30/11/16

Lunga prestazione senza piacere


Fallisco l'entrata in sette o otto fotografie.
In alcune si vedono solo i capelli, una mano, la mia ombra, oppure ho gli occhi chiusi e il rigonfiamento inerziale del pullover esibisce una pancia inesistente.
Fallisco l'entrata in un paio di stanze e non me ne accorgo neppure. Fallisco l'entrata negli occhi di qualcuno, occhi che alternavano scompostamente i neon “FOTTIMI” o “FOTTITI”. Non so, non ci vedo bene, sono ipermetrope.
Fallisco la spiegazione cui tenevo, e cioè che un uomo è libero -fino a prova contraria- anche nella prigionia della società e nel reticolato inestricabile di rapporti e convenzioni.
Mi sveglio presto, prestissimo, ma paradossalmente manco l'alba. Diserto l'ultima carezza della notte e la prima certezza del mattino.
Non salgo nella metro troppo affollata, decido di aspettare la corsa successiva, poi cambio idea e vado a piedi.
Mando a cosce all'aria una predica sul fumo e una sulla grandezza oculistica di Dio. Firmo la lista ufficiale delle pecore nere e poi dimentico di partecipare al convegno.
Dico a un amico che con il suo albero di Natale ci potrebbe costruire un regno di auguri veloci come messaggi e sterili come certi flirt in cui la pelle vera non si vede neanche a un millimetro di distanza.
C'è qualcuno da qualche parte che mi aspetta per farsi un selfie con me; ma io non sono stato convocato e dunque mancherò.
Mi piace mancare. Mi piace, cazzo. Mancanza è il nome della mia flotta più sontuosa.
Affronto la felicità di un uomo che dice di fare tante volte l'amore con la sua metà. La affronto senza muovere un muscolo, senza porre dubbi, e nei suoi occhi non vedo altro che una perversa meccanica, riempirsi e svuotarsi a scadenze regolari, in nome dell'amore. Amore in ceralacca, amore notarile, erezioni e accoglienze, mutui, bagnoschiuma, referendum, visite in chiesa con il telefono acceso, figli istruiti come killer capitalisti.
Leggere grazie al passaparola. Grazie alle presenze degli altri nelle foto. Leggere libri perché rilassano. Leggere perché si deve ridere di questa realtà così complicata. Un uomo così, quando ha finito il sesso, allora ha davvero finito. La fuoriuscita di sperma e promesse lo declina, lo esaurisce, lo ringalluzzisce per nuovi inizi. Tutti dannatamente uguali l'uno agli altri.

In giro, ci sono tonnellate di persone che hanno un grande bisogno di essere apprezzate e di fare parte di qualcosa. Questa consapevolezza mi sovrasta e mi rimpicciolisce. Non si può essere disumani e pretendere che se ne fottano allegramente. Mi verrebbe da dire “mostrami la tua vita, cercherò di farmela piacere”. Poi mi distraggo e dunque manco anche questa funzione. Vado vacante, come diceva un tizio che conoscevo un tempo e che forse ora sarà morto o felice. O entrambe.
Una volta, al liceo, in un tema scrissi che “la pretesa di essere amati vale meno di una sveltina”. Ce l'ho, con queste sveltine. Le menziono sempre. Le uso come paradosso. Le sveltine non chiedono verità, se non l'attimo e l'estensione animale di un battito spesso autodistruttivo. Devi rifiatare mezzo vestito, con la faccia allo specchio che sembra un brutto quadro dadaista, poi devi giocare con la cinta da riallacciare, con la musica, con i sensi di colpa e con la disperazione che in giro si fa piscina, oceano, pinacoteca, voto di rivolta e dunque scheda bianca nella pubblica utilità.
Esserci, sentirsi parte integrante (e funzionante) di qualcosa è talmente destabilizzante e vincolante da avermi lasciato addosso il vizio di conoscere tutte le scorciatoie, i belvedere più desolati, gli angoli sotto le finestre e le parti posteriori agli altarini lambiti per errore.

Una volta, sempre al liceo, una ragazza che non mi aveva mai calcolato prima di allora si complimentò vivacemente perché il professore mi aveva dato 10 al tema in classe. Io sapevo che quella ragazza elegante e dai modi vezzosi mi considerava una specie di scarabeo, un tipo assurdo con qualche problema, un introverso, un torvo uccello notturno spettinato. Non accettai il suo complimento. Non sorrisi. Avevo voglia di dirle solo “lecchiamoci la faccia a vicenda e poi andiamocene affanculo alla svelta”. Sveltine. Sveltine per non soffrire. Per continuare a svegliarsi da soli, senza la responsabilità assediante della felicità di altri. Sveltine per consumare le candele della notte, quelle conservate dai nostri previdenti e antiquati genitori. Sveltine per rendere corposi alibi di non amore, di distanza strutturata a ruscelli, a teoremi, usando il pallottoliere per tenere la conta dei piccoli lutti e delle occasioni crudeli che non finiscono negli occhi del destino.

Oggi la mattina è gelida. L'aria è satura del fumo inodore dei riscaldamenti accesi. La notte è stata un'amante mancata: io volevo dormirci sopra, anche sentendo freddo, ma lei mi ha chiesto di sputarle in faccia tutto il tempo. Mi ha chiesto una prestazione di insonnia e fantasia, trattandomi come una zoccola. Mi ha chiesto di tornare bambino, di tornare ingenuo, di affidarmi alla voglia di baci, di condivisioni, di fotografie, di viaggi, di saliva, di sciocchi bigliettini, di rivelazioni.
La notte mi ha umiliato, non apprezzando un'inutile, lunghissima sfiancante prestazione senza piacere.
Per ripicca, per doverosa ripicca, oggi mancherò a tutto.
Sono lontani i voti ai temi. Le sveltine sono postulati senza uditorio in camere svuotate. Lecchiamoci la faccia senza finire in foto.
Fottimi o fottiti, basta che fai presto.

