10/05/17

Loro almeno non chiedono soldi


La vita è di chi brucia e di chi cade.
L'ho sempre pensato. È qualcosa che sento. Che vivo, che respiro.
Continuo a bruciare. Da anni, incessantemente. A volte penso di essere una semplice sigaretta. Altre, un fiammifero. Che è solo una luce utile ad un solo gesto, poi scompare. Una candela, mai pensato di esserlo. Troppo sacrale per i miei gusti.
Brucio ai bordi del mare, brucio con tutti i ricordi addosso. Mi pulisco, poi rimetto le ali brevi e volo.
Mi spiaggio, mi areno, come un enorme cetaceo che decide di interrompere i richiami alla razza, al cielo, alla paura.
Capita che mi nascondo. Come un animale ferito, pericoloso. Faccio sembrare letargo la cura delle mie ferite. Mi spulcio, mi mordo. Caccio solo quando ho fame o quando voglio lo scontro.
Mi rendo conto che anche in quiete ho voglie da rapace, non mi contento dei nascondigli, dei rami, non sono solo una sentinella notturna.
Quando sono presente, so ascoltare gli altri. Ho imparato negli anni. Prima ero una merda in questo. E non solo in questo.

L'amico scrittore cerca un editore per pubblicare il suo manoscritto. Roba sofferta, che nasce da una dolorosa separazione. Un romanzo scuro, senza chiese a convogliare forze e preghiere, un romanzo erotico, crudo, potenzialmente suicida.
Mentre mi racconta di questa creazione, penso alla scultura “La douleur” di Jean Escoula, che amo profondamente. Lui mi fa pensare a quella scultura, lui e la sua voce incerta, esitante, arrochita dalle sigarette.
Mi fa dei nomi di case editrici. Io non accenno a nessuna reazione evidente.
Poi mi guarda interrogativamente, e io inizio a grattarmi la testa, a guardare nel vuoto, fumando come se stessi disinnescando una bomba.
Dopo una lunga pausa, gli dico che non mi piace nessuna delle case editrici che mi ha menzionato. Che non sono editori, bensì stampatori. Che è cosa ben diversa.
Lui è sinceramente spiazzato, mi dice: “Ma almeno non chiedono soldi! Questa è una fortuna!”
Una fortuna? Dannazione. Ecco. Ecco qui. Siamo a questo. Lo scrittore deve ringraziare che non gli si chiedano soldi per pubblicare. Lo scrittore accetta l'elemosina della stampa. Lo scrittore sa che non conta un cazzo. Lo scrittore dovrebbe essere così stupido da volere solo che il suo nome giri, e migliorare. Per questo, dovrebbe scendere continuamente a compromessi, accettare la sua subalternità moderna, il suo profilo patetico, le percentuali bulgare, equipararsi -senza fare lagne- a quelli che scrittori non sono ma che devono risultarlo. Il mio amico scrittore è allora fottuto. O forse no, se ha voglia di entrare in quel meccanismo. Forse, potrebbe riscoprirsi in grado di pubblicizzare se stesso e la sua opera fino a piacersi in eccesso. Potrebbe scoprire anche che vuole essere grato a tutti, a chi lo legge, a chi lo pubblica, a chi può aiutarlo, scendendo in un girone infernale e squilibrato, quello dell'ambizione che, nell'attesa di compiersi, diventa cecità.
Capisco, dallo sguardo, che il mio collega scrittore è pronto a investire su se stesso, per riacquistare sicurezza, per riscattarsi da un dolore, per sentirsi di nuovo e ancora uomo, uomo creativo, per avere la sensazione che il suo ingegno è apprezzato, che il suo cazzo funziona, che la sua anima è pulita.
Affidati a chi vuoi”, gli sibilo, “è il tuo libero arbitrio”
E penso, anche: credi davvero che l'uscita di un libro allinei l'anima al destino? Credi che basti un libro per spaventare i demoni della notte? Scrivere un libro è più breve che scopare, come effetto salvifico. Neanche il tempo di compiacerti del tuo nome in copertina, ed ecco che ritornano le ombre, magari rinforzate, a chiederti di preparare loro un the e accendere il fuoco.
Ma lui torna alla carica, vuole che io sia d'accordo almeno su un paio degli editori che mi ha citato.
Ascolta. Conosco persone con due lavori e nessun problema altro o evidente che credono di aver scritto la Bibbia. Magari è solo un saggio su come si pesca la carpa in vasca da bagno. Una carpa, sia chiaro, già morta”
Ma un libro è come un figlio”
Questo dove lo hai letto? Per me un libro non è un figlio, è un cecchino eliminato, un'ombra scomposta, un amore che piange alla finestra, una madre in pena per un'assenza. Questo è un libro per me. Di più, per me un libro è parte di una lotta”
Fai passare la voglia. Io ci credo, nel mio libro”, replica risentito.
Non ti ho detto di non crederci...”, rifiato. Poi mi fermo. Posso solo dirgli, questo mi è lampante, “fai come vuoi” e sorridergli neutro. Ognuno ha il diritto di bruciare come vuole, tutti abbiamo il diritto e il dovere di intercettare gli ingressi delle salvezze momentanee.
Lui vuole rinascere con un libro. Ha fretta. Per questo, è pronto ad affrontare aspetti e persone che io, invece, reputo altamente evitabili.

