18/08/17

Diario del respiro e della luce chiara

Quando mi sveglio la luce è chiara, troppo chiara.
Eppure, questa luce lattiginosa, screziata di un'oscurità ormai intimidita, conserva un battito notturno leggero che scandisce la lentezza dei miei movimenti.
La casa è ancora silenziosa, fuori nulla si manifesta, sono solo, un punto di calore e sogni freddi sotto il cielo implacabile dell'estate.
Mi sento respirare.
Non ci ho mai pensato a respirare. Mai. Non me ne sono mai accorto, di poter respirare. Ancor meno ho considerato di mantenere stabile il respiro dopo la notte, il giorno seguente. L'ho sempre dato per scontato, come molte altre cose.
Ho scritto fino a tardi e poi ho distrutto tutto. In dieci secondi ho vanificato il lavoro di due ore della notte. Distruggere è così veloce. Inerziale, rapido.
Forse la mia stupidità consiste nell'innamorarmi non di quello che scrivo, ma del motivo che mi spinge a scrivere. Sarebbe a dire la vitalità che non so gestire, la ribellione costante, l'ostinazione a ritardare la resa e intanto il rendere questa dilazione un modo di vivere e stare al mondo.

La luce è troppo chiara per me, stamattina, e mi confonde. Credo di avere mal di testa ma non ne sono nemmeno sicuro. Come una leggera sbornia. Forse ho sognato e non voglio ammetterlo. Di sicuro quando sogno sono sempre solo, sono un esploratore, uno che indaga, uno che arriva nei posti, nei luoghi, e scombina il corso regolare delle cose.
L'umiltà è quella tipica dell'osservatore che interverrà solo con misura, poche volte, senza accorgersi di respirare. Il vizio è quello di non arretrare al cospetto degli imprevisti, delle deviazioni. Spesso non arretrare significa solo farsi massacrare, esporsi oltre ogni livello di ragionevolezza.
Preparo il caffè, torno in camera con la tazza. Ritrovo tutto ciò che pensavo: fogli, appunti, penne, pacchetti di sigarette. In camera non c'è una sola foto che mi ritragga dopo i quattordici anni. Osservo quella che mi cattura in braccio a mio padre su una sedia a sdraio, mille estati fa. Non so cosa è rimasto di quel bambino, dove sono andato a sperderlo e forse a umiliarlo. Quel bambino con l'espressione trasognata era un'anfora che cercava di contenere il maggior numero di emozioni possibili, penso si sia trasformato in una diga non sorvegliata, una barriera che si illude da troppo tempo di poter separare la linea del cielo da quella del mare.
Apparentemente, nessuna emozione sembra sopraffarmi davvero. Sono riuscito nel mio squallido intento pubblico e privato, quello di apparire sempre preparato a qualsiasi mutazione, situazione, contesto. E invece non è vero, sono maledettamente vulnerabile. Tutto lascia una traccia, spesso il confine tra erosioni e cicatrici è inesistente e discutibile; mi capita ancora di restare sveglio tutta la notte quando non capisco bene cosa provo.

Mi ostino a non segnalare mai la mia presenza, a cancellare le impronte che anche io lascio, eppure non ho mai smesso di voler entrare negli occhi degli altri, con calma, umilmente, da passeggero e mai da dominatore. Non si domina niente, è stupido pensarlo. Non ho mai pensato di possedere quel potere volgare che porta un individuo ad irrompere in altre vite con la freschezza arrogante del conquistatore. Non entro in punta di piedi, quello no, ma arrivo come un'ombra, e si sa che le ombre difficilmente pensano di poter respirare a lungo. Ancor più raramente le ombre riescono a considerare l'amore come qualcosa di concreto e di tangibile, le ombre collocano l'amore in una dimensione intermedia tra sogni e spine accese per sempre.
Faccio questo errore da quando sono nato, non mi correggerò. In un certo senso, l'emozione migliore è comunque dolore, ma ad un altro stadio, con altri attori, sotto scenografie irripetibili.

Passano le ore e già non sono più tanto consapevole di respirare. Incontro qualcuno, ma sono solo lo stesso. Sono solo nelle sale d'attesa, allo stadio, al mare, in pizzeria, quando scrivo, quando amo, quando mi mento e quando mi prometto smania e poi distruzione. Ho bisogno di quella sensazione ambigua di compagnia e solitudine insieme. Anche quando sono al centro dell'attenzione, è bene che la percentuale di ombra non scenda mai. Ci sono parti che è impossibile esporre davvero, anche quando ci si esprime, anche quando tutto lascerebbe pensare che ci si metta a nudo. Come ora che scrivo. Anche adesso che scrivo libero sento la parte d'ombra in silenzio e in funzione allo stesso tempo.

Cosa provo quando penso di emozionare qualcuno con la scrittura?
Ci penso raramente, ma quando accade non è una sensazione completa e felice come logica imporrebbe. La tentazione è quella di considerarsi sempre un estraneo che ha varcato la frontiera da tempo e che scrive con quella libertà violenta e densa che viene facile quando i ruoli prescritti sono stati abbandonati e demoliti. Mi capita di non capire se scrivo io o la parte adagiata nel cono d'ombra. Non importa stabilirlo.
Comunque, il giorno in cui emozionare qualcuno non mi imbarazzerà più sarò un uomo finito. Questo è certo. Se mai arriverò a scrivere di emozioni con quel piglio pragmatico e funzionale che affligge e corrobora tanti miei colleghi scrittori, significherà che non ho saputo rinunciare ad essere un uomo di merda. Perché è facile esserlo, e io non sono migliore degli altri. Semplicemente, forse, scrivo da luoghi diversi, scrivo sotto luci che spesso non sono in grado di valorizzare e apprezzare, scrivo in apnea e invece mi farebbe bene farlo con la consapevolezza di poter respirare, perché anche io posso farlo anche se sono convinto del contrario.
Questa è solo una parte della lotta quotidiana. Solo una parte.

In questi giorni sto riguardando tutti i primi film di Nanni Moretti. Sia pure con i loro necessari difetti, quei film hanno qualcosa di lunare e di grottesco, di urgente e folle. Sono rimasto incantato, avendola dimenticata, dalla scena onirica di “Sogni d'oro” in cui Michele Apicella prende la rincorsa per strada e urlando si avventa contro il compagno della donna che desidera. Con voce rotta e delirante urla: “Non sono un uomo finito! Io ho ancora molte cose da dire sai, ho ancora molte cose da dire!”, per poi restare a contorcersi a terra.
Cinque anni fa avrei urlato le stesse cose. Ero raso al suolo, non respiravo mai, non riconoscevo nemmeno la luce dell'alba. Avevo esagerato con la vita, con le possibilità buttate al vento e con una batteria di errori annunciati. Avevo anche perso la mia solitudine, che ora ho riguadagnato. Ho recuperato anche la mia percentuale d'ombra, a suo agio nel grigio tessuto di questi anni in apnea perpetua.
Non dipende certo tutto da me, ma è importante che mi ricordi di respirare, e di accorgermene.


