29/09/16

Il suicidio dell'ingegnere, il sesso veloce di notte

foto di Paolo Belletti
La mia interlocutrice ha le gambe accavallate fino in fondo. Senza malizia, ma così è.
Non riesco a guardarla in faccia, sono imbarazzato, cincischio, mi perdo in dettagli, pronuncio sei volte in due minuti la parola “diciamo” e anche “infatti”, il tutto con un'aria che non mi si addice affatto.
Intorno è ancora estate, lo dimostrano le cosce nude della donna, lo testimonia la mia insofferenza, il moto perpetuo delle mie mani e pure il gusto deludente della sigaretta.
La donna mi dice che ha un figlio. Rilascio un sorriso stanco, imperfetto, tutto a sinistra, da comparsa.
Io non ho un figlio e canticchio mentalmente una canzone da ore, la cover che i grandi Ulver hanno rilasciato di un classico dei Byrds, “Everyone's been burned”.
Di questa donna non mi piace l'atteggiamento idolatrante nei confronti di un noto scrittore e nella cieca fede che ostenta verso le parole di Beppe Grillo e compagnia. Di questa donna mi piacciono i ragionamenti finché si resta sul vago, e mi piacciono le sue cosce. Di me, qualche volta mi piace la libertà in potenza e un certo modo di soffrire, nei giorni migliori.

Vado in ufficio a chiedere delle informazioni e non sento proprio nulla di quello che mi dicono. Annoto meccanicamente qualcosa, annuisco mentre il tipo sta ancora parlando, come facevo a scuola quando fingevo di seguire il docente. Mi va una sigaretta e non vorrei avere vincoli, orari, appuntamenti. Divago, cambio strade di pensiero. Ricordo che una volta mi sono lasciato con una donna in un ristorante: cenammo lo stesso in un'irreale atmosfera di complicità e smania del dopo. Uno schifo. Non celebrammo scopate d'addio. Speravo di innamorarmi di quella donna. Innamorarmi in quel modo disperato e insensato che mi cattura come gli odori della mia infanzia, quelli che in fondo non ho mai conservato per più di un attimo di incredulità.
Mentre lo sportellista informativo mi parla, ricordo anche che in un'occasione iniziai un gioco perverso e al massacro con una persona già legata. Io la provocavo, lei mi provocava. Io mi sentivo tenebroso e stronzo. Io volevo creparmi, come un bicchiere. Non reggere il troppo calore o il troppo gelo. Fagocitai indegnamente un'ossessione sessuale senza sbocchi. Non mi ricordo chi dei due crollò per prima, fatto sta che quando ci incontriamo per strada non ci salutiamo nemmeno.
Ti piacerebbe sbattermi, eh?”, mi digrignò in faccia, in un giorno d'estate.
Risposi no. Era sì. Non mi crepai.

La ringrazio delle informazioni. N'norno”
È la mia voce. Che se ne va con me. Due anni fa un ingegnere amico di mio padre si è sparato in bocca. Alle quattro del mattino, seduto nel letto. Era divorziato senza figli. Aveva debiti. Che ne so se ha chiesto o meno perdono a Dio? E se c'è effettivamente da chiedere perdono a Dio? Che ne so io di suicidio?
Me lo porto tatuato addosso, come il nome di una vecchia fidanzata decaduta. Anche se sono consapevole che gli effetti e i postumi di quella parola orrenda sono nelle mie mani, nel mio modo di disperarmi per gli affetti, nella mia paura di fare male, molto male, e nell'occasionale e furtiva smania di essere talmente senza scrupoli da iniziare a dormire per colpa.
Da bambino, sotto l'ombrellone della famiglia amica dei miei genitori, una bambina mi dava dei baci. Si chiamava Domenica. Mio padre mi sembrava forte della sua debolezza, mia mamma conduceva tutto. Mi piacevano le luci della notte e le bambine che non mi guardavano mai.

C'è una foto della mia vita che mi piace ed è consueta.
Un piccolo lume sulla scrivania, alla sinistra della finestra, io seduto che con calma scrivo e forse sfiorisco. Quando scrivo mi tolgo l'orologio. Quando scrivo, dietro le porte a vetri di casa mia c'è sempre qualcuno che non conosco. Spesso sono ricordi disattesi, suggestioni monche, appuntamenti che dalle parole cadevano nel silenzio. Ho scritto affamato e mi sono ostinato a non prepararmi da mangiare. Ho scritto con la febbre, con i brividi nella schiena ogni volta che pigiavo su un tasto.
Non ho mai pensato, neppure per un solo istante, di essere salvo grazie a queste istantanee notturne. Scrivere è meticciato spesso disarmonico. È un fermo alla frontiera, per ore e ore. Scrivere così, un lume e la propria persona, è amore tradito. Poca voglia di lasciare l'idea di te a navigare nel corpo di un'altra persona.
Scrivo e sfiorisco. Con cura, con educazione, anche quando sono allegro. Stavolta la malinconia non c'entra. Scrivere al buio è una sfida, perché la notte è già piena di suo, già carica, di notte ogni desiderio è superfluo e forse malato.

Cosa può volere un uomo?
Riconoscimenti.
Voglie. Di stare dentro. Dentro la vita, dentro una donna, dentro la notte. Non sull'elenco delle punizioni divine. Lontano dall'alcol, dall'odio fesso, dal rancore sovrastrutturato. Nelle emissioni sonore di una canzone cupa e ambientale. Strapazzato e eccitato dalle luci e dai corpi. Capace di scrivere un libro come di piazzare la propria fine oltre uno steccato di anni disponibili. Cosa può volere un uomo, se non dimenticare la dipendenza da quel verbo a forma di lama, “tradire”?
Nella smania di dimenticare ho anche fatto schifo. Nel far pesare l'indifferenza, sono stato meschino.
Avresti voglia di sbattermi, eh?”
Sì. Sì, avrei voglia di sbatterti. Ma come si fa a essere pieni come la notte senza fare schifo?
Sì, ti vorrei sbattere. A quelli come me piace generare piacere e evitare, per quanto possibile, il proprio nello specchio. Il piacere è una smorfia, promette troppo, poi non scrivi più. Sei nella smorfia della voglia, di notte non scrivi più.
L'ingegnere amico di mio padre si è sparato in bocca alle quattro del mattino. Il sangue è finito su un quadro che mio padre gli aveva regalato.
Io so qualcosa del suicidio e non ho paura di scriverne e di sentirne l'odore caustico, seppellito e osceno. Dire che non mi riguarda è imbecillità.
Me ne devo occupare. Di notte, alla scrivania, dopo averti sbattuto come strumento e non come amante.

