30/01/17

La tardiva gara a chi ce l'ha più lungo


Alle scuole medie noi maschi si faceva a gara a chi aveva il cazzo più lungo. Più lungo, non più grosso. Non avevamo coscienza, forse, che servisse anche la circonferenza, la consistenza e in seguito la durata di fuoco.
Oggi no: per fortuna. Oggi la gara all'estensione del pene è stata sostituita da altro ed eventuale.
La gara verte su chi ha più dischi, chi ha letto più libri, chi ha il lavoro migliore, sul coefficiente di realizzazione personale. Questa prova da sforzo è la caratteristica peculiare del mio conoscente/amico Wyatt Cuoco, uno che veniva in negozio a “fare l'amico” quando non aveva un cazzo da fare. Mentre io lavoravo, lui mi raccontava le sue meraviglie esistenziali. La splendida compagna, donna delicatissima ma sua puttana all'occorrenza, esempio di perfetta maternità e allo stesso tempo Messalina dalla lingua prensile nelle pause sessuali del sabato pomeriggio, quando lui, esalando quattro stanche gocce di sé, pensava di compiersi in amore.
Ora, io ho sempre considerato gli uomini che narrano le loro presunte gesta erotiche come degli impotenti in pectore; se non altro, come dei fervidi e ipocriti maschilisti, pronti a ricoprire di ridicolo i loro rapporti e le loro compagne. Un uomo che cerca complicità virile con me indugiando su particolari indegni e mai da me richiesti, tipo su che posizione preferisce la moglie, quell'uomo per me è solo un cazzo pieno d'acqua e perdo ogni forma di stima.
Wyatt Cuoco mi perseguita da anni con le sue memorie psicosessuali e non si rende conto nemmeno che le sue gare discografiche e letterarie non mi scalfiscono in alcun modo. Delle sue amicizie in ambito letterario me ne strafotto; del suo appartamento lussuoso in pieno Vomero me ne sbatto ancora di più. Mi ha detto che possiede cinquecento album, bootleg e trivia dei Led Zeppelin: non ho sbavato. Mi ha raccontato di aver conosciuto il cugino di David Bowie. Mi ha rivelato di aver scopato quaranta donne in un anno, precisamente il 2011. Ha cercato di convincermi di essere in procinto di sedurre una nota attrice di impatto regionale. Mi ha persino spiegato che il suo medico di base gli ha fatto i complimenti per la potenza dei suoi spermatozoi. Ultimamente, ha ritenuto opportuno informarmi che una nota catena di ristoranti di impatto metaregionale gli ha commissionato dei lavori di grafica per un compenso netto di 37000 euro in bianco e nero. Me lo ha raccontato perché sa che vado avanti a 400 euro al mese. Ha cercato così di dimostrarmi di avere il cazzo più grosso del mio, no pardon, più lungo.

Oggi, eccolo qui a casa mia a sorseggiare un decaffeinato con aria autorevole e quel sussiego che a me invariabilmente ricorda solo e soltanto le emorroidi. Si lamenta del suo “inquilino” che non paga regolarmente l'affitto, a lui che ha ereditato due appartamenti dal padre e che è un padrone di casa modello. Gli rispondo che non esistono padroni di casa modello e che io sono un inquilino, anche se pago regolarmente. Essere inquilino significa soffrire, gli spiego. Ma lui non ascolta, che se ne fotte lui? Lui sta a posto. Ed ecco che attacca a parlare di cinema. Accenna a Buñuel, a Jodorowski, a Fassbinder. Mi sembra quasi che si ecciti sessualmente quando nomina queste icone del cinema. Si riempie la bocca e spinge sull'aspetto intellettuale e elegantissimo delle sue riflessioni. Solo che non vacillo e lui ci rimane male. Vuole impressionarmi. E allora passa ad aneddoti familiari. Mi dice infatti, saltando di palo in frasca, che tutte le amiche della moglie lo adorano, giudicandolo un padre fantastico e un prezioso compagno di vita. “Sono belle, alcune sono belle”, aggiunge, “devo ringraziare il mio equilibrio pazzesco se non faccio brutti pensieri”
Sei molto corteggiato, mamma mia”, lo gratifico.
Tanto. A volte mi sento molto fortunato per essere ciò che sono”
Capisco che vuoi dire. Non è da tutti”. Hai solo il cazzo piccolo: ecco perché ti sbatti tanto, amico, penso.
Del resto, come diceva Sebastien De La Bouchadére, 'un uomo è l'imbarazzo della sua riuscita', grandissima frase”
Chi sarebbe Sebastien De La Bouchadére?”
Dici Seba? Seba è un amico. Seba è il nuovo Proust. Vive a Tolosa, grande amico, abbiamo un carteggio da anni. Mi stima da morire”
Cazzo piccolo, cazzo piccolo, cazzo piccolo.

Mi chiede una sigaretta, il buon Wyatt Cuoco.
Mi accorgo, dopo avergli visto fare due boccate, che non sa fumare. Lo fa per contegno, ma sembra l'imitazione dell'imitazione di Michel Serrault ne “Il vizietto”.
Hai visto”, prorompe, “sta uscendo un cofanetto di 145 vinili di Made In Japan dei Deep Purple”
Sì, ho letto. Il vinile originale 200 grammi più 144 nuove edizioni con bonus track e outtakes”
Roba da spararsi una sega”, fa lui, con toni da giovinetto.
E tu te ne intendi molto di giochi di polso, considero. Ma proprio tanto.
Lo comprerai?”
Fa una smorfia di compiacimento precoce: “È già mio, ne ho prenotata una copia personalizzata con autografi di Roger Glover e Jon Lord”
Jon Lord è morto”, lo informo.
Prima di morire me l'ha firmata!”, replica stizzito Wyatt Cuoco.