©Luca De Pasquale 2016

26/11/16

Milonga inutile della ginnastica dolce


Un vecchio amico di mio padre si è suicidato.
L'ho letto sul giornale, per caso. Anche se io i giornali non li leggo mai per caso.
Si è lanciato dal terrazzino della sua abitazione, in un paese alle porte di Napoli. Abitava al sesto piano. Aveva moglie e due figli maggiorenni. Si è andato a schiantare su alcune auto in sosta. Credo che il riconoscimento sia stato ancora più penoso di quello che è per definizione.
Il giorno in cui si è ucciso, io ero alle prese con cose di scarsa rilevanza. Chiacchiere politiche, stupide foto di torte e feste, scrittori ovunque, scrittori persino nella condotta fecale, amici con maglie a collo alto, amici con la barba curata a sostituire il sesso, amici che non lo sono, stupide domande parentali, miei progetti nati già con un bengala di dinamite in bocca. Giorni di girotondi e mutande pulite, di ragazze sorridenti, di curiosità infestate al principio e nella terminazione ingloriosa, giorni di curiosità già disinnescate.
Mio padre stimava l'uomo che si è andato a sfracellare. Me lo aveva detto varie volte, “Giulio è una persona per bene”. E io non rispondevo, facevo uno di quei miei mezzi sorrisi che significano “ti credo”.
Giulio si è lanciato dal suo terrazzo. Aveva settantacinque anni. Forse era depresso. Forse aveva un tumore. Di lui so che era un mercante d'arte. Di lui so che in gioventù aveva perdonato la moglie che lo aveva tradito. Di lui so che votava, all'epoca, per il Partito Repubblicano. So anche che lo avevano sfrattato da Fuorigrotta, era stato costretto a trasferirsi in una provincia degradata che non amava. Lui sognava Parigi, pare. Montparnasse. Certe volte penso che sognare luoghi lontani sia un'ipoteca per il suicidio. Andarsene forse non è così bello. Non riuscirci è una sconfitta. Restare è palude, stoicismo che diventa sfortuna, malasorte, fiato cattivo e tradimenti.
La morte si nasconde, indegnamente, nelle storie di quelli che conosciamo poco, per parole tramandate, per consuetudine oculare e per sorrisi, cenni del capo. Prendere nota di un suicidio mi fa sempre incazzare. Divento rapidamente oscuro, silenzioso, cerco scappatoie, cerco un vitalismo che si presenti alla porta come errore imperdonabile. Come scialo, come disattesa.
Prendere nota di un suicidio non è un atto neutrale: riaccende i focolai di una guerra che non ho mai osato interrompere e che mi vede cospiratore a volte arguto, ma più spesso sciocco e determinato a perdere.

Giulio G. è morto. Ci penso mentre sono in strada. Le persone oggi mi sembrano pesci. Boccheggiano. Non mi eccitano. Non ci nuoto accanto. Mio padre ne avrebbe avuto un dolore. Ma mio padre non c'è da tanto e chissà se dal suo sperone di niente vestito per la mia memoria vede o sente qualcosa. Vorrei che fosse così. Ma non lo so. Non pretendo di saperlo e col cazzo che voglio me lo si spieghi o lo si teorizzi.
Leggo su un cartello “Corsi di ginnastica dolce”. Accendo una sigaretta e penso che la legione straniera interiore degli uomini viene scambiata per arrendevolezza, eccessiva sensibilità, introversione. Sono clamorosi errori di superficialità, ma è un bene che si verifichino continuamente. Evitano assurdi ammaraggi e lanciano olio bollente su velleitari eserciti della salvezza. Chi urla al mondo la sua voglia di essere salvato per me è un debole, un cane. Non accetto la vocazione agli appelli. Non accetto la carità desiderata più della ricchezza, non accetto che si parli d'altro quando c'è una sparizione da convertire in continuazione, prima.
Ho i sensi accesi. La notizia mi ha trapassato. Passerà, ma intanto non scrivo per lenire quanto per fare male. Il fiore finisce sul tavolo autoptico, il bacio dell'amore codificato resta sul vetro dello specchio a evocare fantasmi.
Vorrei mandare dei fiori alla famiglia di Giulio, per Giulio, anche.
Ma a nome di chi? Di un fantasma che risponde al nome cancellato di mio padre? Sono io a non averlo cancellato. Gli altri, gli altri sono gli altri. La memoria di mio padre appartiene a me soltanto e non scrivo biglietti in sua vece. Dovrei scriverlo allora a mio nome? Ancora meno senso. Perché io sono ancora più spettro di papà. Sono l'ancora della nave che non è più nel porto della cittadina dove risiedo e dove respiro con impazienza. Non mando mai biglietti. I biglietti sono distanza, mentre invece i miei sensi accesi, non per giocare all'amore ma per fare male, sono presenza che si impone e non accetta code, liste d'attesa, idioti da piattaforma solidale.
Non so cosa significhi “ginnastica dolce”. Mi fa pensare a qualcosa che concerne il coito. Mi fa pensare a un selfie mentre si sta per venire e poi si mangia la pasta al forno dimenticando i morti.
Le persone di notte si baciano nelle auto, si eccitano, pregano Dio per i loro figli, per i loro affetti sani, per mantenere il timone dell'istinto di sopravvivenza. I soldi rendono allegri. Io questo lo so. Per questo da piccolo pisciavo nei lavandini, nelle case dei ricchi che detestavo. Ero stupido. Per certi versi ero più sincero di oggi.
Oggi, adulto, ferito, in lotta, ombra da specchio, lancetta da cucù venduto, non riesco nemmeno a inviare dei fiori alla squadra monca capitanata da uno che ha deciso di sparire e sparire male. Non per amore, ma per fare male.
Ginnastica dolce è forse morire senza che gli altri se ne accorgano.

©Luca De Pasquale 2016


24/11/16

Occhi


Logorati dall’insuccesso, molti sedicenti artisti abdicano al ruolo di persone per trasformarsi in simulacri di invidia, persi in improbabili confronti, in inutili rivendicazioni, determinati a brillare nell’arte del dispetto, dell’indifferenza rumorosa, innamorati di una suggestione crudele e dispersiva: quella di sentirsi unici. Unici in genere, ma anche unici nel loro genere.
Ogni tanto qualcuno capita dalle mie parti e io devo affrontare il mostro, l’orrore: perché mi ritrovo davanti qualcuno che compare dal nulla e mi urla in bocca quanto è bravo, quanto scrive bene, quanto capisce il mondo, debordando in campi di nessun interesse come il sesso stile scheda di palestra e seduzioni tentate e osate con quell’aria francese che fa tanto Truffaut.
Non ne posso più dei seduttori truffautiani, per quanto io ami il Bertrand Morane di Charles Denner. Non ne posso più delle canaglie a mascella grossa, dei vitalisti finto intellettuali, degli affettati parlatori che trovano un adeguato interlocutore solo in un pene floscio, al quale viene attribuito un rango eroico che sfida ogni legge di senso comune.
Trovo stucchevoli gli uomini che dichiarano (e purtroppo pensano) di avere grande dimestichezza con il pianeta donna. Sono dei mitomani e spesso fanno male l’amore. Fanno sesso pensando all’orgasmo e alla prestazione. Ma una prestazione sessuale non può e non potrà mai vivere di luce propria. Una prestazione sessuale non ha un’anima. Nemmeno di scorta. Inoltre, un membro eretto non è un monumento alla vita. È solo un boccaglio, l’estremità di una valvola che non conosce la distinzione tra desiderio e meccanica.

