31/08/16

Giochi di polso sull'amore


Non ho mai capito la necessità di collegare la lettura dei libri all'amore. Non ho mai condiviso quel bisogno isterico di “ritrovarsi” per forza nelle parole dei libri. Ricordarsi di sé non significa trovarsi. E questo vale anche per l'amore.
Penso che non potrei mai innamorarmi di una scrittrice.
Penso anche che non mi sono mai innamorato di chi parlava troppo d'amore; è come quando arrivi alla terza caramella di fila e ti viene il voltastomaco.
Senza amore siamo perduti”: questa è una frase da problemi intestinali. Proviene forse proprio da quegli sforzi, da quello stato di nebbia del pensiero che sembra trionfare quando la regolarità inizia a fare difetto.

Lo scrittore Cadmo Zantraglia posta una foto del tramonto con cotale didascalia: “Non perdiamo un solo momento d'amore, per favore”.
Commenti estasiati di donne agitate, di uomini fragili e sensibili sotto le festività, lui che poi tace e si gode l'eco.
Non vuoi perdere un solo momento d'amore? Non ti resta che andare a masturbarti: scegli una delle quaranta che ti hanno scritto commenti, per le tue fantasie.
Schizzati caldo sulla pancia e pensa al tuo prossimo racconto, da condividere a morsetti sui social.

Chi parla continuamente d'amore e sentimenti con enfasi, chi ostenta quell'ipersensibilità isterica verso i gesti plateali di passione e incontro, quelli sono miei nemici.
Che siano scrittori o meno. Se sono scrittori, sarà certo peggio.
Non perché io sia immune, non perché desidero esibire un finto distacco: è così proprio perché l'amore mi ha fatto a pezzi. Da sempre e forse per sempre, inevitabile, beffa karmica, persecuzione, pensatela come volete.
L'amore mi ha fatto dimagrire, mi ha fatto fumare l'impossibile, mi ha gettato nudo in vasche di ghiaccio e silenzio, l'amore mi ha regalato l'insonnia e una memoria che è cilicio, discarica, cimitero di panna, grattugia, Satana e nostalgia. Canzoni e autodistruzione, sesso veloce e suicida, scritti inutili, trasparenze macchiate, telefonate mute. Altro che immune.
Solo che poi si sceglie. Si sceglie di smetterla con la pomposa celebrazione delle lacrime, si accetta la scena inquinata del passato, delle voglie, delle maledizioni personali.
Non credo alle mollezze e non considero il cuore come un atleta da rimettere in forma per obbligo sociale. Gli obblighi sociali, tra i quali purtroppo un certo tipo di scrittura rientra, mi fanno ribrezzo oggi più di ieri.

Forse la libertà che un uomo può arrogarsi in maturità è quella di non chiudere gli occhi nel parco delle statue silenziose, che niente più sorvegliano e nulla intendono tutelare, in materia onirica e emozionale. Libertà è ammettere di essere colato a picco tante volte, molte di più di quanto l'orgoglio vuole riconoscere, troppe rispetto a quanto si è creato e lasciato in termini d'eredità amorosa. Nei libri non cerco parole d'amore. Nelle amicizie rifiuto l'ambiguità prevedibile dell'amore lasciato nei cantucci e nelle dispense con la porta semichiusa. Mi rifiuto di trascrivere poesie di Hikmet con una bella scena à la Robert Doisneau. Mi rifiuto di scrivere -e un tempo lo sapevo fare- roba che funzioni da magnete per chi ha deciso di perdersi solo qualche mese o un paio d'anni.
Io mi sono perso e basta. Non ricordo più nemmeno quando. Ho ritrovato una persona diversa, non migliorata e non peggiorata. Mi sono ritrovato e ho pensato subito a quell'immagine che amo tanto, una nave all'alba che non suona, non si annuncia, che non vuole foto, una nave che ha bruciato la sua sala passatempi per costruire un altare di vento, un semplice buco di vetro nel quale lasciar filtrare il tempo che stringe, soffoca e ama per inerzia l'attimo seguente.

Io non sono una crociera e non sono uno scrittore da identificazioni studiate. Non sono affatto il mio modello, semmai sono un mio demone. So come evitarmi, come aggirarmi e poi darmi lo zuccherino quando la febbre si trasforma da esaltazione in brividi non carezzati.
L'amore mi ha sempre fatto tanta di quella paura da non aver potuto far altro che lasciare alla sua distruzione il compito di riempirmi di contenuti, tutte le volte che fallivo i miei dannati aggiornamenti.
Entità gigantesca l'amore, quasi onnipotente. Ecco perché mi fa schifo leggerne panegirici, definizioni, ricettari, opuscoli descrittivi. Conosco quel rasoio nei giorni di pioggia, nelle notti stupide, quando torni a casa e ti illudi di aver infilato un cappello sulle smanie. Conosco quel rasoio che sagomava gli abbracci in cui ho creduto di più.
No, non leggo d'amore. È nauseante, come lo sono i tanti sensitivi che trascorrono i minuti della loro vita a spiegare come hanno anticipato la potenza delle passioni e hanno quindi saputo gustarla meglio e più a lungo.
Quelli sono miei nemici.
Non ne ho pochi, di nemici. Per fortuna, molti di loro nemmeno lo sanno, come si addice ai piccoli.