Luca De Pasquale



28/09/16

Le radici sono fantasmi


io non voglio, non voglio invecchiare.
– rimpiangi la gioventù come se tu l’avessi ben spesa
– era una promessa, e anche una menzogna: ero io il bugiardo.
Louis Malle, “Fuoco fatuo”

L'uomo aspetta la sua amante in auto, lontano dal portone. Io lo vedo dal balcone, a sera fatta. Quindici ore che sono sveglio, mi sento la faccia nello stomaco e i piedi al posto del cervello.
Al segnale convenuto, un piccolo colpo di clacson, la donna si affretta nel vialetto, corre sui tacchi. Poi entra al posto del passeggero e si baciano velocemente. Fuori c'è vento e io non dormo da quindici ore.
Non riesco a dormire.
Vaffanculo, non riesco più a dormire. Sono fatto così. Non dormo per costituzione. Non dormo per troppi sogni, per la cenere dietro le spalle, non dormo per darmi cenni di vita reali.

La donna è uscita con una gonna molto corta, mentre l'uomo è venuto con la solita auto metallizzata tirata a lucido. In casa c'è odore di cibo e fumo, c'è il calore della mia famiglia che è andata via, si è smaterializzata, è morta, ha sciolto la sua associazione in vita e ora è diventata culto. Culto privato, ferito, che accendo di notte al posto del sesso. Al posto delle fissazioni da svestire.
Se apro un armadio, se spalanco uno dei balconi centrali, tutto mi dice che qui c'è del vecchio; un antico che fa male, che non riporta al punto di partenza, un vecchio che sarà bistrattato e smembrato quando lascerò questa casa.
Sarà impietoso e ovvio. Come è spesso la vita.
Sarebbe una di quelle sere adatte a rivedere vecchie foto, ma proprio non mi va di rivedermi bambino o adolescente. Ho un pessimo rapporto con quei ricordi e ho un pessimo rapporto con chi vuole per forza evocarli. Le mie radici sono sorrisi e lacrimucce per alcuni, ma per me sono spettri, spettri con la coda.
Demoni personali che non voglio appartengano ad altri che a me. Difendo i miei demoni al punto da decidere il silenzio e i punti. Quando voglio io e con chi dico io, è un mio diritto.

Nelle donne che ho voluto e che mi hanno voluto, che mi hanno ricambiato o hanno semplicemente acceso le luci del carnevale, ho cercato le tregue migliori delle mie, nei loro occhi ho cercato le insolenti preghiere costruttive che io non ho mai saputo elaborare. E mi dicevo come uno stupido animale che avrei potuto amarle meglio, se in loro mi fossi specchiato senza presenze alle spalle.
Inizialmente, quindi, mi ponevo io al centro. Ma io odio il centro e la posizione equidistante dalla rovina e dall'estasi. Finivo dunque con il concentrarmi io su di loro. Era più giusto. Più soddisfacente. Non si fanno scampagnate con i fantasmi; con la grazia è facile spingersi in quel territorio dove, apparendo cretini, si concede ad altri esseri il proscenio sgombro. Amavo senza tenere il conto. Senza foto da appendere al muro nelle notti da solo. Animale ero e animale rimarrò. Non sono un predatore alfa, ma so come difendere un regno. Questo lo so fare.
E in questo appartamento, in queste notti, sono io il lupo a guardia di quello che è rimasto e ciò che è svanito.

Stamattina il telefono continuava a suonare, ma non ho risposto. Sapevo chi era e non ho risposto. I complimenti non mi tagliano gli artigli. Il telefono suonava, ho alzato il volume su “My ten year lady is giving it away”, potenza sonora, astrazione elettrica, geometria privata dell'uomo in silenzio.
La continuazione di un individuo è fatta di apparizioni, ma anche di rifugi. Così come mi presento in un negozio o a una serata, così posso non esserci, non sfruttare la possibilità di comparire e fare numero. I rifugi di un uomo sono più importanti dei suoi titoli, delle sue bravate sociali da esposizione, delle sue opere costruttive e stimate standard.

Il mio nome su una copertina. Il mio nome sulle labbra di qualcuno. O magari nella sua notte. Dipende da me, dalla verità che credo di portarmi dietro?
No.
Casualità. Curiosità. Devozione, dipendenza, legame certificato, estratto di nascita e crescita e anche vicinanza. Musica se va bene. Passione, quando si ha paura della morte. Ma anche maledizione, se non si è adeguatamente preparati a voler stare bene. In pace. Senza guardiani tra i piedi. Senza il biscotto sociale dell'amore da dare in pasto alle anime belle. Che rovina, la folla di anime belle. Quanto impegno per qualche sponsor.

Il mio primo libro, ricordo che mio padre me lo restituì senza averlo letto. Solo le prime dieci pagine, mi disse. Gli avevo scritto una dedica apposita e insistei perché lo tenesse almeno nel cassetto del suo comodino. Accettò con un sorriso. Fece bene a non leggerlo. In quel libro prevalse la rabbia e non i fantasmi. Mi sembrava più opportuno: i fantasmi, proprio a lui non potevo proporli.
Non mi sono mai sentito fiero di quel libro e in genere non provo piacere sessuale e autocompiacimento nel vedere una mia opera compiuta. Non mi masturbo con quel che faccio, quel che riesco a fare. La fierezza intellettuale è una roba sporca, come sbavare mentre fotti, come stampare un bacio sulle guance di una madre che ti ha appena dato dei soldi.
Trovo orrendo il compiacimento del proprio percorso, di qualunque cosa si parli. Davvero orrendo e svilente. Il compiacimento azzera per poco la paura, rendendo un uomo in battaglia solo un cazzo ritto davanti a uno specchio. Con la coda dell'occhio cerchi le mani che ti applaudono, le gambe che vorresti aprire, e nella smania di essere apprezzato concedi seconde possibilità e perdoni ai peggiori imbecilli. Te compreso.

Non dormo da diciassette ore, eppure non sono stanco. Forse potrei continuare fino all'alba. Qualcosa mi piace, dell'insonnia. Sarà il senso di vigilanza notturna, quel sentore di aver conquistato un belvedere sul vento, persino sulle vite e sulle emozioni degli altri.
Di notte ho le mani caldissime e nei piccoli spostamenti da una postazione all'altra sono felicemente un cieco senza cane.
L'insonne sa che l'amore non può essere risacca, non è un ritorno dopo la pioggia; l'insonne capisce che dietro il dolore il pensiero di Dio è troppo facile, l'insonne divora angeli senza volerlo, li sbrana, tutto preso dalla strenua difesa della sua fortezza fuori moda.
Sono insonne, sono perso, sono vivo.
Ogni notte mi innamoro di piccole cose, di azioni involontarie, di occhi nascosti. Mai di me e delle mie parole. Ogni notte accetto la lezione breve di quel tipo di silenzio degli insonni, quando voci calde e disturbate ti dicono, come comunicazione di servizio, che continuare è anche rifugiarsi.
E ferirsi. Ferirsi sempre.