Da sempre, gli occhi delle donne mi mettono in palese difficoltà. Una difficoltà che si è fatta disinvolta solo per questioni di età: nessun preciso merito. Sembrerà banale –e forse lo è- ma gli occhi delle donne, anche i più belli, possono ricacciarti all’inferno anche se non ti stanno chiedendo nulla.
Stasera, camminando, ho considerato gli occhi di tutte le donne incontrate come qualcosa di non codificabile, sorta di lucernari  posti all’ingresso di luoghi a me comunque vietati, per approssimazione esistenziale e vizio di forma.
Impossibile compiacersi di qualche sconosciuto fluido intuitivo che non si possiede affatto. Le persone di sera e di notte sono segnali, sono fari di presenza, non puoi sapere cosa contengono. Cosa vogliono. Qual è la loro traiettoria e come relazionarla a te. Ed è chiaro che qualsiasi tentativo di interpretazione è un errore fatale.
Di sera ci incrociamo per strada. Non è chiaro come siamo strutturati dentro. Quali sogni persi, diventati margini, hanno cambiato tutte le nostre frontiere. Quali aspettative ci hanno violentato. Quanta impazienza abbiamo messo al soldo dell’orgoglio. Quanto abbiamo voglia di vivere e quanta di sopravvivere. Quanto i nostri eventuali amori possano essere osceni e pretestuosi, oppure riuscire. Riuscire a darci pace in una corsa unica e veloce, spietata al punto da costringerci a costruire case, scuole, affetti, ricordi, viaggi.
I Diaframma cantavano che l’amore è negli occhi dei cani vagabondi, ma penso di poter aggiungere che potrebbe essere anche un arcobaleno già stinto nelle tasche di un mendicante. Potrebbe essere uno specchio che contiene più assenze che presenze. Infinitamente più assenze.
Sono queste le sensazioni di un’innocua passeggiata serale. Ed ecco che appare lampante quanto siano detestabili i pomposi interpretatori di sguardi, di movenze, di passioni. I luminari dei gesti seduttivi. Come i citatori di libri. Come tutti quelli che scambiano il loro percorso per verità. Quelli che il loro amore privato è il migliore. Quelli che simulano stupore dinanzi la loro stessa sopravvalutata intelligenza. Quelli che credono, e lo credono, che il sesso sia destino e sia serbatoio delle migliori nostalgie.

Mi incanta il mistero delle persone. Di quelli che non sono io. Mi incanta e vado a fondo quel che basta per fuggire spesso, prima ancora di iniziare le trattative per le fumate bianche. Il fumo mi piace con le luci in lontananza. Il fumo è il mio goniometro notturno e non devono toccarmelo.
Il mistero di quello che non vivremo, di quello che sfioriamo solamente, è di così alto livello che non resta molto da fare con gli organizzatori di sguardi, di pulsioni, con i maggiordomi di una presunta eternità.
Con i tanti piccoli e fasulli Bertrand Morane in giro mi piacerebbe fare un falò. In un campo sportivo di notte. Bruciare i loro concetti arrugginiti come lettere, come copertoni usati, come ricordi senza gambo, fiori secchi in libri di merda.
Certe verità dolorose ti prendono alla gola nei momenti più inconsueti. In una passeggiata armoniosa di sera, ma anche nel cesso di una stazione, oppure mentre si ripensa a chi è andato via. A volte capita anche durante il tanto celebrato sesso che i seduttori continuano a macchiare di ketchup, mayonnaise e detergente intimo.
Gli occhi delle donne non sono a disposizione dei cretini. Non possono essere materia di aforismi in vestaglia, magari con una pillola di Viagra nella tasca del fazzoletto.
Gli occhi delle donne non sono materia per quelli come me, ingenui rabdomanti di ombre, un tempo convinti che musica e buio potessero spiegare il colpo basso di un’emozione. Era troppo, era presunzione. Non ero Truffaut, non ero Bertrand Morane.
Spesso, non sono stato io. Non credo. Ringrazio qualcuno e qualcosa quando mi accorgo che la mia stazione resta aperta di notte, anche con treni in transito veloce, che non si fermeranno se non per dei guasti.
Il gioco affascinante, quando non si è stanchi, è intercettare la capienza degli sguardi altrui. A volte ti stupiscono: possono contenere tutti i tuoi sogni e dimenticarli subito.
Senza terremoti.

©Luca De Pasquale 2016

23/11/16

A sud di me stesso


Che sudati è meglio
e il morso è più maturo
e la fame è più fame
e la morte è più morte
sale e perle sulla fronte
languida sete avara
bellezza che succhi la volontà
dal cielo della bocca
Vinicio Capossela “Camera a sud”

Mi telefona un tizio per un'offerta sulla fibra ottica. Lo lascio parlare, fuori è praticamente già notte. Parla di tariffe convenienti, di una card che si ricarica in automatico, di punti fedeltà e di partite gratis per sei mesi.
Gli dico garbatamente che non sono il “conduttore” della casa. Fuori è praticamente già notte. E questo incide molto, moltissimo, sui miei comportamenti. Sono meno imprevedibile, sono calmo. Posato e impenetrabile.
E quindi io con chi è che potrei poi parlare?”
Non lo so, io non sono il conduttore, come le ho appena detto”
Ah, e... quindi, ecco, allora...”
Grazie di avermi spiegato doviziosamente la vostra offerta”
Fuori è praticamente notte.
Va bene... se vuole io posso richiamare quando l'altra persona, sarebbe...”
Buon lavoro e arrivederci”

A quest'ora non si può far altro che giocare di rimessa. Giocare sui margini, ballare sugli spuntoni di roccia, bastare a se stessi. Bastarsi. Essere statue emotive. Statue plasmate da uno sconosciuto creatore, statue che cedono dolcemente alla notte. A quest'ora respirare è come bere tutto, anche quello che manca. Esco sul terrazzo, che non ho spazzato come dovevo, e mi arriva l'odore di legna bruciata, di erba, di caldo umido travestito da tenebre, così come la puzza di brace casalinga di quello che vive e non muore sotto di me. È un dato: chi vive non muore. Non ancora.
Ho sentito quello che vive sotto scaldarsi al telefono sul tema del referendum. E pensare che avevo spento anche il televisore perché assediato da questo tema che non mi appassiona per niente. Mi stupisco di come le persone amino associare la loro faccia a slogan banali come “IO DICO NO!” oppure “IO SONO PER IL SÌ”. Stanno ore a fare fotomontaggi, a costruire avatar.
Il pensiero che faccio è sempre lo stesso: e chi se ne sbatte?
Non mi scaldano questi toni patetici, volgari, convulsi, queste rivendicazioni esagitate. Le voci alterate di Grillo e Renzi mi danno il voltastomaco. Questa campagna referendaria a base di schizzi di merda è troppo anche quando si sceglie un approccio distratto, distante.
Ma è chiaro che sbaglio io. Chiaro e pacifico, ma mi sta bene. Sono più attento alle luci che a queste chiacchiere. Conta più la luce fuori e anche quella dentro, conta la sintesi tra le diverse luci, il risultato che non assume mai l'assodata definizione di un colore accettato. Il proprio colore, lanciarlo nell'etere senza mutande, è un errore a prescindere. Sarà riservatezza, timidezza, sociopatia. Non è importante. I colori devono essere vestiti di altro, che siano brividi, paure, canzoni, abbracci nei disegni. I colori non possono chiedere credito per il mondo con le mutande abbassate.

