di vecchie maledizioni, con manifestazioni inaccettabili di intolleranza, equivoco patriottismo travestito da assistenzialismo, sorda xenofobia ereditata da vecchie sconfitte, e soprattutto uno sporchissimo desiderio di privilegi e di differenze sociali.
Il lepenismo, il leghismo più becero, il trumpismo, i peti delle piazze come rombi di vendetta, improbabili atti di “neo-romanità”, parossistiche provocazioni futuriste, è tutto molto inquietante. Preoccupante e serio, a ben vedere.

Da molti anni non posso più dire di “avere un partito”. Le varie incarnazioni post-PCI non mi hanno mai convinto e non ho mai davvero fraternizzato con Rifondazione Comunista.
Per certi versi, rientro a pieno titolo tra gli stanchi e i disillusi. Paradossalmente, però, è proprio l'inevitabile disillusione il motore primario della consapevolezza. Non è questa un'epoca in cui un individuo può permettersi di sentirsi al riparo da tutto. Non è questa un'epoca in cui un individuo che voglia continuare a guardarsi allo specchio può permettersi di rinnegare tutto ciò in cui ha creduto e per cui ha lottato.
Anche e soprattutto tra le sfere intellettuali, c'è in giro troppa gente che non prende posizione da anni, con la scusa verminosa di essere “apolitico” e fuori dalla mischia. Non voglio appartenere a questa casta ambigua.
Il problema, oggi come nel 1990, è l'appartenenza esuberante, il quadretto concluso. Il mio (non) problema è questo. Ancora oggi, troppo anarchico per la sinistra e troppo di sinistra per gli anarchici. Ma quanto questo problema può darmi reale fastidio? Zero e qualche decimale.

La disoccupazione in età matura tutto è fuorché una risorsa. È angoscia, riduzione della speranza, agguato ai progetti più naturali di sviluppo ed evoluzione della persona, costrizione all'azzeramento del presunto ruolo sociale. La disoccupazione alla mia età è segregazione delle idee, smarrimento della voce, pittoresca marginalità, impossibilità a capirsi con chi non ci è mai finito dentro, è rifiuto del pietismo di maniera perpetrato dai lavacoscienza con ammorbidente, ma può essere anche altro.
Può essere risveglio della propria coscienza, istanza alla lotta, riacutizzarsi della voglia di approfondire, studiare, sentirsi parte di qualcosa che magari in giro non si trova più, che è nicchia della nicchia e appare ai più come raccolta di cimeli intellettualistici.
Può essere anche dignità che si fuma una bella sigaretta alla faccia della sfiga. Può essere ritorno a quella febbre che mi animava da ragazzo, che rendeva il sorriso più grande della mia bocca, può essere capire che non tutte le idee possono morirmi addosso per estenuazione o principio banale di non applicabilità.

E così, da qualche tempo, i tempi della costrizione e della riduzione a numero senza uso sociale, leggo e rileggo. Leggo e rileggo tutto quello che in gioventù ho interiorizzato con foga, perdendo però dettagli, passaggi focali. Ritrovo allora quello che non ho capito, che ho sfiorato. Cerco notizie, fatti, testimonianze, mi riprendo l'arroganza dell'illusione; finalmente riconosco qualche fratello, in mezzo a tanti silenziosi estranei persi nella loro vita e più che altro nel terrore di non migliorare la qualità e la quantità degli agi. Negli ultimi mesi sto studiando i minatori inglesi e i loro scioperi. Ma anche i fatti di Spagna del '36. E Marx. E la storia del PdUP. Approfondisco vecchie leggende del Black Panther Party.
Sarebbe osceno considerare “vintage” quello che mi muoveva.

Intanto, ci sarà sempre qualcuno che userà con malagrazia e sprezzo le parole “comunista” e “anarchico”, convinto di aver così definito uomini fuori dal mondo, così stupidi da essere idealisti e arroccati su idee di giustizia sociale che niente e nessuno è riuscito a rendere falò di pochi brividi.
Molte delle idee nelle quali credevo da ragazzo erano utopie, forse lo sapevo fin da allora. Ma questo non è un buon motivo per pisciarci sopra e comprarmi una nuova bandiera al mercato sociale delle apparenze. Non comprerò mai bandiere per entrare in un ufficio, per compiacere amici e parenti, per imbucarmi a feste che non mi interessano e non mi hanno mai interessato sul serio. Non mi fascerò il petto di stendardi per entrare in un gruppetto di scrittori le cui banalità progressiste sembrano idee di grandioso impatto di massa. Solo per emotività dei lettori, il più delle volte. Non mi ritrovo nell'indignazione moderata e quieta dei presunti vecchi saggi. Non mi piacciono i giovani narratori che fanno finta di niente. E non gradisco la discrasia di chi in pubblico è apolitico e poi si vanta, nella cerchia ristretta, di essere “un estremista che si sa vendere”, uno che ha “solo capito cosa vuole la gente”. Un estremista che si sa vendere, per quel che mi riguarda, è solo un pagliaccio sociale.

