23/10/17

Non a sangue freddo


Quest'anno sto rivedendo molte cose. Molte idee, tanti comportamenti, ho portato alcuni sogni in officina e alcune ossessioni a sperdere, spero che qualcuno le uccida passandoci sopra.
Questo è l'anno dei dubbi, dei consuntivi, di una parziale resa dei conti. Sono pronto a prenderle e a darle. Niente schermi, niente armature e niente religioni protettive. Lotta a mani nude, e l'abisso a ruggire di sotto, non il villaggio vacanze dove farsi medicare. Sono pronto a tutto e non faccio nessun passo indietro.
Mi faccio molte domande. Spesso non trovo alcuna risposta, che è un bene, significa che non sono diventato un completo stronzo.
Per esempio, mi chiedo cosa sia “dequalificante” e cosa no. Nell'ambito del lavoro, la definizione “dequalificante” mi sa di spocchia, di presunzione, di mangiatoia bassa, e quindi rispedisco al mittente tutto il pacchetto. Nella vita, mi appare dequalificante l'accantonarsi per seguire la presunta morale comune. Considero imperdonabile l'accontentarsi, nella sfera relazionale e umana, di quel che passa il convento. Non esiste nessun convento che possa decidere cosa va bene e cosa no.

Mi chiedo se ho lasciato un segno, un traccia, nelle persone che ho conosciuto. Se sono stato un prurito o un'impronta, senza mai arrivare a considerarmi un terremoto, una rivoluzione o una catastrofe. Non me lo farò mai dire, non mi interessa avere conferme in questo senso. Eppure me lo chiedo. Di sicuro, quelli come me, a metà strada tra la costruzione di regni sospesi e la continua predazione interiore, rischiano di essere vissuti come dei fenomeni esotici o dei diversivi. E questo non lo si può permettere a nessuno. Non sono mai stato un Tamagotchi, un peluche, un vibratore, un Big Jim e nemmeno un improbabile salvatore della patria. Sono solo, e per fortuna, un essere umano che cerca di non fare troppo schifo.

Vienimi dentro, mi piaci da morire, noi due siamo bellissimi insieme, ti prego, vienimi dentro e non lasciarmi mai”. Queste frasi enfatiche e irrazionali mi furono rivolte, almeno due vite fa, da una donna che non ho mai più rivisto. Non le pensava, ma le disse. Scoprii solo più tardi che all'epoca del nostro incontro stava con un altro uomo, che cercava disperatamente di sostituire in corso d'opera. Le ero sembrato praticabile, poi -in tutta evidenza- qualcosa la spinse a cambiare idea. E se le fossi venuto dentro, quella volta? Se mi fossi innamorato di lei, se non altro per l'interesse che mi aveva mostrato? Si dicono tante cazzate, quando si ha voglia di spingere le emozioni fuori la coltre color piombo dello scorrimento lento della vita regolare. Si va oltre. Si mente. Uno specchio diventa il sole, un sospetto diventa chiodo fisso, un rapporto sessuale assume le caratteristiche della svolta esistenziale, e invece è solo un'unione di corpi sudati con il cervello che si concede una tregua troppo lunga. Qualche volta mi è capitato di ragionare con il cazzo, spessissimo ho ragionato rassicurato da erezioni. Poi ho imparato che il cazzo vale poco come consulente, è un vanitoso e meccanico figurante, e così ora non ci sentiamo più nemmeno al telefono, se devo decidere qualcosa di importante. Gli mando solo delle cartoline senza affrancatura, cartoline neanche recenti, comprate anni addietro in qualche autogrill o in qualche campeggio.

Cerco di darmi conto anche della mia comunicazione al mondo. Giorni fa ho parlato con uno che pensava fossi un fedayn del sindaco De Magistris. Stavo per sodomizzarlo, quando me lo ha detto, mi sono profondamente indignato.
Gli ho chiesto perché mi avesse associato ai fedayn del sindaco; lui mi ha risposto candidamente che lo aveva fatto perché io sono notoriamente un uomo di sinistra.
Quell'uomo non aveva capito che la mia sinistra è praticamente invisibile a qualsiasi “sinistra” in esecuzione di questi tempi, e che io non sarò mai il vassallo mentale di alcun uomo politico, figura pubblica, artista, scrittore, eroe cittadino et similia. Tutto e tutti alla pari. Nessuna reverenza, nessuno scappellamento, non faccio il micro-organismo di nessuna entità.
Però mi sono detto: come mi sono comunicato a questo tizio? È probabilmente stata colpa mia, se ha pensato che passassi le mie giornate nella rete dei sostenitori del nostro sindaco. Se ha frainteso, può darsi che io mi sia espresso male. E questo non dovrebbe mai succedere.

Mi trovo invischiato in situazioni che non mi appartengono per niente, sto cercando di chiuderle tutte, una alla volta, con calma, senza frenesia. Se smaniassi nel tentativo di divincolarmi da tutto contemporaneamente, annegherei senza onore, verrei sopraffatto e sarebbe davvero ridicolo. Cerco di mettere ordine, ma non è semplice. Turo una falla e scoppia un tombino, riparo una perdita e magari il cesso mi risucchia da dietro. Non ho i superpoteri e non li desidero. Posso incidere solo in quello che dipende esclusivamente da me, in termini di comportamento, onestà emozionale, libero arbitrio non mandato al massacro senza un motivo. Per il resto, devo cercare dei punti d'incontro -non compromessi- che riescano a costituire nuovi territori, nuove strade. Devo piantarla di tradirmi per la fretta di vivere.
Ho passato troppo tempo a provocarmi e a provocare: e così facendo mi sono perso, mi sono sottomesso alla fascinazione dell'irregolarità obbligatoria senza lottare sul serio.

Quante volte ho scritto e parlato di amore senza provarlo? Magari avendo un'idea canonica e ferma delle mie emozioni?
Quante volte ho finto di sabotarmi da solo pur di non ammettere che non ero in grado di fare o vivere qualcosa?
Quante volte sono stato arrogante al cospetto di altri mondi, altre sensibilità, rifugiandomi nello sguardo distaccato, nella smorfia surreale, nell'idiosincrasia spinta agli estremi per farla apparire canovaccio reale?
Quanti abbracci e baci mi sono negato pur di interpretare l'uomo a sangue freddo, il piccolo totem di ghiaccio, quante volte mi sono ripetuto la formula “tu sei la distanza, non sporcarti” senza vedere la paura nell'angolo in basso del mio minuscolo specchio di rappresentanza?
Ho commesso molti errori di supponenza. Ho commesso dei crimini minimizzati in manie di resistenza, in realtà mi violentavo pur di non esporre le parti insicure, i tessuti molli, non mi sono dato geografia e toponomastica, ho mescolato le carte del cuore, ho incendiato il caos per darmi dello stupido nelle sere solitarie, mi sono manomesso per non lasciar vincere il dubbio dell'errore di approccio.
Ero solo un uomo, sono un uomo oggi. I fili scoperti sono ancora in numero elevato, le zone d'ombra sono un principato nella nebbia che mi appare, un po' gotico e affogato nella bruma delle incertezze, alle prime luci del mattino, quando sono più vulnerabile.
Non sono un uomo a sangue freddo. Non lo sono mai stato. Sono così caldo e oltre la soglia della quiete che sono costretto a cadere per darmi il tempo di capire di cosa sono fatto, che parti della vita uso e quali lascio marcire pur di non dare loro un nome e un'etichetta.
Che imperfezione, e che sfida. Se ne avrò il tempo, non mi tirerò indietro.