Dopo cena, metto su la filodiffusione. Esiste ancora. Basta cercarla. Esiste e non è niente male. Capito su “Camera a sud” di Vinicio Capossela, la cosa mi deraglia per qualche secondo, è un pezzo che mi ricorda momenti che non ho conservato e forse neanche vissuto. I primi dischi di Capossela mi riportano sempre a sud di me stesso, io che già sono più a sud del sud che mi hanno assegnato.
Poi rido. Come un coglione. Cosa c'è più a sud del mio deserto? Il parco giochi dei miei sogni, probabile. Organizzato da una vecchia matrona, ex tenutaria di bordello, annoiata puttana alle prese con la svogliata anarchia di fantasticherie al confino. Una burrosa e felliniana Gradisca che a una certa ora fa l'appello con voce strascicata, ed è allora che i miei sogni tornano in collegio, in fila indiana, mortificati nel sesso, nella grandeur letteraria di uno stoicismo impossibile, sogni che non riescono neanche a baciarsi in bocca e quindi saldarsi.
Sogni che non ho mai venduto e non ho proposto ai vari mercatini delle pulci. E questo, sia chiaro, non mi fa onore. Perché i sogni senza prezzo, diciamolo una volta per tutte, vivono di un equivoco indegno e ormai ridicolo: l'intoccabilità di un individuo di fronte ai percorsi agognati.

Chissà quando, penso da bambino, ho imparato a studiare più la luce fuori, quella che filtra dalle tapparelle, dai vetri sporchi, dalle assenze, a scapito di quel villaggio sempre aperto al pubblico che è la comunicazione fintamente trasognata delle proprie azioni. Chissà quando. Ma non si torna indietro. Non si torna mai indietro. In molti, per questo, fanno fotografie per fronteggiare questa malinconia fisiologica e dolorosa. Io non faccio foto. Io scrivo su piccoli costoni di roccia, rigorosamente di notte, poggiandomi sulle dannazioni che ho collezionato. Perché io la nostalgia non la so gestire: diventa subito maledizione, sedimento, feritoia sul buio, albero d'insonnia e purtroppo gesto ferito.
Vorrei non ricordare. Desiderare poco e male. Fidarmi delle smanie collettive. Darmi liturgie e dogmatismi tascabili. Ma non riesco. Esco sempre fuori dai disegni, dai quadri, dai margini. Cerco spazi. Scopro puntualmente che sono a sud del mio sguardo, in un nuovo deserto dove mica lo so, se la filodiffusione la troverei.
Intanto, questa filodiffusione di stasera continua. Questa è alla mia portata: Bruno Martino, Avion Travel, Paolo Fresu, La Crus. Amo tutti. Ma è ovvio, dietro la curva del cuore sono tagliato in due: e non riesco a capire quale delle due parti mi porterà ancora più a sud, dove la luce esterna potrà decidere per me che parole usare quando sarò interrogato.

©Luca De Pasquale 2016



16/11/16

La fontana sottomarina


Senza volerlo, mentre sono fermo per strada ad aspettare me stesso, i miei comodi e il mio motore, origlio l'animata conversazione di una coppia per strada.
A quanto pare, discutono del figlio che lei vuole e lui non si sa. Sembra di stare in una fiction di Rai Uno, di quelle domenicali. Non mi stupirei se arrivasse trafelato in bici Don Matteo o Beppe Fiorello travestito da Fausto Coppi, John Fitzgerald Kennedy o Meucci.
Il loro confronto, sostenuto e un po' isterico, mi mette addosso una malinconia inestinguibile, amarissima. Il loro prodigarsi così sinceramente verso un compromesso che non scontenti nessuno mi fa sentire l'ultimo maledetto e inutile pirata in circolazione.
Voi parlate di figli. Cazzo. Qui c'è un odore di foglie bruciate, di ultimi lembi di campagna, c'è odore di pane caldo del mattino e di dolore. Gli uomini sembrano tutti dei pupi in camicia e brillantina, gli animi sensibili ricordano delle mammolette senza palle e quelli duri e rozzi non meritano niente di più di un abbonamento televisivo alla loro squadra del cuore. Le donne che camminano oggi per queste strade mi danno l'idea di essere infelici. Infelici di brutto. Da quanto tempo la lingua di un uomo non comporta l'idea di passione ma, invece, di dovere e di obbligo alla carne? Quante preghiere già piegate recitano la sera?
In questa città abbiamo conservato il minimo coraggio di godere?

Mamma ci aiuterà a crescerlo”, dice lei.
Tua madre è proprio una bella persona. Le voglio bene”, fa lui.
Mi ha già detto che ci destinerà una cifra mensile”, lei sorride.
E allora... bè, grazie... cioé... con queste premesse io... allora...”
Che nausea. Che dannata nausea mi prende. Sarà colpa mia. Io ho la mentalità della sveltina. Questi dialoghi mi fanno sempre venire voglia di una sveltina. Di quelle che non sono piacere sessuale ma prenotazione dell'addio.
La capacità di creatività sul dolore delle persone mi fa sentire improprio, osceno. La troppa voglia di vivere e sopravvivere che sento in giro mi fa voltare, come in un sogno simbolico e cretino, verso una strada sterrata bianca e senza segnali. Tutta questa merda di galleggiamento non mi ricorda l'amore, e allora impazzisco.
Ti carezzerò i capelli, ti percorrerò le labbra con le dita, ti citerò dei versi già usati a Pasqua, a Natale, in un altro letto, alla periferia di un sesso che ora è vintage da obitorio. Tu mi ammazzerai con qualche richiesta così normale e sensata che io non respirerò più.
Pianificare un figlio, chiuderlo prima del tempo nella stanza dei suoceri. Potrei impazzire per molto meno. Il contributo delle famiglie unite. Potrei impazzire ora.

