30/10/16

I peggiori istinti


Joni Mitchell, “Shadows and light”.
In questo prezioso disco, Jaco Pastorius è semplicemente leggenda.
Affiancato da una band dei sogni, Michael Brecker, Pat Metheny, Don Alias, Lyle Mays, Jaco Pastorius dimostra senza mezzi termini che il basso può essere una condizione dell'anima, uno stato di grazia e di crisi, un totem in continuo movimento.
In brani come “Edith and the kingpin”, “Goodbye Pork Pie Hat” e “Hejira”, Jaco non è solo il bassista; è il maestro di cerimonie, l'artificiere, il rompicollo, quello che rischia di più.
Non mi stupisce che Jaco Pastorius si sia fottuto la vita e il genio.
Doveva andare così. Romantic and snowblind, direbbe Joni.

La giornata oggi ha tinte medie, sfocate, insoddisfacenti. Lo sguardo verso il domani si costruisce sugli sbagli di ieri e non solo. Il televisore è acceso nell'altra camera. Si parla del referendum. Sono consapevole che non me ne fotte niente. Davvero niente. Ho smesso di credere alla politica da ragazzo, in realtà non ci ho mai creduto. Non posso neanche chiamarmi un deluso. Ma quale deluso. Il deluso è sempre a rischio di nuove infatuazioni, io no. Io per niente. I delusi -in politica, in amore, nel sesso, nei soldi- sono sempre alla ricerca di nuovi maledetti profeti. Ho sempre pensato che i profeti nascono per essere mandati affanculo rapidamente. Il disco di Joni procede e mi rendo conto che non ci sono cause per le quali mi spenderei, cause riconoscibili intendo.
Sono solo, a sinistra, all'estrema sinistra del vuoto. Non cerco compagni di cordata. Cerco altre emozioni.
Cerco quel particolare sentimento che Jaco sembra interpretare alla perfezione nel live di Joni Mitchell, un febbrile equilibrismo sui sogni, mantenendo gli occhi ben aperti. Visioni e sapori che non siano consolazioni, che non nascano da quella precisa debolezza.

Al bar si parla del terremoto, del traditore Higuain, del tempo, dell'ora legale che ci ha lasciati.
Bevo il mio caffè. Ho gli occhiali da sole. Non voglio confidenze. Non voglio neanche ispirarle.
C'è un tipo che arringa gli altri avventori con frasi senza senso come “ma voi sapete tutto quello che il governo non vi dice? Ci riempiono di bugie i mess midia... siamo noi cittadini che dovremo ristabilire la verità... voi lo sapete che il governo ladro non ha detto che la cognata di Renzi ha appaltato tutti gli autogrill del cuneese per la carta igienica? Noi invece lo abbiamo scoperto...”
Il tipo si crede un profeta. Un ribelle. Un riequilibratore di verità nascoste.
Povero coglione arrogante.
Bastasse questo. Fosse così facile. Coglione. Facile lanciare anatemi, fare fantapolitica distruttiva e mantenere i privilegi. Coglione infatuato.

Tutti questi cercatori di verità non vogliono altro che allontanare dubbi, incertezze, tare e ossessioni da se stessi. Cercano la verità dappertutto, sfidando apertamente il patetico che li seppellirà. Per loro la verità è nel loro quadretto privato perfettibile, nei loro orgasmi routinari, nella rete di affetti e dipendenze che tutti sappiamo creare senza aver progettato l'uscita, per loro la verità è nella loro stessa idea di giustizia, di equanimità, di etica.
Al macero i bassi istinti. Mai confessarli, se non fingendo di scherzare.
E via con i luoghi comuni. Sesso=vitalismo. Famiglia=stabilità. Leggerezza=capacità di godersi la vita. Vino&canzoni=convivialità. Impegno sociale=capacità di leggere la realtà nel modo migliore.

Ritorno a casa. Ho ancora voglia del disco di Joni Mitchell e di quel basso. Piccoli pezzi di verità si trovano forse negli sconvolgimenti, nelle cose interrotte, nei terremoti, nelle fedi perse, nelle persone che non riusciamo ad amare, nelle curiosità sincere e tenere che rispediamo al mittente perché scambiamo ancora la crudeltà per selettività.
Sono stato crudele. Superficiale, passeggero, veloce di valutazione e di addii. Sono stato presuntuoso, ho creduto di essere un artista e poi ho scoperto che mi interessava più essere un uomo.
Essere un uomo significa accettare gli istinti. Anche quelli osceni, controvento, mezzi ciechi, solitari, crudi e fragili come un tentativo di volo in mezzo al cemento. Essere uomo è prendersi carico della propria storia, rapida e qualche volta dannata, senza ululare alla luna. Senza prendere i soldatini dai vecchi mobili per fingere di avere un esercito.
Oggi, con questo sole stinto, ancora nelle orecchie gli anatemi di quel beota, so di non avere nessun esercito, faccio gavetta e mi ferisco con i margini, e quando guardo al bene mi accorgo di non reggere ancora lo sguardo.
Troppe folate di vento gelido, in quel teatro abbandonato dove faccio prove di equilibrismo, cercando tra le sedie vuoto il sorriso che invece dovrei avere in dotazione io.

©Luca De Pasquale 2016

27/10/16

Il giovane agguato


Finisco nel quartiere universitario. E mi rendo conto di alcune cose. La prima è che non ho più quell’età. L’età degli studenti. La mia è una considerazione da vecchio, da nostalgico. Disprezzo tanto la mia malinconia latente che questo atteggiamento da reduce.
Nel fast food, sono di certo il più vecchio. Mangio il mio panino con cotoletta e mi sento gli anni addosso come un’influenza stagionale. Starnutisco nostalgia, la mia tosse proviene da altre ere, che non saranno certo nobilitate dal mio scriverci intorno.
Sempre la stessa solfa: malinconia e nostalgia mi mettono alle strette, sono veri e propri processi privati con troppi giudici e un uditorio insopportabile: tutti i miei alias in prima fila, a succhiare caramelle e a dannarsi.
Ho troppe cose da fare per perdermi in questa robaccia. Eppure, non riesco a non guardare i vestiti dei ragazzi in giro, non riesco a non notare lo scarto infame tra la loro energia eccessiva e vitale e il mio gioco di rimessa in punta d’ombra, con le luci del mio santuario accese per diventare futuro ricordo.
Cosa vado cercando? Cosa vorrei?
Uno aspetta tutta la vita, davvero tutta la vita, quella sensazione, quel brivido che ti dice: “non hai più niente da perdere sul serio” e poi si finisce nella giungla delle retromarce. L’hobby delle beffe continue.