©Luca De Pasquale 2017

22/10/17

Una domenica costruttiva


Non ricordo chi fu a farmi ascoltare per la prima volta il brano “Nigerian Marketplace” di Oscar Peterson, in una versione dal vivo con Joe Pass alla chitarra. Fatto sta che quella persona è responsabile di avermi fatto conoscere una delle più grandi influenze della mia vita, ovverosia il contrabbassista danese dal nome impronunciabile, il grande Niels-Henning Ørsted Pedersen. In quel brano, e in particolare in quella versione dal vivo, il suono di NHØP, come veniva affettuosamente abbreviato il suo nome, era qualcosa di trascendente, di incredibilmente denso. Rimasi folgorato da quell'ascolto e in breve, cercando di imparare il nome intero di Niels, cercai di procurarmi tutto quello che il gigante danese aveva inciso come titolare.

Oggi ho trascorso la domenica, che mi ha regalato anche un violento temporale, con NHØP, e anche un po' con Eddie Gomez. Due musicisti profondamente diversi, ambedue straordinari, due entità quasi sovrannaturali del contrabbasso. Di Niels ho riscoperto alcuni dischi per la Steeplechase che trascuravo da tempo, di Eddie Gomez sono andato a rispolverare una splendida collaborazione con il nostro Guido Manusardi e con Masahiko Satoh. Il vigore esecutivo e l'esuberanza di NHØP hanno preceduto il tocco di seta di Eddie Gomez nel disco di Manusardi, mentre fuori pioveva. Una domenica di jazz, di contrabbasso e di pioggia. E di una Fiorentina vincente a Benevento. Un lusso, di questi tempi, trascorrere una domenica così, lontani dal rumore, dal brusio delle preoccupazioni, equidistante da inutili vendette e da rancori costipati, chiusi in vecchi barattoli senza più etichetta. Una domenica con il telefono spento o senza suoneria.

Devo dire che non ho mai capito quelli che affastellano quanti più appuntamenti e occasioni possibili pur di distrarsi. Come se il restare fermi in casa, ascoltando un disco o leggendo un libro, fosse tempo perso che poi non si recupera. Queste persone sono le stesse che finiscono per giudicare “condotta asociale” la conscia scelta di trascorrere gran parte del tempo libero nell'approfondire ciò che piace e appassiona. Del resto, se non c'è il cibo per lo mezzo, e qualche volta il sesso, tutto finisce per sembrare triste e poco stimolante. Invece, io trovo che ascoltare musica e leggere sia movimento, vero e irrefrenabile movimento. Non sto a ricalcare la vizza metafora del viaggio, però è innegabile che l'arte riesca a smuovere dentro qualcosa che nessun viaggio fisico e nessuna performance atletica in alcova possono garantire, se non altro in certe giornate. E nelle domeniche di pioggia in particolare.
Muovo il piede destro, seduto sul divano, mentre ascolto i giganti del contrabbasso e riordino le mie cose come se fosse la prima volta, conoscendo e riconoscendo parti della mia vita, del mio gusto, le mie scelte, i miei incontri. E poi apro la finestra quasi deluso, perché il temporale è già finito, anche se si è alzato il vento della notte.

Tra le cose che non ricordavo di avere, c'è anche un disco del contrabbassista giapponese Naosuke Miyamoto, “Step”, datato 1973. Lo metto su mentre guardo le nuvole cariche di pioggia sul golfo di Pozzuoli, e mentre il vento mi ricorda beffardamente che i fermi alle finestre si sono rotti nel corso degli anni, impossibile trovare delle sostituzioni compatibili. Nel disco di Miyamoto c'è un brano che omaggia lo stellare John Coltrane, “One for Trane”. Un brano bellissimo, in piena tradizione spiritual jazz. Talmente bello che devo fermarmi e sedermi per gustarlo fino in fondo, ben dodici minuti di fiati, escursioni pianistiche e il fondo rimescolio del contrabbasso a incollare un'aritmetica languida e spaziale. Che io rinasca o meno, questa musica mi fa bene e mi pulisce dentro.
Ci saranno ancora tanti momenti in cui viaggerò a musica spenta, non potrò leggere altro che la grana scura di minuti e ore, quindi mi tocca questa scorta domenicale di jazz, di pioggia e di apparente libertà. Nessun appuntamento, nessun aperitivo, nessuna voglia di gite fuori porta e compagnie improvvisate.

Ogni tanto bisogna rifocillarsi, prendere fiato, ascoltarsi, carpire le esigenze più profonde, non esclusa quella di una solitudine da colorare senza cupezza, senza la benché minima traccia di disperazione liofilizzata. Leggere e ascoltare certo, ma ancor di più ascoltarsi, non rifutare di comprendersi e accettare che non sempre essere indaffarati e iperattivi socialmente è indice di vivacità interiore e voglia di mettersi davvero al riparo da tutti gli speroni appuntiti di un quotidiano in cui la qualità della vita è poco più di uno sberleffo, uno sgorbio che somiglia agli appunti di un condannato per chi resterà dopo di lui.
Oggi sono profondamente libero nei pochi metri del mio appartamento, soggetto al vento, alle intemperie, alla musica, alle parole di altri molto più che alle mie. Oggi scelgo me stesso, non per vanità solitaria, oggi mi scelgo come contenitore di qualcosa che mi trascini via dagli stabilimenti chiusi o sequestrati di speranze troppe volte fraintese.
Oggi è una domenica costruttiva, senza sconosciuti alla porta.

©Luca De Pasquale 2017












21/10/17

L'uomo ancora giovane


Mi porto dietro vecchie e nuove catene in questo sabato del villaggio, mi porto dietro la mia faccia negli scaffali del supermercato, in piccole botteghe, in angoli di strada. Mi porto dietro ferite che ho deciso di non suturare, dove ci butto dentro di tutto, sale, rifiuti, parole, febbri, resurrezioni regolate con il timer, idee fisse fatte a pezzi e nuove suggestioni da tatuarmi sulla schiena, così non posso vederle quando mi specchio.
Le strade sono ancora piene di un'estate fraudolenta, ossessiva; comunicano sesso, violenza, approssimazione, paura di soffrire, paura di morire, siamo tanti e incapaci di pensarci come moltitudine, ognuno racchiuso nella sua merdosa dimensione privata, stracolma di ossessioni, di problemi da risolvere e di angeli della morte da prendere a calci in culo.