©Luca De Pasquale 2017




17/08/17

Un'estate violenta


Questa è un'estate che non sfigurerebbe in un film del primo Nanni Moretti. Recalcitrante, sporca, imperfetta fino allo spasmo. Ci si aggira per stanze e strade a petto nudo, sudati, con le sigarette che somigliano a dei tizzoni di carbone, con i viali un tempo alberati di questo posto di mare (innaffiato di cemento) che sono arterie deserte immerse nella noia.
Dalle case delle persone anziane arriva il gracchiare intollerabile di repliche di osceni programmi televisivi di intrattenimento e non; i pochi giovani rimasti in loco sono volgari, stupidi e non rassegnati al martirio di giorni uguali. Per cui urlano, si dibattono, organizzano comitive rumorosissime senza scopi.

E così mentre i vacanzieri sui social si dilettano con quell'ossessione di fotografare tutto, i loro luoghi di riposo, di svago, quello che mangiano, dove dormono, il silenzioso plotone di dannati a petto nudo con improbabili sandali casalinghi tace e si contorce tra invidia, senso di isolamento e rivendicazioni poco interessanti. Il gioco della vita che ad agosto è più crudele e ancora più patetico di sempre.

Da sempre, come è giusto che sia, chi può permettersi viaggi e spostamenti se ne strafotte di chi resta; e quelli che restano non hanno gli strumenti per accettare la divaricazione tra loro e “gli altri”, accentuando la rabbia, il disdoro personale, disordinate fantasie vendicative.
Cosa si potrebbe fare in questi giorni di agosto?
Trovare un partner occasionale con il quale girare dei filmini piccanti, per esempio. Io ti filmo mentre mi lecchi tutto, tu immortalami mentre ti mando in paradiso con la lingua di Menelik, e per favore godi in francese.
Sono sicuro che tuo marito non ti ha mai scopata così, tuo marito è un frocio mentale, un imbecille”: queste sono le frasi che si possono dire in un agosto simile.
Oppure si potrebbero rubare dei soldi a un vecchio parente, contattare qualche vecchia fiamma, masturbarsi al telefono con una sconosciuta fino a venirsi addosso e poi maledirsi, e ancora scrivere tutto quello che passa per la testa, tagliare cazzoni su facebook, far saltare ponti affettivi ormai marci.

Peccato, però, che questo selvaggio agosto di blatte morenti sul selciato caldo e di esercizi chiusi somigli più a uno di quegli inverni definitivi che si trovano, rigogliosi di dannazioni mai concluse, nei film di Valerio Zurlini.
Non è possibile lasciarsi andare a nequizie e atti disgustosi, perché resta alta una vigilanza interiore che impedisce derive eccessive. In questo deserto è più facile ascoltare la voce della dignità e del riserbo, e per questo perdere colore, essere assennati, morbidi, fattivi in circostanze di pura resistenza urbana.
Non mi lascio andare come molte estati fa. Non cerco avventure sporche che poi finiscono tutte con pomate al cortisone da spalmare e nausea esistenziale. Non cerco bottiglie, siringhe, canne fredde sulle tempie. Non cerco di ritrovare vecchi amici ormai scomparsi dalla visuale e per questo impresentabili all'appello delle nuove ere. Non rileggo per la ventesima volta in venticinque estati Sartre, Camus e Gide. Non me ne vanterò a settembre, vaffanculo a questa cultura in punta di forchetta. Sono stanco di trovarmi in compagnia di gente che perde tempo in citazioni, recensioni, osservazioni logorroiche su film, libri, amore e pure scultura. Vaffanculo alla cultura, se dev'essere un anestetizzante.
Preferisci leggere un meraviglioso libro mentre spiluzzichi ciliegie o preferiresti farmi entrare e godere insieme per qualche minuto? Non so, fammi sapere.
Anche a me piace leggere duro, difficile e quasi esotico. Anche io conosco libri di narratori norvegesi, delle Far Øer, di Saint Vincent&Grenadines e di Amalfi. Ma non mi reputo un uomo eccitante per questo, anzi. I sapienti sono tante volte degli anerotici e poi vengono subito, perché hanno troppe cose in testa e nelle loro mutande si nasconde sempre un Dorian Gray.

Sì, questo agosto somiglia agli inverni di Zurlini. Il cerchio si stringe e bisogna far presto. Bisogna ritrovare il coraggio delle attese. Arriva sempre il momento in cui si può tornare a muoversi e respirare come si è abituati dai primi sogni. Tornerà la pioggia, gli occhi saranno di nuovo profondi, gli odori più difficili torneranno e lì sarà questione di voglia di vivere o morire.
Ad agosto non esistono nemmeno idoli personali, salvezze conosciute, agosto è un mese di calore bianco e pazzo, senza appigli, senza sovrastrutture, intellettuali ancor meno.
In un agosto del genere non è nudo solo un re qualsiasi, sono nudi tutti, esposti al sole ma anche alla violenza della vita, alle selezioni silenziose che danno la stura a infiniti processi di separazione e diversificazione.

Mi guardo poco allo specchio, in questo mese. Non mi rado. Sto sempre a lavarmi, ma è come respirare, non è neanche un fatto di pulizia, estetica o conservazione.
Un amico mi ha chiesto: “Ma il tuo blog ha lettori ad agosto? Non sono tutti in vacanza?”
E io: “Immagino proprio di sì”
Allora perché scrivi?”
Secondo te si scrive solo per farsi leggere? Non credi che ci sia in ballo qualcosa di più profondo?”
Scrittura uguale lettori”, replica serafico il saggio.
Scrittura uguale emozione fermata e poi si vede”
Non sono d'accordo”
Tranquillo, ciao”

Sono quasi le sei del pomeriggio. Agosto. Un mese in cui la zavorra si anima e ti invade casa e pensieri. Agosto è come la chiusura di un anno scolastico, si traggono bilanci, ovviamente spietati. Questo è stato un anno avaro e sfacciatamente complicato, pieno di contraddizioni. Gli impulsi migliori sono stati umiliati da logiche di conservazione. I sogni più imprevisti sono finiti sulle rocce come Prometeo, spolpati da qualche rapace assoldato per mantenere gli equilibri pregressi. Si è parlato poco e ci si è capiti pochissimo. Ho avuto delle delusioni, quelle sono immancabili, ma più che altro si è trattato di conferme di quanto già pensavo o subdoravo. Confermo che non credo nel modo più assoluto nel recupero di situazioni e rapporti, quando abbondantemente compromessi.
Credo nel giorno seguente e solo in quello. Ho smesso di pensare di poter innescare passioni ingovernabili, e mi sento molto meglio.
Breve gittata, maggior presenza e migliore aderenza ai terreni di lotta. Anche i sogni sono terreni di lotta, ben più delle miserie quotidiane, perché il più piccolo dei sogni ha un fabbisogno di luce e fuoco così sconsiderato da mettere a repentaglio l'intero sistema di una vita.
Non mi tirerò indietro. Non mi sono mai tirato indietro.