Luca De Pasquale 2016










26/09/16

I brividi delle ricompense


Quando uscivo dai cinema, d'inverno, mi venivano sempre attacchi di freddo. Convulsi, spietati. Iniziavo a tremare, finiva che dovevo accendermi una sigaretta per riprendere un minimo di controllo.
In quei momenti avevo la sensazione di essere finalmente in grado di non dare nessuna definizione al mio disordine emotivo, al mio caos e, appunto, a quel freddo interiore che è stato un mio necessario compagno di crescita.
Soprattutto se decidi di metterti in gioco, di amare qualcosa o qualcuno e che questo non sia civetteria, prima o poi avrai un gran freddo e ti scapperà di avere paura.
Paura di crescere ancora, forse, e dunque di morire.
Paura che i sentimenti, nella loro astrazione così terrena e stringente, siano troppo per la tua anima e per la tua vita; che siano così impegnativi da esporti al rischio del ridicolo.
Tutte le volte che ho patito attacchi di freddo a tradimento, tutte le volte che ho tremato fino a tornare finalmente bambino, sono riuscito a dirmi che ero vivo e non solo un figlio di puttana a compartimenti stagni.

Ho tremato tante di quelle volte, fuori ai cinema e agli appartamenti, che qualcuno era poi costretto ad abbracciarmi. E io accettavo. Continuavo a tremare finché l'abbraccio non diventava un saldo, un rimborso esistenziale, probabilmente una ricompensa.
I miei inverni erano così diversi dagli inverni meteorologici da portarli allo scontro, da impedire che il mio corpo si abituasse all'inverno degli altri, dei passanti distratti, delle belle donne, degli affetti persi e massacrati, della musica lasciata nei cassetti, del sole preso a pugni in momenti di euforia.
Ma per disinstallare l'inverno dal cuore di un uomo non bastano gli abbracci. Perché finito il calore del momento il clima si riconferma, con le sue abitudini, con le sue ossessioni e i suoi riti non condivisi, sfuggenti, equivoci e taglienti.

Da ragazzo, il mio inverno interiore, quel soldato timido che invocava tregue quando non ce n'era realmente bisogno, era simboleggiato dal mio sorriso breve, dai miei libri, dai miei dischi. Ma non mi bastavano i simboli. E magari decidevo di innamorarmi. Principalmente di difficoltà, di annunciate delusioni, di sfide contorte, improduttive. Mi innamoravo di distanze per dimenticare le mie. L'ho fatto fino a poco tempo fa.
E la sera, anche se non posso ricordarlo, pregavo perché le ricompense non arrivassero a gettare ulteriore scompiglio.
Come negare che le distanze preservano concrete parti della nostra storia personale?

Una volta tornai a casa di notte da Posillipo, sotto la pioggia d'inverno. Un'ora di cammino. Ero stato a casa di un amico a cazzeggiare, avevamo fumato e parlato di musica, ragazze e chissà cos'altro. Sotto un assurdo giubbotto a scacchi indossavo una t-shirt della quale andavo orgogliosissimo, con l'icona mostruosa di “Grendel” dei Marillion. L'immagine era poco rassicurante per i miei genitori, che nella loro ignoranza giustificata pensavano ai Marillion come una di quelle band sataniste che andavano per la maggiore. Quello fu l'anno in cui “Clutching at straws” diventò il mio disco-icona. Avevo letto, forse su “Ciao 2001”, che il disco raccontava della crisi esistenziale di Torch, ideale continuazione del personaggio del Jester con cui i Marillion avevano iniziato. La cupezza di quel disco, con la sua mancanza di un concetto forte di redenzione, era ideale per accompagnare quei primi passi nel mondo adulto che non mi trovavano convinto o particolarmente fiducioso.
E così, come un piccolo Torch napoletano, tornai a casa in piena notte, fradicio, confuso e pensieroso, con il giubbotto che sembrava una grossa spugna a scacchi e la maglietta di Grendel che sembrava nera.
Trovai mio padre in piedi. Mi guardò con aria di rimprovero, ricordandomi che non potevo ritirarmi quando volevo. Dovevo avvertire, quando facevo così tardi.
Forte però delle sensazioni provenienti dalla promenade notturna, attaccato come un ragno alla tela liquida del basso di Trevawas nel disco dei Marillion, quasi gli risi in faccia.
Percorsi il corridoio buio non rispondendogli più, perso nella mia stupida insolenza adolescenziale. Quello, per Dio, era mio padre e oggi è l'assenza che più striscia nelle mie notti.
Raggiunsi il bagno e mi cambiai. Improvvisamente, quando mi sfilai la t-shirt di Grendel, iniziai a percepire l'arrivo di un'onda di brividi ghiacciati. Mi ricordo ancora della mia faccia bianca e stupida allo specchio mentre tremavo. Ricordando la canzone che più mi faceva male, “Sugar mice”, mi sussurrai quel che mi navigava dentro come un presagio stanco, e cioè che l'amore, qualsiasi forma di amore, un giorno mi avrebbe ucciso. Fatto a pezzi.
Avevo messo in funzione il mio juke-box di brividi, aggredito dal freddo in un angolo familiare della mia crescita difficile.
Oggi, sono un sopravvissuto qualsiasi. L'amore mi ha fatto a pezzi e io sono stato gentile, tollerante, persino creativo. Ho resistito. Come quel disco ha resistito nella mia memoria selettiva e come lo sguardo di mio padre è finito, irrazionale e eterno, nelle mie mani fredde.
Quel che rimane è la mia malinconia. Profonda, inguaribile, eccitante.
Sono un uomo malinconico, un professionista della malinconia. Probabile che io scriva anche per questo.
Le ricompense? Aspetteranno. Al bar, dietro il bancone vuoto, sugli sgabelli di pelle senza lacrime, nelle bottiglie scure che mi tentano senza alcuna possibilità di essere consumate.

Luca De Pasquale 2016










24/09/16

Ta faje cu l'ove 'a trippa?


A molti piace la scrittura umoristica, la brillantezza. Persino le freddure.
A me non particolarmente. Chi vuol far ridere per forza mi deprime e le battute a effetto mi impressionano meno di una mano morta sul bus.

Così, quando mi ritrovo di fronte un esemplare di brillantone che cerca di strappare la risata obbligata, io rinculo forte. Molto forte. Sono i saponificatori dello humour a rendermi più cupo di quel che già sono; esaltano addirittura il mio lato esoterico, ammesso che esista.