Uomo ancora giovane cammina per le strade del sabato del villaggio. Fuma ma non sente il sapore di quasi niente. Ha il cuore, ha il cazzo, ha l'anima, ha la rabbia e spesso non riesce a metterle in ordine. L'uomo ancora giovane alterna fuoco e fine, fiamme e ritirate, si lancia nel nulla e conserva il poco, promette presenza e basa tutto il resto sull'assenza. L'uomo giovane osserva tutto quel sesso fermo racchiuso nei cancelli delle vite a passeggio, osserva con incredulità quei microcosmi mezzi svuotati che sono le emozioni tenute a bada dalla gente, quei giardini infetti dove i fiori crescono solo allo scopo di mostrarli a qualcuno. Guarda i miei fiori, mettimi la lingua in bocca, sposami, ama le mie tare e i miei fallimenti, in cambio accetterò il tuo passato, i tuoi genitori, tua sorella, i tuoi amici e anche che non mi ami completamente. L'uomo giovane a volte pensa che le persone peggiori sono quelle che scendono a patti pur di ottenere qualcosa. L'uomo giovane suicida parti di sé per non farsi troppo male, per non offendere chi non lo merita e anche per indagare, capire, sperimentare la razza umana senza il vizio di forma della solitudine di partenza.
L'uomo ancora giovane ha una brutta storia alle spalle, anzi parecchie, ma non ha mai rifiutato a nessuno la partecipazione ai combattimenti, ai corpo a corpo perdenti ma veri, non ha mai chiuso la mano in prossimità di qualcosa da condividere, eppure certi giorni sente che ha perso troppo e deve riprendersi qualcosa, qualcosa di forte.
L'uomo ancora giovane va a zig-zag quando sente un traguardo vicino, perché non vorrebbe dimenticare niente e nessuno. Non vuole perdere niente per strada, in primo luogo la capacità di sentirsi vivo anche nei luoghi chiusi.

Alla fine, l'uomo ancora giovane capita per caso di fronte a un fioraio e capisce in pochi istanti che qualcosa non va. Che qualcosa stride, stona e fiorisce al rovescio dentro, chissà quanto durerà. Deve fermarsi, abbassare la testa, anche lo sguardo, deve guardarsi intorno. Poi consulta l'orologio come se fosse una zona della mente o del cuore, accende una sigaretta ed anche stavolta il sapore latita. I palazzi attorno sono gialli, verdi e bianchi, troppe tende, troppe antenne, antifurti, caldaie, piante. Troppa roba. L'uomo ancora giovane divide i fiori in vetrina per colore, non conosce i loro nomi; prevale il blu, ma c'è anche il viola. Il rosso è stranamente in minoranza. Il giallo è nascosto. Perché questo senso di malessere davanti alla vetrina di un fioraio? Perché l'esitazione, l'incertezza, l'arrampicarsi a ritroso sulla strada appena percorsa, e perché poi entrare per intero in “My man's gone now” nella versione di Bill Evans con Scott LaFaro al contrabbasso?
L'uomo ancora giovane ci è cresciuto, con Scott LaFaro. L'uomo ancora giovane ha riconosciuto molto presto il suo suono dell'anima. Quand'era giovane gli dicevano che la chitarra e il pianoforte erano gli strumenti più belli e completi, ma lui no, lui ostinatamente rispondeva che non c'era niente di più magico del suono del contrabbasso, e che ascoltando Scott LaFaro con Bill Evans riusciva finalmente ad arretrare la tetra marcia dei pensieri duri, delle rinunce, delle disillusioni che si affollavano in sala d'attesa. Il contrabbasso è come arrampicarsi, come abbracciare, il suo corpo è protezione e il suo suono è viaggio. Il problema è quando un abbraccio è contemporaneamente accoglienza e addio.

Forse è questo che prova l'uomo ancora giovane di fronte al negozio di fiori. Forse è stanco di continui addii, forse è stanco di recuperare pezzi per strada ogni volta che inizia una nuova missione. Forse vorrebbe riposare, pronto al combattimento ma anche protetto. Non da un esercito, non da guardie del corpo, non costretto a ergere ponti o edificare fortezze, perché la protezione migliore si verifica quando un uomo decide di mantenere gli occhi aperti e questo gesto di coraggio non lascia tracce di morte sul bagnasciuga.
Una scommessa, un'idea fissa, un cammino da non abbandonare.


©Luca De Pasquale 2017

Ted Aub



20/10/17

Le mie notti senza Maud


"Era tardi / Era scesa la notte / Ci siamo innamorati l'una dell'altro"
Paul Eluard

Da ragazzo mi sconvolse vedere il fim di Eric Rohmer “La mia notte con Maud”. Si tratta di un film bellissimo, questo è acclarato, ma il suo impatto su di me fu sconvolgente perché mi innamorai perdutamente dell'attrice Françoise Fabian, che interpretava proprio Maud.
Tutto, nel film, contribuiva a rendermi la figura e le fattezze di Maud/Françoise irrinunciabili. A parte la discreta ed elegantissima bellezza dell'attrice, quello che mi seduceva nel film era il fatto che tra Maud e Jean-Louis non accadesse nulla, nonostante una notte trascorsa insieme.
Mi resi conto che ero irrimediabilmente attratto dal caso, dalle possibilità, dalle atmosfere. E naturalmente dalla notte come burattinaio, deus ex machina ed entità mai neutra nella storia degli uomini.
Maud nel letto con la sigaretta accesa, disponibile, maliziosa, raffinata. La notte come ostacolo ma anche come complice. Me ne andai totalmente di testa e sperai con tutto me stesso che potesse capitarmi una situazione simile, prima o poi. Davvero desideravo quel tipo di emozioni: “fidanzarmi” o fare sesso mi apparivano come aspetti tutto sommato marginali di un qualcosa di molto più coinvolgente ed emozionante.
Incontrare una donna di notte, sfiorare la sua vita, percepire il profumo del sogno reale e poi affidare tutto al caso. Così, iniziai a scartare, quasi inconsapevolmente, le situazioni “normali” che ovviamente mi capitavano. Ragazze fresche che volevano divertirsi, uscire, ballare, scambiare cassette musicali, uscire in comitiva. No: gli anni della mia adolescenza li ho vissuti nel sogno di scendere nelle atmosfere di Rohmer o di Lermontov, sfiorare una mano, catturare uno sguardo, giocarmi tutto per un'apparizione in poche ore, guardare una donna muoversi tra luce e oscurità, magari poter assistere al suo addormentarsi senza dire una parola, respirando piano, rispettoso, in nome di un'eternità possibile e di una capacità d'amore così smisurata da dover essere presto interrotta.