Passo accanto a un negozio che vende roba per Halloween. Roba da streghe. Streghe di cartapesta, dolcetti inspidi, scherzetti che non fanno sorridere. Il 31 ottobre ci sarà questa roba. Come tutti gli anni. Ma quest’anno il 31 ottobre passerà in silenzio, senza che io dica o scriva una sola parola. Ho deciso di fottermene –una buona volta- del 31 ottobre.
Al bar ci sono tre giovani avvocati. La donna del trio è avvenente e molto sessuale nella gestualità. Credo che sarà fraintesa continuamente dagli uomini, non solo dai due colleghi che prendono il caffè con lei. Il suo modo di parlare sembra, anche a me che seguo la scena come un guardone distratto, un costante invito ad altri territori, ad altre scene, intime, totalizzanti, misteriose e forse inutili.
Ma, anche in questo caso, si respira una giusta arroganza dovuta alla giovane età, a un futuro in evidente costruzione, un continuo flusso di impegni che danno l'idea di comporre un progetto formativo e esistenziale.

Un tizio che ricorda l'attore Enzo Cannavale è all'ingresso di una pizzeria ad arringare le persone che passano, magnificando la pizza del luogo, “fatta con pasta speciale”. Gli sorrido e gli dico che sarà per un'altra volta.
Come per un'altra volta sarà molto altro, magari in una mattina di sole senza agguati malinconici, senza il sensore della realtà in piena attività, più un impiccio che una fortuna.

©Luca De Pasquale

16/10/16

Occhi di febbre


Chi sogna chi? Io so che ti sogno, ma non so se tu mi stai sognando.
Jorge Luis Borges

Mi siedo al tavolino. É una mattina di vento sabbioso, di persone con i giubbotti sotto il braccio, attraversata come un incubo leggero dal suono dei messaggi whatsapp, quel suono ottuso e idiota che detesto.
Ho con me “Il Corriere Della Sera”, il giornale che preferiva mio padre. Credo non abbia vissuto un solo giorno della sua vita senza comprarlo. Io, come al solito, lo leggerò -se va bene- fra tre o quattro giorni.
Oltretutto, sono senza occhiali come al solito. In attesa di fare la mia ordinazione solitaria, mi guardo intorno.
Sul muro di fronte qualcuno ha scritto con spray rosso “SEI SPERANZA SEI UNICITÁ SEI BELLEZZA”; magari la scritta ha già qualche anno e io non me ne sono mai accorto.
Di quante cose non mi accorgo, io e i miei maledetti microscopi?
E poi, chi ha scritto quella roba avrà coronato il suo sogno d'amore? Non me ne frega niente. Davvero niente. Fatti loro. Fatti privati di vite che non incrocerò mai. Fatti che sono lo scarto di selezioni già bruciate.

Poi, mentre liquido il ragazzo con la mia richiesta secca, mi telefona Occhi Di Febbre.
Occhi Di Febbre, quella che mi ha mentito sia sulla storia dell'amore che del non amore. E anche del disamore. Mi ha mentito su tutto, pur di innamorarsi per l'ennesima volta di se stessa.
La chiamo Occhi Di Febbre perché i suoi occhi al buio erano la mia febbre e non guarivo mai. Volevo sfasciarmi in quegli occhi, annegare ma senza quelle dannate poesie di Hikmet e Salinas a ballarci attorno, volevo stamparli per un addio scenografico e allo stesso tempo li odiavo.
Occhi Di Febbre vuole sostanzialmente sapere se sono ancora vivo e cosa faccio. Non ho voglia di parlarle, non ho voglia di darle mie notizie, eppure rispondo. Della sua vita attuale non me ne frega assolutamente niente; me ne frega ancor meno di quella scritta sul muro.
Mentre ascolto la sua voce squillante informarsi su di me penso che certe persone perdono l'attimo e diventano solo ricordo. Ricordo permanente, certo, ma svuotato; un ricordo doloroso che si innesca solo di notte o nelle giornate difficili, privato del futuro per definizione, un organismo di bellezza che non invecchia ma è incapace di sincronizzarsi con la nuova realtà.

Arriva il mio caffè, ho fumato due sigarette mentre parlavo con lei, mi sembra di non aver detto niente di rilevante, mi sembra di non aver dato coordinate, fatto rivelazioni. Sono stato in silenzio quasi per tutta la telefonata. E chissà se l'ho davvero ricevuta o se è solo la mia fantasia, gli effetti del vento.
Di Occhi Di Febbre ricordo pochissimo, più che altro i tragitti notturni che mi riportavano a casa dopo i nostri tormentati incontri con metastasi sentimentali estesissime, inesorabili. Quando capii che ci saremmo lasciati a breve, le regalai una copia di “Un sabato italiano” di Sergio Caputo, uno dei dischi più importanti del mio banale e violento curriculum affettivo.
Tutte le volte che tornavo a casa di notte, a volte a piedi e altre in taxi, canticchiavo “Spicchio di luna” fumando senza passione, senza avvertire neanche il sapore del tabacco.
Andavo a casa sua per sentirla mentire: quello volevo, quello mi aspettavo, quello mi toccava. Il suo primo “ti amo” fu un gioco crudele, il suo “non ti ho mai amato” un disinganno studiato allo specchio, il commiato “peccato, perché per noi speravo...” una farsa con tanto di comprimari, sedie giocattolo e troppo rossetto scuro.
Napoli era bellissima di notte, in quegli anni. Le belle scenografie rendono le bugie e gli amori infelici una questione teatrale, destinica e inquietante. La Napoli dark lady di quelle notti primaverili mi è rimasta talmente dentro, insieme alle spie luminose degli elettrodomestici spenti a casa sua, da non essere stato in grado di rimuovere Occhi Di Febbre completamente. Ma, del resto, come si fa a rimuovere le cicatrici?
E poi, per essere onesti, io sono talmente idiota da amarle le mie cicatrici, anche se non ci passo con il rasoio, con la spugna, con le labbra di altre passioni da inventare appositamente.
Le mie cicatrici sono come i punti al supermercato, sono un vero stronzo in questo. Non so cosa si vince. Anche qui, non me ne fotte niente.
Qualche saggio a forma di sfiatatoio umano mi potrebbe dire che le bugie di Occhi Di Febbre hanno poi portato alla luce altre verità. Più degne.
Può essere. Trovo che le cicatrici siano sempre degne, anche se generate da lame infide, nascoste in movenze quiete e feline di sensuale ipocrisia.
Com'era bella Napoli in quelle notti in cui mi sentivo talmente giovane e forte da doverla pagare per definizione; al punto da non essere riuscito a rimuovere le bugie dalla luce della notte, fino a usare quei vecchi occhi bugiardi per definire il tempo che resta, quando ho voglia di matematica irrazionale.
E chissà che fine ha fatto quel coglione che tornava a casa fischiettando Sergio Caputo in preda ad amnesie con il silenziatore.
Pago il caffè, torno a casa.
Riguardo quella scritta: “SEI SPERANZA SEI UNICITÁ SEI BELLEZZA”.
No. Proprio no.