La sua priorità è allineare l'anima alla sua voglia di riemergere. Il suo destino è anche il suo sogno. Per me non è la stessa cosa. Io ho voglia di volare con tutte le ferite aperte, volare come un galeone pirata sulle fiamme della mia dispersione non più rimandabile. Io sono un maledetto Capitan Harlock con l'occhio non bendato abituato alla notte. Non valgo più di lui, non sono meglio di lui. Anzi.
Cerco errori e stelle in egual misura. Non credo in un destino solitario votato al riscatto e alla vendetta educata. Sono aria, voglio fuoco. Sono notte e per questo voglio brillare.
Per questo, sono disposto a farmi abbattere durante il volo. Breve o lungo che sia, che contenga un Dio o il fantasma della mia infanzia, non importa. Non sono un eroe, sono un uomo. Fallibile, incoerente, disattento e sveglio.

Quando lui va via, mi sdraio sul letto, occhi al soffitto, metto su uno dei pochi dischi della quiete, “Love over gold” dei Dire Straits. Riascolto più volte il pezzo che dà il nome al disco. Da ragazzo pensavo che il suono di John Illsley in quel brano, durante il gioco di rimandi tra Mike Mainieri al vibrafono e Mark Knopfler alla chitarra, fosse quello della mia anima non allineata.
Mi piace ancora pensarlo.
Ho acceso la sigaretta. Bruciamo insieme. Solo che io dopo avrò la chance di alzarmi, mangiare e darmi pace, ancora.

©Luca De Pasquale 2017









28/04/17

Il rimborso del destino


Sempre più mi capita di incontrare individui che aspettano -chi più, chi meno- una specie di rimborso dal destino.
Li riconosco velocemente: il loro contegno è perennemente alterato, febbrile, amaro. I loro dolorosi transfert li spingono a cercare similitudini ovunque e con chiunque.
Rabbiosi, in attesa del risarcimento, simulano una normalità di vita che invece è sovrastata da questa smania, da questa preghiera monca e spesso ridicola.
Incapaci di accettare che una ferita pulsante, irregolare, segmentata e spesso purulenta non rappresenta di per sé la garanzia di una restituzione, si struggono in speranze acri che partono battute in partenza.
E io li incrocio, incrocio i loro occhi offesi con la vita, imploranti e dignitosi, incontro le loro parole in penombra, in una zona di nessuno che ci vedrà ospiti rapidi e non paganti.

Non ho mai gradito l'annessione a stati emotivi che non potranno mai essere uguali per tutti. Ognuno ha il suo maledetto modo di guardare nelle ferite e, ancor di più, di aspettare la fine di una fase, di un inganno, di un gioco a ostacoli.
Ognuno dovrebbe scegliere di consumarsi come preferisce.
Quando scopro che la mia presenza è solo un pretesto per non sentirsi soli a spasso in una condizione che poi è incomunicabile, tolgo subito le tende. Due persone ferite non ne compongono una sana. E magari superficiale quanto serve. Cinque persone ferite sono solo un branco di reietti che la noia catturerà molto presto. Diventeranno cannibali.
Molti individui sono totalmente privi di coraggio.
Appena cadono cercano amici. Lo trovo ripugnante. Per poi dimenticare tutto al primo segnale di resurrezione. Atteggiamento da conigli, da ladri di fuochi spenti.
La caduta è una condizione che richiede massicce dosi di solitudine. Uno stato che va gestito in solitaria, per poterne gustare a pieno i risvolti positivi: il rinnovato senso della memoria, gli odori, le luci nuove, i colori delle porte, delle giacche, la scelta dello sguardo ogni mattina. La caduta prevede il fondo. Il fondo è stretto.

Da anni, da molti anni, lo sguardo che indosso al mattino non prevede molto di più delle ventiquattro ore che seguiranno. I sogni di ricongiungimento agli ideali, dei rimborsi, il sogno colabrodo del ringiovanimento, sono questioni che non mi riguardano.
La fissazione di migliorare, quando mi ha dominato, mi ha avvelenato. Mi ha reso inservibile, dipendente. Banale, grottesco. Mi ha reso merce, giochino.
Cerco il ritmo del giorno, della luce e dell'aria. Cerco di fottermene, in buona sostanza. Spesso ci riesco.