Nelle mie storie, nelle mie relazioni, le luci della notte hanno sempre giocato un ruolo fondamentale. Di notte riuscivo a capire realmente cosa provavo, mi misuravo tanto con la realtà che con il sogno, di notte decidevo se accettare l'idea di non essere l'unico, di notte scongiuravo il tradimento, sgretolavo la tentazione, rendevo l'apparizione capace di sobbarcarsi il futuro di fantasma.
E mi sono accorto di amare guardando qualcuna dormire; così come mi sono dovuto confessare il gioco e la foga quando l'emozione non arrivava tanto lontano dentro me.
Ho fatto in modo che i discorsi più profondi e sentiti avvenissero dopo una certa ora e con una data luce, fuori e dentro. Di alcuni eventi, infatti, ricordo con nitidezza i colori delle stanze che li ospitavano, la consistenza dei tessuti, i riflessi nei vetri, i giochi di rifrazione di lampade e lampadari, i vestiti, i quadri alla parete, se le persone che erano con me avevano freddo, se indossavano una sciarpa, se avevano tirato le maniche del pullover sulle mani. E ricordo gli sguardi, qualche volta sinceri, altre volte viziati dall'atmosfera, dal desiderio che le cose prendessero una determinata direzione. Mi sentivo bene, esiti finali non considerati, quando potevo rivivere la mia personale notte con Maud. Vivere quel momento di sospensione in cui, alla fine, la volontà non può prescindere dal caso e dal perfetto quanto impossibile incastro di colori, idee, prospettive personali, coefficiente di rischio. Momento di sospensione in cui lo sguardo conserva il rispetto dell'impossibile, emozione concreta che Eric Rohmer ha descritto alla perfezione nei suoi racconti morali. Lo sguardo che Françoise Fabian aveva in quel film.

Più volte sono stato trattato e definito come sognatore per questa mia propensione, anzi vorrei chiamarla per quella che è, necessità. Non so, però, quanto la dimensione onirica possa essere preponderante in questo caso. Non cercavo fantasticherie, non cercavo vacui quadri d'atmosfera tra uomo e donna, in realtà penso di aver cercato a lungo, per mille miglia di notte e vento, la scena dell'anima che si arrende alle emozioni senza averlo deciso in precedenza.
Sarà per questo che ho sbagliato tante volte. Sarà per questo, anche, che non ho mai esagerato con le richieste, con le pretese, non ho mai violentato i sogni e i bisogni di nessuno. Rispetto per le persone e logica devozione per il caso, di questo si trattava.
È difficile, soprattutto se sei adolescente, uscire da un film di Rohmer, così come da quelli di Sautet, Truffaut e naturalmente Zurlini. Quelli sono demiurghi del sogno, condottieri capaci di azzerarti la realtà dentro e di trasferirti per intero in un reame di atmosfere così sognanti da guadagnarsi lo status di realtà interiore. Non si esce dai film di Rohmer, così come è impossibile tirarsi fuori dagli uncini delle emozioni non costruite.

Però ho imparato anche una lezione necessaria.
Quelle atmosfere notturne, ovattate, avvolgenti non bastano a garantire il perdurare della volontà reciproca, l'oltraggio che si perpetra al quotidiano e al diurno quando si lascia che la notte regoli il gioco; quelle atmosfere non infrangono la normalità, non si frappongono al banale svolgimento della propria mancanza di mistero, piuttosto sono tasselli di un mosaico tante volte troppo impegnativo anche solo da pensarsi.
Sono pezzi di notte senza maniglie cui appendersi, sono lembi di stoffa pregiata che possono incendiarsi, volatilizzarsi, rivelarsi anche di cattiva qualità.
Potrebbe anche essere solo un gioco, un vezzo, un'idea breve. Un disegno appena abbozzato e poi rovinato dal caos del ritorno a se stessi. Potrebbe essere il tutto travestito da niente e viceversa, una rivincita sul vuoto, un tiro ai dadi con gli occhi bendati, una preghiera rasoterra che diventa bisbiglio, languore e poi resa. Potrebbe essere anche pietà che si vergogna di essere tale, la pietà per tutto l'amore che non ci raggiunge e che non sappiamo concedere e concederci, sopraffatti dalla paura di vivere e poi di sopravvivere con il senso della beffa addosso.

Dentro di me ci sono ancora segmenti di quell'adolescente che sognava solo una stanza, una camicia da notte bianca, parlare a bassa voce, la neve fuori e un'improbabile complicità ai piedi di quella spinosa eternità intermittente che chiamiamo con leggerezza amore.
Non so se sono stato davvero un sognatore e che caratura potevo esibire come tale. Sono però certo di essere stato spesso una nevicata, un fiancheggiatore del caso, dapprima attore motivato e poi silenzioso cronista.
Rispetto ancora me stesso. Le persone. La notte, le assenze e il più bel Dio in fuga mai pensato dall'uomo, il caso.


©Luca De Pasquale 2017















19/10/17

Fine della decadenza gratuita


Quando ritrovo qualcuno che proviene dal mio passato e dal passato in genere, so quasi sempre cosa mi aspetta. O meglio, so quel qualcuno cosa si aspetta da me, come ha cristallizzato la mia immagine nel tempo, in quale cornice mi ha delimitato, seppellito e ora riscoperto come un cimelio.
Da me ci si aspetta una sorta di compiaciuta decadenza, la misurata esaltazione dell’abisso, personale e non, oltre a un cinismo sprezzante e provocatorio che è di tanto aiuto nel confinarmi in un polveroso iperuranio.
Negli ultimi mesi ho incontrato tre vecchi amici, Rabarbaro, Camiene e Protagora; tutti e tre avevano bisogno di ritrovare il vecchio personaggio, quello al quale erano affezionati, con le sue fisime, le sue manie e la propensione allo schianto.
In particolare Camiene era convinto di trovarsi davanti il solito scenario: notti insonni, caos sentimentale, virulenti strali contro il prossimo, anarchismo puntillista, vaffanculismo assortito con spezie esotiche, esuberanza sessuale non mascherata dalle parole, semmai sovvenzionata e nutrita proprio da un linguaggio espressionista, artatamente osceno.
Il decadente, l’abissale, il fottuto. Quello che scrive per sfidare e anticipare il senso di morte. Quello che scopa per crepare. Il suicida ancora vivo, il suicida ostinato, l’avversario che spezza la spina dorsale degli specchi e si ferisce con i cocci pronunciando il nome di donne che non saranno mai compagne di viaggio.
Io chiamo questa roba “il comodo dolore che vogliamo vedere negli altri”. Non sono questo, non sono solo questo, se lo sono stato forse ci ho giocato anche troppo, ma come rinunciare ad attrarre le persone con il disincanto, il profumo della fine, il senso di avventura inutile che stimola tanto il sesso che le parti più infette dell’affettività?