Poi si sente con la moglie. Deve comprare peperoni, un pezzo per il camino e degli assorbenti. Purtroppo ho un buon udito. Non conosco sua moglie, ma sono certo che mi disprezza a prescindere. Mi considera uno che non si è realizzato, al contrario del suo maritino. Ignora, la brava donna, che la sua dolce metà viene da me solo per senso di superiorità, per tentare di schiacciarmi in qualsiasi modo. Ma è destinato a fare sempre palla corta, perché lui di roba corta ne mastica parecchia.
Prima di andarsene, sempre con fare saccente, inizia una breve giaculatoria pro Trump. Gli piace fare il libero pensatore. Lui vuole fare il super partes: infatti i problemi principali li ha nelle parti di sotto, chiaro.
Mi dice, tra le tante cose, che “l'America ha dato speranze al mondo” e “va tutelata”, e cerca anche di infilzarmi: “Non conosco bene le tue posizioni, ogni tanto mi capita pure di leggerti, ma i tuoi toni non mi sembrano adeguati, non sono quel che cerco in letteratura e neppure come commentari di costume”
Perché mi leggi, allora?”
Ti ho detto che è sporadico. Scrivi bene, ma esageri sempre”
Con cosa?”
Con provocazioni gratuite che si rifanno alla peggior tradizione di una satira anti-sistema che ha fatto il suo tempo. Scusa se te lo dico, ma le tue posizioni sulla questione americana sono superficiali e induttive”
Induttive?
Io voglio fidarmi di Don Trump. Non è stupido come vuol far credere”
Conosci suo cugino?”
Conosco la sua politica. Conosco la sua attenzione al libero mercato e la sua voglia di difendere la libertà d'impresa e il valore dell'economia endemica”
Economia endemica, dice. Ce l'ha piccolissimo.
Infine sbotta: “Non mi piace quando giochi a fare il comunista”
Ma perché, tu da piccolo non avevi il gioco da tavolo 'Quanto sei compagno?'? Io ci giocavo al posto del Risiko, che mi rompeva i coglioni. Il Risiko è un gioco imperialista”
Ma fai sul serio?”
Risiko è imperialista. Come la Coca-Cola, i social, i contest di cucina, i rapporti anali non protetti, i libri di Fabio Volo, i gialli ambientati nella provincia italiana dolente, gli mp3 gratuiti, i selfie, tifare per il Real Madrid o per la Juventus, accendere fiaccole sui balconi durante le feste. Tutta roba imperialista, Wyatt”
Mi auguro tu stia scherzando”
È una vita che giochiamo tutti e due, Wyatt. Ma ora basta: apriti la patta dei pantaloni e caccialo, che vado a prendere il righello. Penso basterà. Che si vince? Quello che ce l'ha più corto avrà gogna pubblica, okay?”
Wyatt Cuoco, leggermente paonazzo, mi sorride senza forza.
Tra cinque anni avremo cinquant'anni: questa dovrebbe essere la nostra unica complicità, invecchiare senza sfiorirci e senza sfiorarci. Ma lui, lui non ce la fa anche se la sovrapposizione tra le nostre due realtà pratiche gioca tutta a suo vantaggio.
Incontentabili, gli ex amici.

©Luca De Pasquale 2017

29/01/17

L'interesse è sempre conservatore


Come stai?”
Potrebbe andare meglio”
Oh, mi dispiace”
Nulla. Si lotta”
È importante lottare”
Di certo”
La vita è una lotta, siamo tutti schiavi”
Puoi dirlo forte. Fortissimo”
Che ti credi, anche noi siamo in forte difficoltà”
Però voi avete un lavoro sicuro, no?”
Eh, ma che c'entra. Ci sono altre spese: casa, bollette, figli”
Tranne i figli sono spese che ho anche io”
Eh, ma con i figli è durissima”
Certo. Se non mi sbaglio, avete due o tre proprietà, vero?”
Eh, ma che c'entra. Ci sono le tasse, cazzo! E che tasse! La verità è che il governo è ladro, bisogna prendere i forconi, bisogna fare la rivoluzione!”

Già, mi trovo sempre a pensare. Già, fiocchi di merda.
Sono stanco di trovarmi sempre dei finti rivoluzionari tra i coglioni. Quelli che si inventano volgarissime rivolte collettive per mantenere privilegi e per continuare a sfangarla. Sono anche stufo oltre il limite di questo contegno da vecchia tenutaria di bordello, tipico della progenie infingarda di una borghesia che un tempo -almeno- era un po' più intelligente e dignitosa.
Mi ripugnano questi dialoghi da strada -e non solo- basati su uno scambio vuoto di opinioni di convenienza, probabilmente espletato per evitare di prendersi a coltellate. Non accetto di confrontarmi con persone il cui massimo ideale sociale e civile è non pagare le tasse o peggio fermare flussi migratori e ripopolare la “specie italiana”. Così come, e non da poco, mi rifiuto categoricamente di abbracciare le dolentie di chi sceglie l'interesse -che è e sarà sempre conservatore- rispetto all'ideale.
Non mi stupisce più, ma di questi tempi non solo molti individui scelgono di non lottare affatto, arrivano addirittura a denigrare la lotta altrui. Per incomprensione, indifferenza, egoismo, strategie esistenziali da rotocalco fomentate dal sommo pensiero “meglio che accada agli altri”.

Da quando ho superato i quarant'anni mi rendo conto che la maggior parte delle persone che conosco si sono imborghesite, imbolsite se non arrese. Per silenziarli, per tacitarli, sono bastati uno stipendio buono, una bella casa, un trasferimento, una conoscenza utile, un mutuo estinto e l'essere riusciti a pagare un giardiniere come nei vecchi film inglesi.
Non mi scandalizzo. Non sono così sciocco. Però mi permetto il lusso di prendere le debite distanze da queste ritirate così incoerenti e persino negate.
Alcuni scrittori che sembravano voler scorticare il mondo con le loro poetiche ribellioni sono finiti nel gorgo del consenso come risarcimento, che è un'idea pericolosa, strumentale e addirittura fascista rispetto a cosa dovrebbe essere la libera espressione.
Lamentosi stakanovisti da me incrociati, mezzi sindacalisti mezzi retori da bandiera di corteo, dopo aver finto di incarnare il Che adesso spolverano sedie credendo di aver acquistato “il buon senso dell'età”. Patetici. Non è buon senso, vorrei dire: è paura. Fottuta paura con le paillettes della convenienza. Inutile giocare -male e con poca dignità- a fare quelli che hanno conservato i loro ideali. “Io li ho solo spostati”, sembrano dirti con sufficienza, “io li ho aggiornati e modellati, qui l'ingenuo sei tu. Non farai mai un metro di strada con la tua intransigenza”.
E ci provano, a trattarti come quello infognato nelle bandiere di appartenenza. Perpetrando un minuscolo e indegno falso storico, quello di avvolgerti in un drappo che vale più come sudario inutile che come riconoscimento alla memoria. Ti sorridono cinici, apparentemente brillanti, condannandoti -nel loro pensiero- alla condizione di reduce, di insensato idealista ancora attaccato a valori-puttana come l'etica, l'orgoglio e soprattutto il senso di presenza alla lotta. Non vogliono lottare. Benissimo. Ma non potrai giocare a golf -anzi a playstation- con loro se non eviti di lottare anche tu.
I delusi, gli strafatti da buco ideologico, sono pericolosi. Sono nullificanti, il confronto con loro è mortificante. La loro disillusione virata tanto a nuove grottesche utopie (come per esempio il grillismo) quanto a una sorta di disdoro comportamentale verso il basso non porta nulla di buono. Ho visto persone non superficiali e non ignoranti precipitare senza ali nel populismo, nella ricerca peripatetica di eroi pubblici, finire capo e piedi nelle maglie macchiate di un pessimo romanzo di genere, fare sesso con nuove siccità di pensiero e di orizzonte.
E il tutto solo perché avevano migliorato il loro status economico e sociale. Solo per quello. Nemmeno per amore. Nemmeno per tradimento. Solo per comodità impigrita. Davvero poco, ai miei occhi.