©Luca De Pasquale

15/10/16

Tornare


In alcune foto mi sembra di avere poco meno di trenta anni. In altre, più di sessanta.
Dipende dai miei occhi, perché la materia è una sola e quella è. Dipende dalla luce dentro, se è accesa in qualche modo, come un modem. Se sono adibito a connettermi o no.
In tutti i casi, ci sono momenti in cui riesco a scomparirmi addosso: come quando leggo, quando mi interesso a qualcuno o qualcosa, quando faccio ordine nel delirio del futuro.
In quei momenti non ho un'immagine, non devo andarmi a genio o schifarmi, non devo sedurmi o sedurre, non devo neanche battere in ritirata.

Spesso, quando devo parlare con le persone, sono percorso da fantasmi, che decidono più di me i miei reali movimenti; valgono come brividi con le candele in mano, come maggiordomi dei miei sbagli, come angeli rincoglioniti incapaci di confessarmi.
Parlando con gli altri, cerco di non fermarmi alla fissazione della pace, alla mania dell'acqua ferma e gentile. Confrontarsi è sempre febbre, e non sempre si guarisce con una sola aspirina.
Delle persone catturo la disperazione trattenuta, l'educazione all'annegamento nella saggezza che subisce la vita, delle persone mi inquieta l'evidente mancata liberazione dei sensi e dei reali desideri. La sabbia negli ingranaggi regala gli sguardi più profondi. Su questo non ho alcun dubbio.
Io sono trattenuto. La mia educazione mi fa orrore, in fugaci attimi di onestà non compiaciuta. La mia educazione, come quella altrui, impedisce a parti rilevanti di trovare adeguata espressione.
Come tanti, faccio il domatore di impulsi e poi mi escono le rughe. Quelle maledette rughe che poi vengono festeggiate ai compleanni.
Ripenso a quando, ragazzo complicato, pensavo che il piacere servisse a scacciare i mali, i fantasmi, i maggiordomi. Un mezzo orgasmo per ogni demone da fottere e rimandare a casa a fare la calza.

Quando ho voluto guardare qualcuno che amavo mentre dormiva, mi sono sempre sentito impotente. Mi sfuggirai, consideravo cupo nell'allungare una mano per una carezza ritrosa; e io sfuggirò a te, il nostro piacere non è una scatola da chiudere, non un regno, non una promessa eterna. Non puoi dominare una creatura e nemmeno il suo destino: quasi sempre ci si sfugge.
Fa male.
Non ho dimenticato quanto quel dubbio sul restare mi rodesse anche tanto tempo fa, al punto che quando mi attaccavo a qualcuno speravo solo che mi tradisse e mi deludesse in qualche modo. Aspettavo l'errore dell'altro e intanto sbagliavo io, per inerzia, per pigrizia emozionale, per quel sentimento di vendetta che al catechismo ti spiegano essere la tosse del diavolo.
Nell'aspettare che qualcuno ti faccia male, incida e lasci traccia definitiva, l'uomo che pensa troppo -ed è quindi stupido- finisce con lo spazientirsi e muoversi per primo. Sguazzare in quella palude scura dove incauti nuotatori tendono a scontrarsi senza chiedere mai scusa.
Perché un uomo che pensa ed è stupido aspetta di essere tradito, quasi lo implora?
Semplice. Per poter costruire meglio e prima una serie di scorciatoie al mare aperto, quella zona dove non devi preoccuparti di difendere il tuo fortino.
Per dirsi, nelle giornate difficili, “te lo avevo detto”.
Per poter equivocare la propria libertà, associandola alla disillusione, all'espatrio affettivo.
E perché, invece, conquistare quando non se ne ha voglia e intenzione?
Per dare al proprio orgoglio senza testa dei nomi, degli indirizzi, delle date di estinzione.
Per cancellarsi in vita da una lista d'attesa troppo lunga. Quelle di chi attende il rimborso, la rivalsa, il ritorno, la curva della giovinezza a marcia indietro, il sapore dei baci che verranno scambiati per avventi, per regali, per nuove case.

Ma questi sono solo pensieri e sponde da tragitto notturno. In taxi, rimpiangendo il freddo che mi avrebbe permesso di tenere una sciarpa sulla bocca, impedendomi di riconoscere il gioco ritmico del mio respiro, l'odore della mia stanchezza, la coda lunga e sognante degli eventi che sbiadiscono.
È una grande e giusta solitudine, tornare a se stessi grazie a un taxi, tutti presi dai calcoli di rischi nascosti, decisi a vendere cara la pelle anche dopo gli abbracci.