Prenderò altre botte, come ruolino anagrafico impone. Continuerò però a leggere, studiare e -possibilmente- credere. Sarò respinto a varie frontiere, dalle più ridicole e indesiderate fino a quelle cui anelo, ma pazienza. Anche chi costa poco (e il valore te lo attribuisce la società, non nasci con un valore stabilito a priori) ha il diritto di rimuoversi il prezzo da dosso. A maggior ragione oggi e in questo panorama nero, popolato da anacronistici aviatori e arditi retrogradi.

©Luca De Pasquale 2017












14/02/17

Afrormosia


Le stazioni mi hanno sempre messo addosso una certa inquietudine. Così come le partenze. Anche quando sono partito per brevi vacanze, la sensazione è stata chiara dall'inizio, si parte per non tornare. Per non tornare mai.
È così: mi manca l'idea del ritorno, il suo senso, naturalmente la sua bellezza implicita e diffusamente trattata da molti come il sale della vita.
Persino un banale spostamento in metropolitana, stavolta, sembra una faccenda serissima, un gioco interiore di pozzi scoperti, di tavole mancanti nel mosaico dell'uomo che sono, pratiche di vento in quel mare aperto che è l'accorgersi di stare al mondo.
Salgo all'ultimo momento, poco prima che le porte si chiudano, ho delle cuffiette che mi regalano la musica che amo: il disco di Michel Petrucciani con Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso -forse l'unico disco che ho davvero amato del pianista francese- e il trio Celea/Liebman/Reisinger con il bellissimo “Missing a page”, uno dei miei dischi dell'anima.
Le persone che trovo in carrozza sono degli estranei. Anche io lo sono per loro e parzialmente per me stesso. Non so infatti più prevedere le mie tempeste, gli appigli che manco per progetto, l'irrazionale ottimismo di momenti incolori, la caparbietà nel battere percorsi che sono finte strade maestre, in realtà viali privati senza nessun proprietario e nessuna proprietà.
I due contrabbassi che si alternano nei brani, quelli di JF e Jean-Paul, sembrano raschiarmi dentro senza dolore, semplicemente, come fiamma ossidrica su zavorra già accantonata. So che non mi sono rasato, so che mi sono spruzzato del profumo nel collo senza neanche sapere il perché, so che sto andando da qualche parte a dire qualcosa e che l'intenzione scoperta è quella di non trattenere, di non raggranellare, di non seminare e non smobilitare i miei reali segnali e divieti interni.
Le persone anziane in treno mi confermano, con la loro sola presenza, che non sono in grado di accettare serenamente il tempo che passa, che per me la vecchiaia non è affatto poetica e, non ultimo, che ho dei conti aperti in sospeso.
Il motore dei miei pensieri viaggia su un registro grave ma non definitivo, i miei gesti sono nervosi, giovanili, conclusivi anche quando inutili. Mi tocco i capelli, nascondo gli occhi nel finestrino, spero di non essere notato in nessun modo, curioso tra i pochi libri aperti dai passeggeri seduti. Un paio di gialli di successo, un Fabio Volo, un Baricco, chiudendo in bellezza con due opere scritte, forse, da due noti comici televisivi orgogliosamente napoletani.
Io ho scelto un libro sbagliato per questo tragitto, “Niels Lyhne” di Jacobsen, già letto due volte, libro che in questa sede è pretenzioso e non leggerò. Libro non adatto a una metropolitana e nemmeno al registro grave e passeggero di questo trasbordo.