È una mattina di mezza campagna e mezza città in cui fattori, contadini e mezzadri che non lo sono affatto bruciano l'erba. L'odore di una verità provinciale, pulita e metodica che va ad affrontare tutti i miei demoni in libera uscita. Agli occhi -se esistono- di tanta voglia di vivere, le mie mosse valgono meno di una sveltina. Se aspettassi una donna in una stazione, l'aspetterei per non rimanere. Se salutassi prima di dormire, non penserei mai al mattino dopo.
Dopo le tempeste, gli uomini sono portati a credere che la verità è il momento, il momento che si supera da solo, demiurgo e carnefice di se stesso. Il momento passa e chi ne ferma uno è vecchio. Agonizza. Il tempo spinge a lucide forme di ammutinamento. Il tempo supera e irride l'amore al punto che le speranze si trasformano in meste pianificazioni.

Non volevo dirtelo, amore... ma mamma ha già comprato due tutine, una rosa e una azzurra... per buon augurio... poi una delle due si regala ai poveri...”
Lei parla, lui la bacia. Sto assistendo al concepimento di una continuazione, all'imbastitura di una prosecuzione dinastica. Non respiro bene, devo allontanarmi. Questa roba è peggio della ghigliottina.
L'odore di erba bruciata non riesce a coprire quello del mare. E questo è male. Mi guardo le scarpe mentre mi allontano. Aspettare nelle stazioni è un alibi che non si decide tra i ricordi e gli addii. Gli uomini come me hanno più dimore, quella diurna è tra le voci della gente, quella notturna è una fontana di lava in fondo a un mare, senza statue, senza scrigni, terrazza sottomarina sull'amore che perdo ogni volta che ci penso.

©Luca De Pasquale



13/11/16

Ritorno alle origini


Quando torno a Napoli, appena entro in stazione, mi prende un nodo alla gola. Inizio a sentirmi sporco e tutto il rinnovamento che avevo provato prima scompare di botto. Sarà l'idea del passato. Sarà il peso di quello che non ho risolto, penso, mentre già con la sigaretta in bocca mi faccio spazio verso il predellino.
Le valigie degli altri sono colorate, di dimensioni varie, molte sono firmate. Il mio trolley è marrone e apparentemente senza marca. Io sono un trolley con naso e bocca. Tutto quello che mi ero messo alle spalle ora, con questo approdo conosciuto, mi torna indietro. Il vomito dei miei santi polverosi.
Come staranno quelli che volevo dimenticare?
Sotto quali corpi maschili transiteranno le donne che mi dovevano salvare?
In quale melmosa sostanza evanescente si sono trasformate le simpatie, i brividi, le maledizioni?
Mi viene da pensare a un disco di Pino Daniele che ho letteralmente consumato per anni, “Bonne soirée”. Formazione pazzesca, Mel Collins al sax, Jerry Marotta alla batteria, Pino Palladino al basso. In “Boys in the night”, uno dei miei pezzi preferiti, al sax c'era il povero e grandissimo Larry Nocella.
Mi sembra di rivivere l'aria notturna di quel disco, il suo piglio orientale, la sua svagatezza ritmica così chirurgica. Mi sento come “il colore del giorno sulle macchine bagnate” e chissà se nel 1987 ero innamorato. Non ricordo.
Poco distante da me c'è una ragazza con i capelli molto lunghi e la faccia intelligente. Lo sguardo acuto e impaziente.
Il suo trolley è rosso. Più piccolo del mio. Sento il suo odore. Un odore che andrebbe bene per un giorno di pioggia senza lutti da ricordare o rimuovere. La desidero sessualmente e non solo. Vorrei morire d'amore per lei. Amarla a tal punto da restare deluso e fottuto e dunque ottenere un alibi per un nuovo esilio. Cos'è, amare qualcuno talmente intensamente da guadagnarsi una forma di suicidio emotivo assistito?
Ha una bella faccia, questa ragazza. Non è una di quelle che apparterrebbe mai veramente a un uomo. È sua e basta. Come tutte le donne. Solo che molte si ostinano a negarlo. Io lo so che risponderebbe ai miei gesti studiati e disperati con una vitalità che non sarei mai in grado di sostenere, di gestire, di valorizzare.
Io comincio a amare sempre da quello che non sono stato, che non sono e non sarò mai. Costruisco i miei amori in stanze lasciate da anni, decido l'amore con la finta casualità delle navi che partono di notte, so che il troppo amore fonde i miei meccanismi e allora cerco quel rischio e quella proposta unilaterale di schianto.
Continuo a fissare la nuca della ragazza. Mi determino a innamorarmi perdutamente. Sto tornando alla mia città, ai miei fantasmi chiari, appoggiati a vecchie ringhiere fumando marche di sigarette ormai fallite.
Che sigarette si fumavano nel 1973? Ma che importa?
Napoli mi riaccoglie con il sole. Non sono felice, ma gioco in casa. Sono anni che cerco un pirotecnico suicidio dei miei sensi attraverso una passione che mi distragga da tutto il resto. Sono anni che cerco il suicidio nella vita, proprio nella vita, e non chiedo al cielo di favorire le mie mosse di redenzione. Voglio parlare a questa ragazza. Voglio davvero parlarci.
Ti amo, voglio dirle, dammi un bacio e dammi veleno. Dammi veleno in bocca, dammi pace, dammi la follia di non poterti controllare. Dimostrami che non sarai mai mia. Fammi giocare con la parola “suicidio” attraverso un'estasi a cottimo.
Il treno si ferma, molto lentamente ferma la sua corsa al binario 15. Tento di odorare i capelli della ragazza con il trolley rosso. Cerco un po' di futuro in tanto passato che mi rumoreggia nello stomaco.
Ma, appena scesi al binario, mi accorgo che è attesa da un uomo. Si abbracciano. Lei è felice, lui è una faccia di cazzo. Io perdo. Io perdo e il banco mi mangia un altro pezzo di faccia, allargando la zona notte della mia casa vagabonda.
Chiuderò i conti. Con amore o senza.