©Luca De Pasquale 2017



16/08/17

La percezione adulta del buio


Ai tempi di ginnasio e liceo gavazzavo con i miei compagni dal primo pomeriggio in poi.
Loro abitavano quasi tutti a Posillipo, ed ero io ad andare verso di loro: a casa mia non si poteva, mio padre lavorava in casa e non voleva che gli si rompessero i coglioni.
Trascorrevo interi pomeriggi e serate con i miei compagni di allora. Si parlava di tutto, dall'infinito alla musica, di ragazze, di viaggi che sognavamo, di ideali e persino di morte. Mi innamoravo continuamente, per cinque minuti, per due giorni, massimo per un mese. Capitava che le prescelte iniziassero a ricambiare, ma c'era qualcosa che mi frenava dal vivere una storia che apparisse in discesa. Mi piaceva soffrire. Mi piaceva quando le cose erano complicate, se non impossibili. Mi concentravo sulle ragazze già impegnate, sulle inavvicinabili. Ero un idiota. Non mi facevo avanti: piuttosto mi insinuavo. Lentamente, in modo anarchico e improvvisato, guadagnavo confidenza e poi mi sottraevo. Fu allora che iniziai a prendermi per il culo da solo, autodefinendomi “lo scrittore misterico”, misterico e non misterioso.
Si diceva in giro che scrivessi di notte. Era vero. Tonnellate di notti insonni e sigarette a diciassette anni. Dischi, caffè alle ore più disparate, quaderni pieni di una scrittura fitta e irregolare, da mancino. Da sognatore in panne.

Passavo le mie giornate fuori, per le strade di Posillipo, infine mi ritiravo a casa in piena notte, tornando a piedi. Spesso si trattava di vere e proprie traversate, e capitava che piovesse forte, che facesse un freddo boia, che facessi pure brutti incontri. Mi sentivo molto ispirato e drammatico. Appena tornato a casa preparavo la mia stanza per la scrittura (a mano) e il giorno dopo tra i banchi ero in catalessi. Non studiavo mai. Volevo vivere. Vivere e basta. Provare, tentare, prendere schiaffi, sognare come un pazzo e fare marce indietro dolorose. Mi sono fatto bocciare tre volte. Sono scappato di casa in modi rocamboleschi e ridicoli, tornando con la coda tra le gambe o come un avventuriero deluso, posa che mi piaceva mantenere per qualche giorno.

Ho scritto moltissime lettere a ragazze e donne che non le hanno mai ricevute. Erano lettere sincere e i miei sentimenti, per quanto scoperti e violenti come la mia età, erano puri. Purissimi e di un'ingenuità raccapricciante.
Incidevo continuamente cassette. Mie compilation con brani sofferti, intensi. Qualche volta mi è capitato di recapitarle nelle portinerie delle ragazze che mi avevano rapito il cuore, in altri casi le spedivo addirittura per posta. Credevo in un romanticismo cieco, senza alcuna protezione. Mi sentivo invincibile anche nelle sconfitte, sentivo di avere una missione, quella di portare all'estremo le possibilità che mi si presentavano. In tutto e con tutti.
O quello stile di vita o la morte. Non intendevo altro. Ricordo che avevo una paura tremenda di sfiorire presto, di diventare un timoroso soldatino ai servizi di qualche utile chimera. Non volevo morire dentro, e allora acceleravo sempre. Anche in vista dei precipizi. Soprattutto in vista dei precipizi.

Una sera che tornavo da Capo Posillipo a piedi decisi di fermarmi a guardare il panorama sotto la pioggia. Come al solito, non avevo portato un ombrello e avevo rifiutato che il mio amico me lo prestasse.
Napoli era praticamente ai piedi del mio sguardo velato dalle gocce, avevo freddo ma mi sentivo un Re. Mi sentivo felice di quello che la vita mi avrebbe riservato. Avevo diciassette anni. Mi dissi che a trenta sarei andato via, lontanissimo, o mi sarei ammazzato, se le cose non mi piacevano. Mi dissi pomposamente: “Hai tredici anni per fare quello che vuoi e dimostrare chi sei”.
Mi piaceva una ragazza che si chiamava Maria Sole. Non avevo speranze con lei, ma i suoi occhi nel buio mi avevano colpito. Non erano occhi di paura, bensì di curiosità, di esplorazione; che naturalmente non sarebbe sfociata in nulla di concreto. E a me andava bene. Il principe della Notte.

Cercando documenti che mi servono per ben altro, trovo un vecchio quaderno di scrittura. Mi viene un brivido, perché sulla copertina ingiallita riconosco la mia grafia: “1989”.
Purtroppo, c'è solo la prima pagina, che riporta una citazione di Schiller:

L'uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola, ed è completamente uomo solo quando gioca”

Il resto delle pagine sono state rimosse, strappate. Meglio così, considero. Le operazioni nostalgia funzionano sempre a metà. Non so neppure se mi sarei intenerito nel rileggermi, temo di no. Quello era un periodo di sogni giganteschi e affamati, erano i miei anni di vento. Sembrava che l'amore fosse una materia plasmabile nelle mie mani, nei miei movimenti, anche quelli insensati. Questa invece è un'altra era, che mi piace considerare composta di onde, con poco vento. Ho lasciato l'aria e sono entrato nell'acqua. Fredda, torbida, scura, tranquilla o agitata, comunque una distesa non misurabile con lo sguardo. Non certo pozzanghere, piscine o bacini artificiali. Tutto il vento che mi animava si è trasformato in oceano ed è quindi naturale che io sia un uomo completamente perso. Non sono andato via, non mi sono fatto fuori, scrivo ancora. Riesco ad innamorarmi di attimi che mi sorprendono e non più di grandi ideali o passioni romanzesche. Ho imparato a riconoscere il mio odore, il mio sapore, a intuire la mia apparenza. Ne avrei fatto volentieri a meno. Quando non ti conosci è più facile immaginarti senza limiti, preparato a un tutto che neanche riesci a pensare.
Di notte non più l'esercito di fate e suggestioni pilotate, di notte la pazienza, la resistenza ordinata, la percezione adulta del buio, quello sì un traguardo concreto.
Di notte so arrendermi, finalmente, a quel troppo che mi spaventa.

©Luca De Pasquale 2017


14/08/17

Mosche sul muro interiore


Come più volte mi è capitato di scrivere e di ammettere, il 1985 fu per me un anno fondamentale, focale. L'inizio di tutta una serie di percorsi, di idee, suggestioni e anche ossessioni. Nel 1985 avevo tredici anni e tutti gli schemi semplificanti che avevo applicato fino a quel momento saltarono d'incanto, senza possibilità di tornare indietro.
In quell'anno scoprii la mia passione per la musica (e fino a dove poteva arrivare), la necessità di scrivere, le donne, quel mondo misterioso e irresistibile che sembrava chiamarmi in continuazione per indirizzarmi verso un'emotività puntualmente febbrile, sopra le righe.
Nel 1985 mi sentivo così in crescita, così soggetto a mutazioni e trasfigurazioni agognate, che ogni giorno assumeva i contorni di un'epifania, una scoperta estatica del mondo, delle sue lusinghe e delle sue trappole.
Già dagli ultimi mesi del 1984 avevo iniziato ad acquistare vinili. E avevo iniziato con l'hard rock, dopo un brevissimo passaggio pop.