©Luca De Pasquale

13/10/16

La lunga notte


Le ore della notte scorrono lente, dense, ossidate alle luci artificiali, inevitabili come la ruggine. Colme di trappole, tagliate da scorciatoie di pensiero e fiumi di ipotesi, capita che ti chiedano di non essere sperperate, e dunque di non dormire.
E allora leggi un libro finché non ne puoi più della visione di un altro; e poi accendi il televisore su un’improbabile televendita, passando per pezzi di carne che si carezzano, per noiosi professori di matematica, per scosciate affabulatrici che ti invitano a giocare alla roulette on line come se ti stessero proponendo una lap dance.
Ti alzi, sorseggi il caffè del pomeriggio precedente. Sa di sciroppo scaduto, fa schifo. Ci fumi su, appoggiato ai vetri della finestra più vicina al tuo sonno mancato. Cerchi della musica, musica che non ti ricordi quanto e perché non dormi.
La sensazione è che qualcuno ti suoni, come se tu fossi uno strumento. Tu non puoi farci niente, puoi solo prestarti, metterti a disposizione dell’artista senza volto. Applaudiranno lui, semmai, mica te.
Le ore della notte gestite così, a palude non bonificata, ti costringono a rielaborare chili e chili di roba estinta. Ti imponi di non farti guidare in questo vizio scellerato, ma perdi.
Ormai amo la mia insonnia come potrei amare una donna, senza riserve, prendendo le carezze, i tradimenti, la metodicità degli agguati, le sorprese della strana complicità.
Ho imparato a distinguere i rumori di chi mi vive attorno, conosco le turpi ossessioni, le stralunate fissazioni dei miei vicini e dirimpettai; so che l’avvocato Matera soffre di insonnia fino alle due e cinquanta del mattino, poi spegne la luce. So che la giovane coppia a fianco fa sesso dopo che il bambino sì addormentato, intorno alle 23e15; so che la donna nella scala D, quella al terzo piano con il marito che fuma sempre, è infelice e guarda l’orizzonte prima di dormire. Così come so che io sarò brutto e sciupato il mattino seguente, con un pallore quasi britannico e l’aria di chi le ha prese.
Nelle notti degli ultimi anni ho imparato a tenere in ordine i posti dove vivo: ho diviso le forchette da frutta da quelle più lunghe, ho riposto nello sgabuzzino le tazzine che piacevano a mio padre, perché da quando non c’è più il caffè lì dentro è solo veleno da gastrite. Ho imparato anche a non rimpiangere le donne che desideravo solo perché le volevo ed estendevo la sensazione alla vita intera. Ho letto tutte le buste paga di mio padre dal 1967 al 1978, concludendo che erano scritte molto male. Le voci erano ambigue: lui non ha mai protestato.
Nello sgabuzzino ci sono anche delle valigie da emigrante, stile anni settanta, che ho aperto nelle notti degli ultimi mesi. Dentro ho trovato i miei vestiti da bambino, il grembiule della prima elementare e un album di vecchie foto che ho scaraventato altrove.
Ho trovato delle cartoline di Torino, gli stabilimenti di Mirafiori. Due anni fa ho stracciato le lettere della mia terza fidanzata in ordine cronologico; erano così piene di “ti amerò per sempre” che mi è venuta la nausea. In una busta nera e grigia ho trovato i ritagli delle recensioni al mio primo libro; ingialliti, custoditi con poca cura e nessuna forma di orgoglio. Speravo di ritrovare la mia collezione di bottiglie mignon di liquore, non per berle, ma poi ho ricordato di averle regalate, proprio perché temevo di inciuccarmi di notte.
Di notte, nello specchio del bagno, vedo un uomo che non si è fermato alle prime impressioni. Alle prime rassicurazioni. Nello specchio vedo uno con una faccia comune e lo sguardo sfuggente di chi non è mai contento della prima discesa.
Le ore della notte, taglienti come il vento delle strade deserte, pretendono che non ci sia mai e solo una prima discesa; esigono revisioni, ricerca di differenze, progetto continuo di spostamenti. Mi suggeriscono i libri da leggere, i film da riesumare, i tagli da operare, le dolorose cesure che di giorno sembrano così spietate e immotivate. E mi dicono, anche, che nessuno di noi dovrebbe mai giustificarsi di qualcosa, soprattutto di come si è e come si sente. Di come si avverte il tempo che passa a livello di ossa, di amnesie del cuore, di frane catastrofiche su vecchie voglie esaudite e rinnegate, di volti da cancellare e riscrivere con l’educato rancore che il presente rende stile.
Sono innamorato di quest’insonnia che mi fa crescere e inabissare, tutta vestita di nebbia e di blu, sporca di incoerenze maniacali, non immune dalla beffa dell’autocoscienza, megalomane quando può grazie alla narrazione dei passi indietro e dei mostri, disperata quando diventa –sia pure per poco- ansia, respiro corto e smottamento interno.
Un uomo sveglio di notte è un maremoto. Vive di naufragi e allo stesso tempo cura il faro che tutto dovrebbe salvare e illuminare, ma che è solo una statua di speranze erosa dalla salsedine, dai baci dei sognatori, dalle parole meglio riuscite.
Di notte, quando l’impazienza del domani ti uccide il sonno, si perde di brutto. Accetti il tuo naso, la tua bocca, il tuo respiro caldo e caramellato di tormenti, accetti persino le euforie corrotte di quel che verrà. Sai di non essere nessuno se non un testimone, un girasole a polarità invertite, un raffreddore di Dio, sei il toro matato su un palco spoglio costruito sui fili della notte. Quel plancton di stelle dove appendere ad asciugare i propri sogni senza piangere e senza invocare la madre più vicina.

©Luca De Pasquale 2016

11/10/16

L'orco fallocrate e l'ossessione Pastorius


Una volta, una donna mi apostrofò sprezzante, dicendomi che non ero bravo a comunicare le mie passioni. L'osservazione, acida e senza opzione di controreplica, coinvolse poi altri aspetti della nostra frequentazione, spostandosi sul versante sociologico, pre e post sessuale, etiologico, grafologico e culinario.
La donna, più spietata della maga Amalia, mi diede del pezzo di merda, del fascista, del sociopatico, del demente e del fallocentrico, accusa questa che suscitò la mia ilarità.
Amalia provò a dimostrarmi che le mie passioni avevano qualcosa di personalistico, di snob, di giudicante. Per questo non sapevo (o non volevo) condividerle.
E il tutto era nato, si pensi, da una mia scadente introduzione al personaggio Jaco Pastorius, del quale lei sino a quel momento aveva bellamente ignorato l'esistenza.
Io non sono Wikipedia”, le dissi, continuando a succhiare la mia amarissima Camel.
A quest'osservazione, si scatenò l'inferno. Da Jaco finimmo alla mia presunta ossessione per i lati B delle diciassettenni, ossessione che peraltro non ho mai, neanche per un giorno, avuto in vita. Da persona scarsamente orientata alla condivisione mi tramutai così in un fetido orco, sempre pronto a ravanarsi nei pantaloni per soddisfare le pulsioni disgustose di un sesso gerarca fascista.
Tu non condividi niente perché odi il mondo”, mi sferzò in faccia, “tutto quello che vuoi è fumare, ascoltare la tua musica e guardare i culi delle minorenni”
Fumare e ascoltare musica okay, delle minorenni ho già detto; e comunque mi sembrava assai riduttivo.
Cosa avrei dovuto fare? Spiegarle per filo e per segno la vita di Jaco? Non mi avrebbe più seguito dal trentesimo secondo, non le avrei nemmeno dato torto. Non ho mai sopportato le persone che si atteggiano ad archivi ambulanti di informazioni pleonastiche, boriosi e curializi abissi di nozionismo didascalico e melenso, in sostanza degli assoluti rompicoglioni.
Se ti piace Sciascia, che cazzo me lo dici a fare che ha avuto due mogli e quarantaquattro gatti? Se sai cucinare il gateau alle cipolle ermafrodite, io me ne sbatto degli ingredienti.
Jaco Pastorius per me è un'emozione, non una nozione; un'emozione quasi sempre non comunicabile. Jaco per me non rappresenta il più grande bassista di tutti i tempi, bensì una sorta di Prometeo, è molto di più di una passione personale, è un modo di sentire la vita. E no, non sempre sono bravo a raccontare cosa mi emoziona. Quasi mai, anzi. Le mie emozioni sono spesso chiuse a chiave, nascoste dietro la scrittura, torturate da un brano di Alan Sorrenti o degli ABC, le mie emozioni sono anche brutti scherzi del destino, e dunque inversioni azzardate senza segnaletica.
Se iniziassi davvero a prevedermi, mi toglierei di mezzo alla svelta.