Luca De Pasquale 2016


29/08/16

Il genio del metal russo. Intervista ad Alex Granovsky

THIS INTERVIEW IS ALSO AVAILABLE IN ENGLISH ON THE WEBSITE BASS, MY FEVER


   Alex Granovsky (conosciuto anche come Alik Granovskiy - Алик Грановский) è uno dei migliori bassisti hard rock e heavy metal di tutti i tempi.
Questo è un dato di fatto non confutabile: ogni appassionato di metal (ma anche di altri generi) ascoltando i suoi lavori con band leggendarie come Aria e Master, se ne può facilmente rendere conto.
Granovsky è uno di quei bassisti che hanno scelto l’hard’n’heavy pur disponendo di una tecnica adatta a qualsiasi stile, in prima linea il prog, che come leggeremo nell’intervista è un genere molto amato da Alex.
Per molto tempo, agli inizi degli ottanta, ricordo che il metal russo veniva percepito nel resto d’Europa come un’estensione esotica del fenomeno, preconcetto che è stato poi smontato negli anni successivi. Ma è incontestabile che all’epoca risultasse davvero difficile suonare roba dura in Russia, la visibilità all’estero si rivelava praticamente inesistente.
Questo rende ancora più meritorio il ruolo che Alex è riuscito a ritagliarsi nel panorama bassistico mondiale, il che è comprovato dal rispetto che gli viene opportunamente tributato in ambito metal.
L’intervista che gentilmente mi ha concesso Alex è esaustiva circa il suo percorso artistico, vi invito a leggerla con attenzione e, soprattutto, a procurarvi i suoi due lavori solisti e approfondire lo spessore di due band come Aria e Master, troppo spesso colpevolmente trascurate anche dalla stampa specializzata e militante.
Si tratta di hard rock con picchi metal, perfettamente suonato e privo di compiacimenti, suono coeso, dritto e basso mostruoso. Aria e Master hanno scritto parte della storia del metal russo ed europeo, un’opera di recupero anche da un punto di vista discografico sarebbe necessaria per la diffusione di musica di qualità.
Alex Granovsky merita rispetto e ammirazione non solo per la stupefacente tecnica, ma anche per la caparbietà con la quale ha saputo bussare alla porta giusta del rock duro che amiamo di più.



LDP:   Alex, iniziamo con un dato di fatto: sei uno dei bassisti di area hard rock più tecnici in assoluto. Mi vuoi parlare dei tuoi inizi, della scelta dello strumento, delle tue principali influenze quando hai cominciato?

AG: Ho iniziato a suonare il basso a tredici anni. Prima di allora mi dedicavo al violino, al piano, ed un po’ al contrabbasso. Nel 1973 vidi in TV un programma musicale dove c’erano persone che suonavano il basso. Di questo strumento mi è piaciuto il suono profondo e realizzai che era fico. Fino a quando non capii che era perfetto per me. 


LDP:  Sei stato una colonna portante degli Aria e sei il fulcro dei Master, due gruppi russi che sono entrati di diritto nelle migliori pagine del metal europeo. Vorrei chiederti se all’inizio hai avuto difficoltà, nella tua madrepatria, ad affermarti con un genere che era ancora piuttosto inesplorato in Russia. O questa è una percezione sbagliata, perché in Europa si conosceva poco del rock russo?


AG: La tua percezione è corretta. Quando ho iniziato a suonare, nell’ex Unione Sovietica la musica rock era caduta nell’oblio. La maggior parte dei gruppi erano clandestini, ed i loro concerti illegali. Non erano permesse performance nel paese, le rock bands provenienti dall’America e dall’Europa non erano invitate negli stati dell’URSS. Tutto quello che potevamo vedere erano musicisti dell’Europa dell’Est (dei paesi che avevano aderito al Patto di Varsavia). Inoltre avevamo dei problemi seri nel reperire buona strumentazione e tutto ciò che vi afferisse. Era impossibile acquistare alla luce del sole album di gruppi rock europei o americani. Sebbene fosse consentito comprare qualsiasi cosa da chi faceva parte del corpi diplomatici o in qualità di piloti dell’aviazione civile. Per molti di loro era diventato una sorta di business. Non potevamo neppure avere accesso ai tutorial per lo studio della chitarra elettrica, tutto quello che potevamo fare era provare ad imitare ciò che sentivamo attraverso i tape degli altri. Prima degli «Ария» (Aria) avevo una band «Смещение» (Displacement), nel periodo compreso tra il 1979 ed il 1981. Suonavamo prog rock e tutti i nostri concerti erano clandestini. Molte persone si riunivano per ascoltarci, perché quel tipo di musica era molto popolare nonostante la messa al bando. Gli aggiornamenti sui concerti si diramavano attraverso la gente, pubblicità non stampata o i biglietti. Ecco la storia della prima apparizione degli Aria: il  mio amico, il chitarrista Sergey Potemkin ed io fummo invitati a suonare in un complesso autorizzato chiamato “Singing Hearts” che eseguiva musica pop sovietica. Non mi piaceva, volevo suonare del rock su di un palco legale, ma dovevamo chiedere una licenza per quello. Dopo un po’ il mio amico abbandonò il complesso, così ho ricevuto la telefonata del mio vecchio collega Vladimir Holstinin che mi si propose quale sostituto. Diversi mesi più tardi decidemmo di incidere un album heavy metal e di lasciare i Singing Hearts. Il manager della band si rese conto del nostro piano chiedendoci di non abbandonare la band, ed in cambio ci offrì di usare lo studio ufficiale per registrare (apparteneva all’organizzazione Mosconcert). L’album uscì su nastro con un cospicuo numero di copie ed ebbe un grande successo negli stati  dell’URSS. Era il 1985. In seguito il manager dei Singing Hearts lasciava suonare i gruppi rock per riscaldare la folla prima dell’esibizione del complesso. Così la brava gente continuava a venire ai concerti di musica pop ed ascoltava prima l’heavy metal e poi l’intero programma. I fan metallari erano entusiasti, non altrettanto il resto del pubblico così molto presto divenne chiaro che le cose non potevano continuare in quel modo. Allora il manager si recò dagli ufficiali sovietici del Mosconcert, con il proposito di far ottenere agli Aria la licenza di esibirsi da soli. Ma in quel periodo non c’era ancora nessuna band nel paese messa nelle condizioni di suonare legalmente della musica metal. Per avere il permesso di esibirci, dovevamo superare una sorta di esame per far sì che il programma venisse approvato. Il che includeva verificare il livello di professionalità dei musicisti oltre all’analisi del contenuto dei testi che dovevano essere in linea con l’ideologia ed adeguati all’audience sovietico. Il manager riuscì a persuadere la commissione e fare degli Aria una rock band legale – la prima dell’intero paese. Dopo il 1985 il quadro politico iniziò a convergere verso la democrazia, così quando i MASTER fcero la loro prima apparizione nel 1987, fu un pochino più semplice. 





LDP: Ed a proposito di rock in Russia, come giudichi la situazione attuale? Da parecchi anni a questa parte moltissime band provengono dalla tua terra: siete stati degli apripista?