©Luca De Pasquale




Tu sei quello che non sai


Ogni tanto, parlando con qualcuno, mi rendo conto che appaio (o sono) come non credo di essere.
Mi accorgo di aver dato un'idea -o un'immagine- totalmente fallace rispetto a quello (poco) in cui credo, che perseguo e che, in qualche modo, mi motiva quotidianamente.
È principalmente l'aspetto “ideologico” a patire di questi equivoci clamorosi e spesso comici. Avrò di certo la mia bella percentuale di colpe, perché è innegabile che tutti noi -e dico tutti- abbiamo qualcosa di ambiguo, di incongruo, di non risolto, di “discrepante”. Ma non è solo colpa del singolo. La responsabilità va data anche ai preconcetti, alle idee precotte, alle definizioni comode e più in uso, alle idiosincrasie personali che vorrebbero tutti i nostri amici e conoscenti simili a noi e al nostro mondo.
Ad esempio, l'anarchia viene spesso vista come posizione individualista assoluta, come strana e deforme parente della strafottenza civile. Idea sbagliata, conclusione proditoria. Avere idee sociali e economiche inevitabilmente associabili alla sinistra può essere visto come una contraddizione ingiustificabile. Spesso mi hanno chiesto: “Ma insomma, sei anarchico o sei di sinistra?”
Ponendo, nel primo caso, che io mi diverta a disegnare simboli anarchici sui muri delle banche; e nel secondo che io frequenti attivamente centri sociali e volti noti dell'antagonismo regionale. Entrambe le cose non mi interessano per nulla, lo chiarisco ed ecco che scatta il retropensiero subdolo: “Allora non è anarchico e non è di sinistra”. Ma è anche probabile che io sia anarchico e di sinistra pur essendo lontanissimo da certe abitudini. Qual è il punto?
Forse l'unico aspetto che sono riuscito a chiarire in quarantaquattro anni di vita è che non sono di destra, che sono contrario al capitalismo e al liberismo e che non credo in nessun Dio. E che non mi sento affatto sfortunato e stronzo per questo. Come tutti quelli che non credono quasi in nulla, ho la mia mistica personale; una forma in perenne divenire, probabilmente un po' zoccola per vezzo, una mistica insofferente a ogni forma di vincolo e di definizione. Una mistica che significa anche che sono cazzi miei quel che mi piace, mi eccita e mi tiene insonne.

Gli equivoci sono continui e destinati a ripetersi all'infinito, un po' su tutto. Sui gusti artistici, sullo sport, sulle donne, sui desideri e persino sulle speranze. Un tempo me ne preoccupavo fattivamente. Cercavo di farmi accettare, cercavo la morbidezza relazionale e il chiarimento snebbiante. Non è più un mio problema.
Perché sbaglio anche io, e di brutto: sono capace di cambiare idea su una persona se scopro che è un integralista religioso, se è un reazionario, se rompe i coglioni con il suo ego, se pensa di essere il migliore nel suo campo. Posso smettere di frequentare qualcuno se scopro che ha in mente di scrivere un giallo alla moda. Giudico le persone anche dal loro parco amici, e questo oggettivamente fa schifo. Giudico le persone, pur cercando di tenermi a bada, dai privilegi che hanno e che ancor peggio ostentano. Non posso frequentare industriali, imprenditori, PR, rampanti manager, scrittori che si evirerebbero pur di essere popolari, xenofobi, guerrasantisti, predicatori uterini, spocchiosi intellettuali con lo scolo mentale, Regine del Brivido Al Basso Ventre e apostati del collezionismo di coiti. Non li frequenterei ben sapendo che “loro” non frequenterebbero mai me. E non c'è nessun problema al riguardo.
Tra me e un ricco rampollo della Napoli bene ci passano oceani, fiumi di rancore sociale, differenze di classe e di desideri, scelta dei sodali e quant'altro: inutile perdere tempo reciprocamente.

Quindi, ammetto di essere molto difettoso. E di avere dei pregiudizi. Di essere diffidente, sospettoso, incarognito e potenzialmente sgarbato fino al nichilismo. Sono scelte. Sono, ripeto, contrario alle perdite di tempo.
Sento di consigliare a tutti di non affannarsi più. Di non perdere la fantasia dietro a compromessi comportamentali e malcelata tolleranza di convenienza, perché poi i nodi vengono al pettine.
Non si può fingere a lungo. È paradossalmente più facile simulare piacere sessuale: “Te lo giuro sul mio cane del 1984 che non ho mai goduto così, sei una macchina del sesso”.
Oppure: “Sono talmente innamorato di te che non riesco a dimostrartelo”.
Ma il resto, il sostrato di una persona, le sue intime convinzioni, non possono mescolarsi al doppiopesismo, alle regole di cieca accettazione del pianeta “altri”. Non siamo obbligati a piacerci, a seguirci, a fiutarci il culo.
Non in nome del passato e men che meno in quello del futuro. Non sotto le insegne del possibile e del probabile. Non parlando in termini di potenzialità che resteranno inespresse e andranno a caricare la groppa delle frustrazioni.
Se uno mi dice “leggere Marx non serve a un cazzo”, il mio passo successivo non sarà quello di regalargli un tomo di Julius Evola. Forse penserò che abbiamo un background differente e lascerò le cose in standby; ma se la sua prossima esternazione dovesse essere “chi non mangia pesce è un coglione” è chiaro che troncherò.
Evitandogli, all'ipotetico tipo, quel fastidio enorme che è dire a qualcuno “ci somigliamo per forza e tu non ne sei a conoscenza”.
Le diversità sono fantastiche, sono il sale del mondo, ma non devono diventare una purga sociale. Di olio di ricino ne beviamo ogni giorno una quantità sensibile, perché accentuare la punizione per paura del silenzio?

©Luca De Pasquale


12/11/16

Geometrie dell'alba inquieta


Mi sveglia il temporale all'alba. Ma ero già sveglio, in effetti; perché sognavo.
Il mio orologio sostiene che sono le cinque e quaranta e fuori c'è una specie di pozzo bianco che sfida la forza di gravità e diventa cielo adatto per il tempo interiore.
Dormono tutti. Io no, il mio tempo interiore no. Il mio tempo interiore che mi sembra così importante, così dannatamente rilevante, e invece è un bluff, un hobby personale, un'estemporanea estensione di roba che mi è sconosciuta, a tempi fatti.
Cosa sarebbe, poi, il mio tempo interiore.
Le ipotesi sono molteplici:

  • piste d'aeroporto all'alba, rigorosamente chiuse;
  • amore restituito che è diventato calma e sentiero;
  • forme di dannazione privata con salvagente;
  • le auto che vanno in controsenso di primo mattino nella strada attigua alla mia;
  • la musica che mi aiuta a mandarmi a fare in culo quando pretendo cose;
  • i fantasmi che non sono mai tristi visite al cimitero ma assenze di costruzione;
  • l'aria fredda dell'alba che impatta contro il petto di un uomo -che sarei io- con una temperatura corporea più alta della media;
  • i bicchieri colorati che mi piacevano da bambino e che ho regalato negli anni, smembrandone lo spirito unitario di festa;
  • l'odio feroce e crudele per un passato che non ricordo, non ricordavo, non ricorderò;
  • i film che mi risucchiano nello schermo come un implorato Poltergeist;
  • le donne che mi hanno sorriso e che ho sperato di non conoscere;
  • le donne che non mi hanno sorriso e sono diventate interessanti solo per questo, perché un uomo è quasi sempre un idiota;
  • le paure concrete e gestibili che diventano guardiani della notte;
  • l'aver capito che un bacio non è niente, che gli abbracci spesso sono cancellati dagli spostamenti e che gli stessi spostamenti hanno le loro leggi di estinzione, in merito alla durata delle emozioni.