Mirco Berlione mi cattura fuori la panetteria di quartiere, e io devo solo maledire la mia mancanza di invisibilità. Inizia subito a fare commenti sulle donne che passano, a voce alta per farsi sentire. Io sento potente la voglia di evirarlo con le mie stesse mani. Tutti quelli che fanno i galletti con le donne ci sanno fare poco, con le armi virili a disposizione. Sono dei complessati.
Ti piacciono le SUDDAMERICANE, Luca?”
Non particolarmente. Cioè, non è importante che lo siano”
Hanno dei culi scolpiti nel marmo e nell'ebano”, ovvieggia lui.
Nel mogano no?”
Anche, Luca. Il culo di una SUDDAMERICANA significa che Dio c'è, ecco, l'ho detto”
Gli guardo l'orologio. È un modello nuovo di una marca molto famosa. Lo esibisce con mala grazia, il cazzone: spero che glielo rubino e che nella colluttazione perda due denti.
Stai scrivendo i tuoi libri?”
Io scrivo continuamente libri, poi li mando a stampare in Romania perché si risparmia”
Bravo Luca: la delocalizzazione è importante oggi per l'economia”
Ma certo Mirco, soprattutto per la manodopera con prole, certo”
Non si può guardare allo specifico, Luca: questa è l'epoca in cui si deve guardare al disegno completo”
Guardo il giornale che porta sotto il braccio: è un quotidiano populista che scrive sempre di migranti, delle malattie di Berlusconi e riporta i virgolettati di Brunetta espandendoli fino al parossismo. In prima di oggi c'è Parisi e poi un'immagine di Hillary Clinton emaciata e sfibrata dalla malattia.
Mirco si accorge che sto fissando il giornale e mi dice: “Non ti piace, lo so, tu sei uno di quelli comunisti”
Tutti i comunisti che ho conosciuto in vita mia mi hanno dato del fascista, Mirco”
Ohibò, e perché mai?”
Ai tempi di Carlo Giuliani volevano lapidarmi. Oggi che in città i centri sociali sembrano contare come mai negli ultimi anni, potrei anche rischiare il confino”
Ma sei comunista sì o no?”
Sono post-marxista, anarcolaburista e per l'ordine”
L'ordine?”
Sono per l'ordine e per la tutela dell'ordine pubblico. Io non volevo fare lo scrittore, ma il poliziotto violento”
Violento?”
Dai modi spicci, intendo. Mica uno che abusa”
Allora sei fascista”
Grazie, Mirco”
Vabbuò guagliò... cambiamo argomento... guardati a quella...”
Sta passando, sul marciapiede di fronte, una bionda slavata ma molto formosa. Mirco quasi sbava.
Quella è polacca... le polacche sono famose... Tatianka? Zanzana? Myryana? Come ti chiami, dimmelo!!! Angzelika.... maronna mia e che ti farei, Lucjanka...”
Mirco, potresti evitare di urlare in questo modo? Dai, è disgustoso”
Luca, ma che ti credi? Quelle quello vogliono... cercano l'italiano da spennare.. è un do ut fes, che ti pensi? Ma io sono qui anche per loro, io sono un imprenditore, io sono Mirco Berlione, e di professione JE GAGNE, JE GAGNE BIEN POUR MIEUX FOUTTER... ah, ah, ah! E peccato che non so il polacco, ma tutto finisce con 'czak' lì a basso... e che devo dire? 'Sto czak!”
Mi arrendo.
Il suo orologio luccica al sole di settembre, mi ha dato del fascista, è stato razzista, sgrammatico e vitalista, si è dichiarato imprenditore e ora mi darà anche la sua personalissima dritta musicale.
E infatti.
Ho scoperto una nuova band”
Dimmi”
Sono grandi si chiamano I STIVEN WILSON”
Come?”
Si chiamano proprio così, I STIVEN WILSON”
Penso che tu stia parlando di Steven Wilson, si tratta di una singola persona”
Tu veramente fai?”
Veramente faccio”
Comunque sono molto bravi”
Si tratta di uno solo”
Scusa, e allora chi suona nei suoi dischi? A me sembrano più di uno, secondo me ti sbagli”
Maledetto.
... e comunque, guardare tutte queste proase per strada mi ha fatto venire voglia di un pompino”
Che eleganza, che classe. Che equilibrio emozionale.
Del resto, le proase vogliono gli uomini con la moneta, e allora cosa posso mai dire, Luca?”
Non saprei”
Beh, io dico JE SUIS MIRCO, JE SUIS AN IMPRENDITEUR TRES CALCULE' AND JE GAGNE AUSSI BIEN POUR JOUER LE FRIK-FROK, MA CHERIE... e dico anche VIVE LA CHATTE AUGIUR'DUI!”
Muori. Muori, rifiuto umano.
D'accordo Mirco, è stato un piacere, ora devo proprio andare”
Vai a scrivere un altro libro?”
C'è una chiara nota di dileggio nella sua voce.
No, vado prima in Romania a trattare il prezzo della stampa”
Le rumene sono bone. Pure loro cercano moneta, e qui ce n'è quanta ne vogliono...”
Stretta di mano, ma quando ho già preso la rincorsa lui mi grida dietro che alle prossime elezioni, dato che mi sono rivelato anche un po' di destra, dovrei votare un suo cugino di terzo grado che si presenterà con una lista civica che -ma questo lo deduco io- proporrà un programma meno sensato di un rutto di Paolo De Canio, con tutti gli stranieri fuori dai coglioni, la riannessione di un pezzettino di Istria dimenticata, l'abolizione del divorzio e dell'aborto, il voto limitato alle donne e la foto di Marine Le Pen al posto del crocifisso nelle aule.

Oggi non è la mia giornata. Mi servirebbe uno di quei libri umoristici, ma non li sopporto. Non c'è niente di peggio che dover sopportare i minuti neri della vita accompagnato da un perenne Bagaglino, con Martufello che mi fa le pernacchie e Pippo Franco travestito da politico di estremo centro.
Un tempo riuscivo a fottermene di ogni cosa, era semplice, bastava chiudere gli occhi e annusare la vita.
Oggi, oggi la trippa devo farmela con le uova, e quando incontro un imbecille capita che io non disponga dell'autonomia necessaria per essere altrove.