Il 28 giugno del 1985 uscì un disco degli AC/DC che è stato molto importante per me, “Fly on the wall”. Detto senza girarci attorno, tale opera è considerata unanimemente una cacata devastante, una delle poche schifezze prodotte dalla grande band australiana. Non c'è un solo giornalista musicale, autorevole critico o acerbo e saccente blogger che non demolisca questo album. Posto da subito che questa attitudine a distruggere “Fly on the wall” non mi ha mai condizionato o impressionato, si tratta di un disco al quale sono legato da un rapporto affettivo inossidabile. Perché scatenò in me ragazzino un'adrenalina rock che per fortuna non ho mai smarrito. Mi piacevano quei suoni duri (che all'epoca mi apparivano durissimi, non immaginavo dove sarei andato a parare poi...), mi stuzzicavano le allusioni sessuali che intercettavo confusamente nei testi; in più quella dose di rock senza fronzoli contribuiva a farmi restare sempre in uno stato di eccitabilità difficilmente contenibile.
Sull'onda di quella dipendenza sonora, un giorno raggiunsi mio padre nel suo studio. Era il periodo in cui lavorava in casa per riprendersi da una violenta colica renale che lo aveva colpito a maggio.
Senza preoccuparmi di cosa stesse facendo, mi avvicinai a lui e alla scrivania, profferendo le seguenti parole: “Papà, volevo dirti che da oggi vivrò per tre cose: il rock, le donne e la scrittura”. Lo dissi con tono fiero e pomposo.
Mio padre non si scompose e mi guardò perplesso da sotto gli occhiali: “Bene, ora me lo hai detto”
Rimasi gelato. Mi sembrava di avergli rivelato qualcosa di fondamentale, di assoluto. Una verità assoluta dell'anima.
Decisi però di insistere: “Papà, il fatto è che adoro le donne. Senza le donne il mondo non avrebbe senso”
Hai ragione, ma questo non significa che bisogna essere smodati”
In che senso? Che vuoi dire?”
Bisogna essere equilibrati. Sobri. Uomini seri”
Quindi?”
Quindi le donne sono belle, ma è bene che un giorno tu ne ami solo una, non so se capisci”
Credo di sì, comunque le amo”
Va bene, ho capito. Adesso mi lasci lavorare? Devo trovare una cosa qui che mi sta facendo impazzire”
Me ne andai comunque soddisfatto, avevo detto quello che sentivo e ora potevo riascoltare a tutto volume “Fly on the wall” fingendo di suonare il basso (che, va detto per onestà, in quel frangente non è che identificassi più di tanto nel sound degli AC/DC).

Non so perché oggi ricordo questo episodio così ingenuo e quasi tenero, mentre vago nel deserto di Pozzuoli, incrociando bagnanti seminudi, un ubriaco, il ragazzo del supermercato e dei vecchi taciturni. Quasi tutti gli esercizi sono chiusi per ferie, la strada sembra una piscina di cemento da dove ti è permesso solo di scrutare l'orizzonte sbiadito del mare.
Sono giorni di solitudine e di riflessione. Non posso dire di patirli particolarmente, ho la mia autonomia e ci sono abituato. Scrivo quando mi gira. Invecchio con sincerità. Certe notti sono difficili perché quiete e residui di sogni non possono andare d'accordo più di tanto. Sicuramente non a lungo.
Non mi piacerebbe stare su una spiaggia a sudare e a parlare al telefono. E a proposito di telefono, non sto chiamando nessuno. Non sono tipo da s.o.s., la trovo un'abitudine da sciocchi che nasconde una squallida disperazione senza alcun valore interiore. Rimediare alla solitudine e al silenzio è da schiavi.
Sogghigno se penso che la maggior parte delle persone che conosco -e anche che non conosco- torneranno dalle vacanze più scontenti ed esauriti di prima, capaci di dimenticare in cinque minuti i passatempi estivi per riprendere quel pianto perpetuo di vita che si dice porti in dote microdosi di consolazione.
In questo mese assisto alle albe, ai tramonti, mi regolo sulla luce lunare, se il sonno non arriva mi attivo, se la malinconia mi travolge non vado a prendere il salvagente, divento blu come la luce migliore, pago i miei attori disoccupati perché recitino per me nei minuti vuoti.
E riprendo il rapporto con il mio corpo, mi rendo conto di avere le mani, le braccia, la bocca, mi accorgo che sono soggetto al caldo, al freddo, alla paura. Sono ancora un essere umano: la solitudine non mi ha mai corrotto, semmai mi ha rafforzato. Mi ha reso una strana fortezza affacciata sul maremoto, sta a me scegliere se organizzarmi in questo clima ostile o tuffarmi nei flutti oscuri che ringhiano sotto maledizioni troppo impegnative anche per me.
Sta a me organizzare il registro delle assenze e delle presenze, sta a me, ancor di più, non perdermi definitivamente. Per noia, per smania, per debolezza.
Fare delle vacanze, dei bagni a mare, non mi avrebbe cambiato nulla. Vallo a spiegare a quelli che danno fiato alla bocca senza aver lavato i denti o sistemato i fari su quel che resta della loro anima da predicatori impulsivi.

È chiaro che preferirei trovarmi altrove. Sceglierei una piccola città, un albergo piccolissimo, un altro nome per la mia faccia, persino un'altra faccia, sicuramente avrei provveduto a vendere il mio passato per poco, prima di partire.
Non mi cambierebbe niente nemmeno se a settembre dovesse uscire un mio nuovo libro. Non considero le pubblicazioni come dei progressi; in certi frangenti pubblicare si rivela un errore frettoloso, un inutile atto di presenza su una scena che vedo sempre più senza contorni e spesso senza alcuna dignità di fondo.
Chi si sente arrivato per qualche libro che va bene è un fortunato e, almeno secondo il mio punto di vista, uno che si contenta di poco. Non riesco ad eccitarmi se il mio nome circola un po' di più. Mi hanno detto che forse sono poco ambizioso e non credo nei miei mezzi. Tutt'altro. Forse sono fin troppo ambizioso, al punto da sbavare all'interno delle mie voglie, al punto da pretendere di poter dirimere questo flusso di tempeste che mi piacerebbe dominare, direzionare, rendere sogno continuo e forse, per questo peccato di superbia, autodistruzione.

Nel deserto torno a casa. Troppe mosche sul mio muro interiore, chissà. In una casa, al primo piano, un ragazzo grasso balla su una base di house commerciale che non andrebbe bene neanche per scopare a ritmo. Sotto casa una coppia di giovanissimi si filtra il cuore con le lingue impazzite, non li guardo nemmeno. Questo è un mese lento, abissale come la melma, la solitudine arriva come una dea a sancire la forza delle lontananze, e come una dea capricciosa mi riaccende la memoria, la propensione ai sogni faticosi, riportando a galla il mio vizio peggiore, quello di maneggiare l'anima senza aver letto bene le avvertenze.