Ci sono molti modi per sentirsi in salvo, quando quel senso infido di vendetta -misto al bisogno di conferme e premi di consolazione- impedisce il corretto funzionamento della propria anima.
L'importante è non rispondere con utopie ad altre utopie invecchiate.
Le emozioni sessuali sono a coda corta e un killer le segue ovunque. Finiscono per morire dissanguate davanti ad uno specchio o nel cesso di un bar, mentre una doccia lava via tutto, oppure prima di dormire, quando l'ossessione dell'amore viene a riscuotere il suo devastante credito.
Credo invece nell'espressione, ma anche nel tentativo di portarla a termine. Senza la schiavitù del consenso. Senza la paura del rifiuto, dello smacco.
Molti scrittori che ho conosciuto si sono rivelati presto dei tronfi cacasotto, tutti ego e manie, materiale di risulta di infanzie controverse, educazioni repressive, malcelate incertezze sessuali e affettive, attaccati magari alle vesti di un Dio costruito per loro dai genitori, dai compagni, dalla rete degli amici. Un Dio assente dal primo giorno.
Sì. Ho incontrato tonnellate di vigliacchi. Di predoni delle paure altrui. Di illusionisti con la giacca pulita e l'occhiolino facile. Ho incontrato ciarlatani con la vocazione al sorriso aperto. Bluff, montati, rammolliti, raccomandati, sfaccendati, finti animali sociali, omoni con l'ego grosso quanto un capodoglio e l'anima più piccola di un preservativo usato, lasciato come un verme umido ai margini della strada.

Si dicevano scrittori.
Fini dicitori.
Grandi comunicatori.
Operatori del settore.
Convogliatori di entusiasmo e di energie positive.
Si dicevano seduttori di donne ingenue. E non solo.
Avevano sempre qualcuno dietro di loro a leccare il lardo espanso dell'ego dimenticato.
Avevano dietro i portaborse dei loro scarti, delle loro guerre di religione personale. Gli spazzini della loro zavorra.
Si dicevano democratici, progressisti, collettivisti. Valevano meno del peggior capitano d'industria, del peggior borghese del secolo scorso.
Si dicevano ambiziosi. Lo dicono ancora. Vengono creduti. Ci passano la vita, a compiacersi dell'ingenuità dei seguaci.
Ufficialmente giocano per l'unione, l'incontro. In realtà giocano da soli e non gareggiano nemmeno con la loro ombra, perché non hanno gli strumenti per intercettarla. Ne hanno orrore, dell'ombra.
Loro non cercano rimborsi. Cercano solo l'aumento dell'offerta, della quota di partecipazione, sommersi e infognati in un ego stantio e immenso che trasvola nazioni, ideologie, religioni e sgancia bombe su se stesso per fare fuochi d'artificio.
Quegli stessi fuochi che vorrebbero noi guardassimo, noi laterali, noi su pescherecci nel mare in tempesta, noi che cadiamo puntualmente nella trappola della giustizia divina e del risarcimento, mano nella mano a farci forza e a darci idea di movimento.
Non è movimento: è resistenza.

©Luca De Pasquale 2017

21/04/17

Diserzione all'ingresso


L'élite, concetto disgustoso.
Chiunque creda di appartenere a un gruppuscolo di iniziati, di alteri masticatori del prezioso, è senza sconti ed eccezioni un mio nemico. Chiunque rifiuti il meticciato e le contaminazioni che ogni tipo e forma di cultura contiene in sé volente o nolente, è persona non grata alle porte del mio appartamento sottomarino.
Determino questa veloce definizione mentre Alberta mi racconta perché, a suo dire, non ha funzionato la sua ultima relazione. Con uno che non leggeva, che non conosceva i classici, che non frequentava “moralmente” il cinema d'essai e la musica colta.
Quello che più mi disturba è che Alberta, come tanti che ho avuto modo di conoscere, crede di poter ottenere senza dubbio alcuno la mia altezzosa complicità. Sì, perché Alberta sembra concedermi -sia pure con la consueta riluttanza di casta e con le dovute, spasmodiche, riserve mentali- l'aura di persona di buone letture, con gusti particolari e non allineati, uno in buona sostanza indifferente a ciò che il popolo ama e persegue. Uno che, come lei e i suoi amici, tiene a debita distanza chi non si dimostra stimolante culturalmente, al passo con i gusti ricercati che ogni anima nobile sembra essere obbligata ad esibire per entrare in qualche cerchia.
Poi, pazienza se sono povero. O palesemente fuori dalla società. L'importante è che io sciorini un buon italiano, che abbia scritto qualcosa a prescindere dall'esito commerciale, fondamentale è che io sappia almeno chi sono stati Picasso, La Rochefoucauld, Eluard, Fante, Fassbinder e magari Mary Quant.
E così l'elegante amica si scatena contro il povero ex compagno di sospiri e speranze, bollandolo come “un rozzo ignorante”, che lei, sana portatrice di orizzonti sconfinati, ha vanamente cercato di portare al suo livello, o almeno nei pressi.
Beh, dovresti andare a farti fottere, penso, mentre giochicchio nervosamente con una bustina di zucchero. Sciocca oligarca, presuntuosa borghese, viziata intellettuale tutta spasmi e commozioni empatiche con pagine di libri.