Le stazioni si avvicendano lentamente perché questo trenino pendolare è lento, pigro. Non conosco le persone che ci salgono. Nemmeno una. Non sono avvezzo ad incontri in treno. Non mi piace chiedere “come stai” se non mi interessa. Non mi interessa, del resto, nemmeno come sto io. Poi intercetto una telefonata. Una madre, occhiali fondo di bottiglia, che telefona alla figlia, da quel che capisco bloccata a letto con la febbre alta. La donna sembra molto preoccupata e il suo tono materno va a toccare qualche corda tranciata nel mio stomaco riflessivo. La voce della donna preoccupata arriva come una bomba nel mio deserto, fa strage della mia stupida contraerea di cinismo levigato e disperazione ampiamente sperimentata. Ed ecco che comprendo al volo quanto io non sia protetto nei confronti dei sentimenti più puliti e più soavi, che fanno parte della distratta quotidianità di ognuno di noi.
Guarisci presto, a mamma... non farmi stare in pensiero”, conclude la donna, con voce leggermente rotta. Io continuo a toccarmi i capelli e sento impellente il bisogno di fumare e camminare nervosamente in un perimetro che non porti avanti né indietro.
I buoni sentimenti mi uccideranno, prima o poi. Mi violenteranno quando mi sentirò forte di tutte le rinunce, scelte o meno che siano. Mi riporteranno a quel clima caldo e accogliente che detesto ricordare, che è il passato, che è superato per definizione, che mi fa più comodo confinare nelle nebbie dense da noir di approdi spogli e nuovi.
Sono quasi arrivato. E sono nervoso, incupito. La mia fragilità è inopportuna. Non mi sono fatto distruggere dall'amore che in qualche modo mi riguardava, non posso lasciare il fianco scoperto all'amore in dote agli altri.
La dannazione è accorgersi di vacillare, non vacillare. La dannazione continua poi quando il senso di vertigine lascia il posto a un sentore ottuso di errore perpetuo di approccio all'infinita materia degli affetti del mondo.
Il pretenzioso libro di Jacobsen sotto il braccio -libro da esilio misurato e non da tragitto urbano-, il mio stupido profumo per me stesso, la barba che sta lì solo per bruciarmi le mani, tutto scompare in quest'ammissione momentanea di debolezza al cospetto delle imperfette dolcezze del mondo esterno.
Se stasera scriverò bene, sarà solo un fiore secco da usare come segnalibro.
Se fumerò troppo, se annegherò nel mare privato del jazz conosciuto, se guarderò oltre i vetri in cerca di piccoli sensi/lancette, comunque non riuscirò a cancellare questo sgradevole sentimento di attutimento degli amori altrui.

Infine scendo. So che sto andando da qualche parte a dire delle cose. Sarò affabile e gentile, come quasi sempre. Sembrerò garbato e un po' ferito, come mi hanno insegnato a palesare in certi mesi dell'anno. In realtà, la recita mi peserà un po' di più del solito. Perché ripenserò a quanta difficoltà mi ha creato una semplice telefonata di una sconosciuta alla figlia malata; mi convincerà, senza timore di smentita, che l'abitudine alla violenza, all'uscita dalle stanze, alle commemorazioni tardive, al gesto fuori sincrono verso le inermi aspettative di chi mi ha amato, tutto questo non è un punto a mio favore. È piuttosto una crepa in un sistema difensivo basato sul basilare rispetto delle tenebre, mie e altrui. Con il sole ci ho giocato poco, e la disabitudine mi rende senz'altro un dilettante.
Un giocattolo in un treno che si affolla. Non certo uno scrittore. Gli scrittori non esistono, se iniziano a tremare anche nei loro castelli di ricotta e lacrime.