C'è da fare anche dell'autocritica. Amalia mi disse quelle cose perché sì, tendevo a restare in disparte, ma non per supponenza. Non sono uno di quelli che pensa di dover amare tutto quello che mi circonda; mi riservo sempre ed invariabilmente il diritto alla distanza, all'ammutinamento, alla non conformità. Questo rende me e quelli come me come dei potenziali, insopportabili stronzi. Gente che prova a decidere e non subire: quindi gente che sbaglia quasi sempre.
Infatti, è praticamente inutile tentare con me la strada dei vincoli da accettare. Nessuno mi prescrive di farmi piacere gli amici degli amici, i parenti miei e di chi entra nella mia vita, gli idoli dei miei vicini, le svisate religiose e ideologiche di chi fa parte del campo visivo della mia anima orba.
La vicinanza e le affiliazioni si muovono per stima, per intuito, non per obbligo. Ma obbligo il cazzo.
Allora che dovrei fare, stimare tutti quelli che scrivono, solo per “appartenenza corporativa”. Non ci penso nemmeno.
Dovrebbero piacermi tutti quelli che tifano Fiorentina e che hanno come me un'ossessione per la musica? Giammai.

Qualche anno fa, un caro amico mi presentò una persona che stimava moltissimo, un arrogante scrittore che si presentava con il nome di battaglia di “'O Berlione”.
Ora, questo Berlione era un totale coglione, dal mio punto di vista. Un saccente, un megalomane, un biascicante Masaniello letterario con una sproporzione devastante tra dotazione genetica ed ego, un misero borghese attaccato ai suoi beni come una cozza, un finto progressista, un retore, un demagogo, un Pestalozzi andato a male, un incrocio comportamentale tra un tronista della De Filippi e un traduttore di Proust con le piume sotto il culo.
Quando il nostro comune amico ci presentò finalmente, fu odio reciproco a prima vista. Lui parlava di “tecnocrazia dell'anima” e io di lotta di classe, lui vantava le sue conquiste femminili e io tenevo per me tutte le rispettate Morgane delle mie insonnie. Lui aveva tre appartamenti di proprietà, una barca e un esercito di valvassori anche loro con le piume al culo, io il venti del mese avevo finito i soldi dello stipendio. Non avevo niente da dirgli, a 'O Berlione, se non che lo consideravo uno stronzo sesquipedale. Giorni dopo, lo dissi all'amico, che si indignò tanto tanto e mi ringhiò una delle frasi più stupide che io abbia mai sentito: “Non gli hai dato l'occasione di dimostrarti chi è per davvero”.
Capisco. Dovevamo fare lingua in bocca? Dovevo prendere appunti mentre parlava...?”
Berlione è un notissimo docente universitario e un uomo di enormi qualità”
BUM”
Sei stato chiuso, abbottonato...”
E meno male”
Sei stato molto antipatico e mi hai deluso”
In quanto ad antipatia non c'è gara, e poi non posso stimare uno che mi dice che senza verdura il cervello non respira e il culo non regala libertà”
Mi hai deluso, Luca. Credo che morirai solo”
Sciò sciò ciucciuè.

Ecco. Sono certo che 'O Berlione sarebbe uno buono a spiegare e iper-motivare tutte le sue variegate e elegantissime passioni, sì che lo farebbe al meglio. Solo vanità. Vanità borghese, status di se stesso.
Se mi sento costretto, io invece posso arenarmi persino nello spiegare perché amo tanto la musica di Jaco Pastorius.
Credo che il fretless di Jaco sia come un battito interno dei miei voli, che si compiano o vengano falciati dalla contraerea. Jaco è la mano che stendo al cielo pigro, è la notte che scende in un locale dove finirò a bere da solo, è lo spirito titanico del mio amore tentato che fallendo diventa isola dove non sono richiesti documenti per sbarcare.
Come faccio a spiegarlo e trasformarmi in Wikipedia?
Da questo a passare per l'orco affamato di sesso e liti, ce ne passa. Ma si sa, se non ti omologhi significa che sei tu in torto.
Oggi si porta comunicare qualsiasi cosa, spiegarla e concluderla, mostrandosi “all'altezza della curiosità altrui”.
Ennesimo vizio dei borghesi, procurarsi continui esami di ammissione.
Non ci sto.

©Luca De Pasquale


10/10/16

Nato a Napoli nel 1972


Parlo e scrivo poco della mia città. Scriverne, prenderla in esame, esaltarla, criticarla, è sempre un cammino costellato di trappole, di stereotipi (anche se rinnovati ad arte), un giocare con una materia troppo complessa e contraddittoria.
Per paradosso, poi, io non sarei un caso fulgido di narratore all'uopo, a causa del fatto che non tifo per il Napoli Calcio, che la mia fede è incrollabilmente viola.
Primo: al cuore non si comanda.
Secondo: sono napoletano prima che un tifoso. Sono napoletano con pari diritti di tutti i maniaci del Napoli prima e dopo Diego Armando.
Non baratterei le mie origini per niente al mondo, e se pure il mio cuore a volte può essere quello di un lupo nordico e solitario, Napoli è sempre lì, con la sua bellezza intollerabile, una bellezza cui sono purtroppo abituato negli occhi, ma che è pur sempre il virus che mi porto dentro.
Non sono uno che solca il mare di Napoli, che vuole godere il suo sole, i suoi monumenti, la sua meravigliosa ironia, la sua geniale irriverenza. Non voglio godere solo di questo. Mi considero un figlio non rinnegato, per niente, un figlio che ha scelto i cunicoli sotto il mare, la lava che tutto trascina sotto le strade che percorriamo, sotto il mito che crediamo di poter modernizzare con qualche slogan e quattro libri a metà strada tra oleografia smarcata e retorica ammutinante.
Sono innamorato della mia città. Innamorato perso, e per questo qualche volta confuso, disorientato, parzialmente in fuga. Come molti associo il mio destino a questo reame caotico, e dunque -quando l'acqua è torbida e i marinai muoiono di troppe speranze- finisco col doverne prenderne le distanze, con il comportarmi da stronzo, da ingrato. Non faccio altro che preferire il mio (eventuale) destino allo sfondo che mi è stato regalato, peccato di superbia, piccolezza di uomo qualsiasi, impotenza del singolo.
Ma è vero ed è atroce quanto io ami questi luoghi, quanto la loro magia multiforme mi costringa alla ritirata e a una simulata indifferenza, quanto poi
il suo nome, la sua storia e la sua essenza mi connotino dentro, marchiato per sempre senza un dubbio che sia uno.
Partirei domani per la Finlandia, e magari non tornerei mai più. Ma anche questa, ed ecco che torno l'amante indecente quale sono, è una forma precisa d'amore.
La mia Napoli è roba di dentro, è il sottosuolo dostoevskiano regolato sul mio minuto cabotaggio, la mia Napoli è il sorriso che elargisco quando non sono consapevole della mia immagine.
Una giornata di pioggia tra i vicoli di Corso Vittorio Emanuele, un tramonto a via Partenope, un nubifragio guardato a pochi passi dal porto, i tram verdi che percorrevano la Riviera Di Chiaia quando ero bambino, le figurine di Luciano “Giaguaro” Castellini e Antonio Iuliano che mi portava mio padre, i primi dischi di Pino Daniele, tutto questo per me non ha prezzo, non ha valore di scambio, non è merce emotiva e interiore che si deteriori.
No, è destino.