AG: In Russia non abbiamo quasi nessuna label al momento. Ci sono molte band metal ed un numero sufficiente di club (almeno a Mosca e a San Pietroburgo). Eppure non abbiamo programmi in TV dedicati all’heavy metal. L’unico personaggio noto della televisione che ne parla è il commentatore sportivo Dmitry Guberniev. Ma lo cita durante dei servizi sul biathlon o altri programmi sportivi. Quanto all’essere un apripista, in un certo modo lo sono. Giornalisti e fans dicono di sì ma non sono io a doverlo giudicare. 

LDP:  La tua tecnica bassistica, all’interno di un genere –il metal- che un tempo chiedeva linee solide e una sorta di “dietro le quinte” (vedi Ian Hill dei Judas Priest) è un plus non trascurabile. Fingerstyle e slap non hanno segreti per te, ed alcuni tuoi leggendari solo slap girano virali nella rete. Come giudichi il ruolo del bassista all’interno di una band hard rock o heavy metal?

AG: Mi piace quando la musica rock viene suonata da bassisti potenti. Quelli dotati di tecnica e di un proprio sound peculiare. Sono cresciuto con il prog rock, e questo genere è caratterizzato da svariate tecniche di cui i musicisti fanno sfoggio. Dunque tendo ad adottare varie tecniche a mia volta. Posso dire di averne inventate alcune da solo, dato che ho potuto solo ascoltare ma non ho mai avuto l’opportunità di osservare ed imparare da come suonano gli altri. 

LDP:  Oltre ad altre prestigiose collaborazioni, hai inciso due dischi solisti davvero belli e potenti, “Bolshaya Progulska” e “Bass Manuscript”, che io ho acquistato su siti russi. Sono due album solisti davvero particolari e rivelano, oltre lo strumentista, anche il compositore. Pensi ad un terzo capitolo solista a breve? Questi due dischi hanno avuto una distribuzione europea e su altri mercati e sono tuttora in stampa?

AG: Non penso per ora ad un terzo album solista. Stiamo lavorando ad un nuovo disco dei Master. Purtroppo non abbiamo alcuna distribuzione in Europa. “Bass Manuscript” era stato reso disponibile su iTunes per un po’. Mi auguro che potremo contare su di una migliore distribuzione nel mondo, ma non saprei come organizzarla. Non sono un uomo che si occupa di business, solo di basso. Ma sono felice di sapere che quello che faccio risulti interessante per le persone fuori dalla Russia. 

LDP: Vorrei una tua opinione sulle varie webzines e blog che hanno sovraccaricato Internet. Quello che vedo in giro da una parte mi fa pensare che c’è più possibilità di conoscere, ma dall’altra noto con dispiacere che si finisce per scrivere quasi sempre degli stessi nomi e nello stesso modo. Sei d’accordo o pensi che il fiorire di tutte queste pagine web dedicate alla musica sia comunque un bene?

AG: Non so molto di queste cose. Quello che leggo sono per lo più articoli sulla produzione del suono. Riguardo alla musica in sé, ci sono nuove tecniche ed è straordinario osservare una certa evoluzione, eppure se tutti leggono le stesse informazioni su internet e si copiano l’un l’altro, questo di certo può indurre alle stesse opinioni. La libertà d’informazione è ottima, senza dubbio. Ma non ho molta dimistichezza con le webzines ed i blog, dunque non sono in grado di appoggiare o dissentire dalla tua opinione senza averne cognizione. 

LDP:  Per chi non parla e legge russo, accedere ai dati e alle notizie circa la scena rock e metal del tuo paese non è facile. Ricordo che anni fa, quando volevo assolutamente approfondire la tua figura, ti trovai con difficoltà perché a volte venivi segnalato come “Alex Granovsky”, altre come “Alik Granovskiy” e naturalmente con caratteri cirillici. Il sito dei Master è perfetto perché offre la duplice lingua, ma pensi che l’ostacolo linguistico nella diffusione della musica russa possa essere effettivo?

AG: Da un lato, sussiste una barriera linguistica. Dall’altro il punto essenziale è il grado di interesse suscitato dalla musica. Non so delle altre band, ma i MASTER ricevono lettere dai più svariati paesi. Riguardo il mio nome, accade che viene confuso persino dai fan che parlano russo. Il mio nome ufficiale è Alexander. I miei amici in Francia e Belgio mi chiamavano Alex. I miei genitori e i membri della mia famiglia mi chiamano Ali, perciò tutte queste versioni fanno parte del mio nome in scena. 

LDP: Mi puoi parlare della tua strumentazione, passata e presente?

AG: Ho due bassi Fender Jazz: uno del 1975, l’altro del 1973, un Rickenbacker 4001 (1972) ed un Warwick (1989). Ho un Ampeg SVT Classic, un Sansamp PSA1, ed un MXR  Bass Compressor.

LDP:  Il rock, quello duro in particolare, ha avuto grandi bassisti negli anni settanta, poi c’è stata l’esplosione tecnica degli eighties (Hamm, Sheehan e altri), e adesso i bassisti più virtuosi li si trova in ambiti anche più estremi come il black, il technical death e il djent. Vorrei chiederti una riflessione sull’evoluzione del basso elettrico nel rock secondo te, e quali bassisti attuali apprezzi di più, i più promettenti.

AG: Non sono un recensore musicale e non ho mai provato ad analizzare tendenze e sviluppi. Penso che tutto dipenda dalla persona in particolare, non dal periodo o lo stile di musica suonato ora o in passato. Gli artisti che mi piacciono sono: Chris Squire, John Wetton, Geddy Lee, Stanley Clarke, Jaco Pastorius. Riguardo alle nuove schiere di musicisti promettenti, è difficile a dirsi, dal momento che non li cerco di proposito.

LDP:  A parte la domanda che ti ho già fatto sul terzo disco solista, quali sono i tuoi programmi per il prossimo futuro?

AG: Nell’immediato futuro (e nel presente) c’è il lavoro sul prossimo album dei MASTER. Si tratta di un impegno enorme.

LDP: L’ultima domanda la riservo ad Alex Granovsky oltre la musica. Hai altre passioni, hobby, altre occupazioni artistiche?

AG: La produzione del suono. Non ho hobbie che non riguardino la musica. Tutto il mio tempo ruota intorno a questo mondo.  

LDP:   Lasci un saluto ai tuoi numerosissimi fan italiani? Grazie ancora, Alex.

AG: Un saluto a tutti i ragazzi in Italia innamorati della buona musica!