©Luca De Pasquale 2017




13/02/17

Il morso a tradimento


Sono otto anni che conosco Giocasta Cuoco.
Otto anni con alti -pochissimi- e tutta una serie di basse frequenze quasi inavvertibili.
E sono esattamente otto anni che è alle prese sempre con la stessa materia: lasciare qualcuno che è un pezzo di merda. I suoi problemi sentimentali sono proverbiali, epocali e naturalmente irrisolvibili.
Sono otto anni che Giocasta finge di non conoscere le mie idee in proposito, simulando elegantemente di ignorare che detesto le confessioni sentimentali con relativi consigli inascoltati. E questo non certo perché lei è una donna. Non mi piacciono nemmeno le confidenze maschili; se possibile, ancora meno.
In otto anni di frequentazione nemmeno assidua, solo a mia memoria ricordo tali Corrado il regista, Mimso il giornalista esperto di musica, Digimon il bancario/pittore, Ferdi Freddie il proprietario del pub artistico in centro, Esaoudè l'artigiano africano, Vincenzo il micropene, Nanni il rampollo di buona famiglia laureato in filosofia e adesso, immancabile e degna conclusione, Tovaritch il disegnatore di fumetti, un esistenzialista in pectore con una gran faccia da coglione.
Tutti questi uomini hanno un aspetto comune: sono dei figli di puttana, dei bastardi -questo il suo fantasioso frasario- e nessuno di loro è stato a quanto pare in grado di comprenderla e apprezzarla.
Non credo che le sue fidate storiche amiche la aiutino molto ad avere una visione razionale della cosa. E cioè che è lei a scegliere degli stronzi vanitosi, vacui e totalmente insicuri, vendicativi in cifra circa qualcosa accaduto loro probabilmente in una lontanissima (se non inventata) infanzia.
Anche oggi, mentre ascolto le sue noiose geremiadi, mi rendo conto che Giocasta odierebbe certamente anche me, se dovessimo per errore scantonare dall'amicizia.
Credo che mi darebbe del fascista, mi direbbe che i miei sentimenti sono violenti in genere e si sfogherebbe proprio con Tovaritch o Esaoudé, in un continuo riciclo di ruoli, sensazioni, grottesche appendici destiniche, lassismo poetico e altre cose a me insopportabili.
Non mi è mai piaciuto fare il confidente. È un ruolo senza carattere, ambiguo e viscido, sfortunato per genesi e molle per prosecuzione fattuale. Molte donne continuano a volare alto nei confronti delle persone di sesso maschile dalle quali si fanno accompagnare. Un errore gratuito e perseverato fino allo sfinimento, sfidando qualsiasi legge di consapevolezza legata all'aumento degli anni e delle esperienze. Giocasta è esattamente come otto anni fa, e questa cosa mi deprime. Mentre parla, ho tanta voglia di darmela a gambe. Ho anche un po' di voglia di dirle che in realtà il suo Tovaritch non è virile, è sciatto nel suo conformismo saccente, è l'ennesimo stronzo scelto con cura.
Non servirebbe.
Giocasta parla ora con me, ma tra due ore dirà le stesse cose al primo sprovveduto incontrato per caso. Un parlarsi nello specchio della bocca, a caccia perpetua di giustificazioni irrichieste e di vittimismo.
Il repertorio è blando, prevedibile e in certi accenti anche disgustoso.
E pensare che le prime volte che noi due... io e Tovaritch...”
Sì?”
Le prime volte che abbiamo... hai capito, quando abbiamo... scopato, lui è stato dolcissimo”
Scopato e dolcissimo non si accordano. Marchiano errore.
E ora? E ora? E ora?”
Non so”, soffio estenuato.
Io lo lascio”
Silenzio.
Faccio bene?”
Domanda retorica. Certo, lascialo subito”
Eppure...”
Eppure?”
Quell'uomo è strano. Ha qualcosa di profondamente tenero dentro”
Un sofficino”
Tu scherzi ma ha uno sguardo così triste... certe volte penso che deve aver visuto qualcosa di orribile che io non so”
Dici? Ad esempio?”
Chissà, magari è stato molestato da ragazzo... che ne possiamo sapere, in fondo? Ha uno sguardo così smarrito quando mi chiede di vestirmi in modo appariscente, sembra il suo ultimo desiderio... come se ne andasse della sua stessa vita. Capisci che intendo?”
Magari è perché ne ha per una volta sola. Come energie, intendo”
... e del resto io so una cosa di cui lui non ama parlare... di quella volta, ma non dirlo a nessuno... posso dirtelo?”
Ma certo, Giocasta”
Cosa vuoi che me ne freghi di questo manichino, cara?
... tre anni fa è finito in ospedale... dopo che... dopo che Annatta...”
Annatta?”
La sua ex ragazza... lo ha morso nell'intimo a tradimento in un momento loro e lo ha accusato di averla tradita... addirittura tre punti...”
Istintivamente, mi porto le mani ai genitali e un brivido mi percorre la nuca.
Che orrore”
Non ci vedo chiaro in questa storia... tu che ne pensi?”
Faccio uno sforzo enorme per non ridere.
Credo di dovergli dare un'altra possibilità”, mi dice a sorpresa, con uno sguardo sognante.
Dici? E su quali basi?”
Ha sofferto”
Tutti soffriamo, Giocasta”
Sì. Ma lui non è come te, lui non ne parla”
Touché. E quindi la sua sofferenza è reale e la mia simulata?”
Non dico questo. Ma lui ha un ritegno, una timidezza... Tovaritch è autentico. Credo di dover dare una chance all'amore”
Al vostro?”
All'amore. All'amore in genere. L'amore è importante”
Con questa frase sei pronta a scrivere un testo per Sanremo 2018”
Scemo... un'ultima cosa... avresti dovuto vedere il suo sguardo quando gli ho regalato quell'orecchino di bauxite spagnolo...”
Un orecchino di bauxite spagnolo?”
Già, bellissimo. Raffigura un castoro pirata con la zampa a uncino, uno spettacolo. Artigianato di Valencia. Me lo fece scoprire Nuçço, un mio carissimo amico...”
Chiaro. Un altro “figlio di puttana” prima ripudiato e poi riciclato come amico. I giochini di Giocasta. Comunque questo Tovaritch non deve stare bene, se calza un orecchino a forma di castoro pirata.
Estenuato, prendo ottimo congedo da Giocasta. Mi ringrazia per i “preziosi consigli” (quali?) e per “la dolcezza”, ci abbracciamo con indifferenza, ci diamo appuntamento a presto ma in realtà ci vedremo tra undici mesi o giù di lì. Sono otto anni che va avanti questa buffonata del 'vediamoci di più'.