Forse non sarò degno di parlare di Napoli per via della mia fede calcistica e della mia maniacale perversione per le assenze, ma non c'è davvero niente che possa impedirmi -intimamente e a testa alta- di sentirmi a tutti gli effetti una creatura generata da questo ventre indescrivibile, infernale e sublime. La mia città è con me quando scrivo, quando guardo, quando cammino e cerco di compiermi, e quanto è difficile accettare che sì, il mio ruolo è quello di contrabbandiere di parole, controfigura di stelle nere, memoria silenziosa di una bellezza che non posso padroneggiare in alcun modo.
Maledico questa terra per l'ebbrezza abissale che dona a tutti i suoi figli, per quel finto fatalismo che è in realtà coraggio che trova la forza di ridere. Maledico questa terra per l'overdose di amore che ci nasconde dentro, negli abiti leggeri della primavera, nel motto di spirito sfrontato e dolente, nella partita a scacchi con la morte, ben lontana dalla metafora bergmaniana. Partita reale, sanguigna, partita di tentativi e bluff, tra cibo e sangue, amore pazzo agghindato da rancore pur di non tradirsi. La partita con la morte Napoli la gioca sempre in casa, e vince. Non è vero che “vedi Napoli e poi muori”; è piuttosto vero che la morte si stanca di essere tale in questa città, soccombe, il suo cinismo ottuso comunque filia altra vita.
A Napoli si muore. Troppo spesso si muore dimenticati in partenza. Anche io morirò, prima o poi, e che si sappia che ero napoletano.
Mi basterà essere una pioggia tra i vicoli del Corso Vittorio Emanuele, in onore dei miei genitori, mentre qualcuno imparerà ad amarsi nonostante tutto.
Non toccatemela, Napoli. Forse è l'emozione più personale che il mio sorriso da guappo fallito nasconde.

©Luca De Pasquale 2016





08/10/16

La posizione di Heather Parisi


Quando il sesso era misterioso aveva un certo fascino che ora non ha più. I nostri antenati amavano donne che portavano sei paia di mutande e destavano passioni che oggi non suscitano più.
Eugenio Montale

Raccolgo le cupe confidenze di un vecchio amico. È angosciato: crede che sua moglie abbia un altro. È doppiamente angosciato, perché quelle poche volte che fanno sesso, lui non capisce mai se lei viene.
Lei lo rassicura, gli carezza la testa come si farebbe con un bambino, ma lui non le crede. Evidentemente, penso, se lo immagina che poi è no, che è una simulazione a fin di bene.
Mentre mi parla accoratamente, considero che la gente è davvero ossessionata dal piacere, non solo sessuale. Sembrano tutti impegnati a prolungare quel poco di piacere che spetta cadauno. Poco, vago, interrotto, eppure centro dei nostri pensieri.
Sono in troppi, quelli che vorrebbero il piacere come protagonista principale della loro esistenza. Si lotta, si diventa schiavi, si intraprendono carriere comiche, tutto per mantenere un'insincera aura di piacere attorno alla vita.
Per il sesso, non ci basta la mezz'ora. Non ci basta svuotarci, riempirci, morderci, odiarci violentemente con le bocche aperte. No, non ci basta.
Non ci basta mai niente: pretendiamo che il piacere, godere e godere spesso, si prenda cura anche della nostra dannata routine.
Per questo andiamo in palestra, forse in vacanza, per questo ci facciamo degli amanti. Un nuovo partner ci eccita sempre di più, è la novità. Un nuovo partner ci ripete, con voce diversa e con un senso di sorpresa, quello che ci siamo già sentiti dire.
Ci piace sentire assurdità ottimistiche sulle nostre prestazioni: “Sai.. era davvero grande e duro... non mi hai dato respiro, ma è tutto naturale?”
Mi hai fatto sentire una VERA FEMMINA perché sei un VERO UOMO”.
E magari a te è venuto tutto bene solo perché ti sentivi disperato, bisognoso di velocità, di esagerazioni, di iperboli, e per scongiurare il senso di morte appollaiato addosso come una civetta.

Ora, che cazzo vuole il mio vecchio amico?
Vorrebbe che la moglie diventasse pazza per le sue prestazioni svogliate, consuetudinarie: alle 15e30 del sabato, alle 23e45 del venerdì sera. Con quel misto verbale tra oscenità caserecce e invocazioni di santi, con quelle smorfie da animale soffocato, con il fiato di tonno e peperoni, tutto preoccupato della prossima partita del Napoli e del successo su facebook.
Ma così, vorrei dirglielo, anche un piccolo orgasmo ha le ore e i giorni contati. Non si va lontano con l'abitudine, diamine. E non si va lontano neanche se lo si fa in barca, durante un clamoroso e costoso viaggio, perché quella invece è una farsa dell'apparenza preparata.
Se alcuni sognatori e sognatrici si convincessero che un rapporto sessuale in salsina missionaria è uguale se lo fai a Benevento o Rio De Janeiro, scongiureremmo inutili e inappaganti viaggi della speranza. Il sesso è quello, la cornice è roba da Santa Barbara o Beautiful. Lasciamo le candele nella vasca da bagno agli americani, con i loro baci squacchiati, quegli effetti sonori tipo caramella di frutta che fanno venire il mal di stomaco.

Il racconto del mio vecchio amico mi irrita moltissimo.
Ma che cazzo vuoi da me ora?
Dovrei essere io a dirti che sai fare bene l'amore? Io non lo so e non lo vorrò mai sapere. Non mi interessa affatto come gli uomini espletano il sesso; non mi interessa nemmeno come lo faccio io. Sarò il classico maialino mediterraneo con le tempie che pulsano e la corda dietro la schiena, sotto la mannaia del tempo calmo, penserò di essere un tipo intenso, certo; ma se mi vedessi filmato probabilmente finirei per chiedere alla censura di oscurarmi.
Se fai sesso con la musica house prendi pure ritmo, ma vai fuori giri e sei ridicolo. Se lo fai con le canzoni d'amore italiane, ti si ammoscia subito.
Se lo fai per senso del dovere, non pretendere orgasmi: non puoi.
Se lo fai con il senso del peccato e della sporcizia, sappi che prima o poi il meccanismo ti divorerà. Sbaglierai, vorrai troppo. Soffrirai per il tuo cinismo mollica, che crollerà quando ti innamorerai controvoglia.