Giro per il mio mondo -non sono Jules Verne, Bruce Chatwin e nemmeno il casalingo Salgari- costretto a sostenere dialoghi surreali che poi riverso -come per purificarli, ma senza mai riuscirci appieno- in ciò che scrivo. La scrittura non mi ha mai salvato, su questa roba. Impossibile. Così come non può salvare dalle ossessioni e dagli atterraggi di fortuna in inferni momentanei dove un comitato di streghe ti fa “aloha” cacciando la lingua per convincerti che qualche piacere osceno finirai per meritarlo anche tu.
Mi rendo conto che per alcuni è comodo confinare i non allineati tra i fessi o tra gli improduttivi, è lo stesso meccanismo della società a richiedere questo tipo di approccio. Sarebbe: se non sei qui con noi è colpa tua.
Potrebbe anche essere vero. Questo non autorizza a smontare le scelte di altri individui. Non si può pretendere di disinnescare la coscienza di un uomo come tanti. Ed ecco che quei dialoghi cui accennavo diventano infami, insostenibili, pretestuosi.
Non mi piace vedermi mentre dico amenità come “eh, lo so” oppure “ci siamo dentro tutti, ti capisco”, oppure mentre fingo solidarietà con qualcuno che vive mille volte meglio di me e pretende di piangere più forte. Anche perché qui non si chiedono arene per piangere -che schifo, che immondizia-, bensì spazi aperti per lanciare gli aquiloni contro le montagne. Qui si chiede la porzione di mare profondo per lavare i panni sporchi del tempo che passa, niente di più e niente più di meno. Senza bandiere a coprire il culo e i genitali, come si farebbe con le statue più controverse.
Sono e sarò sempre con le minoranze. Forse a prescindere. Sono con gli impiegati di mezza età che hanno perso il posto e non lo dicono a nessuno. Sono con gli ex moderati che si scoprono veri rivoluzionari per istanza di ferite e non per calcolo di comodo. I fascinosi pasionari possono anche succhiarmelo, preferisco gli angolari, gli impolverati, i titubanti sinceri. Chi già urla non ha bisogno di voce ulteriore. Sono i rivoluzionari timidi a necessitare di attenzione. Come quegli anziani che amiamo solo quando ci fanno la torta di mele e non ci rompono il cazzo con i loro malanni.
Facile amare a distanza di sicurezza. Facile solidarizzare con la pancia piena. Facile non accorgersi che il populismo è una forma di egoistica idiozia. Facile, per concludere, fingere di non sapere che l'interesse è sempre conservativo, è una pratica solipsistica eseguita con il dolo della coscienza pulita, “io a chi faccio male, alla fine?”
Che almeno non si giochi a fare rivoluzioni che sarebbero più interessanti se riprodotte dalla Lego.
E che non si giochi a mescolare Malcolm X, i partigiani e la rivoluzione spagnola, simulando una continuità inesistente: ammettetelo che vi piace Masterchef più di Marx e chiudiamo questa cazzo di partita una volta per tutte.

©Luca De Pasquale 2017



27/01/17

Errori


Gli errori di calcolo, di valutazione, di gittata, di sopportazione e di equilibrio mi raggiungono, tutti insieme, in una mattina apparentemente senza tratti distintivi.
Mi ritrovo così spinto contro un muro immaginario, indagato, interrogato, messo a soqquadro, probabilmente anche calunniato.
Soprattutto, non ho niente da dire, rispondere o spiegare. Riconosco il novanta per cento di quello che ho fatto e/o scelto. Lo riconosco e non lo rinnego. Nemmeno nelle giornate peggiori, quelle più incerte, quelle con i contorni bruciacchiati, le terminazioni amputate, lo sguardo appannato.
I miei errori sono figure geometriche, attive e semoventi alla luce come al buio. Sono prismi a doppiofondo, valigie con il morto, cartelline con fogli bianchi macchiati di caffè.
Stamattina, per strada, dopo un caffè, tutte queste strane forme compiute e immerse per anni in sylos di nostalgia tostata mi tendono l'agguato e io vacillo. Barcollo, arrivando quasi a dimenticarmi chi sono e cosa voglio.
Detesto le smembrate nostalgie del “poteva essere”. Detesto “avessi saputo” e “avrei potuto”. Sono nemici senza appello.
E mi trovo disgustoso, nell'intaccare il mio portamento, la mia andatura, per un'overdose di questi elementi melmosi, viscidi.
Errori di impulso.
Errori di attenzione al dolore. E alla sua soglia.
Errori di sogno. E di chiamata agli stessi.
Errori di orgoglio e di previste, interrotte geografie.
Errori di sguardo, di intensità degli occhi, di vista laterale.
E anche gli errori di testa, con quei finti ragionamenti basati sulla prenotazione di emozioni giudicate non rimandabili. Quelli sono stati gli errori più gravi.
La mia specialità sono gli errori di superbia da nullatenenza emotiva. Perché sei un cretino e ti sembra che essere libero da vari orpelli sia di aiuto, sia l'orgogliosa scialuppa. Ma chi crede di essere molto libero è anche vuoto, e allora tutto -o quasi- può riempirlo. Molto pericoloso.

Non ho ben capito perché mi stiano tornando alla mente tutti quelli che reputo e identifico come errori. Una sorta di flashback casuale, capriccioso, di base immotivato. Nemmeno a dire che potrebbe essere una sorta di ammonimento generico per evitarne di futuri. Sembra più che altro un gioco.
Lo accetto.
Senza scudo. Senza diga e senza nascondermi in ambasciate dell'invisibile. Forse è una revisione, una mezza resa dei conti. Fragile quanto desidero e inutilmente fortissimo sotto pressione, mi faccio la mia partita a dadi per avanzare di qualche casella e poi essere punito. Ogni avanzamento, è chiaro, presuppone una forma punitiva. Ineluttabile, pazienza se tardiva.

Sul muretto del belvedere ci sono dei ragazzi che pomiciano e si scattano dei selfie. I loro movimenti mi appaiono assurdi, come se appartenessero a una dimensione mai vissuta, mai riconosciuta e anche narrata. Le loro risate fresche –è così che scrivono nelle canzoni- starebbero meglio in uno sciocco telefilm del pomeriggio che a due passi da me. Non conosco bene quel modo di ridere, quello stare al sole come salamandre a dire stronzate.
Sono sempre stato il tipo da interno notte. Mosso da musiche che non erano quasi mai canzoni. Abraso dal rock indipendente, sballottato da miasmi di house notturna e minimale -beat grumoso, sbiadito, sottotraccia con innervature di suoni liquidi, ipnotici e carichi di eco- in appartamenti popolati da piante vere e finte, divani a fiori, figlie di qualcuno, amici di figlie di qualcuno, braciate che finivano a carne nei denti e lingue in bocca.
Nessuno dei miei amici e conoscenti ha mai saputo che ascoltavo moltissima “nocturnal house”, come mi piaceva definirla. Di notte ho sempre cercato il battito, la cassa dritta ma compromessa, dilaniata da suoni estranei, inserti di rumore, interruzioni con il fiato fermo e la febbre nel cuore e qualche volta nei pantaloni.
E c'è una scena che mi tormenta, ma in modo insipido, assurdo: io con la sigaretta in bocca su balconi, tanti balconi e anche qualche terrazza, leggermente discostato da altri bicchieri, bocche, mani, bracciali, voci che avrei sentito al massimo due o tre volte.
Ho sempre creduto nella precarietà delle occasioni e nella fatuità inevitabile di contesti e abboccamenti. Non mi sono mai fidato del mattino seguente. E quando l'ho fatto, non l'ho mai detto a nessuno. Troppo pudore.