E così li ho spiazzati, tutti e tre. Sono rimasti quasi delusi. Volevano il loro vecchio amico maledetto e stanco, provato e titanico. La solita sbiadita parodia di Des Esseintes e altri personaggi in linea con il sentimento di caduta, nessuna redenzione e porte dell’Ade girevoli come in uno sciocco film americano.
Protagora insisteva a chiedermi “hai qualche situazione parallela?” come se fosse un mio vecchio vizio, il dolce della domenica, la schedina il sabato o il fine settimana estivo. Il tono delle loro indagini vorticava intorno a concetti invecchiati più di noi, ti stai mettendo a soqquadro? Stai portando scompiglio nella vita di qualcuno? La tua insonnia è peggiorata? Sei finito nel letto di qualcuna che prima ti ha chiesto amore e poi ti ha sputato in faccia? E pensi sempre, come una volta, che Dio sia un pezzo di merda da sfidare a dama, morra cinese o coltello? E infine, ti diverti sempre tanto a sabotarti in quel modo classico, facendo andar male i tuoi rapporti con il prossimo, i tuoi racconti, i tuoi lavori, le tue relazioni? Insomma, razza di stronzo, sembravano implorarmi, sei sempre quel magnifico perdente che ci ha intrigato in quegli anni lontani?
Quella che per Rabarbaro, Camiene e Protagora è la mia decadenza necessaria, il vezzo letterario trasformato in vita corrente, per me è solo umanità in tempesta. E tempesta significa movimento, non cristallizzazione del carattere, degli eventi, della coscienza. La tempesta distrugge molto, ma lascia che si possa ricreare altro e differente. La tempesta è crisi, scommessa, rischio con un occhio bendato, è passatempo sul precipizio, ma è chiaro che poi la scena debba necessariamente mutare.
Le mie ossessioni di oggi non sono quelle del 1997, del 2005, del 2012 e così via. Le mie abitudini interiori sono cambiate. Il mio sguardo ha cambiato postazione, mentre i sassi e le ninfee del dolore drenano naufragi in altri segmenti della mia persona, della mia anima.
C’è sempre qualcosa di sordo e doloroso in ogni tentativo di rifiorire, l’amore è talmente pericoloso che viene quasi voglia di rinunciare, le emozioni sono così violente e belle da somigliare alle dame infingarde di Félicien Rops, i migliori incontri, tanto per restare nelle suggestioni artistiche, si candidano puntualmente a ricomporre atmosfere livide e notturne tipiche dei dipinti di Munch, quelli meno osannati.
Confermo: le emozioni più vere lasciano un retrogusto di dannazione, di incompatibilità con la vita reale, con la quotidianità faticosamente costruita, e quando un sogno si presenta alla porta si finisce per scacciarlo come un noioso piazzista. Troppo rischio.
È tanto più comodo andare alla deriva, tradire se stessi nel gioco dell’accumulo, del possesso, della posizione sociale, della finta sapienza, del fascino da esercitare in dosi consigliate.
Ma io, più di sempre e con nuova forza, non sono interessato a questa merda.
E non sono (più) interessato alla decadenza declamata con spirito quasi ridanciano, non sono disposto ad essere la caricatura dei miei punti di forza e debolezza, se indago la notte dell’uomo non significa che sono una mezza calzetta ciucca da un giretto e via.
Non mi venderò mai, non per un piatto di lenticchie o per una dose di pubblici apprezzamenti, ma al contempo non mi considererò mai lastricato d’oro, così prezioso e diverso dalla massa al punto da dovermi conservare in qualche fortino dai cui avamposti mettermi a pisciare sul mondo sotto di me.

Non cerco l’altezza, l’aria tersa e il distacco dall’umanità. Cerco esattamente l’opposto. Cerco il basso, il sottosuolo, la materia viva, cerco l’umanità ovunque, perché l’umanità è l’unico elemento che possiamo opporre alla morte e a un silenzio che sotto le mentite spoglie dell’altera rivoluzione individuale nasconde solo una mesta e patetica rinuncia alla vita.
Solo che la vita fa anche male, molto male. Come il dolore, come l’amore che invece di correre libero come un ruscello finisce per chiedere aiuto a un cielo spento quando finisce nelle pozzanghere, nelle fogne, nell’indifferenza generata dalla corsa ad obiettivi plastificati e senza senso. Come, ad esempio, vivere un’esistenza trastullata di comodità, passatempi, circondandoci di persone che rifiutano il pensiero dubitativo, preferendo il soffocamento delle certezze precotte e suggerite da qualche massone idiota di successo.

I miei vecchi amici restano spiazzati. Mi dispiace per loro, anzi no. Mica ho trovato il mio nuovo corso o la pietra filosofale. Non ho trovato Dio e non l’ho neanche cercato. Non vestirò di viola e arancio, andando in giro a vomitare delle formule retoriche di salvezza a dei creduloni. Ho semplicemente messo l’umanità al centro e non il singolo individuo che si dibatte. Soffro più di prima, era previsto. Rischio per davvero e non per letteratura, questo me lo perdoneranno mai?
A volte mi viene il dubbio.
Finché si è carta si può piacere a tutti. Ma quando ricordi che hai sangue, sensi, occhi, desideri e orizzonte, non tenteranno di soffocarti, non fosse altro perché finisci per scombinare qualche idea fissa?
Quel che sia. Ma ricordate, se vi va, che dietro la notte c’è comunque il brusio della vita, anzi quello è il trionfo di nuove strategie di resistenza al buio vero, quello interiore.


©Luca De Pasquale 2017



17/10/17

L'unica preghiera accesa


“Gravava oramai nella sala il sentimento della notte, quando le paure escono dai decrepiti muri e l’infelicità si fa dolce, quando l’anima batte orgogliosa le ali sopra l’umanità addormentata”
Dino Buzzati – Il deserto dei Tartari

Aspetto un corriere all’angolo della strada. Fumo una sigaretta dopo l’altra. Dal mio palazzo escono persone che mi salutano con affabilità e io rispondo sullo stesso tono. Sono persone che incontro da anni e che poi non incontrerò mai più. Le nostre strade si divideranno, in modo meno rovinoso di come sono sprofondate con altre persone che in teoria dovevano avere maggior peso emotivo nella mia vita.
Ci dividerà il fatto semplice e banale che andrò via di qui, come sono andato via da tante case, da tante strade, da tante persone e da tanti legami su cui i capretti più tonti di Dio scommettevano a palpebre calate.
Giorni fa, chiacchierando, mi è capitato di dire a uno dei miei dirimpettai la mia verità su questa questione: “Me ne andrò, sono destinato ad andarmene. Me ne andrò perché da solo, o anche in coppia, questa casa non ha alcun senso. Mia madre morirà e io andrò via”
L’altro l’ho visto turbato, ha iniziato a dire “ma… ecco… non è che puoi magari ristrutturare… o rimanere in zona…”
“No, io vado sempre via, piuttosto lontano, dai posti dove sono cresciuto. Devo farlo, me lo devo. Sono obbligato a cambiare, a sradicarmi, a perdere i vecchi passi”
L’altro ha tentato di sorridere, ma l’ho visto deglutire imbarazzato. E mi sono dispiaciuto per questo. Non lo faccio apposta, dico sempre quello che penso, dico spesso quello che provo, ma mai tutto. Non è possibile comunicare quel che si prova fino a dentro, perché oltre che inutile è dannoso e qualche volta sconvolgente.
Continuo a fumare con aria inquieta, quasi minacciosa, finché non arriva il corriere. Ci diamo del tu e siamo anche ciarlieri, quando ci incontriamo. Lui è un lavoratore, lo rispetto. Lui rispetta me. Magari non pensa che ho quarantacinque anni e mi vede più come un ragazzino che riceve dischi a casa. Non importa. Queste cose non hanno nessuna importanza nella mia vita. Come appaio non mi riguarda più. Me ne fotto e non posso perdere tempo dietro queste vanità da pavone castrato. Già è una cosa che appaio, mi basta questo.