© Luca De Pasquale-Manuela Avino

Pietà plus IVA


Il futuro sembra un'entità democratica ma non lo è affatto.
Credo che solo la paura della morte, e in particolare della morte violenta, riesca a rendere le gigantesche distanze tra le persone poco più di un soffio.
La solidarietà, l'emotività messa a dura prova, il senso di nazione funestato dal lutto, tutti questi elementi sembrano favorire -oltre alla prevedibile idiozia totale di anatemisti e complottisti d'ogni sorta- una specie di poltiglia ideologica che favorisce il pensiero ipocrita e utopistico che gli uomini siano tutti uguali.
Tutti sulla barca di Dio, con poco più di un fragile remo in mano.
Il futuro, invece, tendenzialmente non è affatto democratico: si lascia -troppo spesso- prenotare come la camera di un hotel, si fa fortificare con la cura a base di denaro, commercia in colori a seconda delle possibilità finanziarie del compratore. Paga bene e vedrai celestino; non paghi, rischi il suicidio alle quattro del mattino, con le bollette sul tavolo e un sentimento di fallimento persino nelle tasche dei cappotti. Perché se non paghi, sarà il nero il tuo colore.
Sono in molti a non vederlo affatto, il futuro. Sono in moltissimi coloro -tra i quali rientro con piacere- che non amano guardare oltre il prossimo risveglio, per ovvie ragioni. Nessun programma, nessuna pianificazione, e soprattutto nessuna marmellata emozionale da rubare assieme al prossimo.

Provo un forte disagio e un crescente imbarazzo a prendere nota di come i grandi eventi funesti (con l'ausilio dei disgraziatissimi social) prendano la mano a un numero eccessivo di individui, portandoli come per incanto su spiagge e piattaforme dalle quali imbonire il prossimo con una carità che si è appena convertita dall'indifferenza totale alla lacrima facile, dall'individualismo malaticcio al senso epico e sacrificale della collettività. E poi moniti, moniti a iosa, come se piovesse. Avvertimenti, "risvegli della mente" ampiamente colati nel ridicolo involontario, questo sconosciuto.
La polemica politica si cela, male e goffamente, in pretesti fantasiosi, strumentali e mal espressi. Leggo cose atroci: ad esempio, che a una festa stile “figli dei fiori” della Roma bene ci si prenda il lusso di fermarsi per un'ora, abbassando la musica e guardando tutti verso il cielo come in una farsa imbastita da Carlo Verdone.
Ma perché fermarsi, a questo punto? Perché non continuate a divertirvi? Mi sembrerebbe meno ipocrita. Non mi risulta che certe feste siano state annullate nel 2007, quando morirono gli operai della Thyssen. 
Da noi poi, nella nostra grande distribuzione di finta cultura, si continuò a organizzare la festa aziendale, quelle per intenderci dove fai sfoggio di lingua collosa e genitali rasati e rinfrescati, non si mai che ci scappi un giochetto veloce nei cessi.
Sembra che non esistano vie di mezzo: si passa dal più totale e sconcio egoismo alla pietà pubblica levigata per l'occasione.

Ci siamo dentro fino al collo. Dove? Banale: in un sistema. Un sistema che prevede, accetta e salvaguarda in qualche modo ossessioni non sempre pacifiche come quelle animaliste, ultracattoliche, il negazionismo immerso a capa sotto nella religione, vegani combattenti armati di mais acuminato contro noi fottuti consumatori di carne, critici e censori contro le nostre oscenità letterarie o paraletterarie, gruppi di neofascisti spacciati per difensori della patria un po' ingenui, ma che nega fino al parossismo le differenze di classe e l'esistenza di congrue sacche di ciarlatani con il “bene pubblico” sempre in bocca e avvezzo a pericolose tendenze forcaiole e ultraconservatrici di non si sa bene quale fantastica tradizione liberista.
Quanto poi ai sacerdoti della cultura sempre con l'ego in erezione, forse dimenticano i vari cartelli editoriali che regolano -volente o nolente- il mercato della lettura in Italia. Dimenticano che il pianto peregrino e patetico “leggete di più e sarete migliori” è figlio del marketing e non della coscienza. 
Case editrici, scrittori, lettori invasati e avamposti della lettura a pagamento continuano a cavalcare questo slogan che è di una demenza assoluta. Come se ci si dovesse svegliare nel 2016 per dire un'ovvietà del genere.
Siamo al punto in cui preferiamo leggere gialli tutti uguali o ricalcati sul povero Camilleri (al quale fischieranno orecchie e sigarette venti ore al giorno, almeno) e saggi grotteschi su orditure sconosciute (e chiare solo agli autori di quegli obbrobri), piuttosto che riscoprire un'inedita ma ormai sputtanata narrativa civica, lucida nel distinguere i torrioni e il filo spinato che dividono caste di individui e categorie di lavoratori.
Sono giorni che parecchi fantasiosi italiani rompono i coglioni con le loro ineffabili e penose ipotesi circa il terremoto in centro Italia. Per qualcuno è colpa di Renzi, per altri è una punizione divina, c'è anche chi ha osato parlare di karma negativo per l'abuso di carni perpetrato ad Amatrice. Per tutti i gusti, olè. Tanto poi si resta in spiaggia, no?
Cosa costa inviare un tweet dalla sedia a sdraio, infilare un fiocco nero sull'avatar, scrivere assurdità come “e ora voglio la verità!” dallo stabilimento balneare, prima del panino con caprese?
Questa volta sono morti in troppi, bisogna mostrarsi affranti; ma con il coraggio di perseguire quella ambigua premessa silenziosa che consiste nel continuare a farsi i cazzi propri pur con l'orrore in petto.

Per tutti quelli invece senza lavoro o fottuti del caporalato, beh, lì è meno necessario mobilitarsi. Si tira in ballo la sfortuna, spesso, e si fa capire -sommessamente- che ogni individuo ha le sue colpe, se non si è bene inserito in società. In fondo, l'Italia è sempre stata la casa di Big Jim dell'America, almeno così è parso a molti. Cioè: anche qui ci sono le chances, ci sono i sogni, anche qui le parabole edificanti sono possibili. Basta la forza di volontà: chi ha fallito l'Italian Dream è un disadattato.
Chi vuole fortemente privilegi, prima o poi li ottiene. A molti piace pensare questa cazzata. E dunque, chi non è stato capace di garantirsi almeno la tranquillità è un elemento di scarto. La solidarietà è una bestia strana, che si fa i suoi calcoli ideologici prima di sgorgare veloce e sciocca come una venutina maschile svogliata.