Quando qualcuno mi ha detto “sei bello dentro” mi è sempre scappato da ridere. Ma di che cazzo parli, cosa ne sai? Solo perché sono un riflessivo, una specie di custode dell'alba, e perché non sono un cesso esposto alle intemperie da un punto di vista meramente estetico?
Il tempo interiore di un uomo, di un qualsiasi uomo, è una religione che non prevede adepti: neanche il diretto interessato.
Non provo indulgenza e simpatia verso il mio tempo interiore. Lo vedo come una distesa di momenti collegati tra loro da impervie funivie, un panorama diseguale di capricci che vantano una nobiltà inesistente, capricci travestiti da necessità, da meritorie rivolte dell'anima. Ma io lo so che il giochino della nobiltà e forse la peggiore tra le farse che un uomo autodetermina.
La nobiltà d'animo non mi interessa. La parola “integerrimo” è una merda, l'ostentazione della coerenza è una forma di pazzia autoreferenziale.

Alle sei e mezza passa un'auto grigia, contromano. Sfreccia nella bruma del mattino piovoso, semina velocemente i miei occhi, il mio sguardo socchiuso. Sono solo un tipo dietro i vetri con la sigaretta. Un ex bambino che sogna la neve appena arriva il primo freddo. Il calore eccessivo del mio corpo mi salda ai posti dove vivo e mi esprimo. Mi rende parte della scena, ma quando faccio una carezza, quando rischio con l'affetto e la spontaneità mi chiedo sempre se si tratta veramente di me o di una controfigura.
Questo è l'effetto di svegliarsi troppo presto, quando tutto -proprio tutto- va contromano, fari accesi e guidatori nascosti dai vetri appannati.
Questo è un effetto secondario di quella religione deserta che si chiama osservare, nelle sale d'attesa, nelle stazioni, sui moli affollati dell'estate, nell'ultimo tavolo a sinistra del ristorante rustico, sulle terrazze delle feste con candele e vino, nascosto dietro la preparata bellezza di una donna mai vista o da quattro gatti esaltati, impegnati in battute non proprio trascendentali.
Osservo, riporto impressioni a me stesso, le scrivo, me ne stacco, ci vomito sopra, le riprendo, le uccido, le dimentico. Poi ricomincio con ritmi diversi.

Alle otto sono definitivamente sveglio, abbarbicato alla mia postazione classica da dove osservo e combatto. Ho preso il sapore delle mie sigarette, combatterò con ombre che io stesso ho alimentato per vezzo, perderò tempo con gli addii. Inevitabilmente. Mi inventerò draghi da decapitare e principesse da non guardare mai veramente negli occhi. Ballerò in posti che non mi potranno mai riconoscere, perché quelli me sono sempre ospiti e mai residenti. Mi ostinerò, anche oggi, anche domani, a ripetermi a voce calda che non ho capito e che capire non conviene. Capire elimina troppi punti strategici di osservazione e di educata consunzione. Poi si smette di sognare la neve e si comincia a far schifo sul serio. Non si rischia più niente, si diventa dei ragionieri, dei consolatori delle proprie voglie e inclinazioni. Si inizia a morire ad alta velocità, con lo stesso effetto di quei treni moderni che inghiottono il panorama privandoci dell'opportuna lungaggine legata al nuovo.
Alle otto e mezza tutte le auto percorrono la strada nella giusta direzione. Che noia.

©Luca De Pasquale


11/11/16

In morte di Leonard Cohen


Vorrei poter dire tutto quello che c'è da dire in una sola parola. Odio tutte le cose che possono accadere tra l'inizio di una frase e la sua fine.
Leonard Cohen

Mi sveglio intontito, dopo una notte di freddo, di insonnia a strattoni. Fatico a prendere contatto con la realtà: forse perché mi interessa poco.
La prima notizia che il mondo mi regala tramite l'utilissimo e odiato pc è la morte di Leonard Cohen.
Resto davanti allo schermo per qualche minuto, senza movimenti, senza idee. Non riesco mai a ragionare social: se posterò qualche foto da qualche parte lo farò solo per nostalgia.
Non scriverò un excursus discografico su Leonard Cohen, non scomoderò vecchi ricordi per associarli alla sua musica e alla sua poesia. La morte di un artista non dovrebbe mai essere viagra per il proprio ego.

Forse non è un caso che in questa mattina la luce non si discosti molto dalla notizia ferale appena appresa. Una luce strana, a metà tra un bianco sporco e svogliato e un nero di contorno, lento, inesorabile avanzamento di temporali alla moviola. Una luce indolente, che mi infastidisce; sembra che in cielo non ci sia una sola certezza da andare a spacciare al mercato di se stessi e delle relazioni. Una luce gratuita e spietata che rende amore e sesso come giocattoli difettosi, salvadanai rotti, riserve di irrazionalità andate a farsi fottere.
È in questa luce irritante -che dimostra la colpevole distrazione di Dio- che un uomo può muoversi senza strategie, decidendo tout court di negare, negare ogni cosa e prendersi il materiale di risulta setacciandolo come oro.
In mattine come questa la speranza, l'enorme speranza che la gente si trascina dietro come un cane fedele e malato, è qualcosa da abbattere e non da accettare. Commuoversi per le grandi speranze è un atto oltraggioso. Cosa sono le speranze, se non la differenza tra sogni e fallimenti?
E chi se ne importa se il mio pavimento sarà il soffitto o il cielo di qualcuno?
Se i pedinamenti alle ombre saranno interpretate via via come coraggio, come originalità, come spirito di corpo con la propria vita?
No che non importa. Con questa luce si va contro, contro in modo deciso, semicieco, inerziale, necessario. Le grandi speranze che respirano stanche e contraddittorie per le strade sono come sagome per il cecchino. Si diventa spietati, si diventa ferro fuso, fogna di amori inconfessati, si diventa schizzo su un bel vestito da sera.
È morto Leonard Cohen. Non ascolterò la sua musica oggi. Non mi va di aspettare il caffè per fumare, accidenti, vaffanculo. Forse dovrei fumare anche quando dormo. Forse dovrei svegliarmi in un luogo palesemente ostile; non in questa molle fisarmonica che alterna movimenti assurdamente solenni e che fa vento, non distinguendo tra l'inutile e il bene, tra il gesto che resta e la smorfia sporca della fiera indifferenza. Detesto le mezze misure, più di quanto detesti aspettare il caffè la mattina per fumare.
Non scrivo saggi Bignami su Cohen, oggi. E pensare di fare poesia su una prosa fantasma è peggio che venire dopo due colpi al primo grande appuntamento. Oggi, la pazienza dell'esistenza condivisa fa male, è noia e sfugge; oggi le strade resteranno deserte e gli alberi di Natale in miniatura entreranno a stento negli occhi dei bambini. Di certo non nei miei.