Luca De Pasquale 2016


22/09/16

La vecchiaia minacciosa, i santoni rock sulla punta del cazzo


Delle persone anziane reggo lo sguardo, ma non riesco a guardarle di spalle, con il loro passo lento e la loro irreale pazienza.
Non riesco a reggere la malinconia della vecchiaia: se loro resistono -e io li ammiro da morire, gli anziani-, io soccombo senza possibilità di salvarmi.
Mi vergogno spesso di fronte a loro, mi vergogno della mia codardia, della violenza che mi porto dentro, dei modi spicci e feriti, del veloce turpiloquio della mia memoria.
Mi vergogno dei lutti che non ho superato e che hanno innescato un cocktail di culto e vendetta.
E mi vergogno di essere un uomo violento, anche se non ho mai fatto del male a nessuno. La mia violenza è navigare sotto i bordi, quasi solo di notte, parte della mia violenza è tutelare chi amo ma non me stesso.
Ieri per strada mi sono trovato una donna anziana davanti, claudicante, stoica, e ho iniziato a sentire disagio. Poi, sorpassandola, mi sono girato a guardarla in volto e le sue rughe profonde, incise, mi hanno rassicurato. Non le mie, appena accennate, lava che sembra disegnata: del resto credo che la mia faccia si possa cancellare. Il mio naso imperfetto, i piccoli spiazzi sotto gli occhi, le guance che dimagriscono per i pensieri e si rimpolpano quando sono stupido, coglione e vitalista.

Può anche essere che la donna mi abbia lievemente sorriso, sì, è possibile. So però che mi sono allontanato velocemente, sulle mie gambe, sulle mie inquietudini.
Avevo in testa di scrivere qualcosa sui santoni rock, qualcosa di corrosivo, qualcosa di selvaggio, perché sono insofferente. Detesto quegli atteggiamenti saccenti da illuminati, da spianatori della strada, da guru e pigmalioni, da veri rocker con il sospensorio. I santoni rock sono facili da sputtanare, perché non smettono mai di raccontare degli innumerevoli concerti ai quali hanno partecipato e se citi una band particolare e originale loro non te lo consentono, ti devono subito rimettere al tuo posto, che è quello -cristallizzato e osceno- di eterno apprendista sbavante. I santoni rock mi stanno sulla punta del cazzo e questo non è turpiloquio. La loro competitività protratta è ridicola, il loro status è ferito e incompleto per definizione, non meno dell'umanità intera.
Sono fragili, paurosi: se tu conosci benissimo i Rush, loro ti spiattelleranno quanti concerti dell'immensa band hanno reportato e di quella volta che hanno bevuto una birra con Geddy Lee: pensano che così ti levano da mezzo, ti inibiscono. E invece no. Perché, per esempio, io Geddy Lee me lo porto in testa, Geddy Lee mi suona dentro. E pazienza se non ho l'edizione Gold Super Audio di “Roll the bones”. Gli audiofili hanno dei chiari problemi con le dimensioni del pene, come quelli che guidano SUV o sfoggiano donne che sembrano uscite da una casa di moda.
Ma quella donna anziana, la tristezza che mi ha messo addosso, ha scongiurato il pericolo che io scrivessi un pamphlet contro i santoni rock e la loro boria autoreferenziale. La visione della vecchiaia mi ha inibito per davvero, soprattutto perché io sono un fottuto codardo.
Ci vuole uno spirito particolare per invecchiare senza vomitarsi addosso e camminare sotto il muro; so di non possederlo. Verrò meno, mi deluderò. Avrò paura della morte e della non autonomia, perché non so costruire chiese, nemmeno una talmente piccola da contenere le anteprime delle mie paure.
Non so pregare: contemplo la riconoscenza, ma finisco per confondermi e contraddirmi. Contemplo l'amore, eccome: ma senza passione è probabile che io sia solo un verme. Forse senza cazzo sarei come uno scrittore senza carta o senza computer; senza forza addosso, la forza di questi anni, finirei per avere terrore di crollare e mi inventerei un dio impasticcato da tradire.
Il modo in cui si sono amati i miei genitori, di quiete, di piccole abitudini, di cura disinteressata, di devozione mai urlata, mi annichilisce: ho un complesso di inferiorità, sono uno stronzo.
Ora faccio il gallo sulla monnezza perché -alla mia apparenza- non ho più nulla da perdere: attacco, rientro, attacco di nuovo, mi suicido e poi celebro la resurrezione, ma sono giochi di fuoco che officio da solo, in un microcosmo personale di giocattoli andati a male.
Quello che ammiro, quello che emoziona, non lo vedo nello specchio. E allora devo distrarmi, magari attaccando i santoni rock e i loro santini ormai quasi impotenti. Ma è un gioco della mia notte, Dio mi sputerà in faccia se non imparerò la disciplina della vera decadenza, quella che non è mai roba facile per uno scrittore.

Luca De Pasquale 2016


20/09/16

Perdere per amare: Lazio-Fiorentina 4-0


Domenica 18 febbraio 1979 io e mio padre accendemmo la radio Telefunken Kitty arancione che avevamo in salotto. Adoravo quella radio, probabilmente per il suo colore; l'arancione è stato sempre il mio secondo colore, naturalmente dopo il viola.
Si giocava Lazio-Fiorentina, una partita che mio padre definì laconicamente “difficile, ardua”.
E tale fu. No, fu molto peggio.
La Fiorentina, che in quell'annata certo non brillò particolarmente, uscì sconfitta sonoramente, 4-0. Subì quattro reti in ventotto minuti, dal cinquantacinquesimo in poi: doppietta di Bruno Giordano, una sciagurata autorete di Roberto Galbiati e chiusura di marcature con Vincenzo D'Amico.
Sul 3-0, mio padre spense la radio rabbiosamente, senza interpellarmi.
Papà, perché hai spento?”
Basta, non voglio parlare. Incapaci. No, non voglio parlarne”
E si allontanò dal salotto, accendendo nervosamente una delle sue Muratti Ambassador.
Rimasto solo, decisi di riaccendere la radio e feci in tempo a beccarmi la stilettata di D'Amico alle spalle di Carmignani. Una disfatta colossale, che molti anni dopo fu replicata e superata con un assurdo 8-2 per la Lazio nella stagione 1994-95, sempre all'Olimpico.