©Luca De Pasquale 2017









13/08/17

Vigliacchi


La persona che incontro al porto di Pozzuoli non è quella che ricordavo. E che pensavo.
Incrocio per caso Luciano Z. all'attracco dei traghetti. Io sono andato a prendere un caffè e comprare il giornale -sì, come i pensionati- e lui, in tutta evidenza, sta partendo per Procida. È in compagnia di una donna che mi guarda con una certa ostilità, con diffidenza. Luciano sembra piuttosto imbarazzato, come se avesse preferito non incontrarmi. La cosa è reciproca.
Ho sempre considerato Luciano una persona problematica, contorta, con problemi di aderenza a se stesso. Scrittore, assistente universitario, appassionato di lirica, Luciano mi appare adesso come uno yankee appassionato di baseball, prossimo a band come Toto e Bon Jovi, epicureo consumatore di sole e onde, addirittura superficiale. Il suo atteggiamento mi è chiaro sin dall'inizio: ricusare qualsiasi problema avuto in passato, demolire i giorni di tenebra, fare nuovo corso in pubblico e dentro, minimizzare le vecchie miserie della mente, dell'invidia.
Non cosa possa essergli successo. Oppure lo so benissimo. Ad alcuni uomini basta poco per riprendersi, dimenticare e cancellare le tracce dei virus debilitanti. Basta un po' di attenzione. Una maggiore disponibilità economica e anche godere diversamente; o almeno, illudersi di godere diversamente.
Mentre parliamo di cazzate senza fine con la sua compagna arcigna che ci sorveglia, non fatico a immaginare che possa essere proprio lei la scintilla di tanto revisionismo comportamentale e, alla fine, di vigliaccheria emotiva.

Sì, Luciano è un uomo abbastanza stupido da confondere la portata dei suoi orgasmi con un miglioramento esistenziale. Me lo figuro fare esercizi per ritardare il momento dell'eiaculazione e donare così alla sua nuova compagna delle prestazioni assai giovanili e robuste. Me lo figuro anche a confessare cose sciocche ed enfatiche subito dopo il coito, “da quando sto con te la mia vita è cambiata” e altro.
Mi dice che sta scrivendo un nuovo libro, una drammatica storia di passione accecante che parte dall'Olanda. Calca molto su questo dettaglio. Mi piacerebbe dirgli che non acquisterò mai il suo libro, perché lo reputo un cacasotto, un vigliacco, uno senza onore. Uno che cerca di cancellare i giorni oscuri è solo un pavido senza palle.
Luciano mi dice che ora devono andare e come sto, come sto? Me lo chiede, ma non gli interessa. E allora non dovrebbe chiedermelo affatto.
Sto cercando una donna che mi paghi il traghetto. Potrei ripagarla con una sveltina nel cesso del suddetto traghetto, con un bonus importante: io quando vengo non parlo e non urlo. Non digrigno i denti, non chiamo Dio, non ringrazio il creato, non sciolgo fantasmi. Vengo e basta, mi esaurisco, mi tolgo la febbre da dosso ma non da dentro, scopare vale poco quando giochi su altri tavoli. Ma tu questo non lo puoi capire, perché hai bisogno di simbologie, di consolazioni, di atti vitali orientati alla luce. Non puoi capirmi. Fino a due anni fa volevi quasi spararti in bocca, oggi sorridi e neghi tutto, come possiamo capirci. Ti sei fatto salvare. Io sto all'Inferno, stronzo. Se trovi questo approccio da maledetto studiato non è affar mio. Non devo piacerti, non vivo ossessionato dalla comprensione altrui, che sarà sempre parziale per forza di cose. Noi, caro il mio codardo, non facciamo altro che interpretare quello che gli altri ci dicono per poterli frequentare. Il resto è merda che fa rumore, come i tuoi libri”
Questo elabora il mio cervello. Me lo tengo. Quel che gli rispondo è: “Sto scrivendo un libro anche io. Narra di un uomo che durante un pompino -ricevuto, of course- ha un'illuminazione pazzesca e capisce come diventare uno scrittore di successo. Si tratta di un soggetto molto originale”
Luciano si disturba molto per quest'ultima dichiarazione.
Adesso ti saluto, buone cose”. Mi porge la mano freddamente e si allontana con la sua salvatrice, la quale naturalmente si guarda bene dal salutare.
Li guardo allontanarsi e accendo una Camel.

Ti scaricherà, penso. Non può non scaricarti. Un uomo che crede di migliorare a seconda di come fa sesso non vale niente. Un uomo che confonde le acclamazioni con il senso dei rapporti è un vigliacco. Un uomo che trova la religione e si fa dominare e precettare da quelle spire è un debole. Un uomo che nega di aver mai pensato al suicidio è un venduto alla paura. Ci ho pensato eccome. Hai voglia. Ma il suicidio non mi è simpatico in alcun modo e ne ho già patito abbastanza le scorie mentali e affettive. Ho pensato al suicidio e l'ho mandato a fare in culo, con tutta quella retorica sulla rinuncia e sullo spessore delle persone che hanno compiuto tale atto.
Questa società di merda, questa fogna dedita al profitto e alla buffonata di corte, al vassallaggio verso il potere e la fama, spinge al suicidio chiunque non rientri nei piani delle “belle situazioni”, chiunque non sia stato capace o messo in condizione di ritagliarsi una parte pubblicamente interessante.
E allora suicidarsi è da imbecilli, come rifiorire grazie a un manipolo di orgasmi e di piccoli successi. L'unica è opporsi fino all'eliminazione, che sarà inevitabile ma non vana.
Sono finito dalla parte dei diseredati molto presto. Un po' l'ho scelto e un po' l'ho subito, non mi piacciono gli eroi. Ora, dal mio avamposto mezzo bruciato preparo un contrattacco dallo spirito suicida, ma non suicida nei fatti.
Tattiche da soldato solitario, tattiche di resistenza urbana, da infiltrato. Niente di più.
Per agire velocemente e senza dannarmi più di quanto già non accada, scelgo di rinunciare alle forme classiche di sicurezza. Posso non piacere, ma il mio diritto è seguire la mia strada. Quella che decido, non quella che suggeriscono. Quella che mi incendia, non quella che mi spegne.
Non guarisco con il sesso, con l'amore, con i soldi e con la casa di proprietà, non guarisco con Dio e non con la famiglia, questa entità di sorveglianza e di controllo che liquefa l'affetto nel terrore di perdersi.
Odio i vigliacchi. Mi sono odiato per poco tempo, ma mi è bastato.


©Luca De Pasquale 2017

12/08/17

La carezza nel buio dell'uomo


Reality, or should I believe in something other?
And I'm... catchin' a light... in the corner of my deceivin' eye
Soarin' away from the dark
It's just because... I can't give up
Steeler – Waiting For A Star

Quando lavoravo nella multinazionale francese, mi capitava di restare solo a chiusura turno. La cosa non mi dispiaceva. Mi aggiravo tra gli scaffali dei dischi libero come un Bubo scandiacus, animale nobilissimo e regale, e sostavo accanto ai mini-reparti di mia maggiore pertinenza, le ristampe, l'heavy metal e l'hard rock, il punk. In culo “la pop” e soprattutto l'elettronica morbida da fragole in bocca e gita in barca.