Più ascolto le sue confidenze, più mi rendo conto che vive tra steccati, dighe, frontiere, a picco -in compagnia di pochi stronzi- sul mare del sapere in una camera arredata di costose cianfrusaglie.
Esce fuori dall'ambito sentimentale e inizia a parlarmi di tutta una serie di intellettuali che conosce e frequenta pure. Quando le descrizioni sono efficaci e icastiche, mi è chiaro che non ho nessuna voglia di conoscerli e men che meno di frequentarli. Mi accetterebbero, malvolentieri, ma potrei farcela. Non ne ho nessuna voglia, però.
Passa velocemente a considerazioni di natura artistica. Tutte apodittiche e senza possibilità di replica.
Chiunque non ascolti e non conosca Keith Jarrett non può dirsi un appassionato di jazz”, sentenzia, “Keith è un visionario, un Re”
Bum.
Keith, poi. Come se si dividessero lo yogurt la mattina. Keith.
E se io casomai preferissi gli Azymuth o Don Pullen, cos'è, non potrei più stare al suo cospetto?
E se io pensassi che Bunny Brunel è più visionario di Jarrett che fa, mi castra intellettualmente, mi lapida in pubblico?
In materia di letteratura, non parliamone nemmeno. Per lei e i suoi simili chiunque non abbia masticato tutti i classici e sia riconosciuto come persona “adibita a discuterne” va dritto nell'Ade dell'indifferenza.
Un atteggiamento fascistoide, supponente e misero che non posso tollerare. La differenza, rispetto a qualche anno fa, è che non entro in battaglia con esemplari del genere; mi limito ad ascoltarli e poi a evitarli. Non mi è mai piaciuto il “sesso orale intellettuale” tra menti fertili, l'inveterato scambio di complimenti tra profondi conoscitori delle più variegate materie.
Quando un intellettuale -o presunto tale- si perde in queste sconsolanti forme di auto-ammirazione e di ricerca dei fratelli di stampo e conio, non è poi molto diverso dal volgare arricchito che esibisce i suoi beni e i suoi privilegi. Ed ecco che la figura dell'intellettuale va a contaminarsi -ed è l'unica forma di contaminazione negativa, a mio giudizio- con quella, comica e abbozzata, dell'uomo che ce l'ha fatta e te lo sbatte in faccia.

Anche se è una donna, lascio che sia Alberta a pagare il caffè. Non posso pagare io, visto che lei è scesa dall'Olimpo per incontrarmi e donarmi le sue perle di autoinclusione aurea, i suoi comandamenti senza contraddittorio.
Quando ci scambiamo il fatidico bacio sulla guancia, mi rendo conto di non aver detto nulla di personale, di non averle raccontato nulla della mia vita.
Sarebbe stato tempo perso.
Sarei stato un interlocutore all'altezza se le avessi dimostrato, con disinvoltura, che nel suo mondo sono presente anch'io, con tanto di pedigree. Ma è da tanto che ho smesso di darmi da fare per facilitare le codifiche altrui.
Sono consapevole di essere, per questo e per altro, una delusione per molti. Non intendo sforzarmi, non voglio darla a bere. In primis a me stesso.
Maturità? Parola insolente e senza senso. Parola diurna, sociale, sporca di manie, prevalentemente altrui.

No.
Altri amori, semplicemente. Altre necessità. Il mio respiro che mi supera e mi rimpicciolisce, anche. Il tempo che mi lavora ai fianchi, le fontane che si svuotano, gli accessi negati, i viaggi in sogni chiusi al pubblico, le utopie incerottate che si scambiano carezze nella noia della pazienza. Sarà questo.
Il tempo per farsi scegliere al mercato degli incontri è finito e non era tempo speso bene.
Qui non decidiamo nulla e poco incidiamo; altro che i grandi classici che ti qualificano e le propensioni artistiche da installarsi in faccia per smaltare il sorriso più adeguato.
I giochi della mia vita ora sono gestiti dalle ombre, dalle coincidenze, dalle maree, dalle fasi lunari, dai rubinetti che perdono nelle notti insonni, dal crepitio della lampada da scrivania quando tento di scrivere. Vince il vento, vince il riflesso vuoto nella lastra di vetro della divisione, vince la diserzione a pochi passi dall'ingresso, per perdersi in un odore che promette poco ed è anche troppo veloce, quello dell'altrove. Un odore che mi possiede quasi interamente, rendendomi definitivamente ridicolo quando mi attribuisco un decisionismo strutturato che non mi appartiene.
A pochi passi dall'ingresso mi piace pensare al mio biglietto per terra, calpestato da qualcuno che va di fretta. Di certo più di me.