Un tempo contavo, o almeno credevo di farlo, gli sguardi di donna per strada e poi scrivevo delle cose languide fantasticando di brutto. Ero vanitoso. Vanitoso alla rovescia, vanitoso decadente. Mi piaceva pensare che delle donne mi desiderassero, nella vita come a letto, e quello che mi eccitava da morire è che nella maggior parte dei casi non sarebbe successo niente, tutto si sarebbe risolto in un equivoco noioso e spiacevole, in un nulla di fatto che avrebbe massacrato la libido decapitandola e appendendola alla porta di casa.
Poi questo giochino del cazzo mi ha stancato, come succede sempre. Duro poco in queste mattane, finisco per affrontarmi in qualche vicolo buio, darmele e tornare a casa come un cane preso a calci da un’ombra. Non rispetto nemmeno le mie più piccole fissazioni. Detesto la vanità, finisco per sentirmi una piccola troia quando schiumo voglia di farmi notare e di lasciare un qualche segno.
Mentre aspettavo il corriere, è passata una ragazza. Abbiamo incrociato gli sguardi. Il suo era pieno di vita e di futuro, il mio quello di un reduce uscito da una camera oscura con la faccia scomposta come un mosaico mancante di qualche pezzo. Si è toccata i capelli. Un tempo questo particolare mi avrebbe eccitato fino a farmi impazzire di voglia e di quel vitalismo forsennato destinato all’eccesso prima e alla disillusione poi. Stavolta sono rimasto freddo, ho solo pensato che avesse voglia di toccarsi i capelli per fatti suoi. Come sono cambiate le cose, quanti cancelli si sono chiusi, quanta zavorra ho lanciato da quella mongolfiera che poi ho mandato allo schianto contro le punte delle onde. Quanto tempo è passato, eppure il mio nome è ancora quello originario e il mio cognome dice che io ho una storia alle spalle, come tutti. Certi giorni non mi sembra.

Risalgo a casa. Apro il pacchetto. Vogliono una recensione. Non c’è neanche un cazzo di bigliettino d’accompagnamento. Può darsi, allora, che io non la scriva affatto. Non sono più un ragazzino che va in erezione per un cd omaggio. Da molti anni non ho erezioni per gli omaggi. Omaggi di nessun tipo, anche presunti omaggi morali, emotivi, mnemonici, spirituali, di comodo, di sponda, basati sulla reciproca vanità del desiderio.
Qui stanno tutti a ristrutturare le loro case; io, invece, sono con un piede dentro e uno fuori. Come è capitato in tutte le case che ho vissuto. Tranne la seconda, quella dove ho vissuto dai due ai venticinque anni, nessuna casa è stata mia e mi sono sempre impostato come fuggitivo. Ho l’anima del clandestino ed è troppo tardi per invertire la tendenza.

Della mia seconda casa ricordo ancora troppo e non sono ricordi quieti. Vince un senso di rabbia e di spaesamento. Abbiamo dovuto vendere tutti i mobili quando ci hanno sfrattati. In quella casa sono morti i miei nonni paterni. In quella casa ho iniziato a scrivere e principalmente a capire che niente sarebbe stato facile, negli anni a venire. In quella casa ho deciso che non me ne sarebbe mai fottuto niente di andare a genio alle persone, dovevo seguire le mie inclinazioni, i richiami più inudibili per gli altri, le mie più segrete istanze, a tutti i costi, incluse le ramanzine, le prediche, le dissociazioni spocchiose. Per compiersi bisogna sacrificare quasi tutto. Questo l’ho imparato senza nessuna voglia. Della mia seconda casa ricordo la poltrona di mia nonna, che di notte mi impressionava, perché ero convinto che mi sarebbe apparsa lì sopra quando meno me lo aspettavo. Della mia stanzetta di bambino e ragazzo ricordo un crocifisso di madreperla: mia madre diceva che mi avrebbe protetto dal demonio e invece mio padre sosteneva fosse un bellissimo manufatto. Opinioni differenti che mi confondevano.
Non ho mai pregato sotto quel crocifisso. Gli ho solo chiesto, i primi anni, di non far morire in modo violento i miei genitori. Tutto qui.
L’unica preghiera che ho tenuto sempre accesa è stata quella riferita a me, ai miei comportamenti: mi pregavo, e pregavo in genere, di non far soffrire mai nessuno. Ho sempre pensato che arrogarsi il diritto al dolore altrui è un gesto vigliacco, che denuncia assenza di colori nell’anima, di lacrime nella consapevolezza di essere ed esistere, è un pensare infimo che può sfociare solo in comportamenti minuscoli, disgustosi e senza fascino.
Solo che è difficile non far soffrire nessuno, quando lo sbaraglio è la regola, quando l’oltraggio alla calma comminata è necessario, quando si è consci che tanti cancelli si sono chiusi e la prossima curva dell’arcobaleno potrebbe nascondere tracce di estinzione, nostalgia e persino rimpianto.
Vita mangia vita, sogno mangia pedone, l’alfiere si rifiuta di muoversi a comando e di pregare per autodifesa.


©Luca De Pasquale 2017

16/10/17

Non ditelo a mio padre


Certe battaglie per affrancare la propria coscienza si devono combattere da soli”
Valerio Zurlini

Ai tempi delle feste liceali e universitarie c'era in giro l'incubo AIDS. Io a quelle feste, nella stragrande maggioranza dei casi, ero un infiltrato ufficiale, invitato con riserva, invitato per inerzia e mai per reale appartenenza.
Si scopava poco (ambiente troppo borghese) ma con nessuna prudenza; si sfidava il fato con noncuranza, con l'arroganza della giovinezza.
Trovavo terribili quelle feste e mi annoiavo da morire. Con me stesso, mi giustificavo dicendomi che ci andavo per rimediare del sesso, il più delle volte del petting disperato, rubato e già colmo di pentimenti, praticato mezzi vestiti, e quindi particolarmente eccitante, nelle stanze dove si depositavano le giacche e i cappotti.
Ricordo con chiarezza le frasi di quelle ragazze così complicate, dotate di quei sorrisi che Zurlini avrebbe descritto “tra il candido e l'infernale”. Ricordo che mi informavano che quello che stavamo facendo era sbagliato, che non c'era futuro, che non era giusto per questo e per quello, e qualche volta mi dicevano pure che ero uno stronzo.
Ma il futuro chi l'ha mai avuto? Non era certo il futuro a interessarmi.
Quel periodo è stato l'apoteosi di quello zoppicante principio che ho seguito per anni e anni, quello del “qui e ora”, nell'utopia che i minuti e le ore successive non mi avrebbero presentato il conto.