Dalle 20e15 alle 21 godevo della maggior libertà possibile. E non volevo essere disturbato dai soliti perditempo e dai maniaci, che abbondavano. Una sera di dicembre, credo fosse il 12 o il 13, rimasi solo in reparto e decisi di togliere dallo stereo l'indegno cd che girava, una raccolta di soulful house di cui avevamo venduto un fottio di copie, ovviamente contro la mia volontà.
Mi guardai in giro con circospezione e inserii nell'impianto di reparto una mia compilation, preparata la notte precedente.
La ricordo a memoria ancora oggi. Cominciava con due pezzi dai Saxon, presi dall'album “Innocence is no excuse”, continuava con Judas Priest, Ramones, Rainbow, Shadowland, addirittura i Keel e poi una decina di brani dei Kiss, tratti da “Creatures of the night” e “Asylum”. La compilation si chiudeva con “Sure know something”, sempre dei Kiss, una traccia con una linea di basso pazzesca e contagiosa. Alla faccia di tutti i detrattori di Gene Simmons.

Il pezzo arrivò alle 20e40 circa, a darmi il sollievo definitivo dopo una giornata stressante. Il basso di Gene fece subito effetto, e iniziai a muovermi tra gli scaffali come una baiadera impazzita. Per l'ennesima volta considerai quella canzone adattissima per creare una torrida atmosfera sessuale. Il basso è uno strumento di alto erotismo, la voce di Paul Stanley faceva il resto.
Quei due-tre clienti rimasti a stagnare tra le vaschette e i pannelli promozionali non poterono esimersi dall'iniziare a battere il piedino. Iniziai a spegnere i computer, a riordinare le postazioni, ad aprirmi il gilet, finalmente.
Proprio mentre partiva la seconda strofa e il basso riprendeva a rampare verso una fragile eternità tascabile, mi si parò davanti una donna.
La conoscevo. Sì, la conoscevo.
Trattenni un mezzo singulto, non dissi niente. Lei mi guardò con dolcezza e si avvicinò: “Che fai, balli?”
Mi libero. Più che altro, seguo il basso”
La tua mania”
La mia passione totalizzante”
Non penso sia l'unica. Sono passata a salutarti, ho saputo che stai vivendo una nuova storia”
Scusa Margot, sei passata per salutarmi o perché hai saputo che ho un'altra storia? E poi, altra rispetto a cosa? A noi?”
Sono passata perché avevo voglia di vederti per un minuto e dirti che mi dispiace”
Di cosa?”
Per noi, Luca. Per noi”
Intanto, si era avvicinato un cliente. Somiglianza con l'attore James Coco e peli nelle orecchie.
Scusami se ti interpongo questa domanda... vendete poster di Jennifer Lopez?”
Sono tutti finiti”
Torneranno?”
Tutto torna”
Grazie”
Grazie a lei e una cordiale serata”

Margot mi fissava: “Sei sempre così stronzo?”
Non voglio deludere le persone”
Nemmeno io. Ma tra noi non è dipeso solo da me”
Senti Margot...”
Non feci in tempo a finire, mi carezzò la guancia e scappò via. Non la inseguii. Per dire cosa, per sovvertire cosa? Margot entrava così nel nutrito novero di quelle storie che non ho mai vissuto e che sembravano cosa fatta dai primi istanti di fuoco freddo, quel gelido arcobaleno che si crea tra due persone che si piacciono e non andranno avanti per tutta una serie di motivi.
Non gliene volevo. E non le avevo nemmeno detto che la mia nuova storia era già finita, dopo una settimana di assurde annunciazioni d'amore che non avevo rinvigorito, evitando di replicare con foga. Ci sono delle chimiche così violente tra i corpi che spesso la cosa non può che esaurirsi in qualche giorno senza controllo. Per costruire occorrono equilibrio e razionalità, discipline precluse se si è innescato il gelido arcobaleno di cui sopra.

Mentre mi avviavo a spegnere lo stereo in attesa dell'annuncio di chiusura, mi sorprese alle spalle la bonus track che avevo inserito nella mia compilation da insonne: “Waiting for a star” degli Steeler, quelli tedeschi. Una ballatona drammatica che non avevo mai dimenticato.
Pensai alla carezza di Margot e alle tante recriminazioni ascoltate e pronunciate. Volti ormai sbiaditi, voci che non ricordavo, case di cui conservavo solo qualche dettaglio cromatico, come i bicchieri verdi, le tende arancioni, qualche soprammobile blu notte.
Un uomo finisce per essere sorpassato all'indietro dal suo vissuto, e finisce, in certe sere di pioggia, per avere voglia di tornare a casa solo, le mani in tasca, la memoria leggermente intaccata, l'odore del futuro chiuso nel petto come un profumo segreto.
Recuperai la compilation, presi la quieta rincorsa per la macchinetta dove passare il badge, ero certo che avrei cucinato spaghetti e riscaldato una cotoletta. E poi fumo e scrittura, solo. Senza telefonate, senza trattative, senza continue sostituzioni.
Tra la costruzione di un amore solido e i gelidi arcobaleni può esserci solo un altro stato, la solitudine. Una condizione nient'affatto triste, vissuta senza rabbia e rancore, senza rimorsi e nemmeno fantasticherie. Ogni uomo, prima o poi, deve accettare la pioggia di certe sere, le canzoni che ricordano quello che non accadrà mai e deve anche accettare che dietro la voglia di terminare presto il proprio percorso si nasconde un bambino senza lacrime, seminascosto nel buio con una torcia in mano, un ingenuo pronto a dare tutto per una carezza.


©Luca De Pasquale 2017





Il teorema di Werner Blitch


L’uomo non potrà scoprire nuovi oceani a meno che non abbia il coraggio di perdere di vista la spiaggia.
André Gide

The most dangerous creation of any society is the man who has nothing to lose.
James A. Baldwin

In due giorni mi faccio fuori, ed è la quarta volta in assoluto, tutta la seconda stagione dell'inimitabile Braquo, serie francese ideata dal grande Olivier Marchal e che ho adorato.
Nella seconda stagione, oltre ai quattro protagonisti (Caplan, Morlighem, Vachewski, Delgado) c'è tutto un fiorire di personaggi estremamente interessanti e suggestivi, e tra questi “Gli Invisibili”, quattro reduci dall'Angola che...
Tra questi quattro soldati disillusi, vendicativi ma leali c'è un personaggio che mi fece letteralmente impazzire già la prima volta: Werner Blitch, interpretato da Martial Bezot.
Volto impassibile, occhi di ghiaccio, taciturno, risoluto, abile con le armi e fedele ai suoi commilitoni, Werner Blitch si aggira in tutte le otto puntate della serie con una presenza fantomatica ma densa, un uomo eroso dalle brutture vissute, un fantasma organizzato in una logica di vendetta dal fascino inquietante.
Quel tipo di antieroe che sin da ragazzino mi spingeva a forme entusiastiche di identificazione e immedesimazione. Iniziai presto, con il pistolero in crisi Lee di Robert Vaughn ne “I magnifici sette”, proseguendo con Lyle Gorch ne “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah, per poi approdare felicemente ai cupi viaggiatori dell'anima zurliniani e a certi eroi involontari di Jean-Pierre Melville, arrivando al culmine con quasi tutti i personaggi iper-vulnerabili e perdenti giocati su pelle viva da Patrick Dewaere.