©Luca De Pasquale 2017



19/04/17

Cannon Ball: i giorni di Jaco


Ho scoperto Jaco Pastorius nel 1985, due anni prima della sua tragica morte. Ci sono arrivato andando a ritroso da “Sportin' life”, album dei Weather Report che acquistai quasi per caso in vinile nel glorioso negozio “Top Music” di Napoli, la mia prima vera palestra d'ascolto in quegli anni formativi.
Sportin' life” mi piacque abbastanza, con il suo tribalismo discreto, le geometrie percussive e la propulsione inesausta del basso del compianto Victor Bailey. In quel periodo -avevo tredici anni- non mi ero ancora determinato ad amare il basso elettrico in modo così trascendente e definitivo, come sarebbe stato negli anni a venire. Oggi sono consapevole che la mia scrittura, bella o brutta, gradita o sgradita che sia, è profondamente influenzata dal linguaggio del basso elettrico e del contrabbasso, molto più che da eventuali scrittori-feticcio. Proprio il non essere un musicista mi ha aiutato a rendere il suono del basso parte integrante del flusso creativo, se avessi tentato di strimpellare per passatempo non sarei riuscito a sviluppare questo strano percorso binario.
Tornando al 1985, da poco avevo iniziato ad acquistare i dischi di Stanley Clarke, dei Return To Forever, degli Yellowjackets (Jimmy Haslip, altro senatore del mio viaggio nel basso), già amavo i Level 42 di Mark King. A Jaco non ci ero arrivato. Non ancora.
Incuriosito da quel gruppo strano, Weather Report, decisi di spendere i miei pochi risparmi in un altro disco. E così mi imbattei in “Black market”, con quella splendida copertina seducente; me lo portai a casa curiosissimo di ascoltarlo, Armando mi aveva detto che si trattava di un lavoro di molto precedente a “Sportin' life” e che mi sarebbe certamente piaciuto.
L'ascolto del disco mi spiazzò da subito, perché la prima traccia, “Black Market”, mi coinvolse senza però travolgermi.
L'avvento, l'illuminazione, quasi il trauma, tutto si palesò con la coda della seconda traccia, “Cannon ball”, precisamente dal minuto 3:50.
No, non avevo mai ascoltato quel suono prima. Successione di note suggestive, calde, addirittura erotiche, dense, liquide, suadenti e magnetiche. Riascoltai quel breve passaggio finale di “Cannon ball” fino all'estenuazione, incredulo. Rapito. Al punto che mio padre entrò in camera e mi chiese: “Ma il disco si è incantato? È difettoso? Forse devi pulire la puntina...”
Se avessi saputo, avrei dovuto solo rispondergli: “No, papà, è semplicemente Jaco. Jaco Pastorius, il più grande bassista del mondo”

Senza nulla togliere al pazzesco Alphonso Johnson -che suonava in tutti gli altri brani del disco eccetto appunto “Cannon ball” e il fantastico treno di “Barbary Coast”, Jaco era riuscito in un amen a demolire tutti i miei stereotipi e le mie precoci fissazioni in materia di basso elettrico e non solo.
Mi si spalancava una strada. Iniziai a documentarmi, ad acquistare con foga tutto quello che riguardava Jaco. Vivevo con Pastorius in testa. In tutti i sensi, come obiettivo di conoscenza e come slang del mio cervello.
Considerato che ho sempre pensato all'amore come ad una forma di shock, vivevo costantemente sotto la magia debordante di quella scoperta. I dischi di Jaco con Joni Mitchell mi misero al tappeto per mesi, ero davvero sconvolto; ed è inutile dire che “Heavy weather” è diventato uno dei dischi più importanti della mia vita, se non il più rilevante in quanto ad imprinting e devozione protratta.
Quando poi mi procurai l'omonimo di Jaco del 1976, fu un'altra epifania, un nuovo maremoto dalle conseguenze devastanti. Perché per molto tempo non riuscii ad ascoltare altro, ero in loop, mi chiedevo come fosse possibile suonare in quel modo. Persino nei miei temi, a scuola, scrivevo di Jaco e impostai tutto un tema a traccia libera sulla sensualità del suono del basso in “Kuru/Speak like a child” dal primo album di Jaco, indimenticabile traccia con Herbie Hancock. Il tema andò bene: presi otto. Mi sentii molto fiero di quel risultato, mi sentivo un iniziato, un fortunato, ma senza spocchia; mi ero imbattuto presto in Jaco e i miei compagni no, tutto qui. Non ero io il genio precoce, proprio no: ero solo un ascoltatore molto curioso al cospetto di un semi-dio.

Dopo un periodo tribolato, fatto di fame sonora, compulsività, dedizione e sbalordimento, presi una decisione dura: non avrei mai suonato il basso elettrico. Non avrei mai accettato, ragazzo sturm und drang, emotivo, passionale fino al dolore, di non poter produrre quei suoni. Dovevo semplicemente iniziare un percorso di conoscenza scrupoloso e innamorato che ancora oggi assorbe molto del mio tempo, con gioia.