©Luca De Pasquale


03/11/16

Violenza scongiurata in finta quiete


Io non ti ho tradita... te lo giuro sul mio sangue e sul nostro grande amore...!!!”
Sono le urla di un tipetto che sta litigando in auto, dopo le 22, con la sua fidanzata o quel che è. Il tizio, che presumo non abbia più di venticinque anni, ha la voce strozzata e alterna un italiano affettato con un dialetto enfatico, figlio di origini umili (che lui chiaramente deturpa) e soprattutto di troppe trasmissioni su Canale 5, in primis quelle di Maria De Filippi e affini.
Io sono a casa, perso nelle mie sigarette e in “Greetings from Asbury Park, N.J.” di Bruce Springsteen, album che è per me -da sempre- un punto di non ritorno, una resa dei conti.
Il ragazzo/mezzo uomo continua la sua atroce sceneggiata, mentre la sua ragazza piange, piange a dirotto. Piange per uno stronzo del genere. Quanto tempo perso.
Tu mi fai soffrire”, biascica la ragazza, “tu mi hai ingannata”
BASTA STRONZA! BASTA, VAFANCULO, BASTA!!! IMMATURA!!! MA C'AGGIA FA', M'AGGIA ACCIRERE.. ME SO RUTT 'O CAZZ... VAFANCULO, PORCO YES... io te lo giuro sulla corona di mia mamma e sul mio sangue che io NON TI HO TRADITA!!! Hai capito, CESSA? Hai capito, BUCCHINA MIO DOLCE AMORE??? IO ESCO PAZZO PER TE, TU SEI LA MIA LANGUIDA OSSESSIONE, VAFANMOCC' A KITEMMUORT...”
L'individuo assesta un pugno sul volante. Parte il clacson. Lo disincastra solo dopo due minuti. Si affaccia qualcuno, ma è chiaro che si cacano sotto tutti.
Io, invece, scatto. E scatto male. Con gesti calmi, non solenni, vado nel ripostiglio e prendo la mazza da baseball. Ora basta. Voglio sfondargli il culo. Senza ritegno, due colpi sulle ginocchia, uno allo stomaco di stecca e una testata. Così penso di fare. Inutile verme. Un uomo che fa piangere così una donna, e che parla in questo modo finto ripulito e molto folkloristico, deve crepare lentamente. Almeno per i miei gusti.
Uno così deve essere punito. Male e velocemente.
Trovo la mazza, sono sempre calmo. Penso che chi me lo fa fare, cazzo. Non sono fatti miei. Penso che quando mi scatta la violenza sono pericoloso. Come tutti quelli che non sono violenti. Cerco di convincermi a non scendere, penso ai miei affetti, penso al mio modo di pensare e di sentire. Penso che non devo farlo. La sensazione della mazza da baseball nella mano sinistra è una tentazione demoniaca senza misura, senza giustizia. È solo violenza che cerca un estuario. Dovrei disgustarmi di me stesso.
Ma la mazza non la poso. Anzi, calzo il guanto nero di pelle senza dita per tenerla meglio.
Un uomo tranquillo, che ascolta dischi di Bruce la sera e fuma troppo, è più pericoloso di un teppista se sollecitato nel modo sbagliato.
Perché in ogni uomo che ha trattenuto varie cose la violenza è vecchia di anni, è come qualcosa che è stato messo lì a macerare e a incattivirsi. Di cosa sarei capace se vecchi conti in sospeso superassero i miei stessi pensieri, lo stile di oggi, le conseguenze che ho accettato?
Non ho problemi a dirlo: c'è molta gente cui mi sarebbe piaciuto fare il culo. Sin dai tempi del liceo, passando per i posti di lavoro, le frequentazioni, gli ex amici, i predicatori monorchidi, i santocchi vittoriani, gli ossessionati dai credi. Quante volte ho pensato di fare male, quante volte mi è piaciuto poter considerare l'ipotesi di farmi giustizia in modo risoluto?
Spesso. E chi non lo ammette è un ipocrita maledetto.

Torno in salotto, dalle cui finestre potevo visionare la scena. Accendo un'altra sigaretta. Ho ancora il guanto e la mazza. Respiro piano, che è peggio.
Le urla, però, sono finite. L'auto è ancora sotto le mie finestre. Il disco di Springsteen continua, vecchia meraviglia. La notte è una distesa di schifose bugie diventate cuscini e messaggini glassati, sciocchi.
Mi sporgo, i due litiganti sono avvinghiati. Dai finestrini aperti, sento chiara la voce dell'idiota: “ti amo amore mio tu non hai capito niente io ti ho sempre amata e quegli auguri che ti dovevo fare per l'esame te li ho fatti sulla bacheca di facebook e non sono mai andato a ballare con Diana che è bella ma per me è come una sorella e ti amo toccalo è duro fallo andare su e giù io ti sposerò ma lo faresti con la bocca tu sei la mia ossessione fallo con la bocca voglio il tuo perdono ti porto a Parigi”
Torno dentro. La sigaretta sa di vecchi incontri. E dunque mi fa orrore. Anche stasera non farò male a nessuno. Mi disinnesco, brutto come le rinunce, pericoloso come ogni rinvio.
Vorrei dormire nel vinile di Springsteen e risvegliarmi altrove, senza la libertà di conservare la violenza antica. Senza il vizio di forma della pazienza diventata veleno. Mi piacerebbe essere bello di notte, carpire brevi fasci di luce da considerare amore, senza quella luce oscura che nasce come pretesto di vendetta e che devo convertire in sonno, fallendo puntualmente.
Sorrido al vetro della finestra. Tra sei anni ne avrò cinquanta. Se avrò coraggio, estinguerò la violenza annidata nei miei rifugi, farò a pezzi le predazioni, le malversazioni, i tormenti da svendere al prossimo Natale, il bacio suicida che si manifesta in un'assurda confessione fuori sincrono.

©Luca De Pasquale