Gli scrittori che si vantano di fare ottimo sesso e sono noti per icastiche e minuziose descrizioni, quelli è chiaro che non sanno proprio da dove iniziare. Sono fermi a metà strada tra David Herbert Lawrence e Gin Fizz; ed è in quel preciso punto che inizieranno a piangere, rivelandosi dei bambini complessati.
Probabile che da piccoli rubassero le mutande dal cassetto di qualche parente, molto probabile. La loro potenza seduttiva è inversamente proporzionale alla loro reale ars amandi.

Il mio vecchio e incanutito amico continua con la storia della sua sessualità; mi dice che da un anno e due mesi lo fanno di lato e lui le tiene sempre la gamba sinistra molto alta, alla Heather Parisi.
Funzionava la posizione alla Heather Parisi”, vagheggia amaramente.
Io usavo quella di Barbara Streisand”, dico.
E come è strutturata?”
Devi piangere durante, piangere e poi ridere e poi piangere, in un continuo psicodramma. Chiaro poi che devi mantenere l'erezione”
Funzionava? Cioè, lei veniva?”
Non l'ho mai chiesto”
Perché?”
Perché mi accorgevo che non veniva”
Ma scusa, allora...”
La posizione di Barbara Streisand è fatta apposta per non formulare domande stupide. Perché sembri talmente un coglione che non puoi usarla più di una volta, ti lasciano”
Io... io non... non capisco!”
Se ridi e piangi per dieci minuti, è chiaro che una donna ti pianta”
Ah ecco...”
Mi zittisco. Perché vorrei aggiungere: “ti piantano anche se ti disperi silenziosamente per il declino del tuo ardore e finisci per ingaggiare un detective per scoprire le infedeltà. Questa è la routine, queste sono le regole, amico mio”

Beviamo qualcosa, fumiamo, ascoltiamo un disco dei Led Zeppelin come due vecchi nostalgici; siamo più rintronati di Plant dopo una sbronza in andropausa. Siamo due routinari. Lui si chiede se è in grado di dare piacere ed estenderlo come una garanzia, una polizza; per me questi argomenti, se la passione non c'è, stanno a zero al quoto del cazzo, come diceva qualcuno.
Senza passione, senza il cratere che ribolle sotto, il sesso è come una scheda in palestra, seguiti da un istruttore stupido come una televendita: il nostro orgoglio da prestazione.

Luca De Pasquale 2016

07/10/16

Vanità alla rovescia


Mon coeur est grand comme un aéroport
un grand coeur de putain de crocmort
le soufle court, merde
pret a pleurer
j ai un chagrin plus fort qu une armée”
Jean-Louis Murat – Le train bleu

Per anni ho giudicato i sogni delle persone semplici delle insopportabili lungaggini, cose da paese dei balocchi, banali estensioni di disgustose trasmissioni televisive, abbronzante su pelli già marroni e abbrustolite.
E già.
Perché io mi reputavo complicato, sovrastrutturato fino al parossismo, diverso e difficile, tormentato e estremo per mantenere un filo di bellezza. Mi sentivo una luce nera in giro per il mondo, un pozzo di parole, la rimessa della luna, posto unico e solitario dove parcheggiarmi quando non mi sopportavo.
E mi sentivo condannato. Bendato dai sogni, intaccato dalla realtà: perdente e disperato come i miei eroi migliori.
Oggi è diverso.
Non ho percorso la new age, quale che sia. Detesto tutto quello che profuma di nuovo corso pulito, ripulente, detesto gli interventi visionari sul dolore che ha trovato il suo colore deciso.
Me li tengo i miei dolori. Me li tengo stretti. Eccome. Ci dipingo, come fossero delle tele. Sì, lo sono. Sono le mie scenografie. Esco dai dischi di David Sylvian. Da quelli, i più esistenzialisti, di John Martyn.
Certi momenti in cui non mi appartengo affatto somigliano all'inizio di “Weathered wall” di David Sylvian. In quei momenti, io suono così.
Ma non per questo i miei sogni sono nobili, o lo è la mia anima. Rivendico tutta la sporcizia che riesco a contenere e che a sua volta mi contiene, mi trattiene, mi declina.
I miei angeli sono di polvere. Sono scrigni dimenticati in un solaio.
Le mie voglie sono tragicamente umane; come le mie miserie spirituali, le mie ipocrisie di passaggio, la mia eccitabilità sessuale, la mia sordida vanità alla rovescia. I miei tentativi di eternità sono velleitari, incompleti, grotteschi.
Le mie città sommerse, i miei sogni corrotti di stelle, spesso non prevedono l'amore. Sono regni confusi dove mi muovo finché ho il respiro. Finché riesco a possedere la follia di sognare. I miei regni sono ossa di marinaio, sono foto scure di fronte al mare, in quelle foto maledette l'amore non lo puoi vedere.
Sono incompleto, viandante, debole quando la vita chiede pazienza, forte solo in presenza di pericoli. Sono alla rovescia. Come la mia vanità, che nei precipizi si esalta, si agghinda come un'amante per la lunga notte delle mani, del freddo che non senti, del sempre che urla per qualche ora tra due corpi saldati.
Non rispondo ai miei disegni morali, alle mie chiamate d'emergenza, non rispondo ai pianti delle madri che mi cercano, sono intermittente con i fantasmi che ami. Il mio modo di essere cittadino del mondo è una continua ricerca di vento e di tempeste, ecco perché non mi piaccio.
La mia mancanza di quiete è ridicola. Ma mettetemi sotto il naso l'immagine di un vecchio che annaffia le sue piante sul balcone, di un bambino che piange per un'assenza, e allora io morirò velocemente come uno stupido. Ricordatemi la delusione sui volti degli innamorati traditi, il viaggio doloroso dei senza patria, ricordatemi i fallimenti dei sognatori e io morirò senza una parola, proteso come un vecchio portiere di calcio verso la difesa di qualcosa che si è già perso.
Entro nei bar con il bavero alzato, scrivo di qualcosa che mi somiglia da un sottosuolo confortevole, i miei sorrisi sono diseguali, imprevedibili, rari, rari come quella sensazione di completezza che non cerco più.
I miei sogni notturni -perché io non dormo, sogno solamente- sono simbolici, sono soldati di altre fazioni, sono porzioni di altre vite, sono interrogatori di polizia con la luce di una lampada in faccia. I miei sogni non sono migliori di quelli degli altri. Non sono sogni eleganti e letterari, sono sogni, sono polvere che non si posa.
Scrivo anche per fronteggiare questo continuo maremoto, questa assurda fretta di consumazioni e di appuntamenti rimandabili, l'agenda del fuggitivo, il vizio del rimanente.
Il tempo della superbia è finito. Ora si gioca di rimessa. E di notte. Come un guardiano di cantiere, come una guardia giurata dal cuore complesso, convinta per stupidità di possedere il fiuto della caccia e della strenua difesa.
Sono un commesso viaggiatore che non si accorge neanche più delle diverse insegne degli alberghi, che accetta lenzuola consumate se la luce è tollerabile, che mangia in silenzio chiedendo scusa a un vicino di tavolo immaginario.
Ho paura della vecchiaia. In genere, e della mia. Non ho paura delle rughe interne, in cui sguazzo come un cretino, ma dei segnali di cedimento esteriori, nel ritmo delle voglie e dei cicli, nel minutaggio delle dannazioni, ho paura dell'ultimo specchio in fondo alla camera dove non entro mai.