Il 21 settembre del 1987 per me fu un giorno tristissimo e atroce.
La notizia della morte di Jaco mi distrusse. Mi fece letteralmente a pezzi. Del suo stile di vita, della sua propensione all'autodistruzione, non sapevo proprio nulla. Non c'era internet, potevo solo ascoltare e mangiare dischi. Maledii il buttafuori Luc Havan per quello che aveva fatto al mio Dio personale, cercai in qualche modo di capirci qualcosa, ritagliai la notizia funesta da “Il Corriere Della Sera” (che entrava ogni giorno in casa grazie a mio padre) e conservai quel ritaglio come un supplichevole santino impregnato di adolescenziale e sincera sofferenza.
Con pathos spontaneo, comunicai pomposamente ai miei genitori che se mai avessi avuto un figlio, lo avrei chiamato Jaco. E che avrei onorato la sua memoria dando il meglio di me. Nello specifico, non diventando un bassista, bensì uno scrittore che lo avrebbe citato come principale influenza.
Tant'è che nella mia carriera di scrittore non verticistico, quando mi hanno -bontà loro- attribuito vaghe e derivative somiglianze a Henry Miller o Hank Bukowski, ho sempre puntigliosamente chiarito: “Mi ispiro principalmente a John Francis Pastorius III, conosciuto come Jaco Pastorius”, lasciando sconcertati i miei interlocutori.

Adesso, proprio ora che scrivo, ascolto “Harlequin” e il basso esteso, sotterraneo e immenso di Jaco risuona nel mio spazio di scrittura come le confidenze del supereroe che ha creato parte di me e del mio sentire. Sono davvero grato a Jaco per quello che mi ha dato, per come mi ha aiutato a cercare un linguaggio altro, diverse discendenze, strade non necessariamente troppo battute in narrativa, a prescindere dagli esiti. So perfettamente -questa la perpetua salvezza- di non avere neanche un grammo del talento visionario del mio riferimento principale. Non importa. Jaco è ancora oggi il padre putativo della mia smania espressiva, checché questo comporti. Tutte le volte che ho creduto in qualcosa, tutte le volte che mi sono innamorato, che ho lottato, che mi sono consumato per un obiettivo, per un'utopia, ogni volta che ho attutito una rovinosa caduta, lui era lì, con il suo fretless, il suo martello di Thor.
E sì, tutte le volte che mi emoziono, quando riesco a respingere il cinismo e la guerra che mi vede impegnato ogni giorno nel divincolarmi da cornici, chiacchiere e paure invalidanti, quella coda di “Cannon ball” è in sottofondo, canto di un angelo perso, profonda preghiera di perdizione e sogno consumato che il tempo non scolorirà mai nel mio cuore.

©Luca De Pasquale 2017





































18/04/17

Il controllo del dolore controllato


Mi scusi, mi sa dire l'ultima partenza della notte?”
Varrebbe a essere?”
A che ora parte l'ultimo traghetto?”
Per dove?”
In genere”
L'ultimo è alle 19e30, direzione...”
Grazie”
E anche il mio piccolissimo sogno residenziale si infrange così, su un muro di risposte tecniche e svogliate. L'ultimo traghetto parte alle 19e30, quando c'è ancora il sole.
Non c'è nulla che io ami di più dei porti e delle stazioni di notte; ancor di più quelle partenze sconosciute e con biglietto sola andata in orari dominati dalle tenebre.
Guardare una nave partire di notte -ancor di più salirci- è una delle poche visioni che mi comunica un senso di pace, è un accordo improvviso tra l'anima, il corpo, gli occhi e il flusso esterno della vita.
E quindi sono deluso dal fatto che qui, proprio dove vivo, di notte non si muova sul mare proprio nulla, se non piccoli pescherecci e chiatte commerciali.
Niente azzera tanto fortunosamente la mia anima più di un porto battuto dal vento nella sera avanzata, con pochi sconosciuti che inseguono il loro tempo, i loro eventi, passandomi accanto e mischiando all'aria che respiro qualcosa della loro fretta estranea, profumi brevi muschiati da passioni solo supponibili, da urgenze che in qualche modo finiscono per somigliarsi tutte.
L'amore, l'inseguimento, la ricerca, il consolidamento, l'esilio, la frenata prima del vuoto spento, l'arte di riaccendere i precipizi per la prossima festa.
Invece no, qui di notte non parte niente.
Qui puoi solo osservare l'acqua e le imbarcazioni ferme, lavorare di immaginazione, esagerare con uno stato mentale di alterazione sensoriale che non è mai compresa davvero in un semplice titolo di viaggio.