Confesso che di quegli improvvisati abboccamenti in barba a ogni prudenza e a ogni ritegno morale ricordo con piacere la sensazione che avevo nell'avvicinarmi a un mondo che non era il mio e che, per grazia reciproca, non lo sarebbe mai stato. So di essere scontato e banale -almeno sincero- nel dire che quelle ragazze mi eccitavano tanto proprio perché borghesi, perché benestanti, ben vestite, profumate, spesso viziate. Io non c'entravo niente con loro. Proprio niente. Il loro mondo mi rifiutava duramente, io nelle case di quelle feste ci entravo per pisciare nei lavandini, scopare e trovare qualche idea per la scrittura. Il sesso mi serviva per scardinare i mille lucchetti che quelle porte avevano per uno come me. Però non giocavo con i sentimenti, questo non l'ho mai fatto. Ero chiaro, diretto, sfrontato. Non andava sempre bene. Nessun uomo onesto può dire di non essere mai stato rifiutato o ignorato.
Mi credevo impermeabile ai sentimenti, volevo compiere la mia autodistruzione nei sensi, nelle seduzioni improvvisate, avevo anche l'indegna presunzione di considerarmi un diversivo liberatorio per quel tipo di persone. Avevo letto troppi libri e andare a quelle feste pronto a tutto non faceva di me un piccolo Bukowski; tutt'altro, perché mi sentivo un minuscolo Puskin.
Proprio per questo, ogni tanto perdevo il controllo del mio distacco di base, mi infatuavo, mi giocavo tutto senza pensare alle conseguenze e finivo puntualmente per perdere.
Non so perché proprio oggi ricordo quel periodo, che poche volte si affaccia nella mia memoria. Sarà che ho rivisto e ordinato tutti i miei libri ed è uscito fuori, immancabile, Puskin. Sarà che invecchiando si finisce per ricordare parti della vita che non godevano in precedenza di chissà quale credito.
Sarà anche che invece è fervido e vivo il ricordo di mio padre, il quale ci teneva davvero tanto a far parte del “jetset” del quartiere, peraltro riuscendoci benissimo grazie a come si presentava e ai modi raffinati. Nessuno avrebbe detto che non tenevamo una lira; era comico e al tempo stesso tragico. Io mi muovevo in direzione diametralmente opposta a quello di mio padre. Vestivo male, sciatto, mai andato a una di quelle feste con una bella camicia, mai sbarbato, sempre con l'aria sgualcita, sempre con in testa la fissa di ottenere qualche attimo di fuoco restando nella mia dimensione di negletto strafottente.
Ho dato molti dispiaceri a mio padre, perché lui ci teneva da morire che mi presentassi bene, che facessi una bella figura. Mi spronava e mi blandiva pure, con frasi come “tu hai una classe innata”, che mi intenerivano e irritavano.
Mio padre piaceva molto alle donne. La sua aria dolce, vulnerabile, erudita e “classica” lo rendeva un bel signore da esposizione. Paolo il dolce, Luca il ribelle. La dicotomia era dolorosa, in fondo. Per me, molto dolorosa. Non gli ho dato molte soddisfazioni, anche se l'ho adorato. Il mio primo libro lo deluse, lo trovava sboccato e osceno, anche se lo scoprii più volte a leggerlo di nascosto...

Sono certo che si sentirebbe molto a disagio e addolorato oggi, assistendo al nomadismo e all'incertezza, alla strenua resistenza che sto mettendo in campo per salvarmi la pelle. Sognava per me altre cose, come è legittimo per ogni genitore. Mi preconizzava un futuro radioso e rigonfio di soddisfazioni, letterarie e non. Un punto di vista irrazionale e ottimistico, fondato su un affetto enorme e su una cieca fiducia tanto in me che nella sorte. Ma sono anche sicuro che mio padre, un uomo profondamente sensibile, aveva colto in me quella fiammella di incompatibilità con la società e le sue regole, e so che aveva paura per questo, molta paura.
Mio padre era un socialista puro. Non era un socialista italiano. Era particolarmente moderato, attento nei giudizi, prudente nelle esternazioni, garbato negli scontri dialettici. La mia violenza passionale lo destabilizzava, quale che fosse il campo di pertinenza. Non capiva la mia fissazione di vivere la notte e me lo diceva. Stigmatizzava la mia frenesia sentimentale. Gli piaceva come scrivevo ma non quello che scrivevo.
Per ovvi motivi, almeno gli ho risparmiato la lunga fase post-adolescenziale in cui ero convintissimo che mi sarei suicidato poco prima dei quarant'anni. Un'idea lucida, quasi vitalistica, era il mio grande sberleffo, tanto velleitario quanto mal ponderato. Non gli ho mai chiesto nulla sul suicidio e non ho mai pronunciato questa parola così gravida di abissi suturati alla meno peggio. La mia intenzione, in questo senso, era proteggerlo. Quando amo proteggo, è normale. Proteggo tutto e tutti tranne me stesso, perché quello è un altro campo, un altro mondo, un mondo dove rischio quello che mi pare e decido io se mettermi a repentaglio o meno. Oggi, più che mai, non ho niente più da perdere e ho acquistato l'effimera libertà dell'ultimo baluardo. Questo, però, mio padre non dovrà mai saperlo. Non so dove sia ora la sua anima, in parte certamente nel mio sguardo schermato, ma farò in modo che non sappia mai cosa significa respirare a fondo sull'ultima spiaggia visibile.

Mentre scrivo questa nota, mi telefona la CGIL. Mi dicono che sono ancora tesserato con loro e mi chiedono se sto ancora lavorando alla “Fenacc” e qual è la situazione al momento. Sono gentilissimo con l'operatore, sommerso da carte inutili e faldoni farraginosi, scritti in impiegatese dissoluto.
Mi sono licenziato nel 2014”, dico a tale Luciano.
Alla faccia del cazzo, sei fuori da tre anni”, risponde lui.
Sono fuori e basta”
Ti sei mangiato tutta la mobilità, bro?”
Bro?
L'ho anche digerita, se è per questo. Sono povero e vivo, e va bene”
Allora in bocca al lupo e grazie per la tua gentilezza”
Mi piace essere gentile. In fondo mi piace molto. Sono contraddizioni da ultima spiaggia.
Sono su un filo teso e sottile, in piena notte, e mando baci ai fantasmi. Mi sento importante e coraggioso, in alcuni momenti. Dal filo vedo la mia vita passata e presente, vedo il futuro come una sfida, vedo il mare, i torrioni dell'inferno, percepisco i timori di chi mi ama ma anche un sostegno cui non sono abituato.
Questo non cambia le carte in tavola. Ho svoltato l'angolo, non ci sono più solamente protezione e cautela nella mia esistenza. Posso anche cadere.
Non ditelo a mio padre.