Alla fine mi seggo su una panchina aperta da ambo i lati, come una parte di un'enorme sala d'attesa sotto il sole, e decido di finirmi la sigaretta accettando questa pressione mnemonica degli errori.
Non sembra una storia, questa, ma per me lo è. Non è un giallo, non ne sono capace e ho da tempo fatto outing al proposito, ma una trama c'è.
La trama è la memoria, che si presenta alla mia porta con dei fiori spampanati, mi confessa di amarmi, ma poi getta la maschera: mi ride in faccia e dietro l'ennesima faustiana promessa di palpiti, con un banale occhiolino mi ricorda l'ottusità della morte che è certo mi metterà addosso fretta e smania quando dovrò mantenere la calma.
È il gioco.
Ho osato avanzare. Poche caselle, ma l'ho fatto.
Pago. Sotto il sole, in una sala d'attesa grande e inquietante. Più pericolosa della paura. Sì.

©Luca De Pasquale 2017





25/01/17

Il cielo Layne Staley


Il giovane blogger vuole fare polemica con me su grunge e post-grunge, forse pure sul post rock.
Io non ho voglia di prendermi alcuna questione con lui. Che vada a fare in bocca lui e la sua giovanile arroganza. Questi so-tutto-e-te-lo-dimostro con il cervello borchiato sono stancanti, sono un vecchio prototipo che c'era anche ai miei tempi.
Ormai non mi immergo più in inutili diatribe di natura musicale, letteraria o politica. In ogni campo, i puristi sono pazzi. I puristi sono perniciosi e andrebbero cancellati velocemente, senza scrupoli. Il ragazzotto blogger ha tanta voglia di mettersi in mostra con i suoi volenterosi concetti e precetti. Il suo nozionismo ha buchi enormi. Buchi dove il nulla scopa con se stesso, rendendolo solo un pezzo di ambizione in un mattatoio, la carcassa di un bue che cerca il sorriso per un selfie.
Rifuggo dai divulgatori. Giovani o stagionati che siano. La loro buona volontà puzza di inganno e egotismo lontano chilometri.
Conosco un mediocrissimo personaggio che ha leccato lo stesso culo per sei anni, prima di poter raggiungere l'enorme onore di recensire una manciata di libri deprecabili su un giornale a tiratura locale.
Conosco anche un chicco di riso con il sospensorio che per aver scritto una specie di saggio sui Soft Machine sul sito “Namby-Pamby” si è sentito realizzato.

Non rispondo più ai messaggi del giovane polemista. Anche solo per motivi anagrafici, che cazzo ne sa lui di grunge? L'ha vissuto senza saperlo, giocando ai videogames, cercando le prime fidanzatine.
Io, come tanti, ho invece respirato l'aria marcia e meravigliosa di Layne Staley, dei Mad Season, di Mike Starrs, persino di Scott Weiland, con quel suo sguardo da barista di provincia licenziato e pronto a tutto. Qui non si discetta solo di musica, non è una gara di cognizioni, nozioni e fuffa: qui si parla di aria respirata.
Con “Frogs” degli Alice In Chains mi sono incendiato per troppe notti. Autocombustione senza faretti. Sesso con collanine hawaiane e poi dissipazione, noia, incondivisione. Persone incerte alle quali farla pagare senza troppi motivi. Disobbedienza civile, pianificazione di delusioni al gusto di sciroppi per la tosse, baci stracolmi di volgare rossetto di segnalazione. Ricusazione di parenti, amici, canzoni slabbrate, insonnia da masturbare fino alla buona idea da scrivere.
Risposta sbagliata al caporale. Docente mandato a cacare per spocchiosa aria di riprovazione ingiustificata. Carriera universitaria a puttane per testare le sonnacchiose e borghesissime aspettative altrui. Le donne degli altri, belle solo quando sporche e perverse. Sputtanamento di questioni di interesse tra parenti che riciclavano i regali di Natale con quell'aria da angioletti con le ragadi.
Sistematico rifiuto di tare dominate da proscrizioni religiose, di natura stoltamente ideologica e anche gerarchica. Cattiva risoluzione di contratti lavorativi da fame e buonuscite in nero.
Ho quasi sempre lavorato in nero. Sudavo in nero, sacramentavo in nero, tradivo in nero, rispondevo sissignore con la mano guantata e “Frogs” in testa. Date di scadenza sotto i piedi degli amori, ruggine evidente nei regali alle donne da conquistare, dito in culo agli oroscopi. Preghiere dimenticate sotto il cuscino, come dimenticate erano le lacrime e le amicizie nascoste nei globi souvenir con la neve dentro, nelle madonne fluorescenti.
Mancati attestati di stima ad altri scrittori solo per non assecondare il sistema e le sue orge murali.
Rifiutati biglietti omaggio allo stadio e in discoteca.
Partenze di notte per vacanze improbabili, come ospite. Come ospite ben trattato ma sempre diverso. Incapacità di ubriacarsi in compagnia. Improvvise mancanze di coraggio: come quando simulai di essere un moderato per farmi assumere da quel pompagro che aveva un parente nella Democrazia Cristiana. Dovevo lavorare, avevo bisogno di soldi. Avevo paura di fallire.
E poi quella schifosa domanda: “a cosa rinunceresti per amore?”
Domanda ricattatoria, iper-romantica, fuori fase, pretestuosa, oscena, da romanzo con la spirale. Mai risposto a tono.
Hai un parere sulla pioggia a Napoli?”
No, vai a farti fottere”

Questo è stato il grunge, anche il post-grunge. Quest'ultimo Dio personale quasi di più, perché è stato quel che è venuto dopo ad essere ancora più perdente, scucito, provinciale, molecole di vento e polvere in un utero carbonizzato.
Quindi, nessuna arroganza da vecchio coglione. Solo, valenze personali che vogliono restare intatte. I dibattiti da salone delle seghe su movimenti che hanno scelto la sconfitta come reale tratto distintivo -luci stroboscopiche o meno addosso- non li accetto, li rifiuto di base.
Esco dal bar. Ho quarantaquattro anni. Fumo. Non sono redento, non mi sono arreso, non sono un girasole, non faccio spot, non scopo la mia anima per esiguo pubblico e claque traditrice alle radici.
Se mi chiedono la trama con il colpo di scena, rimando ad altri scrittori, ad altre scritture. Se mi chiedono i lieto fine, che almeno li possa decidere io.
Il mio lieto fine di oggi, uscito da un bar fetente con in bocca il sapore di un finto caffè, rintronato dall'untuoso saluto di un paraculo che conosco di vista e mai di più, è questo cielo a pecorelle. Pecorelle che non si inseguono e non fanno una collana di pecorelle con la pioggia e l'ombrellino incluso.
Questo è uno dei rari cieli di passaggi che chiamo “Layne Staley”.
Azzurro, giallo, viola, rosso ai bordi, ombrato di resistenza, con al centro il cuore pulsante di una dissoluzione mai posticipata. Uno scioglimento delle milizie precoce e ribellistico, anche ingenuamente, che voleva significare solo una cosa: ci sono finché ci sono. Altro che dibattiti nel salone delle seghe, con il nuovo vinile 180 grammi sistemato sulle giovani cosce come un figlio nato e descritto malamente al mondo.