Ora la grande commozione si attenuerà, come sempre. Come è fisiologico. Ricominceremo a dire che la colpa è di quell'altra fazione, dei vicini, dei confinanti, dei colleghi, dei parenti acquisiti. Ci faremo spiegare dalle nostre religioni cosa mangiare e cosa negare. Quale nemico individuare. Diremo che è in agguato Poseidone per i nostri peccati estivi. Ci rifugeremo tra le capienti e mediatiche braccia di Di Battista. Ci stringeremo ai nostri cari per proteggerli dalla barbarie costituita dall'esterno, l'esterno generico. Ci lamenteremo perché la nostra categoria non ha avuto l'aumento. Ricuseremo i politici, nel più prevedibile rigurgito nichilista e qualunquista. Se vorremo dire qualcosa di sinistra, ricorreremo a Erri De Luca, Guccini e Saviano perché in fondo, cose vere di sinistra, noi non le abbiamo mai sapute dire senza quell'inspiegabile senso di ritrosia che ci ha fottuto il culo tanti anni fa.

Questa volta mi piace chiudere (in genere inizio) con John Osborne: come vedete anche io dico cose servendomi delle citazioni. Mica mi assolvo. Solo, sono consapevole che davvero non potrei essere più efficace di queste parole, prese dal citatissimo “Manifesto degli arrabbiati”:

È vero, i borghesi non usano parlare dei propri guai personali; ma, esattamente come i proletari, non fanno che lagnarsi, che so, di come li han truffati nella divisione dell'eredità, delle tasse che li soffocano, delle ingiuste limitazioni imposte alla loro 'iniziativa' (il che, tradotto in parole povere, vuol dire che non gli è stato concesso di fare abbastanza quattrini per assicurarsi certi tradizionali privilegi, in particolare quell'educazione superiore capace di garantire un buon posto al sole). Ma sui loro problemi personali, come ho detto, di regola tacciono anche con gli intimi”.

E ancora più illuminante per il sottoscritto è questo passaggio:

Io sono uno scrittore: dunque, il mio contributo personale a una società socialista consisterà nel portarne testimonianza nell'ambiente in cui vivo, non certo nello scoprire i metodi migliori per applicarlo. Non è necessario che scenda in piazza a far la propaganda elettorale per il partito laburista”.

Infatti, no.

Luca De Pasquale, 2016

25/08/16

"Ma ti si fa duro qualche volta o pensi solo all'arte?"


Chi parla della gente in termini di 'sfasati nevrotici' fa ovviamente ricorso al linguaggio degli psichiatri: ma stando appunto a tale linguaggio, ciò che assai spesso tradisce il nevrotico tipico è proprio la sua intensa attività produttiva. Già parecchio tempo fa, infatti, è stata avanzata l'ipotesi che tali loro manifestazioni energetiche siano null'altro che lo sfogo sociale di eccessive preoccupazioni anali, radicate in individui naturalmente attivi e costruttivi”
John Osborne

Mi piace la poesia delle cose: mi piacciono le persone, mi piace parlare, sono curioso e mi piace vivere”
Quel cliente, che aspirava a diventarmi amico, mi spiazzò con quest'elenco di incondivisibili propensioni.
Si vedeva, si capiva, che si trattava di uno di quei cercatori estremi del bello, dell'appagante, e soprattutto delle “cose graziose da fare con altri”.
Ma, mentre lui cercava di farsi pubblicità come ideale compagno di uscite, io guardavo oltre lui. Più precisamente, guardavo i piedi della donna che girava tra Blur e Radiohead ascoltando le inutili chiacchiere esibizioniste del suo accompagnatore. Provai diverse sensazioni insieme. Normale, per un essere umano.
Innanzitutto, pensai che quello sciocco fidanzato, quella melanzana con lo swatch, quella faccia da borghese opulento e finto intelligente meritasse una lezione, anche solo una testata. Poi realizzai che quella donna, di una certa finezza e con un pizzico di lolitismo addosso, di certo non poteva godere con un paguro simile. “Che ti sbatti?”, considerai guardando il fidanzato-zucchino, “Ti illudi che lei rida CON te. Lei ride DI te. Con quel cazzo in giacca e cravatta, che pensi di fare? Ringrazia il cielo che puoi avere accesso a lei con una piumetta del genere”
Già. Perché è vero, spesso misuro il mondo con il cazzo. Che c'è di male? Almeno evito di entrare nel gregge dei pensanti per forza, quelli che con grande solennità ti spiegano che loro vivono di anima, di nobili impulsi, di misurazioni intellettive e di luccicanze a tavolino.
Mica serve solo a fare figli o spruzzare, il cazzo. Finché un uomo se lo sente attaccato mentre cammina, mentre sorride, mentre fa la spesa o lavora, se al mattino può ritrovarne la consistenza, allora questo strumento serve anche ad altro. È una specie di naso, di piccolo argano, in fondo è un pianoforte, un demone, un frontaliero, è il mozzo, il pennino, il diapason e forse, un giorno, la pistola da portarsi alla tempia.