©Luca De Pasquale 2017

15/10/17

Lo sperpero


La luce delle sere autunnali è un sobrio e imperdibile spettacolo. Nel giro di poche ore passi dalla luce del sole alla notte fonda; in mezzo, le migliori sfumature cromatiche dell'intera stagione. Rosa, indaco, viola, cremisi.
Ed è proprio quando scende la notte che acquista peso e rilevanza la figura dell'uomo che accende la luce artificiale nella sua casa. È la sua routine, ma anche l'opposizione ad un'oscurità che altrimenti durerebbe troppo.
Accendo la luce in camera solo quando sono costretto. Grazie allo schermo del pc, riesco a scrivere quasi al buio e trovare i tasti a memoria.

Ed eccoci dunque arrivati alla domenica sera. Che la stagione è cambiata, e anche lo stato d'animo, me ne accorgo dalla musica che scelgo per accompagnarmi nella scrittura. Da un mese a questa parte è sparito o quasi il rock, totalmente scomparsi sono i suoni duri e caotici dell'hard rock. È tornato il jazz, meglio se scandinavo, tedesco o austriaco, è tornato il suono del legno del contrabbasso, come del resto prevedevo.
Ascoltare jazz nelle sere d'autunno, ancor più che in inverno, è una panacea, perché magicamente non ti spinge in nessun modo a parlare, a cercare frettolose e sterili comunicazioni tanto con l'esterno che con il tuo interno.
Il jazz più affascinante è quello che riesce a rendere la tua quotidianità un film muto senza emozioni commerciali da trattare e analizzare.
Mettiamo stasera. Ascolto il quartetto di Aki Rissanen e Jussi Lehtonen, disco in cui è ospite il grande David Liebman. La musica che lo stereo trasmette è lirica, ossianica, da una parte mi tranquillizza, rinforzando la mia abitudine a scrivere invece che telefonare a casaccio a qualcuno, ma dall'altra mi scompone e inquieta, con un'austera ritualità di invocato rigore. E allora mi zittisco e mi metto a scrivere come uno studentello in castigo.

Oggi la Fiorentina ha vinto. La solita, grande sofferenza. La mia vita ufficiale scorre tranquilla, incanalata in binari che io stesso ho costruito con convinzione. Ma dentro di me vive e respira un fiordo gelido, dove di certo manca la corrente elettrica, un luogo di svago e qualche diversivo tipico. Un posto oscuro e qualche volta suggestivo, che non mi incanta ma riesce a catturarmi per ore, giorni, mesi. Un posto dove vige una disciplina durissima, proprio quella disciplina che nella vita attiva non riesco a sopportare in alcun modo, e tanto meno a concepire.
Quel fiordo regola i miei comportamenti. Le mie aspettative, persino i miei sogni. Quando ho voglia di sparare le solite cazzate esistenziali in cerca di risoluzioni epiche, mi anestetizza, mi boicotta e infine mi annienta. Quel fiordo non sopporta le troppe parole.
Come un pistone che espleta la sua ossessione di ruolo nell'andare a spingere parti molli in un ingranaggio complesso e astruso come l'interno dell'anima di un uomo, il mio fiordo autonomo mi ricorda continuamente che ho basato tutta la mia vita sullo sperpero e non sull'accumulo. E non stiamo parlando solo di finanze e beni, anzi. Quando cerco spiegazioni che già conosco, quando giro a vuoto in cerca di consolazioni, il fiordo mi raggela, ricordandomi con autorevolezza che i troppi fulmini, le tante scene seducenti di notti senza vincoli e senza piani di stanzialità, ebbene alla fine si paga tutto.

Stasera ripenso a tutte quelle sciocche chiacchiere che ascolto controvoglia negli studi medici, quelle invocazioni continue a patetiche a Dio, la paura delle malattie, la paura della morte. Assorbo tutto. Assorbo le paure delle persone, incluse le mie. Il terrore di non essere amati, di non essere ricambiati e anche traditi. La paura di restare poveri, per strada, tra sbandati, derelitti, e per quale colpa poi? Per quale inspiegabile e ingiustificabile via crucis? Rifiuto e rispedisco al mittente le volenterose teorie che vorrebbero la vita come un cammino ascensionale verso una purezza indimostrabile e presumibilmente inservibile. Assorbo e condanno le paure della diversità, dei sogni altrui, contrasto la guerra inutile alle differenze eppure non riesco a non sporcarmi con questa immondizia.
Cerco di non giudicare. Ci provo e mi affronto per questo. Perché io non posso giudicare. Io sono lo sperpero. La disattenzione, la più grave. Sono l'ammutinamento, il rifiuto, sono incapace di conformarmi e più la riva si allontana più mi sento al sicuro. Io sono l'altro anche quando sono me stesso. E allora come posso giudicare i fiori di paura che via via conosco nella mia vita?
Forse la mia unica abilità consiste nel sublimare le paure, le mie, quelle che comunque mi regolano, in una dissennata ma austera attrazione per tutto ciò che cade, che viene abbandonato, che si sfalda quando tutti erano pronti a fare congratulazioni e salamelecchi.
Se nella vita ho sempre scelto comportamenti fuori dalle regole, lontano dal bel pensare e dalla civiltà moralista delle speranze accese per copione, dentro di me vige un regolamento militare, spietato, dove un manipolo di generali senza gradi decide nel freddo quando devo tacere e quando devo rinunciare, spesso, al rassicurante rumore delle tante piccole azioni di contenimento del buio.

Non potrei amare altro strumento che il basso. Non potrei amare fino a morirne altre scene che quelle notturne. Mi incanto a guardare foto di fiordi, di abissi, di orridi marini. Mi piacciono solo i belvedere senza parapetto. Sono ordinario anche io, non sono niente di speciale; solo che la mia ordinarietà prevede il germe del rischio, dell'errore e più di tutti incorona lo sperpero come grande, dannato saggio. Non sono una persona solare e di questo proprio non sono pentito. Come uomo solare sarei un vero coglione, e comunque un approssimativo, un farneticante beota tutto bellezza in bocca.

Mi piace ascoltare jazz nelle sere autunnali, svolgendo la mia routine con una sigaretta in bocca e un vecchio pullover addosso che va avanti da dieci anni o giù di lì. Mi piace non dare conto di chi sono, cosa voglio e che cazzo mi passa per la testa e il cuore. Apprezzo la solitudine, quando somiglia più alle fusa di un gatto che alla morte. Per scrivere ho bisogno di solitudine, non di continui eventi che distraggano me e il mio fiordo interiore. Non a caso trovo “Solo” di Strindberg un libro meraviglioso e un grande compagno di viaggio, quei viaggi da fermo che ti portano dall'indaco al nero in un respiro, senza restare a secco di sentimenti e di voglie. Tanto è inutile ribellarsi alla sensazione dello sperpero, che continua e a volte accelera. Così come è patologico e volgare credere di essere sempre coerenti e uguali a se stessi; la sensazione di essere un altro arriverà, sarà dolorosa e strana, sarà eccitante più del sesso, porterà errori, assurdità, parole al vento, tempeste e poi quiete timorosa ingestibile.
Sarà sperpero e meraviglia implosa, quella sabbia mobile che crea la scrittura, beninteso non quella da applauso.


©Luca De Pasquale 2017