©Luca De Pasquale 2017







23/01/17

L'amore chiuso al pubblico


Gianluca mi convince ad accompagnarlo a cena in un ristorante dove lavora una cameriera con la quale “sono in trattative a stato avanzato”.
Ci vuole molto, e tanta buona volontà, per convincermi. Non mi piace andare a cena con amici che non vedo da tempo. Lo trovo malinconico, se non contraddittorio. Non credo alle rimpatriate. Se già da parecchio vincono le distanze e lo stile diverso, riprendere da un punto che sta tra lo zero e il niente è solo carità affettiva condita di nostalgia.
Alla fine accetto.
Non so perché voglia portarmi con lui. Non sono il tipo brillante che fa l'amicone con gli sconosciuti. Sto sulle mie e prevalentemente fumo, puntando un orizzonte che spesso i miei accompagnatori non scorgono o non è di loro interesse.
Ho i gesti -e ne sono consapevole- dell'uomo ferito. Ferito non significa arreso. Anzi. Ma non lo spiegherò a Gianluca. Non lo spiego più neanche a me stesso. Ho smesso di dare spiegazioni. Le spiegazioni sono agonia. Sporca agonia.

La pioggia ha spazzato la zona antistante il porto tutta la giornata, con particolare accanimento nel pomeriggio. C'è dunque odore di pioggia e tutte le insegne si specchiano in pozzanghere più o meno profonde. Alcuni ristoranti sono chiusi per il giorno di riposo. Mentre Gianluca parla e parla, racconta, ride da solo, trasporta verso le mie orecchie nomi che non mi dicono niente ed emozioni che non abbiamo condiviso, io pettino le mie ferite. Quelle vecchie, ormai veri e propri mondi autonomi, e quelle nuove, battute dal vento, esaltate da dolci sirene e trovatori che non ho mai assoldato né tantomeno cercato.
Due gatti piccoli si nascondono in un vicolo senza luci. Odore di pesce per ogni dove. Non sono un mangiatore di pesce, in questo non sono napoletano ed è troppo tardi per le mie papille gustative: non cambierà.
L'altro giorno sono riuscita a portarla a Posillipo”, mi informa Gianluca, “ci siamo baciati e anche un po' toccati”
Anche un po' toccati. Che modo strano di parlare di una donna. Da adolescente. Modo ingenuo. Questo vecchio amico smarrito nel teatro caduto del nostro tempo difforme crede ancora al destino, è palese. E poi lo vedo, che non è attento alla notte, alle luci, il vento è per lui solo un motivo per riannodarsi la sciarpa; per me invece è un fratello, è un vecchio concerto di cui ho perso il finale e forse pure chi era con me al momento.

Devo insistere, troppo per i miei gusti, affinché possa fumare un'altra sigaretta prima di cena.
Ma fa freddo, e poi non vedo l'ora di fartela vedere”, protesta il vecchio amico, più pixel che sangue, più memoria che futuro.
Fottiti, penso. Fammi entrare che non ho già più fame. È così che mi regolo: quasi sempre e quasi in tutto. Mi faccio passare la fame, mi purgo di vizi minori per smarrire l'orientamento in dotazione. Gianluca non lo capisce, lui che è tutto conseguenza di altre conseguenze, lui che si muove in un immaginario percorso di crescita coerente, lui che ha una visione della vita e dei dolori simile all'elaborazione di una pagella scolastica.
Infine, entriamo. Lei c'è. Da lontano mi ricorda un'altra donna, una che appartiene al mio bagaglio di frantumi e non all'ottimistico revisionismo di quelli come Gianluca. La somiglianza mi fa male -poco ma con evidenza- da subito, così la saluto freddamente. Lui sembra già un polipo lesso e per questo provo un leggero senso di disgusto.
Quando lei si riavvicina al nostro tavolo, Gianluca ci manca poco che le dica “ti amo” e tutto sembra precipitarci in uno di quei feuilleton sentimentali che detesto.
Quando la ragazza riprova a sorridermi, ci provo anch'io, ma quel che partorisco è il volo ad un'ala sola di un soldato senza gavetta. Stanotte ho fatto incubi: un prete che acquistava dei quadri di me e non aveva i piedi, il fantasma di un parente sulla poltrona rosa della prima casa che di notte non guardavo mai e mi terrorizzava, e per chiudere una donna che non mi è mai piaciuta la quale si rivelava una sordida tentatrice. Alle quattro e trentasette del mattino ero dunque contro il vetro del salotto a riprendere un punto immaginario della mia infanzia. Una scena del crimine. Un equivoco di affetto diventato cancro mnemonico, una tempesta ridottasi a interpretare il ruolo monotono di un falò solitario in segrete e inaccessibili stanze della mia persona cresciuta/ferita.
Come posso allora sorridere a questa bella ragazza piena di sogni tutti rigorosamente non verificati e passibili di languido inesorabile sterminio?
Ho ancora bisogno di fumare.
La notte fuori mi chiama. Le sirene pure. Ne ucciderò una, la più sguaiata, elevandola a futuro incubo.
Dico a Gianluca che devo fare una telefonata e mi allontano di nuovo. Non ho fame. Vorrei essere uno di questi uffici nautici chiusi già dalle cinque del pomeriggio. Vorrei essere un divieto di balneazione e sempre un maremoto da giardino. Non vorrei essere io. Voglio mangiare la notte più velocemente dei baci che credevo di dare tanti anni fa.
Uscendo dal ristorante, li vedo che si scambiano sguardi carichi di mezze idee, di promesse ereditate da film prevedibili. Non mi è difficile immaginare il mio amico durante l'orgasmo. Scaccio l'immagine. E così arriva lei, la mezza sosia di un mio mezzo passato. La figuro sotto di lui, con la bocca semiaperta, gli occhi pieni di quel transito veloce, le mani sulla schiena dell'uomo, la fantasia in fila indiana, un sogno alla volta. Scaccio l'immagine e mi pettino le ferite che non si sono ancora palesate. Chissà quale insegna mi rappresenta stanotte, se gialla su fondo nero, se un banale neon fuxia, se uno sciocco arabesco di lettere intermittenti di colori diversi.
Accendo la sigaretta. Sa di aceto balsamico. C'è vento. Vento di mare e di assenze in crociera. Ho un anno in più rispetto all'ultima volta che ho chiuso gli occhi per qualche secondo chiedendo l'azzeramento del mio sistema emozionale.
C'è un cane che mi guarda dall'altro marciapiede. Anche il cane ha la sua pozzanghera. Io sono un disco di Mark Eitzel. Sono una porzione di fiume in un bicchiere da lasciar bere agli ospiti. Sono un fiume che trova il suo mare in fogli di carta e dubbi sontuosi come regni, fragili come palafitte.
Godere non basta più. Godere non è un passaggio, è solo panorama veloce. I ricordi sanno farmi a pezzi, quando li presento in società.
Godere non mi è mai bastato. Godere non è il mare. Sono un disco di Mark Eitzel che dormirà sul fianco destro, dopo una parca cena in un ristorante semivuoto dove due individui slegati sognano un laccio colorato che unisca le loro scorciatoie. Tutto giusto: la parte della reazione al buio.
Sorrido a due ali per pochissimi battiti, il tempo di contare sulla confidenza di questo vento e di notare nello sguardo del cane quella strana malinconia di una devozione venuta meno. Chissà quale padrone amava: chissà come lo ha perso e che tipo di carezze possono non offenderlo.