E così, resto solo per strada. Solo in mezzo alla gente. Giocasta non mi ha nemmeno chiesto come sto. Ho anche pagato io il caffè, e avevo solo sette euro in tasca. Non posso comprare le sigarette. Altro che i suoi fantasiosi amanti pieni di risorse e di originalità. Io lo so, la mia anima ha la faccia di Mads Mikkelsen in “Valhalla Rising”. Da parecchi mesi a questa parte. E ne sono felice. La mia anima dev'essere come il personaggio di Mikkelsen in quella truculenta e metafisica pellicola, One-Eye. Adoro la faccia di Mads Mikkelsen, ma non porterei mai un orecchino a forma di castoro pirata.
Mi fermo davanti a una vetrina. Si tratta di un negozio di abbigliamento. La commessa è seduta sul banco e parla con una cliente. La cliente è un ramarro rifatto, ma la commessa è rustica e la gonna è molto volatile. Mentre le guardo le gambe con lo stesso reale interesse che proverei per un'antologia di nuovi scrittori -dunque meno del minimo garantito- sento parlare alle mie spalle.
Vuoi che te lo compri?”
No... ma perché, ci hai pensato?”
Con te mi viene sempre da pensare a ogni cosa. E non solo pensare”
Oh, porco. Ricordati che siamo in pubblico”
Io e te siamo sempre cosa privata”, dice la voce d'uomo. Una voce da pitale con la tonsillite, da mezzo uomo, da circoncisione mentale delle voglie.
Mi giro con odio, queste schermaglie tra coppie sono risulta esistenziale da debellare, e mi trovo davanti una specie di sosia di Franck Ribery. L'uomo porta un orecchino a destra, una pataccona. Lo guardo con attenzione: rappresenta un castoro con l'occhio bendato e l'uncino al posto di una zampa. Un obbrobrio. Sarà lui? Il prode Tovaritch dei dolori silenziosi e delle seconde possibilità? Se è lui, neanche un gadget sessuale omaggio accetterebbe di dividere parti di fiato e corpo con un uomo del genere. La ragazza che gli chiede/non gli chiede il vestito avrà almeno quindici anni meno di lui.
L'infingardo. Il vero bastardo. Tovaritch. Il dolce sognatore che chiede di vestirsi da puttana e poi fa lo sguardo acquoso. Ripenso a Giocasta, con rammarico ancora un po' indifferente. Mi dispiace davvero, in fondo. Finirà come con gli altri. Saranno riciclati nella sua personalissima “ruota del destino” che tutto annulla, tutti i torti, le speranze sodomizzate, le miserie monche e senza gittata, le menzogne esorcizzate da sorrisi ebeti nei ristoranti, nei resort, mentre si gode, mentre si tradisce.
Vorrei, a maggior ragione, essere davvero One-Eye e decapitarlo, a questo Tovaritch castoro pirata. Ma quel che conta, almeno adesso, è che non posso acquistare le sigarette.

©Luca De Pasquale 2017

12/02/17

Legno caldo smarrito


Stamattina mi sono cercato allo specchio e non mi sono trovato. Ho intercettato una parte della mia figura intera, ma il volto mi è sfuggito. Probabile che sia rimasto invischiato nella notte, nelle contraddizioni di un sonno che non riesco mai a controllare. Anche quando mi propongo di farlo. Sono sempre fallimenti, i controlli.
E così ho pensato, oggi la mia faccia è una sedia vuota accanto ad una finestra, non posso guardarla dall'interno. Oggi la mia immagine mi tradisce, mi scappa, e sventa l'identificazione che al mattino è più che altro una trappola.

Ho preparato il caffè, ho spalancato le finestre, ho fumato una sigaretta all'aperto. Senza profondità e con qualche spina di nostalgia indefinita. Poi sono tornato allo specchio. Era già inondato di sole, così per la seconda volta di seguito non mi sono visto.
Mi capita spesso di non trovarmi al mattino. In quel caso, capisco subito che mi sono perso nelle maglie di qualche sogno, o che più semplicemente il tragitto notturno non prevede lo stupido happy ending mattinale dell'immagine riflessa. Mi capita anche quando scrivo di sera tardi o proprio al centro della notte. La mia immagine scappa, rapita dall'ombra affamata, convinta a darsi alla macchia da tutti i messaggeri di quell'ombra madre che mi spinge a scrivere per tentare di aderire a me stesso, di non precipitare, di non morire.
Quando scrivo sono solo. Sempre solo. Anche in luoghi affollati. Soprattutto in quei luoghi, direi. Sono legno che si scalda, sono un trancio di luce che non fa altro che guadagnarsi la dignità di un interruttore.
Mi accendo, mi spengo, muoio e rinasco, invariabilmente mi perdo. Se cerco di compiacermi, anche di una sola parola messa bene, mi faccio a pezzi.
Se scrivo di sera o di notte, i miei occhi recuperano solo angoli di me. Il braccio sinistro, il colore del maglione, gli occhi inquieti nello schermo, qualche volta il fumo sezionato della sigaretta più veloce, quella che accompagna come una smania la conclusione delle parole.
Tutte le volte che finisco di scrivere so che non mi sono compiuto affatto. E che non ci riuscirò. Probabile che compiersi sia svanire: e allora mi concedo il lusso di declinarmi a puntate e accettare sparizioni temporanee o parziali della mia immagine, del mio contenitore.