Quando spensi la radio, mio padre era scomparso in cucina, parlottava con mia madre. Di cose che non avevano alcuna attinenza con fatti calcistici. Io mi sentivo molto amareggiato, perché nonostante i soli sette anni di età già tifavo con un ardore irrazionale, una sorta di spirito epico che mi portava ad attendere le partite della domenica con un atteggiamento da eroe greco senza scudo.
Mi chiusi in me stesso per una buona mezz'ora, ma in quel lasso di tempo il mio amore per la Fiorentina non fece che aumentare in modo esponenziale, poteva mai distrarmi dall'amore una sconfitta?
Sì, decisi forse in quel momento che le sconfitte erano e avrebbero dovuto essere una componente irrinunciabile dell'amore. Di qualsiasi tipo d'amore. È quando si perde che devono scattare le molle della perdizione, della devozione, paradossalmente della fedeltà.
Così, vincendo il mutismo e il sapore di fiele in bocca, raggiunsi mio padre, che intanto era davanti alla televisione a guardare una cosa con Alberto Sordi.
Mi avvicinai alla sua poltrona, gli toccai il braccio e quando mi guardò negli occhi gli dissi, senza troppa enfasi: “Papà, non fa niente se abbiamo perso 4-0. Io volevo dirti che amo la Fiorentina, che tiferò sempre Fiorentina, per tutta la vita. E poi non è colpa di Galbiati se ha fatto un'autorete, è un bel giocatore. Mi sta simpatico Galbiati e io sono un tifoso della Fiorentina”
Mio padre mi sorrise, con quel modo di emanare benevolenza e tenerezza che possono avere solo i padri quando si riconoscono in un figlio.
Mi carezzò la testa, e, pur confermandomi che non voleva parlare della partita, riuscì a dirmi “sei un vero tifoso”, frase che mi inorgoglì oltre modo.
Ricordo spesso quel Lazio-Fiorentina 4-0, meno di quanto ricordi mio padre e il nostro amore interrotto dalla vita e dalla fine di un ciclo, e non si tratta di un ricordo amaro. Per niente. Considero quel pomeriggio del 18 febbraio 1979 come una prima consapevolezza, e cioè che per rendersi conto di quanto amore c'è in gioco forse perdere è necessario.
Che la sconfitta è un atto passionale, è un abbraccio che va a vuoto solo nei primi istanti, ma può diventare saldatura, coerenza, spirito di presenza.

Io ho perso molte persone e molte 'cose' nella mia vita: un flusso inevitabile di smarrimenti, di beffe, di agguati e fughe, i tatuaggi della morte sulla pelle che invecchia, le fratture come brividi nella memoria che si autoriproduce tradendosi in continuazione. Mi sono perso io stesso tante di quelle volte che oggi, oggi che invecchio sul serio, considero una fortuna ritrovare piccole parti di me nello specchio o al risveglio.
Credo di sapere quanto amore ho provato a dare e di come spesso io sia stato ridicolo e inadeguato, credo anche -e questa è superbia- di conoscere l'enormità dell'amore che ho perso o che mi è sfuggito.
Non importa. Perdendo si rischia, perdere significa forse continuare ad amare. Perdere amplifica la dimensione onirica del tentativo d'amore e quella strana follia che chiamiamo volgarmente continuità.
Mi sta bene. Perderò ancora e ancora, la musica non basterà, le parole non sutureranno mai i 4-0 e gli 8-2, ma guardando la luce più stanca della giornata più banale non avrò niente da rimproverarmi.
Perdere per amare non è una frase a effetto, è un momento reale di desolante bellezza dove riusciamo ad essere desiderio e non solo protocollo di promesse.

Luca De Pasquale, 2016




16/09/16

L'angelo fallito


Cazzo adultero, adultero d’un cazzo; certo così è,
per quanto dicono: la pentola sceglie da sé le sue verdure.
Catullo

Quella volta in piscina ero incazzato sul serio.
Sentivo la rabbia tra i denti, come un ascesso. Avevo voglia di fumare, di bere, di una sveltina. Scaricarmi sessualmente non mi sarebbe bastato, ma ne avevo voglia.
Chi pensa che il sesso basti è un pazzo, un idiota. Il sesso accentua la rabbia, la canonizza solo per qualche minuto, trova una giacca da sera al fiele.
Quel giorno in piscina mi sentivo Gustav von Aschenbach e il Tadzio di turno era lei, che entrava e usciva dall'acqua, spiata, guatata e desiderata da tutti gli uomini (e non solo) presenti. Se si fosse alzata all'improvviso e puntato il dito verso l'orizzonte, forse sarei anche morto.

Dato che non parlavamo molto, avevo portato della musica. Ascoltavo ossessivamente in cuffia “Every move we make” di Geoff Tate, l'ex cantante dei Queensrÿche. Pezzo bellissimo, che però -in quel contesto- non mi dava quiete.
Anch'io la guardavo nuotare, asciugarsi, persino sorridermi. Avrei dovuto e potuto sentirmi fortunato. La sera prima avevamo scopato. Lei mi aveva piantato le unghie nella schiena e io mi ero sentito uomo. Persino quando ero venuto, brevemente, come un animale ustionato. In quel gesto, in quelle pose veloci, fameliche, i nostri corpi però non avevano scambiato alcuna informazione utile per il futuro. Nemmeno per il presente, alla fine.
Una donna non è mai di un uomo. Non può esserlo. Impossibile. Lei non era mia: non solo mia e non per sempre. Poteva bastare per odiarmi, non certo per odiare lei. Poteva bastarmi per voler andare a fondo e precipitare.
Mi è sempre piaciuto sabotarmi. Mettermi in difficoltà. Mettermi alla prova e guardarmi cadere. Non ho angeli sul mio letto. Non ho la pazienza e la benevolenza dell'umiltà immobile. La mia umiltà è drogata, reale ma brevissima, chiedo sempre troppo e mi punisco regolarmente.

Hai fame?”, mi chiese.
No”
Eppure è ora. Io mangio”
E mangia. Mangia alla faccia mia. Fatti guardare dagli uomini. Anche dagli angeli. Il desiderio dura più della vita di un uomo, in certi casi. Il mio per te è maledizione, confusione, precarietà, musica sul mare per ricchi sordi. Il mio desiderio è veemenza, smania di concludere l'ossessione a mio favore, tacito bisogno di autodistruzione.
Lei mangiava il suo panino. Il mio, conservato. Sarebbe rimasto lì, come tante mie parole. La puzza di prosciutto e latte di cocco avrebbe coperto parte del suo odore. La mia gelosia, fuori come un fiore. Un fiore velenoso, un oleandro puzzolente. Non era solo mia. Non completamente. Nulla è completo, nulla è sul serio, pensai.
Lo iodio, le grida dei bambini, il sole, gli insetti, tutto mi dava alla testa, mi innervosiva ancora di più. Mi alzai. Avevo una mezza erezione. Erezione di rabbia.
Ero consapevole che le mie erezioni con lei e per lei non sarebbero servite certo per fare bambini. Erano un disperato grido d'aiuto in una stanza insonorizzata, il mio cervello stanco, una pistola carica puntata alla tempia sinistra. Niente è per sempre e niente è al completo in questi lidi. In questi lidi senza bagnini, i miei, il troppo desiderio invade la spiaggia libera della voglia di morire.
E quindi, il nudismo definitivo.