©Luca De Pasquale 2017






20/01/17

Diamanti e incubi


Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.
Rainer Maria Rilke

La rabbia aiuta a tenere gli occhi aperti; incentiva le strategie di resistenza, accentua la necessaria sensazione di rompicollo che mi serve quasi quanto l'aria che respiro.
Eppure, a un certo punto deve fermarsi. Ripartire quando vorrà, quando sarà il momento. So come funziona la rabbia. Lo so troppo bene.
Lo sguardo diventa l'arco, gli ospiti dello sguardo le frecce, e io il bersaglio. La rabbia torna indietro come un boomerang, sporco e ancora più ricurvo di prima.
La rabbia significa movimenti veloci, impulsivi, tensione sessuale perenne, ammutinamenti per quisquilie, presenze da scremare continuamente, contatti da interrompere, speranze proprie e altrui da aggirare o demolire. La rabbia ferma l'orologio nell'attimo della marea, il resto è incoerenza, incostanza, assoluta temporaneità, percorsi claudicanti in strade sterrate che portano sempre nello stesso non luogo: le proprie carceri.
La mia rabbia è sindrome da lupo senza branco, è agitazione glaciale al cospetto di più scenari ignoti in fila indiana.
Rabbia è il dito sul vetro appannato, il respiro pesante sotto luci tenui, il sogno evitato dentro e fuori dal letto, l'incubo coccolato e covato come una proposta di rovina che possa nascerti come un figlio che vivrà poco.
Conosco la mia rabbia. Funziona come la pioggia sul legno: ingrossa, marcisce, filtra. Annienta. Vira in grigio. Suicida e poi ride. Suicida per creare tutta quella farsa delle resurrezioni.
Conosco la mia rabbia. Fotografa superficialmente un uomo violento in un corpo quieto, dalle abitudini sfuggenti.
Di malagrazia, irride e aggredisce i migliori ricordi. Riconduce tutto a ogni forma individuabile di tradimento e di attesa vuota, bianca. La mia rabbia è proprio quello, un'attesa bianca in una stanza di spettri e di idee che a volte funzionano.
Questa sua natura sconcia, da iena, queste sue prestazioni occasionali da prostituta annoiata, meccanica, fanno sì che poi l'effetto si esaurisca e che io -e come me tanti altri esseri umani- abbia bisogno di tregue. Di parentesi, di quelle che si chiudono solo a metà.

Quindi, oggi dedico venti minuti del mio tempo al mare e al vento. Devo pulirmi e ripulirmi. Arrivo sul lungomare con la mia sciarpa scura e la faccia che stamattina allo specchio ho trovato irritante. Il vento si è fumato tutte le sigarette che ho acceso. Vento di mare, vecchio marinaio senza voce o Dio decaduto, non importa.
Cerco di respirare con il naso e non solo con la bocca. C'è odore di pesce, di salsedine, di ristoranti. Una coppia parla animatamente in auto, a pochi passi da me. Lei è pesantemente truccata. Lui ha la voce di una tromba annegata. Mi danno fastidio. Le scene d'amore, che siano tragedie lacrimevoli o coiti atletici a cento all'ora, fagocitano un sentimento di distanza nel mi sguardo che non sempre mi fa piacere affrontare. Non sono un guardone dei sentimenti. E penso che la devozione esibita sia una merda. L'amore è un fatto privato, è un segreto, è un regno ambiguo dove bene e male sono paritari. Il bene, quello con la barba bianca, vince nelle fiction e nei pessimi romanzi. Il bene è una moneta, non altro. Preziosa quanto si vuole, ma ha il suo rovescio nero. Mi interessa l'alternanza. Mi interessano le maree, non le cartoline.
Il gesto che va a vuoto mi piace quanto un abbraccio, un bacio, quanto le brevi fusioni che tanto di irrazionale sembrano mettere in moto.
Guardo il mare per venti minuti. Sono calmo. Non sento rabbia, non sento quei movimenti nervosi nei polsi, nei fianchi, non sento la pulsione sessuale senza occhi delle notti difficili, non sento nemmeno l'urgenza di scrivere. Vaffanculo anche alla scrittura per venti minuti.
Non accendo le luci nel mio museo di viaggi senza ritorno. Di nomi, persone e luoghi mangiucchiati da predatori non ben identificati faccio a meno per venti minuti esatti.
Per venti minuti non rispondo al telefono, dimentico, rimuovo, calmo l'eccesso di violenza trattenuta, non calcolo più le dosi di tenerezza ridotte in schiavitù, evito di tracciare le provenienze, le vecchie condizioni, non mi fanno effetto le scie dei momenti in cui ho creduto e dunque ceduto.
Siamo io e il mare. Questa mia dose, quella che posso ospitare nello sguardo. Non c'è niente di epico, non siamo di fronte a nessun rinnovamento. Respiro. Non sarò migliore dopo questo. E non vorrei.
Non sono di nessuno per venti minuti. Nemmeno mio, a maggior ragione. Sono qui. Come un vecchio amico senza parole, come quegli uomini feriti che cercano nelle onde il senso della voce smarrita o non riconosciuta.
Anche io ho il mio mare dentro. Dopo tanto deserto in fiore, dopo tutti quei diamanti scambiati al mercato del sabato con gli incubi che mi servivano.
Mi servono solo venti minuti.
E prego, sì, prego che il mio odore non mi raggiunga prima di venti minuti. Perché il mio odore mi traccia, mi riconduce, mi smarrisce tutte le volte che glielo chiedo.
Ogni uragano mi racconta di cose tenui che via via sto perdendo, ogni tempesta gioca a farmi ritrovare il giusto ritmo in ritardo.