Non mi perdo un solo concerto, che sia pop, elettronica, classica o rocksteady. Ai concerti si conosce bella gente”, mi disse la voce del cliente aspirante amico.
Io continuavo a posare dischi. Lavoravo. I clienti parlavano sempre troppo: volevano vedere il lato empatico del mio lavoro. Io non lo vedevo affatto, soprattutto negli ultimi tempi.
... pensa che ai concerti dei giovani musicisti napoletani -che adoro- incontro sempre tre ragazze con le quali sono poi entrato in contatto... e ora andiamo insieme a quasi tutte le manifestazioni! Una cosa davvero bella, credimi”
Adori tutti i giovani musicisti napoletani indiscriminatamente?”, chiesi, malizioso.
Si fece serioso e un po' compunto: “Trovo giusto valorizzare i nostri giovani talenti. E comunque, il sostegno è importante, molto importante”
In questo momento avrei bisogno di un sostegno per le mie palle, pensai. Avrei voluto chiedergli: “Ma ti si fa duro qualche volta o sai parlare solo di arte e di anima?”
E intanto continuavo a seguire la coppia tra gli scaffali, insistendo nel focalizzare lo sguardo sui piedi di lei, chiusi -si fa per dire- in un paio di sandali bianchi tardo-greci con zeppa sessualmente accattivante. Lavorare in quella specie di sottopassaggio con luci al neon e con l'episodico e improvvido passaggio del capo di turno che valutava il mio lavoro, il mio ordine e la mia presunta attitudine al visual marketing, mi esasperava. Smaniavo. Ero un animale compresso. Dietro le cortesi apparenze, si è sempre nascosto un animale. Che ora non mi va più di celare, a me stesso in primo luogo. Un animale impaziente, febbrile, riottoso, dalla logica spesso piatta di crudeltà, come da prassi.
Ti piacerebbero le mie amiche”
Sarebbe meglio di no”
Che vuoi dire? In che senso?”
Non credo sia molto praticabile l'amicizia con le donne”, dissi, afono.
Quindi hai solo amici maschi? E poi, perché questa distinzione?”
Ho pochissimi amici. La distinzione per me è necessaria. Non puoi considerare una donna come un uomo”
Non condivido assolutamente quel che dici”, si piccò il giraffone, “ESISTONO LE PERSONE. Sono le persone che contano, non il loro sesso, non trovi?”
No”
Vuoi dire che consideri ogni donna come una preda di altro tipo?”
Preda di altro tipo? Iniziavo a sentirmi saturo di quel discorso.
Con le mie tre amiche di concerti”, continuò il pizzicagnolo del bello, “si è creato un bellissimo rapporto che prescinde dal fatto che siano anche delle belle donne...”
In me aumentò la voglia di chiedergli se qualche volta gli si faceva duro. Ma era tempo perso. Scaricai un altra cassa di dischi da mettere a posto, e in quel momento arrivò il capo, il tirapiedi dell'altro capo.
Luca, tutto a posto come stai messo?”
Bene, sono in dirittura”
Come?”
Ho quasi finito, dicevo”
Non dimenticarti gli scaffali metal”
Non potrei mai”
Hai messo in ascolto il cd di Elisa?”
Chiaro che sì”
Hai fatto il facing verticale doppio del cd di Amici?”
Certo, Vitullio. C'è Maria De Filippi per ogni dove”
Ricordati poi di chiamare Vannino per l'ordine Warner”
L'ho chiamato alle tre, era fuori stanza”
Riprova”
Domani arriva il nuovo Eric Clapton, la compilation di Striscia La Notizia e Bossa Lounge plays Burt Bacharach. Dobbiamo metterlo sopra all'ora di punta”
Musica per dentisti in libera uscita”
Che vuoi dire?”
Era una battuta, Vitullio”
Non l'ho capita. Comunque, se mi vuoi sono al bar con il direttore”
L'idiota, senza sorridere, girò i tacchi e si diresse al bar. Il solito aperitivo dei responsabili, una scena inguardabile. Il peso delle responsabilità in una struttura piramidale crea cocktail, pranzetti fuori e qualche pompino. Questo è lo spirito delle catene commerciali quando sono gestite da coglioni.

La coppia era scomparsa. Peccato. Forse, e dico forse, avrei passato il numero di telefono alla donna in sandali ateniesi. Mi avrebbe guardato con stupore e un pizzico di riprovazione, ma lo avrebbe nascosto in borsa. Il suo accompagnatore valeva troppo poco per non meritarsi un segreto osceno.
Ma ecco che tornava alla carica l'incentivatore di giovani musicisti napoletani, l'amante di tutta la musica e della pandemia culturale.
Quello era il tuo capo?”
Sì. Una testa di cazzo”
Ne deduco che non ci vai d'accordo!”, disse insulso, scoppiando a ridere.
Ma che ridi? Ma ti si fa duro qualche volta o ti piace solo l'arte?
La classica testa di cazzo che fa strada in posti del genere”
Sei duro”
Su questo puoi giurarci”
Secondo me devi guardare il lato positivo della cosa: lavori nei dischi, che sono la tua grande passione, sei apprezzato dai clienti, e poi in posti così si conosce un sacco di gente con la quale puoi legare sulla base di comuni interessi, tipo i concerti”
Tipo i concerti, certo. Chiaro. Decisi di tagliare a corto. Dovevo.
Senti, in tutta franchezza: qui guadagno mille euro al mese dopo dieci anni di lavoro. È un lavoro logorante e insensato, perché la nostra non apprezzata fatica fa guaagnare soldi alla multinazionale gestita da un miliardario idiota. Partiamo da questo. Ma c'è anche tutto un altro tipo di logorio, che ti porta a sbroccare. Ora, per esempio, sono così esasperato che avrei bisogno di un pompino”
Come? Io...”
Non da te, figurati! E ti dico: mi piacerebbe rimanere in divisa aziendale mentre lo ricevo. Una specie di fantasia, come quella cazzata del dottore e dell'infermiera, no? Un pompino in divisa aziendale, per sbarcare le ultime ore di turno. Ne avrei un disperato bisogno. Fare sesso dopo il lavoro è invece un'altra cosa, appartiene alla sfera del privato”
L'uomo non diceva più nulla. Sicuro che mi aveva depennato dal gruppetto di persone da concerti.
Comprendo la tua rabbia...”, disse imbarazzato e quasi in fuga.
Ma quale rabbia? Un pompino con sandali ateniesi, dietro una colonna, ricordando una canzone di Van Morrison, senza pensare alla morte, ecco quanto mi basterebbe. Andrebbero bene anche sandali di Larissa o Smirne”
Sono stato a vedere Van Morrison a Milano con due amici...”
No. A certi uomini la presenza del cazzo quasi pesa: un errore del disegnatore, nient'altro. E non mettete in mezzo l'anima bella o gli artisti napoletani anche adesso.