Accesi una sigaretta e mi allontanai. Feci in tempo a sentire la sua voce che mi chiedeva retoricamente “te ne vai?” e raggiunsi i bagni dello stabilimento. Solo, in piedi a picco sulla tazza del cesso, guardai il mio attrezzo quasi completamente in erezione. Mi disgustava profondamente. Persino di più del disgusto che provavo per me stesso quando mi innamoravo. Un uomo innamorato che non nasconda il suo stato è uno spettacolo penoso.
Dovrei venire di nuovo, mi aiuterò”, considerai. Ma lasciai perdere. Quando vieni per rabbia ti condanni. Il cazzo restava lì, probabilmente mi guardava. Nella mia vita c'era qualcosa che non andava. Finivo sempre per far sbavare i desideri. Troppo e oltre. Sempre. Il possesso, la consapevolezza del bisogno di quella sensazione, mi dimezzava. Un vero fesso.
E pensare che per lei avevo interrotto quella relazione così quieta e tendenzialmente soddisfacente. In quella relazione non eiaculavo quasi mai e la rabbia stava a zero. Parlavo poco, ero solo gentile e piuttosto amorfo. E non avevo voglia di morire, di sbiadire. Nemmeno di partire. Nell'altra relazione mi eccitavo solo per l'eccitazione dell'altra. Di desiderio spontaneo neanche l'ombra. Desiderio autonomo inesistente. Solo riflessi. Cortesi riflessi. Vaffanculo.
Non ero un uomo pulito. Lo sapevo. Era lo sbaraglio che mi muoveva, quasi sempre. Quando quel mio vecchio compagno di scuola mi aveva presentato la sua compagna, avevo provato desiderio sessuale e glielo avevo fatto anche intuire. Ai funerali non pregavo. Ai matrimoni non mi complimentavo. Della mia infanzia conservavo un ricordo fatto di Madonne trasparenti in bottiglia, incubi notturni, cotolette al latte, bugie di parenti, rifiuto del catechismo, infantile anarchia e masturbazione solenne per le amiche di mia madre e mai per le pari età.
La compagna del mio vecchio amico non mi piaceva nemmeno, ma qualcosa mi aveva spinto a considerare, solo considerare, di profanare quel legame con la mia sporcizia impulsiva. Neanche ideologia del marcio, peggio: derive. L'errore come la sordina della tromba, nel momento sbagliato. Quando ogni Dio è lontano. E non si dovrebbe mai suonare quando Dio è lontano.

Mi tirai tutti i capelli all'indietro, gonfio di risentimenti atavici, invecchiati, mal gestiti e incomunicabili. Il cazzo duro nel costume, la bocca socchiusa, il cuore svuotato su un banco di scuola tra temperini, gomme da masticare e figurine. L'amore era quiete? No. Rivoluzione? La parola rivoluzione era in bocca a troppi idioti, mai usarla. Pensai che da vecchio, se mai ci fossi arrivato, avrei rischiato il lolitismo. Pensai a vecchie storie finite a cosce all'aria e senza godere sul serio. Storie di bava che diventavano veleno calmo s squallido. Cos'è la quiete? Una testa che va su e giù sul mio sesso? I complimenti di un superiore, l'ipotizzata grazia di un Dio somministratore di perdoni? Può mai essere la quiete la geografia di buoni rapporti con chi ti sorride, anche solo per inerzia? La quiete è scrivere libri, essere stimato come generatore di parole e come cantastorie? La quiete è poter dire “mi piace la solitudine” senza il dileggio del caos altrui? La quiete è per caso guardare il proprio amore accettato e giudicato degno?

Andai al bar. Chiesi un caffè per me e un gelato per lei. Mi guardai i piedi, maledetti infradito. Detesto gli infradito da sempre: sono delle calzature oscene. Di notte muovo i piedi durante i brutti sogni. Sono come dei metronomi che danno il la a immagini difficili.
Poi la raggiunsi. Stava ascoltando della musica e prendendo il sole. Aprì mezzo occhio: “Chi si rivede?”
Gelato”, dissi stupidamente.
Oh, grazie...”
Tirandosi su sul lettino di plastica, offrì ai miei occhi il collo, le spalle, le schiena. Tutto quello che non avrei mai avuto, pur potendoci giocare per un po'. Ma io non sapevo giocare con l'amore. Non giocavo con il suo corpo e nemmeno con la mia ossessione. Giocavo con la fine, come al solito, senza intellettualismi. Per questo mi sentii autorizzato a chiederle, porgendole il gelato: “L'hai mai vista la statua del Galata morente?”
Ho visto quella del Galata suicida”
Già”
Il sole, stava finendo. Lei no e io, non l'avrei mai saputo.

Luca De Pasquale 2016









14/09/16

Non reggo la bellezza


Dissi a quella donna che stavo conoscendo a poco a poco: “Puoi sognare anche senza di me”
Non c'era stato nulla; in qualche modo, quindi, fui eroico.
Come buona parte delle gesta che sembrano eroiche, quella rinuncia mi qualificò come un perseverante imbecille.
Forse fui anche vigliacco. Perché non posso nascondere che già lo pensavo allora, le donne sono ancora più belle nel momento in cui intuisci che possono essere tue.
Ed è lì che devi decidere, se ti senti all'altezza o sei solo un bluff.
Per anni mi sono considerato un bluff all'altezza, era un'idea mista: di conseguenza ho rinunciato spesso.
Quella donna, che era bella e con tutta probabilità più preziosa dell'intera mia persona, mi guardò delusa e scoraggiata. Il suo sguardo muto e basso mi arrivò nello stomaco come un dardo. Aggiunsi inutilmente: “Mi piacerebbe dirti che mi sento come Martin Fry dopo 'The lexicon of love'; troppa bellezza non la reggo, è come caricare di gas un piccolo serbatoio. Non può reggere, si esplode. E come si fa a preventivare seriamente i danni?”
Ma le mie parole già non le arrivavano più fresche e stuzzicanti come qualche ora prima.
Incontri un uomo che sembra un fiore notturno calpestato, provi a dargli un'identità di passione e persistenza e lui si suicida davanti a te, invocando Martin Fry. Capisco la delusione.

Scrivo spesso di Martin Fry e della musica degli ABC. Ne sono consapevole. Come di tante altre cose. Ho già confessato più volte che l'identificazione con Martin Fry mi è agevole perché sono un romantico messo a soqquadro dall'inizio dei tempi. Il mio romanticismo -radicato vezzo di un'anima sperimentale mai passata di grado- mi disgusta profondamente. Lo combatto con le armi del cinismo e del sarcasmo, ma soccombo.
Sono rassegnato al mio destino: il mio romanticismo eccessivo muore ogni giorno soffocato dal suo stesso vomito. Come Bon Scott degli Ac/Dc.
Sui treni notturni mi illudo di essere bello anche di me, della mia presenza: ma è un'illusione. Negli specchi scuri mi saluto con la tranquillità del commesso viaggiatore che chiede poche cose e si tiene a debita distanza dalle scene più belle e dai silenzi che un pittore raffigurerebbe come abbracci.