©Luca De Pasquale 2017


19/01/17

Quanti più contatti possibili (o possibile)


Una volta conobbi una donna che si introdusse con la raccapricciante frase: “Mi piace avere molti contatti, sono un'estroversa”.
Non mi sono mai fidato degli estroversi. Suonano contraffatti.
Quella donna fu carina con me per qualche giorno. Mi disse anche che ero dotato del pene più grande che avesse mai visto e con il quale fosse passata al tu. Era una palese menzogna: per statistica, non per altro. Non è che io sia dotato di un micropene. Questione di statistica, forse di media inglese.
Dopo quell'affermazione parossistica e tutto sommato immateriale, il nostro rapporto si incrinò. Prevalsero i contatti. I suoi.

Un amico, molto tempo fa, mi spiegò che non capiva la mia parsimonia in materia di contatti umani. Mi parlò di “aridità”, di “delusismo esistenziale” (definizione che porto tatuata da qualche parte ancora oggi), e contestualmente si affrettò a spiegarmi che lui credeva nella saggia legge del “quanti più contatti possibili”. Mi propose di iniziare a uscire con alcune delle sue innumerevoli comitive. Iniziò a presentarmi molti uomini, dei quali non me ne poteva fottere di meno, e moltissime donne, che vagliavo come un orafo decadente o come un ricettatore, a seconda del mio umore di fondo.
Con alcune di quelle donne iniziai a sviluppare un rapporto minimamente autonomo, chiaramente diretto verso un'amicizia a portone spalancato, come amavo dire all'epoca.
Non ha nessun senso conoscere una donna se si esclude l'emozione più rischiosa”, mi ripetevo come un mantra ogni mattina. Esternavo questo mio credo ovunque, guadagnandomi graziosi appellativi come “porco”, “maschilista”, “ginofobo” e persino, nel caso di una ex sessantottina, di “fallocrate”. Beh, almeno io non portavo avanti quella fetida menzogna maschile dell'amicizia disinteressata, tipico schema dei paguri che si barcamenano tra menate à la Truffaut e atteggiamenti da orsetti con il pene nascosto nell'imbottitura.
Ognuno di noi deve fare i conti, quasi quotidianamente, con un'ingombrante dose di pensieri sporchi e impulsi osceni. E chi lo nega è un culo disegnato.
Ad ogni modo, le amiche dell'entusiasta amico anti-aridità finirono per preferire la mia compagnia alla sua; non perché io fossi un grande, quanto per il suo essere noioso più di un piazzista con l'alitosi.
Così, l'individuo -resosi conto di essere gelosissimo- mi affrontò in un pomeriggio di nevischio e forse di sue ragadi, considerata la sua assurda postura durante il chiarimento.
Giochi alle spalle”
Purché non sia io a dover dare le spalle. Quello mai”
Sei scorretto”
Dipende da cosa intendi”
Intendo Nadia”
Spiegati”
Ci esci”
Non lo nego”
Non mi va”
Ne prendo atto. Abbiamo finito?”
Come hai potuto?”
Io posso. E potrò. Nadia non è di tua proprietà fisica e nemmeno spirituale”
Tipici atteggiamenti scorrezionali di un individuo arido”
Scorrezionali? Madonna, che impressione.
Pensala come vuoi”, sorrisi, molto umano. Ma tirati una raspa.
Io ti ho introdotto nel mio ambiente per darti una mano”
Te ne sono graterrimo. E ci tengo a dire graterrimo. Solo che il mio essere non finisce solo in una mano”
Allusione volgarissima. Che aridità”
Di te, invece”, ringhiai, “mi fa pena l'atteggiamento scioccamente confrontazionale. Quel che ti ci vuole è infrangere qualche tabù a caso. Perché non ti vesti da donna e ti scopri il culo allo specchio? Mi hanno detto che funziona”
Anche lui era uno che voleva tanti contatti umani. Altro caso perso.

Mi è capitato poi di incontrare uno scrittore in un megastore. Io avevo la divisa del megastore e lui invece faceva il cliente intellettuale. Ci confrontammo, anche se non ne avevo alcuna voglia.
Io credo che chi scrive, chi scrive per reale vocazione, è nato per avere rapporti con l'altro, con gli altri, con il mondo. Non solo con i lettori. Non so se mi spiego”
No”
Prendi me: io ho un certo talento, anche se ho dovuto lottare per trovare una mia collocazione. Devo ringraziare il mio agente, anche se la qualità era alta di suo. Io ho creduto nei rapporti. Ci ho sempre creduto. Altrimenti come avrei fatto a scrivere un libro a quattro mani con Aldo Sugo?”
Aldo Sugo? L'umorista nato in Basilicata che finge di essere napoletano per vendere di più?”
Sei ostile. Questo non mi piace. Non va bene”
D'accordo, ma la mia era solo un'osservazione di stampo geografico”
Non è vero. No, tu non sopporti Aldo Sugo per il suo successo. Tu rosichi”
Sticazzi”
Questa è la prova che tu rosichi. Chi usa molte parolacce è una creatura negativa, schiava dell'invidia, apostata dell'odio”
No, come ti permetti? Io non ho problemi di prostata”
Ma... che dici? Di che parli? Non capisco...”
Ho fatto la battuta! Hai capito? Apostata-prostata, capisci l'assonanza? Vedi che sono un umorista anche io? Scriviamo a quattro mani? Anche a tre, se vuoi tenerne una impegnata”
Che schifo, la tua invidia. Tu non avrai mai contatti autentici”
Saranno autentici i vostri, che ve lo lavate a vicenda con tutti quei complimenti e poi vi pugnalate alla prima recensione di scarto”

Ecco. Non mi fido, lo ribadisco, di quelli tutti felicemente smarriti in una visione “mondialista” che è sovente solo di facciata, atta a nascondere i mostri deformi della competitività esasperata, del pettegolezzo propedeutico alla demolizione, del risentimento pretestuoso e micragnoso.
Mi fido di pochissime cose. Di poche persone. Di me non mi fido. Resta inteso che mi fido di alcune emozioni, tra cui c'è la musica.
Stamattina, ad esempio. Sto ascoltando “Shame” dei Brad, un disco al quale sono legatissimo da un rapporto continuativo, istintivo e mnemonico/associativo. Mi fido di quel disco. Anche di quella band.
Faccio progressi. È evidente.