Sono mesi ormai che la scrittura, anche quella più scoppiettante, è accompagnata da uno strano senso di inquietudine, una sorta di fontana nel buio che alterna giochi d'acqua luminosa a silenzio, una fontana capricciosa in un parco vuoto, con panchine di marmo mai troppo fredde per potercisi sedere. E su quelle panchine, proprio mentre scrivo, siedono per poco e senza parlare ospiti occasionali, estemporanei.
Madri senza figli. Amanti senza lettere. Padri senza sepoltura emozionale. Fantasmi di abbracci in esilio anche nella sola intenzione di viverli. Reazioni ad altre reazioni, e quindi niente di realmente vitale. Polvere di luna e abat-jour alla smaniosa ricerca nomi che si incastrino nel disegno delle parole. Imitazioni di personaggi mai conosciuti a fondo. Dolori di altre persone che mi incuriosiscono fino all'empatia, anche se sono costretto a scacciarli come piazzisti alla prima vera lacrima. Su quelle panchine notturne siedono inoltre tutti i ricordi mandati a sperdersi come cani sull'autostrada, tanto per consentirmi la vacanza della crescita, del percorso individuale e del bel morire dopo alcune idee.
Su quelle panchine ritrovo sciarpe, medaglie, briciole, penne che non scrivono, vendette non servite, congegni elettronici tarati per sorvegliare la mia malinconia, giocattoli che ho lasciato usare ad altri ed eventuali.

Difficilmente mi ritrovo dopo le notti.
Non ritrovo a volto neanche i miei suoni. La voce, la mia, non sembra un suono ma un orologio. Che marca la vita e la pressa con l'obbligo di una presenza abbastanza valida da scegliere il mare e non le stanze vuote.
Un mio vecchio insegnante di italiano al liceo diceva che la scrittura per me sarebbe stata sempre tregua, armistizio. Volli credergli e può darsi che ciò sia vero. Ma non prevedevo che la scrittura mi avrebbe portato anche allo smarrimento dei tratti, alla diffrazione del riflesso, alla scomposizione visiva del mio ruolo presso me stesso. Se scrivo, mi licenzio da me stesso. E di notte mi allontano da quel corpo caldo, dotato purtroppo di brividi, che scrive ad una scrivania.

Stamattina, dopo non essermi trovato e aver rinunciato subito a sguinzagliare i miei lupi per la ricomposizione dei brandelli intatti, ho pensato a cose leggere. Ho pensato che ieri ho guardato il festival di Sanremo senza troppo accorarmi e che la canzone di Marco Masini, sì, proprio lui, mi è piaciuta molto. Mi è piaciuto il testo -che naturalmente sento vicino e familiare- e la sua voce, mi piace il suo essersi rimesso in pista dopo tutte le maldicenze vergognose e lo snobismo crudele perpetrato nei suoi confronti. È vero, ha ragione: ci si incontra cadendo. A me piace cadere e non sempre incontrarmi. Al punto da disertare l'ovvietà del ritrovarsi nello specchio.
Alcune cose si allineano a stento”, canta Masini. Ogni giorno, gli allineamenti mancati sono innumerevoli.
Adesso ti vedrei scegliere di restare e invece te ne vai, e io, io ti lascio andare” potrebbe sintetizzare qualche anno della mia vita, anche qualcosa di più. Certo, le canzoni ci parlano. A volte fungono da specchio, è una delle qualità che hanno le migliori.
Per fortuna, alcune funzionano con gli uomini che cadono, sostituiscono i loro specchi ammutinati, li distraggono da quell'esilio vitalistico che è scegliere di restare, anche nei parchi vuoti, sulle sedie accanto a finestre inventate, a picco su quella vacanza crudele che è il nostro destino individuale.

©Luca De Pasquale 2017





11/02/17

Disobbedienza urbana e codardi


L'uomo ricco − non per fare un confronto offensivo − è sempre venduto all'istituzione che lo rende ricco. In assoluto, più abbondano i soldi, minore è la virtù, poiché il denaro si interpone fra un uomo e i suoi oggetti, e li ottiene per lui; e certamente non è stata necessaria nessuna grande virtù per ottenere ciò.”
Henry David Thoreau – Disobbedienza Civile

Anche in salsa letteraria, la parola “lucidità” è stata sostituita malamente da “nichilismo” e “negatività”. Uno sguardo sulla realtà privo di orpelli e di facili consolazioni è considerato ormai alla stregua di un atteggiamento precotto da menagrami, da iettatori.
Con la scusa del pensiero positivo si compiono le peggiori nefandezze virtuali e reali in nome di un approccio “concreto e costruttivo” ad una realtà che ci chiede -anzi ci impone- solamente di adeguarci.
Non mi sogno di adeguarmi.
Non lo sogno, soprattutto. Non ho mai sognato un posto sicuro (non solo inteso come lavoro, quello mi farebbe comodo e non è detto che mi corromperebbe), non è un tipo di sogni che mi abbia mai accompagnato.