Luca De Pasquale 2016





24/08/16

Riempimi o lasciati divorare - dai Queensrÿche a John Martyn


Quando mi capitò tra le mani per la prima volta “Rage for order” dei Queensrÿche, ero poco più di un pischello, tutto sogni ed emotività.
Era il periodo centrale del mio essere considerato “strano” da chiunque mi circondava: parenti, amici, compagni di classe, ragazze. Strano, originale, qualche volta genialoide, ma pur sempre “strano”. E dunque da guarire. Da svezzare. Da rendere presentabile. Il mio migliore amico dell'epoca, senza rendersene forse conto, si era messo in testa di “normalizzarmi” o, come disse in quei giorni a loro modo irripetibili, “insegnarti a vivere”.
Al tempo la cosa mi fece rabbia, molta, e gradualmente ci allontanammo. Oggi rivedo i fatti con uno sguardo diverso, tutta quella reciproca sconsideratezza -lui il saggio, io il pazzo- mi fa tenerezza, anche se so che ci ha chiaramente impedito di diventare veramente amici in realtà adulta.

In quel periodo della mia adolescenza e pre-post-adolescenza, ascoltavo continuamente “Rage for order”, che a modo suo era il manifesto della mia stranezza, la scollatura con gli altri. Del resto, negli anni novanta essere metallaro e per giunta metallaro “intellettuale” non ripagava un granché; i Queensrÿche facevano troppe ballate complicate e disperate per risultare commestibili.
Con i Queensrÿche non ci scopavi di certo, ma imparavi a pensare, e a sviscerare le emozioni. Certo, mi eccitavano molto i Van Halen, gli Slayer, i Megadeth (i Metallica meno, nonostante Cliff Burton), i Kiss, i Motley Crue, i Motorhead, e poi c'era il disco solista di David Lee Roth dei Van Halen, “Eat 'em and smile” dove Steve Vai imperversava come axeman e Billy Sheehan al basso era mostruoso e arrapante, ma...
Ma i Queensrÿche andavano bene per le notti di inverno, per la distanza dagli amorazzi tutti saliva e palle gonfie nei pantaloni, erano perfetti per ribellioni che iniziavano a sembrare intelligenti, la loro musica mi annunciava che le emozioni, quelle serie, sarebbero state complicatissime e poco gestibili.
E così, mentre il mio affettuoso, volenteroso e ingenuo amico cercava di mettermi al salvo dal bando dei coetanei e dall'embargo emotivo dei più quadrati e gaudenti, io acceleravo verso altre direzioni, che ho poi sviluppato, ricostruito e infine mantenuto.
Lui suonava la chitarra e catturava continuamente ragazze, io scrivevo, leggevo e dormivo poco. Con le ragazze era già complicata allora: le attrazioni diventavano repulsioni in un amen e i flirt non mantenevano mai quanto promettevano. Lui sognava la California e la sua solarità aveva tutti i crismi del giusto, io invece avevo capito che il buio sapeva chiamarmi meglio del rumore giovanile.
Il giorno e la notte. Correva forse il 1987/1988.

Ho un ricordo molto intenso di “Rage for order”. Lo riascolto di frequente. Chris DeGarmo era un genio, con le sue sofferte composizioni, e Geoff Tate aveva una voce che sarebbe risuonata solenne anche nella più larga conca dell'universo. Non avevo, in quegli anni, eccessiva consapevolezza del ruolo del basso in una rock band, così Eddie Jackson non era tra i miei preferiti. Ma ho avuto modo di ricredermi. Preferivo il grand guignol di Gene Simmons e Blackie Lawless, mi sembravano degli sporchi e compiaciuti peccatori. Il mio idolo era però Tom Araya. La violenza degli Slayer mi coinvolgeva molto.

Quando uscì “Operation mindcrime” non lo comprai subito, lo feci solo a metà del 1989 e cambiò ulteriormente la percezione della musica e della vita. Avevo una ragazza ma ero inquieto, una canna al vento imbottita di dinamite e di veleno. Mi allontanai molto dall'amico educatore, era difficile recuperare la complicità e la reciproca credibilità, anche se tre anni dopo riprendemmo a frequentarci. La cosa paradossale è che mi trovava se possibile più pazzo di prima, fomentato anche da altri contatti che la pensavano allo stesso modo, e credo di ricordare che rinunciò ad educarmi agli “altri”, alle buone maniere a anche al cucco scopereccio. A volte l'affetto non basta a restare amici.
Ero andato avanti. Soffrivo diversamente, mi incazzavo diversamente, idealizzavo cose e persone con più contraddizioni ancora. Avevo anche imparato a radermi quei quattro peli che mi crescevano attorno alla bocca.
Fumavo già forte. Ricordo che quando i miei genitori andavano a letto mi infilavo nel buio e ascoltavo a ripetizione “My empty room” da “Operation mindcrime”. Mi sembrava che il testo parlasse di disperazione, di vuoto: me ne riempivo senza capirci un cazzo, ma funzionava.
Poi mi innamorai dei Rush e tralasciai i Queensrÿche, il resto è più o meno storia, l'amore per il basso rock e hard rock, la sbandata jazz breve e nervosa, le cadenze pop onnipresenti, il petting mancato e mucoso con la musica d'autore, l'insofferenza nevrotica per il commerciale.
Simmons e Lawless erano stati scalzati da Geddy Lee e Stu Hamm. Ora mi piacciono tutti e quattro per motivi diversissimi, anche se le differenze di competenze strumentali sono abissali, incommensurabili, naturalmente a favore di Hamm e soprattutto di Geddy Lee.

Non mi è più capitato di trovare persone che volessero “istruirmi” alla vita come l'amico che ho perduto, almeno quel tentativo era sincero per quanto arrogante come si può essere a venti anni quando si stringe una ragazza e si suona uno strumento. Ma ero arrogante anch'io, perché non posso negare che sì, mi sentivo un piccolo principe del Buio.
Crescendo, mi procurai le armi per fronteggiare i sacerdoti del buon fare, i lenoni dell'aldilà, i salici piangenti che taroccavano il quotidiano per poi finire smarriti in una momentanea lubrificazione chiazzata di dubbia santità. Gli uomini che hanno parlato di più di libertà, a me almeno, sono finiti nel recinto di stallatico della loro insipienza, bisognosi di protezione, di officiare la penosa precarietà dei sensi e degli affetti con gesti ad affetto, visibili anche con i vetri chiusi.