Si vive meglio, quando si smette di guardare nei risvolti dei sogni altrui, quando li si giudica con quella severità impostata e fasulla dettata dal terrore di rimanerne coinvolti.
Nessun nuovo ciclo, per carità. Consapevolezza. Vulnerabilità. Controllate forme di utile disperazione.
Forse, umanità. Un'umanità che mi consumerà ancora più velocemente, questo è acclarato. Sono i rischi del mestiere, sono le conseguenze di una propensione, oggi scolorita, alla vanità rovesciata.
Non è più tempo di chiedersi quanto si incide nei sogni della gente; è ora di chiedersi se si vale abbastanza per guardare negli occhi quei sogni.
Essere uomini senza applausi. Tutto qui.

©Luca De Pasquale 



05/10/16

Blu dimenticare


Alle cinque e cinquanta del mattino nel circondario, mi sembra tangibile, sono sveglio solo io. L'insonnia e i sogni mi tallonano, mi fanno ammalare per dieci minuti e poi tregua e poi si ricomincia.
La sensazione di meravigliosa solitudine dell'alba si confonde con la coda della notte, che a sua volta sembra una grande casa messa a soqquadro da una festa senza festeggiati.
Ho il vento diretto sotto le labbra, come una sciarpa di freddo.
Ho il petto gonfio di emozioni confuse che comunque ucciderò. Comunque.
Capisco intorno alle sei che la mia storia personale potrebbe essere tanto un incredibile equivoco che una farsa condotta a braccio. Non sono padrone della mia storia personale, non più di quanto io possa padroneggiare l'amore, le passioni e le nostalgie.
Sono padrone della mia scrittura, quasi sempre, anche se è un torchio, uno specchio, un affetto che mi scompare in grembo, il pianto asciutto per un errore clamoroso, il fallimento involontario come guest star. Come guest star io fallisco: nei tram, sulle navi, sulle passerelle degli affetti quieti, tra le braccia di voglie assurde. Quando fallisco, quando percepisco quell'emozione tra gli occhi, con il fiuto e la rabbia, allora vado allo specchio, che magnanimo mi restituisce una figura umana, blu ardesia, blu dimenticare.

L'ossessione di dimenticare mi spinge a divorare la vita: è così che morirò.
La tentazione di eccedere è la cura per il mal di testa, l'impazienza, la parzialità partigiana e semicieca delle mie speranze di resistenza.
Devo eccedere, devo eccedermi, rompermi le corna.
Mi piace il mio balcone sul mare. È decadente, divorato dalla salsedine, dal vento di mare. Come è divorato dagli stessi elementi il mio belvedere interno, buono per gli amanti ma non per me, adatto alle mie ossessioni e ai miei cani randagi, ma poco utile per l'identità concreta del quotidiano.
Sono le sei e venti, sono solo in quest'alba di vento, di lampioni che sembrano giocattoli tremanti, la mia sigaretta è la foto che non userò come icona, sembra che io scriva, sembra che io viva, sembra che io mi difenda.
Mi chiedo, mentre continuo a svegliarmi dal non sonno, come è possibile che un'opera certosina di recisione onirica possa essere scambiata per un lavare i propri stracci in pubblico. Uno scrittore è pubblico fino a un certo punto, più spesso è un idiota con tanti di quei conti in sospeso da poter aprire una filiale di se stesso. Io non faccio eccezione, anzi esalto quest'aspetto.

L'insonnia è una parte decisiva della mia scrittura. Come i brutti sogni. Come i sensi di colpa.
Esagero con i caffè, mentre si fa giorno. Mi sento come quando, ai compleanni e agli onomastici, i miei genitori mi compravano le paste e i dolci e io finivo con il nasconderli sotto i cuscini del divano per non dar loro un dispiacere.
C'è qualcosa che non torna.
Ho decisamente consapevolezza e paura di far soffrire. Non riesco a guarire da questo. Cerco la cautela e trovo sempre magma, dirupi brulli, teatri di fantasmi, schermi illuminati per prossime notti, sirene che sbagliano porta e anche parole.
I miei Faust privati durano a volte un'ora, un'ora e mezza. Meno di una scopata. Ma incidono molto più a fondo. Violentano il sonno, indirizzano la mia sensibilità verso luoghi abbandonati che sappiano accogliermi quando sono troppo stanco per stancarmi delle emozioni.
Passa una donna con un cane, poi il panettiere che lavora giù all'angolo. Io sono in piedi dietro i vetri, demone spettinato dei miei giochini, in procinto di scrivere, abituato all'autodistruzione veloce manco fosse un'applicazione indolore per ripulire il computer.
In albe come queste è facile pensare che l'amore sia uno sbaglio, la mancata consegna del vento migliore. In un'alba come questa, livida e pigra come un abisso, la capacità di amare di un uomo qualunque si estende fino a un'idea incontenibile che finisce per essere la più sciocca alluvione possibile.
E io perdo. Perdo, perdo, perdo.
Poi chi me la intitola malinconia ha la libertà di farlo. Magari fosse solo malinconia. O flusso di coscienza, quella vaga e incostante moda senza perché. Magari fosse solo flusso di coscienza sotto un ego eretto. No. Tutta questa materia vuota che chiama fiamme e fiamme non è malinconia o flusso di coscienza, e neanche qualcosa di più nobile. È la semplice dimostrazione che l'uomo perde quando intuisce, l'uomo perde quando desidera, l'uomo migliora quando accetta e spinge verso il buio le sue pulsioni più profonde.
Questo è forse per me il senso dello scrivere: abbattere quel cancello barocco e spegnere tutte quelle fottute candele-lacrima e fiaccole-festa, decidere di ammetterlo una buona volta, che amo più il resto di me stesso. Che amo la vita a tal punto da finire nel gioco del menestrello dolente.
Non amo le mie parole, detesto la mia sensibilità, i risvegli mi piacciono anche e soprattutto quando mancano.
E le linee rette sono il mio Inferno. Su questo sono certo.
Perché una linea retta non ricorda mai il senso del rischio a un piccolo uomo con la sigaretta.
Una linea retta non è un gesto, è sopportazione.

Luca De Pasquale 2016