Incontro lo scrittore Morando Ernia in una pessima mattinata da sole, tutti svolazzi, turisti entusiasti, bambini con palloni e cellulari, genitori annoiati in tuta, giovani mamme con cosce tatuate e l'inaugurazione di un nuovo bar in zona che attira i peggiori scioperati del circondario. Ma attenzione: non gli scioperati forzati come il sottoscritto.
So da anni che Morando Ernia mi considera un nichilista, una persona negativa e autodistruttiva, e probabilmente uno sfigato non ancora rassegnato. Lo trovo seduto al bar di cui sopra, con quella sua faccia rubizza da mangiavita e cinque copie del suo nuovo libro in bell'evidenza sul tavolino.
Troppo tardi per fingere di non averlo visto. Troppo tardi per simulare un malessere, una telefonata improvvisa, qualsiasi cosa.
Luca, oh Luca”, mi fa, con la sua voce da trombetta sfiatata.
Non sarebbe contento di vedermi, se non potesse spararsi qualche posa con l'uscita del suo nuovo capolavoro.
Voglio essere chiaro dall'inizio. Non ho nessuna stima per Morando Ernia. Lo considero un venduto, un compiaciuto codardo, un mistificatore al servizio dei peggiori luoghi comuni in materia di letteratura e di conseguenza uno che non attribuisce nessun reale valore al ruolo di scrittore, se non quello di rifulgere come un pavone metrosessuale.
Come essere umano, più genericamente, lo reputo uno che entra di buon diritto in una categoria del tutto personale da me elaborata diversi anni fa: Morando Ernia è uno che per i galloni, per le stellette, si farebbe sborrare in faccia da chiunque. Una categoria, quelli che si farebbero venire in faccia da qualsiasi entità: dei, uomini, animali, associazioni, onlus fasulle, circoli culturali, critici, baroni, pavoni, puzzole, violette del pensiero e troie della creatività, bloggers, correttori di bozze dotati o meno, democratici stinti, grillatici, veterofascisti, apostati del popolino, impellicciate signore progressiste della Napoli bene, giornalisti fintamente liberi di giudizio e di pensiero.
Ehi, Morando”
Capiti a fagiolo, Luchino”
Luchino. Non puoi chiamarmi Luchino, idrovora, impotente, hovercraft mezzo sdentato.
Per cosa?”
Guarda, non è mio costume, ma voglio regalarti una copia del mio libro perché oggi sono felice”
Onoratissimo”
Eccolo”
Me lo mostra, con la stessa bavosa enfasi con la quale un uomo anonimo mostrerebbe il suo primogenito allo strafottente personale ospedaliero. Non provo nulla per il suo libro. Nulla. Non invidia, non stizza, non aperta ostilità. Non provo nulla.
Come vedi ho scelto un titolo provocatorio...”
Provocatorio?
Leggo: “A Napoli si ama e si canta”. Sì, molto provocatorio.
Perché provocatorio, Morando?”
Perché è un inno alla vita, e di questi tempi inneggiare alla vita, all'allegria, è un gesto rivoluzionario, controcorrente. Te lo dico sinceramente, caro Luchino, sono così stanco di questi falsi profeti della negatività...”
... nei quali mi inserisci di certo, no?”
Strabuzza, si sfilaccia, diventa gomma, torna in sé, risponde: “Tu? Tu sei uno vero, Luchino. Tu sei uno con una storia particolare, mica sei come loro
Ipocrita. Cacasotto.
Non mi considera un pericolo per lui, ecco perché non gli do fastidio, solo per questo. Ma le mie idee, il mio approccio, lo disgustano. E non lo dice, non vuole perdere nemmeno il peggiore dei suoi lettori, il più improbabile.
Salvati capra e cavoli, inizia a sbrodare da par suo, mi spiega che lui ha addirittura dato dei consigli a Saviano, e mi nomina “Saviano” come per farmi perdere il controllo per reverenza o stizza o entrambe. E vuole impressionarmi anche quando mi fa notare, come se ce ne fosse bisogno, che ha pubblicato per un grande editore che a suo dire gli ha fatto stipulare un contratto per diciotto romanzi.
Oggi quasi nessuno scrittore firma per una casa editrice come la mia, e certo non oltre i due romanzi. Sono davvero fortunato”
No, tu sei uno che sorride bene dopo che gli hanno sborrato in faccia, questo è il tuo merito, oltre al gusto sordido di lettura dell'italiano medio della fascia spensieratezza/nostalgia/disimpegno/indignazione occasionale quando serve.