Al sicuro dai desideri, archiviata la luce del giorno, posso sentirmi capace di ogni cosa, di ogni traiettoria, di ogni sovversione. Sindrome da vampiro. L'odore della pelle è diverso, come il peso del cuore e la profondità degli occhi. Il buio funziona, nella misura in cui cocci e costoni, zavorra e sangue si dispongono a diadema nella figura di un uomo in piedi accanto a una finestra, affacciato ad un finestrino, seduto in poltrona, impegnato a scegliere le parole e le confessioni più accettabili.
Bluff.
Mai retta la bellezza. Mai costruiti ponti per permettere agli amanti di specchiarsi in un sogno fermo: quando credevo di regalare qualcosa, non facevo che invitare assenze alla mia tavola, spacciando il mio Ponte Del Diavolo per una cattedrale del domani.

Dissi a una donna sposata che la desideravo e che me ne fottevo del marito e della sua vita senza me. Ma lo feci per perdere, per allontanarmi, per sentirmi brutto, parziale, egoista. Dovevo allontanarmi dalla bellezza. Perché non la reggevo. Non più di cinque minuti. Il tempo di una canzone di Martin Fry e di una sigaretta. Il tempo di un sabba giocattolo, in ginocchio su un tramonto, velleitario come una lettera di protesta al destino, liquido come gli amori simulati, pessimo e saccente come un mediocre libro.
Se la bellezza mi aspetta su un'altalena e vuole che le carezzi i capelli, io preferirò andare a gettare una moneta nel pozzo, in quella zona poco illuminata che non è contesa da angeli, demoni e parole nuove. In silenzio sotto la luna, vendo i miei desideri per una moneta, per un tuffo misterioso, per una profondità che non posso misurare.
Il bluff vuole essere all'altezza: e allora che il bacio magico non sia per me. Che mi sfiori i vestiti, almeno quello, e che risalga il mare lontano, così esteso da impedirmi lo sguardo e la memoria.

Luca De Pasquale 2016




13/09/16

Assenze durante gli orgasmi


Il culto dell'orgasmo: l'utilitarismo puritano applicato alla vita sessuale; l'efficienza contrapposta all'ozio; la riduzione del coito a un ostacolo che va superato il più velocemente possibile per giungere a un'esplosione estatica, unico vero fine dell'amore e dell'universo. Perché è scomparso il piacere della lentezza?
Milan Kundera

Conosco uno scrittore che ha da poco pubblicato un nuovo libro e questo ha migliorato del buon novanta per cento le sue prestazioni sessuali.
Per troppo tempo aveva fatto l'amore muto, meccanicamente, come una marionetta fatta di marzapane e carote. Scopava con tristezza, mesto, senza euforia, senza la pazzia dell'attimo, disilluso, con addosso quella schifosa sensazione di fallimento esistenziale che di certo non aiuta le gesta dell'apparato riproduttivo.
E invece, adesso ha ripreso a chiamare “bambina” la sua compagna mentre la penetra con un'enfasi eccessiva e una platealità plastica che contiene in sé il virus atroce del ridicolo.
Dice cose del tipo “mi fai volare, bambina, sei la mia modella, oh... oddio santo che mi fai che ti faccio che ci facciamo qui”, poi, quando viene, si sente più rilevante di David Foster Wallace e Philip Roth messi insieme.
Sono dell'opinione che sbaglia tutto e quindi è un assoluto coglione.
Perché?
Perché è criminale pensare all'orgasmo maschile (posto che quello femminile rimarrà inconoscibile e fatato, misterioso e cupo come strisce di velluto sovrapposte alla notte) come a un momento di celebrazione e contemplazione di sé e della propria arte apparente.
L'orgasmo maschile è un attimo sopravvalutato di totale stupidità. Quando non subissato da tutta la retorica procreatrice, è ancora più fragile, mingherlino, scontato e gocciolante. Non credo che l'orgasmo sia una piccola morte soltanto, come si ama dire e citare; credo piuttosto che sia una scomparizione in piena regola, un'assenza non priva di dolori retroattivi, intaccata dalla finitezza, dalla fisicità mortificante del momento finale.
Non so: io dopo che vengo mi sento una stella abissale, un'involuzione veloce verso desideri primari e inconfessati, mi sento l'abitante invisibile di un castello di sabbia costruito da un bambino. Dopo che sono venuto mi sento metà eroe e metà merda; in entrambi i casi non servo a nulla e non servirò più alla mia partner.
Non ho certo paura dell'orgasmo, ma di me stesso dopo l'orgasmo sì. Un soldatino suicida, un brano non radiofonico, la chiglia nera di una nave in fondo mai salpata.
E da ragazzo pensavo, “se mi innamoro per davvero cercherò di non raggiungere mai un orgasmo con quella creatura”. Già. Perché le coccole dopo il sesso sono orrende. Sono come un giornale di gossip, come una canzone sdolcinata da portarsi nel villaggio turistico. Sembra che devi riprendere il filo delle cose -e dell'irrazionalità- da un momento conclusivo, contorto, molto spesso annichilente.
Lo scrittore che conosco scoperà meglio e verrà copiosamente finché avrà buone recensioni e si sentirà in progresso rispetto agli standard che intravedeva negli attimi bui, poi riacquisterà quell'aspetto emaciato, sofferto senza voli, ritroverà le sue rughe autoreferenziali e le sue ossessioni sdoganate dalla passione esibita per le “cose artistiche”.
Ma cose artistiche e sperma non sono associati, e l'orgasmo non è una buona torta con le candeline per un uomo che non voglia fingere. Lo specchio del piacere nasconde demoni e forse il sogno è questo, l'eccitazione proviene dall'oscurità nascosta dietro i banali contorcimenti dell'epilogo.
Dopo il sesso penso che si può andare alla finestra e scrivere il proprio nome sul vetro appannato. Per scongiurare la peggiore sparizione. Per demolire gli alias delle troppe madri simulate. Per sconcertare e spiazzare l'oscenità della felicità da rappresentarsi.
Una volta una ragazza mi chiese se non fossi uno di quei tipi che considera amore e dolore come un tutt'uno. No, non direi. Ma l'amore, indubbiamente, non è il poster che può coprire quel buco nella parete (dove a volte si annida un sole seduttore) che altro non è che una foto dell'anima mentre cerca la quiete.
Assente durante parecchi orgasmi. Assente alle feste. Assente sulle panche ripulite dai vicari del giusto. Assente nei miei sogni migliori. Assente per chi mi ama solo perché mostro di conoscere la strada per la mia conclusione.
Assente nei miei giorni di sole, assente nei miei occhi quando decido di piacermi. Presente e prigioniero del vento al richiamo delle cause perse.
Quello sempre.

Luca De Pasquale 2016