Se oggi mi capitasse di incontrare per caso qui mio padre, riconoscerlo tra la folla che si imbarca, penso che gli direi solo “ma tu lo sai che ho cercato di partire tutta la vita? E che nel partire, nella sola idea, non prevedevo mai di tornare?”
Lo direi a lui come ora lo dico, scrivendolo, alla carta virtuale che ho davanti, questo schermo bianco con dei margini, che qualche volta mi riflette, male e deformato, con gli occhi troppo lontani e il fumo della sigaretta che somiglia più a un copricapo che a un fantasma in movimento.
Di fronte a troppe navi, a troppi ricordi, a questo sole crudele e democratico, qualcosa di doloroso che mi porto dentro chiede la notte senza scocciare più di tanto, come un animale domestico che ti si stiracchia ai piedi per comunicarti i suoi primi languori.
Un dolore non deciso, ondivago e quasi sognante, un ticchettio.
Un sussurro che somiglia al mio nome e alla smania di vivere che quel nome, il mio, continua a subire con arresa indulgenza.
Tutte queste valigie, questi trolley, le cosce, i culi, i pantaloncini dei turisti, gli smartphone, i tablet, le voci volgari, il francese misto al tedesco, al napoletano, al dialetto puteolano, al mio silenzio. Senza che io possa sentirmi bello come capita di notte. E questo è molto grave.
Tutto questo, e molto altro, passa accanto al mio dolore controllato, fisso, basico, questa specie di scavo artigianale e atavico che perpetro senza l'ego in festa. Mai più l'ego in festa. Non mi permetterò mai più l'oscenità dell'auto da fé. Non faceva per me, non lo volevo capire, sondavo, tentavo.
Controllo il mio dolore controllato tutte le volte che posso.

E adesso?
Ora che faccio?
Tutto finisce alle 19e30. Io no. Io comincio, invece. In quella meridiana, in quel cono d'ombra e doppiezze non riflettute. I miei giorni sono quelli del pittore che ha sbagliato duemila volte lo stesso quadro, fino a poter comprendere che sbagliava pennello e colori, perché usava i suoi occhi e le sue mani. Non gli odori, non le partenze. Non avevo capito niente e forse, dico forse, il dolore non lo controllavo come adesso.
Adesso me ne torno a casa. L'impiegato dell'ufficio marittimo è stato scortese e laconico, io ero assente quando lo guardavo, mi serviva solo un'informazione.
Quando mi serve qualcosa, sono sempre assente. Al fondo di me e delle cose.
Quando voglio qualcosa sono presente e pronto a morire. Come gli eroi romantici che amo disconoscere per non prestarmi a interpretazioni.

Tutto ciò che di notte si allontana mi regala pace, l'inizio da una fine, l'inguaribile e meravigliosa malinconia dell'essere ancora vivo, dentro e nei passi indecisi che compio tra le instabili geografie che mi hanno deciso.

È solo questione di controllare il dolore già controllato.

©Luca De Pasquale 2017





15/04/17

La masturbazione degli auto-totem


La maggior parte delle volte che incontro delle coppie, mi prende un senso di sconforto, di noia e poi di infinita distanza. Perché avverto che la spiegazione della durata della scintilla è sotto i miei occhi, come un curriculum ingiallito: si tratta frequentemente di istanze che si appoggiano l'una sull'altra, è sostegno che si rinforza nella praticità del quotidiano, è garanzia che si fa metodo, è tedio che si esorcizza nel potere dell'abbraccio, del conforto, della presenza.
E io, ogni volta, tremo.
Mi fa sempre molto ridere la definizione “sono una coppia molto unita”, perché penso a una saldatura artificiale, un gioco di prestigio che avviene sotto gli occhi di amici e parenti, qualche volta consenzienti e altre no. Parto con scetticismo quasi inerziale e per questo mi condanno. La verità, disgustosa e da stigmatizzare quanto si vuole, è che le coppie granitiche sono altrettanto noiose di quelle svolazzanti e traditrici, quel tipo di persone per intendersi che ti rompono i coglioni ogni giorno con la cronaca dettagliata di inevitabili alti e bassi spesso frutto di capricci e vizi dell'anima.

Un conoscente/amico solo sulla carta mi propone un'uscita a coppie. Giammai. Detestabile rituale. Che facciamo, donne avanti e noi dietro o viceversa? Di che parliamo? Noi di computer, di calcio e politica e loro di cose più leggere? E già, perché il mio conoscente è anche un maledetto maschilista legato allo stereotipo “noi e loro siamo due pianeti inconciliabili”.
Le uscite a coppie, da adolescente come da adulto, sono state una condanna, per uno con il mio carattere. Le trovo terrificanti, addirittura sinistre. È proprio lo schema a darmi fastidio, a trovarmi insofferente, fuggitivo, totalmente inadeguato.
Così come trovo inquietanti e sfiancanti le riunioni di famiglia, le sedute nostalgiche con vecchi compagni di scuola talmente cambiati da risultare degli estranei e le rimpatriate con tutto quanto attorno mutato, il credo politico e/o religioso, il modo di vestire, di scopare, di morire, di amare.
Vecchi, fasulli pasionari mi sono tornati indietro imborghesiti, imbolsiti, disinnescati, noiosi più di una portinaia appassionata di soap; vecchie fiamme che toglievano il sonno sono riapparse con l'abito da sirena scucito, rattrappito, più colorato ma ormai inservibile, con tutte quelle appendici di nuove sicurezze che rendono le persone meno vive di un fiore di plastica.
Tutti pronti a giurare eterno amore per il nuovo partner, tutti decisi a dimostrare che la loro nuova immagine era la più veridica di tutte quelle mostrate in precedenza. Come quei musicisti che ti dicono con irritante nonchalance “il mio lavoro più rappresentativo? L'ultimo”, anche se si capisce chiaramente che non è vero.