Personaggi legati da un neanche troppo sottile fil rouge: la consapevolezza di non avere più niente da perdere e certo qualcosa da vendicare e dimenticare. Mercenari ma ossequiosi di un duro codice d'onore, alla deriva ma orgogliosi, spietati e terribilmente umani al contempo.
Werner Blitch è la quintessenza di quel ritorno dal niente che sfocia nel sentirsi stranieri ovunque, appartenenti a quel che resta di un plotone di diseredati e di uomini lontanissimi dal senso comune -quello più “utile”- della società civile.
Non pittoresco come il Joker, non grandguignolesco come uno dei vendicatori in maschera, non esistenzialista e letterario come Daniele Dominici, Werner Blitch è uno che saluta i suoi nemici senza mutare nemmeno espressione, sillabando stancamente “ci vediamo all'inferno”.
Un uomo che, a conti fatti, sarà riconoscibile dopo morto solo dalla sua piastrina militare.
Naturalmente, come da copione, non sarà Werner Blitch l'unico sopravvissuto dei quattro Invisibili, freddato vigliaccamente nel bagno di un locale pubblico da un ex poliziotto killer.

In un pomeriggio estivo di vento e di bambini rumorosi e incontrollabili, ho ritrovato questo personaggio così poco empatico ma intanto così familiare per i miei occhi e il mio sentire.
La presenza fisica di Martial Bezot, magnetica e sfuggente, pregnante ma dolorosamente marginale, conferisce a questo Werner Blitch qualcosa di metafisico, di simbolico e paradigmatico.
Werner Blitch ha effettivamente le fattezze di un uomo proveniente da qualcosa di inconoscibile, il suo volto è già un addio dal primo fotogramma, una faccia d'angelo domatore di un Inferno troppo esteso per potersi esaurire in una vendetta.
Blitch, dei quattro reduci, è quello più logorato e bisognoso di azioni di rivalsa, anche più dell'agitato e allucinato Gaetan Merckx (interpretato da Pascal Demolon), il primo a morire. Ed è il personaggio più cupo in assoluto, perché non parla quasi mai. Non fa domande. Guarda, osserva, spara, si presenta alla porta del passato senza nulla da perdere.
La sua violenza, in conclusione, cattura nella sua silenziosa e controllata disperazione un elemento quasi medianico che ricolloca i reduci -da qualsiasi dolore- in quell'iperuranio difettoso e sconcertante che è l'istinto di morte (cfr. Jacques Mesrine).
Affermo il dolore che ho provato, le cicatrici non rimarginate, affermo che voglio la vendetta e non la pace, sono un misto di violenza e silenzio e per questo sono molto più vero degli eroi accessoriati. Questo sembra volerci dire Werner Blitch dal piccolo schermo, questo è quanto mi arriva ancora una volta; e sì, è un commilitone per uno che setaccia le zone d'ombra come me. Una faccia che non dimentichi, una faccia da commiato finale e lugubre cerimonia, da partenze obbligate, da ritorni urgenti e orientati alla “cortina di tenebre” menzionata dal suo colonnello, Aymeric Dantin (l'attore François Levanthal, fenomenale).

Mi è impossibile innamorarmi dei personaggi positivi. Lo sguardo è altrove, dai primi anni del mio amore per il cinema e la letteratura.
Del resto, da ragazzo impazzivo per “Il conte di Montecristo”; leggendo e rileggendo il libro mi sembrava di aver incontrato qualcuno che mi avrebbe insegnato qualcosa. Così è stato, al netto del nulla da perdere.
In troppi si ostinano, dimostrando alla fine una sensibilità limitata e troppo pilotata dalle linee guida del vivere civile, a considerare gli uomini “di un'altra pasta” come pecore smarrite, fusibili saltati da rimettere a regime, pezzi difettosi da isolare o da trasferire in qualche clinica della speranza. Si pretende che l'uomo convinto -ed è un suo diritto- di non avere più nulla da perdere si reimmetta nel flusso senza porre troppe questioni scomode e impopolari. Questi individui possono reintegrarsi solo se, dopo un periodo sperimentale di prova, dimostrano di essere tornati in sé, mostrando il sincero desiderio di essere come tutti e di perseguire scopi universalmente riconosciuti come costruttivi.
Come pensavo trent'anni fa, che noia e che prevedibilità. Non si sceglie di non aver nulla da perdere, non è un giochino letterario: fa comodo pensare che lo sia.
Si può giocare a fare i seduttori, i capipopolo, persino i rivoluzionari; impossibile però giocare ai fantasmi dissidenti. Troppo difficile trovare qualcuno che ti procuri i costumi e i trucchi giusti, e che ti ami per questo spettacolo.
Come Werner Blitch, bisogna parlare poco, agire, aspettare. Non chiedere mai la carità del consenso sociale, mai e poi mai.
Meglio ombre della notte che burattini.


©Luca De Pasquale 2017



11/08/17

Non osare toccarmi i Def Leppard, stronzo


Il grossista di dischi mi raggiunge a casa. Non ho acceso l'incenso per questo. Non mi preparo come se dovessi farmi una sveltina romantica. Devo offrirgli il caffè per puro garbo. Ho mal di testa e poca voglia di ciance e convenevoli. Il grossista di dischi ha la t-shirt con le ascelle chiazzate e per questo motivo non dovrei nemmeno farlo entrare in casa mia.
Mi chiede com'è che non sono andato in vacanza. Non mi va di dirgli i cazzi miei, così butto in mezzo il gatto, che intanto ci guarda annoiato da sotto la porta della cucina.
Non sapevo avessi un gatto”, mi dice.
Sono animali stupendi”, è il mio sciocco commento. Muoviti, stronzo.
Io invece vado in Grecia per dodici giorni e poi in Croazia per sette. Ma non è esattamente quel che volevo”
Ah”
... in realtà dovevo andare negli Stati Uniti ma c'è stato qualche problema. Sarà per l'anno prossimo!”
Se non sarai morto, penso.
Allora, mi mostri il materiale?”
Il materiale. Lui dice il materiale. Si comporta come un pappone invertito. Con quella voce lagnosa, con quei modi da verme strisciante, meriterebbe che lo trattassi diversamente. Forse dovrei estrarlo velocemente, farglielo vedere e dirgli “che te ne pare, mignotta? È per caso questo che vuoi? Ti piace il cazzo e non lo dici a nessuno, vero? Ti piacerebbe prenderlo in bocca, magari dopo esserti messo il rossetto scuro? Sei un tipo gotico, lo sento. Forse ti piacerebbe anche travestirti da medico delle SS e portare le autoreggenti sotto”
Chiaramente non posso dirgli questo. Il giorno che inizierò a comportarmi per come sento vorrà dire che avrò deciso per l'autodistruzione.