©Luca De Pasquale 2017

18/01/17

Sintomi di andropausa nella sexy farmacia


Capita che io vada in farmacia.
Per fortuna, non così spesso come sarà -ineluttabilmente- in futuro. Capita anche, è la situazione logistica a dettare le regole, che ci sia un'unica farmacia qui in zona. E che suddetta farmacia sia popolata unicamente da dottoresse avvenenti e sospirose (si badi, non ho scritto procaci: non siamo in un film di Pierino), al punto che sembra di fare irruzione in una location del calendario Pirelli o sul set di una fiction con Gabriel Garko e circi di riferimento.
C'è una fila di clienti e pazienti maschi che si intrattiene oltre i tempi consueti per gustare della magica ostensione a perdersi in violenti quanto sterili sguardi voluttuosi.
Io, lo confesso, entro malvolentieri in questa farmacia. Mi imbarazza. Il fatto che la ragazza bionda incassi ravviandosi i capelli ed emettendo quindi eterne scie di profumo mi costringe ad assumere un'aria da chierichetto che poi non mi appartiene. La bruna, poi, è una vera boccetta di profumo respirante, un po' misteriosa e tipicamente distante, come per sancire la sua irraggiungibilità.
Oggi, doverci entrare mi crea ancora più problemi del solito. Perché ho addosso un mood color ruggine, di sapore salmastro/amaro, oggi è una di quelle giornate che sono un misto non ben amalgamato tra Mark Sandman, Daniele Dominici, Mark Eitzel e un imitatore raffreddato di Nick Cave.
Oggi ho le stimmate dell'uomo tormentato. Lo scorticato vivo, il pirata solitario. Ultimamente accade spesso e io non faccio niente per oppormi, c'est la vie.

L'uomo che è in fila per la farmacista bionda prima di me si vede che è turbato. Vedo il suo pomo d'adamo che va su e giù come un pistone. Respira affannosamente, un misto tra muchi e sovreccitazione. Quando arriva il suo turno, chiede Tachipirina, ma lo fa modulando la voce come Arnoldo Foà, ottenendo un effetto orribile e ridicolo.
Le persone che parlano con la voce impostata, quale ne sia il motivo, sembra sempre che abbiano una scopa di saggina su per il culo. Legge invariabile.
Arriva la Tachipirina, la fata si tocca i capelli, arriva un profumo subito riconoscibile: quello di una creatura che non verrà mai a letto con te (in questo caso lui e io per naturale estensione).
Il pomo d'adamo dell'uomo ora sembra un ascensore fuori controllo. Dice, cercando un punto d'incontro vocale tra Luca Ward e Giannini: “Signorina posso dirle una cosa?”
Uhm... prego”
Sono davvero stupito, lei è bella e brava. Anzi, lei è bellissima”
Grazie”, fa la ragazza, ma sembra seccata.
Non mi è mai capitata una dottoressa tanto bella. Lei ci starebbe bene anche a Miss Italia”
Tutti ridono. La ragazza no.
L'altra, la bruna, finge di non aver sentito nulla. Io inizio a perdere la pazienza.
Grazie, sono sei euro e quarantanove”
Fosse per me le darei un milione d'euro solo per poterla guardare”
La frase è ambigua. Hai capito il voyeur. Hai capito il pervertito, penso. Dev'essere uno di quelli che vuole guardare lo spettacolino e basta perché non riesce a fare niente.
Il voyeur paga con banconota da dieci, arriva il resto.
Lei ha delle mani stupende. Oddio iddio che mani fantastiche...”
Fottuto onanista.
Grazie, avanti il prossimo”
SONO IO, SONO IO”, ride a risucchio l'uomo, “AVEVO SCORDATO CHE MI SERVE UN INTEGRATORE ELEMENTARE!”
Poi si gira verso di me: “Mi shcusi, eh, mi shcusi”
Purché si faccia presto”
Ma l'uomo non ascolta la mia risposta, e sembra intenzionato a farsi elencare le proprietà e i principi attivi di ogni integratore presente in farmacia.
Per questa manovra da latente impotente, io finisco con una terza farmacista, stavolta rossa, che non avevo neanche notato. La ragazza, molto giovane, mi ricorda Agostina Belli con qualche traccia di Marilù Tolo, Lea Massari e pure la vecchia camiciaia di mia madre.
Non riesco a guardarla in faccia. Mentre ascolta la mia timida richiesta farmaceutica, si aggiusta il fermaglio nei capelli. E arriva. Arriva quell'odore inconfondibile e traditore di bellezza rarefatta, distante ere e continenti, quel sentore di assente presenza della bellezza alla corte dei propri occhi.
L'odore acre, penetrante e subdolo mi colpisce in modo fisico, nel senso che mi rimbambisce senza portarmi in paradiso. Forse è un effluvio di droga, ora finisce che le chiedo un cacciavite, il rimorchio per una barca o un set di martelli russi.
Cazzo”, mi dico, “queste sono tre streghe. Queste non sono ciò che sembrano, sono le Tre Madri di Dario Argento”
Prendo il medicinale, incasso il resto, farfuglio qualcosa di incomprensibile, del tipo “ingingiorno” ed esco dalla farmacia.
C'è l'uomo che era davanti a me in fila, parla con qualcuno al telefono. Mi fermo per infilarmi una sigaretta in bocca. Non ci devo più tornare, in questa farmacia. Qui ti drogano, poi esci e ti senti ancora più idiota e parziale.
Hai capito, Ciuà? Sono alla farmacia XXXX, ma ti dico... sono delle pietre qui dentro! Hai presente Evvice Fenesh dei tempi d'oro e Gloria Guida? Madonna del carmine Ciuà, mi stavo sentendo male...vedi di farti venire qualcosa, qui si muore bene!”
Accendo la sigaretta. Il cielo è di neve. Io mi sento ancora di più un incrocio tra Mark Sandman, Mark Eitzel e ora anche Bela Lugosi. Sono un uomo finito, ora è palese.
L'uomo continua: “Ciuà, secondo me 'sta farmacia è 'na copertura... sono troppo bone, i'che femmenune!”
Ho un senso di nausea addosso. Guardo in direzione del mare. Quante navi partono non per brevi tratti? Quante navi potrebbero consentirmi sul serio di diventare “indirizzo sconosciuto” come ho sempre sognato? Detesto lasciare tracce. Detesto essere tracciabile, in qualsiasi modo. Voglio fare la stella cadente capace dell'ultima virata. Voglio essere la coda di qualcosa che non si vede e non si trova facilmente. Voglio fumare davanti al mare come un vecchio mozzo. E invece ho questo tizio eccitato che urla al telefono le sue sconvenienti idee sulle Tre Marie.
Io e il super-eccitato siamo vicini. Ci si avvicina un ragazzo nero che ci dice qualcosa come “buongiorno frà, come stai?”
L'uomo eccitato digrigna: “Non ho niente, negro, vattene”
Il ragazzo fa una faccia terribile, ma incassa. La vera educazione. La vera tolleranza. Io mi rovisto in tasca, poi nel portafogli. Non ho un euro spiccio. Non ho un cazzo a prescindere.
Mi dispiace”, dico mortificato, “sono disoccupato”
Il ragazzo mi sorride.
Faccio qualche passo, poi torno indietro: “Vuoi una sigaretta?”, gli chiedo, guardandolo con sciocco entusiasmo.
No grazie fumare fa male, non fumo”
Stavolta sorrido io.
Il cielo è di neve. Ci sono ancora tante cose da imparare. Anche facendosi male. Anche piangendo senza una lacrima, solo evitando di guardare l'orologio. La bellezza distante, quella dimostrativa, non è mai incisione a carne.

©Luca De Pasquale 2017