Tutti, indistintamente, in cerca di approvazione dalla vita stessa. E di quella, scivolosa e canaglia, di se stessi e di chi circonda il quotidiano. Sarà che non ho mai cercato l'approvazione di nessuno, e il giorno in cui la cercherò per darmi forza sarò meno di un'alga, ma questo gioco non fa per me. Non si cercano altri esseri umani per ottenere benedizioni e nuovi passaporti. Non dovremmo gestire i rapporti umani come dei piazzisti, affannandoci ridicolmente a dimostrare che la nostra merce è migliore, che il prodotto è migliorato e affidabile, nuova linfa frutto di talento e intelligenza.
Ho scoperto che chi più assilla con questa smania di dimostrarsi in evidente progresso è quel tipo di persona che vede scavarsi attorno nuovi abissi: il tempo che passa, la minore vigoria fisica, la fine dei sogni e la loro scomposizione crudele, il diluirsi delle stagioni emozionali, meno utopie, meno sesso, meno sicurezze.
E quando mi capita di incontrare queste persone, che poi sono certo brave persone più attente ai colori decisi di me, ossessionato dal bianco e nero, divento il muro di un passatempo a rimbalzo, un interlocutore di pietra, appunto solo uno spazio che riceve il messaggio e lo rimanda indietro. Quasi un cane che ti riporta il tuo piatto e non vuole nemmeno la carezza.

Così come stento a farmi capace di quello che combina un mio vecchio capitano di ventura con le sue chat di conoscenza. “Chatto”, dice lui, verbo chattare, mi viene di pensare al pesce fritto. Lui “chatta”. Doppi sensi, citazioni di Eluard e Hikmet racimolate in tutta fretta, frasi galanti con il nulla di sfondo, qualche volta la mano sul cazzo e la fantasia tutta sfrenata a dare ossigeno all'ego mortificato da una famiglia retriva e castrante e da vecchie storie sentimentali finite a limone acido.
Il soggetto in questione non si salva dalla mediocrità nemmeno -anzi, la rafforza- quando mi racconta, con lo stesso entusiasmo con cui potrebbe annunciarmi di essere entrato nei Rolling Stones al posto di Darryl Jones, che ha avuto una tresca con la compagna del suo migliore amico e per questo si sente in colpa: “Alla fine ho lasciato perdere, non potevo. Mi sono detto, che cazzo fai? Ho dovuto lasciar perdere, a malincuore. Gran donna, e lui non se ne accorge”
Io non gli rispondo. Gli dico invece se mi può aspettare, che vado a fumare una sigaretta. Non è l'etica a muovere le faglie della mia nausea, è il suo essere sprovveduto, vanaglorioso, pomposo, didascalico e sì, anche scorretto.

Ormai è chiaro, la mitomania mi disturba.
Giudico in modo pessimo -e senza appello- quelli che passano la vita a raccontare di come sono efficaci nel lavoro, come sono indispensabili e apprezzati, ma la cosa si estende a qualsiasi cosa che metta in gioco la mancanza di consapevolezza e senso del ridicolo.
Io faccio un sacco di cose e sono molto bravo” è un ritornello così stanco, dall'entrata in scena, che non si può perdere più tempo neanche a contestarlo.

Il mondo della scrittura, anche a livelli non verticistici, è pieno zeppo di mitomani, ipocondriaci dalla saliva schioccante, auto-totem, monogolem in diuturna fase preparatoria alla masturbazione, montati, viziati piccolo-borghesi con l'hobby della vittoria sociale in pubblico. E ancora, editori improvvisati e vaniloquenti, stupidi giallisti derivativi, umoristi dalla patta unta che sponsorizzano formati di pasta e profumi campestri, grotteschi teatranti che scambiano il loro dilettantismo arrogante per ambizione, più la solita manciata di leccaculo anche sfortunati, perché scelgono sovente le natiche sbagliate.
Il mondo dei sentimenti da esibire non è certo meglio assortito di quello appena descritto. Come se ci si amasse per vedere che effetto fa negli occhi della gente. Vince la bugia al fischio iniziale, quindi. Tu fischia e io amo, gli spalti sono pieni? C'è gente che acquisterà copie autografate delle mie passioni?
Dannati epigoni di epigoni di romanzieri registi cantanti con la barba e santoni venuti dal nulla interessante, tutta roba Truffaut e ceralacca, un po' di sperma e riso, selfie in vacanza e lutti condivisi.

Intanto la notte sta passando, veloce e angolosa, con tutti quegli appuntamenti saltati per poco vento, per sfiducia, per pigrizia da sazietà, i baci più blu finiscono come zanzare estive contro quelle lampadine crepitanti e assassine che da piccolo mi attraevano tanto.
Ti prepari per scendere a mare e sei già troppo lontano dalla riva. Puoi solo mandare un bacio alla città di notte, pregare Poseidone o diventare stella persa.
Più persa della musica.

©Luca De Pasquale 2017