Si siede a gambe incrociate tra i miei dischi, con un piglio da contabile sparagnino. Inizia a svalutare verbalmente alcuni titoli, la solita manfrina per pagarli qualche spicciolo, io non lo guardo nemmeno. Questo teatrino è tipico, se lo ascoltassi dovrei ucciderlo.
Gli vendo diverse cose di vecchia fusion datata nel sound e nell'estetica, dei classici jazz che conosco a memoria, delle ristampe pop che sono state dei capricci e basta, il meglio lo tengo per me. Non gliel'ho nemmeno nascosto, perché sto aspettando che mi chieda “e quelli no?”
Infatti, passano alcuni minuti e da vecchio marpione guercio adocchia Rush, Judas Priest, Saxon, Samson, le ristampe coreane dei Def Leppard e altri miei classici.
Ecco, vedi, per esempio quegli altri titoli lì avrebbero un altro tipo di mercato... lì posso farti una buona valutazione”
Non si toccano”
Ma non hai detto che hai bisogno di soldi?”
Certo, ma questo non vuol dire che mi vendo l'anima”
Non sapevo tu fossi un Defender”
Non è che tu sappia molto di me, se non che ho bisogno. E ne approfitti, ma del resto sono io a consentirtelo”
Io posso andarmene anche ora. I dischi che mi hai proposto non è che siano così allettanti...”
Evito di far degenerare la discussione. Ed è uno sforzo, perché in lui vedo tante cose che odio: il mercanteggiare senza passione, la spilorceria a fronte di una situazione economica florida, il lamentarsi persino delle vacanze, i modi untuosi di chi è interessato solo a trarre il massimo profitto da qualsiasi situazione, il piangere miseria per hobby sociale, l'abbigliamento trasandato da reduce di non si sa quale movimentismo hippie falsamente democratico.
In aggiunta a tutta questa roba disgustosa, il tipo non capisce una mazza di rock duro; anche se gli sarà piaciuto in gioventù, ora è di quel partito che apprezza più mollezze contemplative, musicisti crossover sulla cresta dell'onda, e di certo sarà anche uno di quelli che fingono di apprezzare la musica etnica perché nella sua comitiva di cazzi mosci ed esaurite con il cilicio la cosa passa per sensibilità mondialista. Dopo i quarant'anni, se non prima, molti uomini perdono ogni soffio vitale, accelerano con il conformismo ed è una caduta in un infinito tubo fecale di luoghi comuni, ricette per la felicità e straripanti assilli di democrazia impossibili da mettere in pratica. Ti spacciano le loro compagne per dee della verità, i loro figli per regali del karma finalmente senza infezioni, ti vendono i loro nuovi credi politici da impetuosi ignoranti come fulminazioni salvifiche. Per me è orrore.

Alla fine, la trattativa -tesa e squallida- si conclude. Prende 114 cd e mi dà 230 euro. Ci pagherò le bollette, le sigarette e tre spese. Non ne faccio un dramma, sono io che decido. Per lui 230 euro sono niente, eppure la fa quella faccia da sacrificio, il bocchinaro. Mi auguro che lo rapinino con violenza allo sbocco della tangenziale; magari se lo colpiscono si ecciterà pure sessualmente.
Quando lo congedo, ho già relegato tutta questa scena nel mio, di tubo fecale; e mi viene anche da ridere a pensare che per soggetti come questo il mio modo di stare al mondo, la mia rudezza non nascosta, possano essere considerati atteggiamenti fascistoidi e irrispettosi. E già. Perché lui è un perbenista, un piccolo borghese. E si sa che tutti i piccolo-borghesi vedono fascisti ovunque, quando sono loro i primi a considerare l'esistenza e le sue traiettorie come una perenne transazione commerciale. È così triste e penoso, ma gli alfieri odierni della “sinistra light” sono praticamente imprigionati in una ridicola caccia al dissidente, tacciato, laddove scovato, di essere un reazionario o comunque un nichilista intollerante.

Rimasto solo, so quello che devo fare. Scovo uno dei miei incedibili, e cioè “Life”, il live dei Thin Lizzy. Oggi c'è vento, e così posso ascoltare con leggerezza “Still in love with you” e “Don't believe a word” lasciandomi illanguidire dalla voce del grande Phil Lynott, idolo giovanile.
Più passano gli anni, più la mia esigenza è quella di ritrovare quel che reputo davvero importante e formativo, reale. Alla mia età in genere si accumulano ricordi per sentirsi al sicuro, nella massa di oggetti e souvenir di varie ere si perpetra il quasi commovente rituale della sublimazione del tempo rimanente, per tanti è fondamentale conservare il più possibile. Io, al contrario, ho bisogno ancora di esautorare, barattare, scomporre e distruggere la tanta zavorra consolatoria ammontonata su giorni e giorni di lavoro, distrazione, lotta e contraddizioni. I libri che posseggo, i dischi che considero parte del mio percorso, non stanno lì per quella regola deprimente che è il “must have”, ossessione che affligge anche persone intelligenti e in genere più riflessive. Se è vero che anche gli affetti non sono per me un “must have” incondizionato e cieco, con gli oggetti mi risulta ancora più facile.
Poche cose che non mi parlino tanto di me, quanto delle strade percorse e ancor di più di tutte quelle che sono risultate ostruite, impervie e anche sbagliate.
Quel tizio non poteva toccarmi Phil Lynott e i Thin Lizzy, così come i Def Leppard di Rick Savage, colonna sonora di scorribande in camicia scura a feste piene di ragazze che si sarebbero infatuate di me per poi trovarmi dannoso sotto consiglio di qualche amica o di qualche apprensivo genitore. Prima di andare a caccia di ragazze, tra il 1989 e il 1993, il rituale dei Def Leppard sparati a tutto volume (Pyromania e Hysteria su tutti) era di prassi. Divertente quel periodo. Mi sentivo spesso dire “sei fuori dagli schemi, sei così diverso... vorrei conoscerti meglio” e tempo un mese dovevo incassare cose del tipo “non potremo mai amarci, però mi ricorderò sempre di te”.
Non ho mai capito cosa facevo di tanto rovinoso in quel classico mese di frequentazione. Forse la violenza di certe idee, forse la mia faccia perplessa davanti a cose formalmente ineccepibili e per questo poco interessanti alla lunga.
Forse uno dei problemi è che invece di leggere poesie al chiaro di luna, lo stereotipo che mi chiedevano tacitamente di incarnare, mi sbottonavo i jeans e mi qualificavo per quel che ero, un fuoriuscito neanche vergognoso, un rocker irrazionale, una grandissima e non pentita testa di cazzo.
Su scala più complessa, con sovrastrutture ancora più soffocanti, accade ancora. Da “fammi sognare” a “sei mostruoso” in un amen, senza avermi dato nemmeno il tempo di accendermi una sigaretta.
Per i poeti, bussate altrove. Per i confidenti ipersensibili, dovete prima qualificarvi e mostrarmi credenziali di anima, altrimenti rivolgetevi altrove.
Per sapere qualcosa di più su Phil Lynott e Rick Savage, datemi uno stipendio e vedrete quante ristampe dei Thin Lizzy e dei Def Leppard venderò. Anche agli appassionati di Biagio Antonacci, se capita.


©Luca De Pasquale 2017