Mi offre un caffè e inizia a parlare a ruota libera. Come quasi tutti quelli che scrivono, inizia a gettare merda su chiunque faccia il suo stesso mestiere. E allora esce fuori, “da me che sono dentro certi ingranaggi” che un noto scrittore è un “frocio sifilitico” che non confessa la sua omosessualità, che un altro è “uno sporco pennivendolo e un fallito”, che quella scrittrice ossigenata pubblica solo “perché va in giro a darla fingendo di vivere in una comune di Amsterdam”, raggiungendo il climax quando di un noto critico e scrittore mi dice “quello si è rincoglionito dopo che ha iniziato a fottersi un'insegnante di fitness che insegna anche a ballare la bachata, ma si rende conto che pubblica solo perché gli scrittori e gli editori lo usano come una bambola gonfiabile?”
Io ascolto in silenzio, mi limito a emettere suoni gutturali e distanti, come uno scimpanzé sedato, senza per questo assentire.
Morando si calma solo quando al tavolo arriva una donna bionda tutta centrini e ricami sul vestito e le cosce scoperte fasciate in calze nere piuttosto provocanti.
Questa è Melanya, un'amica”, la introduce.
P-i-'cere”, fa lei, porgendomi una mano calda e carnivora, tutta smaltata.
Melanya è un notaio e tra poco anche una scrittrice”
Ah”, interagisco. Come no. Certo.
Luca invece”, le spiega, “è uno scrittore un po' anarchico, occasionalmente comunista, e anche incazzato, lui ha questo piglio un po' particolare. Ma ha coraggio. Non sempre lo condivido, ma lo rispetto. Tutti vanno rispettati, Melanya”
C-a-'isco”, fa la donna, senza alzare gli occhi dalla lista delle bevande. Le sue cosce accavallate sembrano, a me e non solo, il centro esatto dell'universo, o forse l'ingloriosa fine di ogni nostra smania ideale. La sua postura, il suo modo di atteggiare le labbra, emanano quella forza scomposta e triviale che a noi uomini ci fa perdere quel poco di dignità che crediamo di comunicare ancora, primariamente a noi stessi. Morando la guarda con un desiderio cupo e osceno, come se dovessero scopare sul tavolo a minuti. Sono decisamente di troppo. Lo ero anche prima. Lo sono a prescindere.
Improvvisamente, Morando inizia a raccontare frammenti di aneddoti che lo vedono protagonista nel mondo dell'editoria e dei media: in quattro minuti cita due critici molto noti, di nuovo Saviano, cinque case editrici di grande importanza, tre registi televisivi, persino Costanzo, Bocca, Camilleri, Luca Zingaretti, un politico del PD e uno pentastellato, persino lo chef napoletano che impazza in televisione. Tutti suoi amici e suoi ammiratori.
Lo sguardo di Melanya si carica di un erotismo senza freni, è uno sguardo con i denti e con il ventre che freme, senza controllo, irrazionale, uno sguardo lascivo che brucia tutti i contorni e polverizza le comparse circostanti, me per primo. Vuole lui, lo scrittore famoso. Vuole scoparselo ancora. Pazienza se magari non ci sa fare. Pazienza anche se lui usa autocitarsi mentre spinge e perde pure impatto: lei lo considera un vincente, un puro, un furbo, e ci ha creduto quando lui su facebook ha preso posizione pro migranti senza fottersene un beneamato cazzo. Glielo aveva consigliato il suo staff e uno dei suoi editor. Sono le donne come Melanya a invalidare quanto di meraviglioso e commovente fa, silenziosamente e senza pubblicità, la stragrande maggioranza delle donne di questo paese, incluso sopportare la fasulla prestanza intellettuale di noi uomini.
Alla fine, Morando si dimentica di regalarmi il suo prezioso libro, privandomi del piacere di abbandonarlo su un muretto eroso dal sole, a pochi metri di distanza dal neonato bar.
Melanya nemmeno mi stringe la mano. Le donne come lei hanno fiuto, il marginale lo riconoscono subito. Non credono neanche nella buona fede dei marginali, figurarsi se ne riconoscono le supponibili lotte.
A me questo incontro non cambia le carte in tavola. Non più di un attacco di otite o una maggiorazione in bolletta.
Lottavo prima, lotto ora, lotterò domani. Qualche tizio di passaggio mi getterà addosso una bandiera rossa e nera e qualcuno mi scambierà per un tifoso del Milan o del Foggia. Di certo, nessuno scommetterà un euro su una mia vittoria fuori casa, quando sarò ospite del padrone e sarò costretto a chiedergli un'occupazione che non darebbe nemmeno a un suo nipote di quinto grado.
Secondo Morando Ernia a Napoli si ama e si canta, io dico però che a Napoli e dintorni si lotta anche, a luci spente, fuori dal raggio della telecamera e dei social, autentici amplificatori di convenienze verbali preparate e sparate come fuochi artificiali sui pigri divani che sono, volente o nolente, le nostre anime assuefatte.

©Luca De Pasquale 2017