Ma i predicatori sono ad ogni angolo di strada, oggi più di ieri: quasi mai vale la pena ascoltare quanto hanno da dirti o da raccontare. Nonostante tutto questo, paradossalmente, sono diventato più indulgente.
Forse perché, perdendo il lavoro e radendo al suolo gli affetti più fragili si ha la sensazione di ricominciare da zero, come da molto giovani. Rispetto a quello strano e divertente periodo in cui ero il pazzo della (non) comitiva, oggi posso permettermi il lusso di non occuparmi più delle sensazioni altrui circa ciò che è strano, inusuale e dunque “sbagliato”. Con la strada ristretta, si presta meno attenzione al panorama: si pensa alla meta.

Oggi, i tramonti durano meno: hai meno tempo per fantasticare.
Ascolto ancora i Queensrÿche e pure gli Slayer, ma certe serate al sapore di vento e tabacco le trascorro con John Martyn, uno dei simboli di un esistenzialismo individuale che non vuole fare pace con se stesso e stringere alleanze peregrine.
Come potrei pensare di essere un principe del Buio? Non è caduto il buio, ma si è sgretolato il concetto di principe. Alla mia età, sarei un vero coglione se pensassi di poter lanciare proclami millenaristi dalle feritoie della notte, con una veste da camera addosso e i capelli scarmigliati. Mi limito a fare il mio: ma credo ancora alla saggezza del non compiacersi, autocompiacersi ed abboccarsi.
Questo è cambiato, rispetto al 1987.
Forse è poco, forse è troppo.
Ma doveva cambiare. Perché gli anni ti portano a indagare, a scrutare la tua storia personale come un Tom Ponzi qualsiasi, sono gli anni a regalarti il colpo di genio circa l'estrema fragilità dell'amore e delle vicinanze. Tutto è soggetto a cambiamento, a rivoluzioni spesso incompiute, che ti costringono a guardarti allo specchio e ritrovare un pezzo per metà obsoleto e per l'altra inutilizzabile perché con troppo futuro addosso.
Forse pagherei per sognare ancora con “Rage for order”, con la stessa creduloneria di quella fase di vita, ma oggi riesco a trovare una miniatura della mia anima anche in una notte con John Martyn, le sigarette, il vento fuori e il foglio bianco che ti porrà presto l'ultimatum di prassi, “riempimi o lasciati divorare”. O entrambe.
Quante promesse ho mantenuto? Pochissime. Quante premesse ricordo? Nessuna. I percorsi, quando sono realmente tali, le premesse le smontano a prescindere, come zavorra, come tramonti, come vecchi amori buoni solo per tornare ad urlarti nei sogni. Le vecchie emozioni non sono mai domani.

Luca De Pasquale, 2016







23/08/16

Anarchia, fantasmi e cessi pubblici


Il mio orologio segna le quattro e cinque minuti del mattino. Mi sento come se mi fossi sbronzato, ma io non bevo. Lo stomaco è sottosopra. È l'ora dei fantasmi e dei demoni, quindi dovrò alzarmi.
Mi piace alzarmi all'ora dei fantasmi, inseguirli per la casa, stanarli, riportarli al petto come medaglie. Mi piace fare cannibalismo con i miei spettri, è un banchetto che poi mi calma, mi dosa, mi stira di nuovo.
C'è chi è allegro, solare, ottimista, fiducioso e quant'altro. Auguri e figli maschi. C'è chi non lo è affatto. Chi ha altri ambienti, altre storie, altre prospettive.
Ho smesso da molto tempo di preoccuparmi di apparire uno con il fiore e il sole in bocca. Io in bocca non metto mai niente. Per nessun motivo. Solo sigarette. Ho il mio onore da difendere. La mia sobrietà, che spesso è sinistra. Alzo tutte le tapparelle, apro le finestre, preparo il caffè, in salotto sposto qualche oggetto secondo il nuovo gusto della notte.
Per mezz'ora sto alla grande. Perché, nella stupefacente lucidità del buio e del silenzio attorno, mi rendo conto di non avere padroni. Forse non è virtù, solo un caso fortunato. Ne avrò presto di nuovi, è ovvio. Ma non luciderò loro le scarpe. I padroni mi fanno sempre venire strane voglie. Divento crudele, come sanno essere crudeli i piccoli. Divento pretestuoso. Penso a sedurre le loro donne senza poi toccarle. Esasperare le cose. Da ragazzo mi dicevo che certe vendette non hanno neanche bisogno di pretesti. Se tu pensi di darmi ordini, io farò in modo che la tua donna finisca a fantasticare per me, a toccarsi per me mentre tu dormi al suo fianco. Come un maiale stanco, come un portafogli sul comodino, come il quadro smunto di quel tuo parente morto.
I morti nei quadri sono quasi sempre orribili e il culto di quelle immagini ferme e giallognole è oltraggioso, da codardi. I morti andrebbero onorati con il movimento, con le azioni, non con le parole enfatiche e le nostalgie, che poi finiscono per somigliarsi tutte in una tragedia contenitore alla portata del primo che passa.
Alle cinque e un quarto decido di preparare il mio cinema dell'alba. Voglio guardare l'alba con la stessa partecipazione che proverei per uno dei miei film dell'anima, quelli che sono capace di rivedere venti volte in un anno. Lo spettacolo dell'alba mi inchioda, mi zittisce e soprattutto mi serve. Sbaraglio le energie negative, altro che yoga, altro che riti magici. Energie negative che però, a differenza di quanto è in voga oggi, non disconosco. Le energie negative sono fondamentali, e invece gli uomini ne sono terrorizzati. Talmente terrorizzati da detestare anche quelle -quasi sempre innocue- degli altri.
Quante volte ho sentito questa frase: “Ho allontanato quella persona, era molto negativa”. Ma davvero? Se picchiava la gente, uccideva o rubava lo capisco; ma finivo sempre per accertare che si trattava di “impressioni”. Magari non dormiva, non pregava, non esaltava lo spirito degli uomini, magari leggeva libri cupi. Per il certificato di “uomo negativo” oggi ci vuole poco, pochissimo. Basta non essere allineati per finire nei gangli della censura ideologica, emotiva, la piccineria bigotta del bene conclamato è sempre dietro l'angolo a scaccolarsi ed emettere sentenze sommarie.
Le scorciatoie ideologiche sono una delle tante oscenità dell'uomo moderno. Che siano di natura religiosa, politica o ridicolmente personale, le scorciatoie ideologiche qualificano l'uomo per quello che spesso desidera essere: un servo immerso in una vasca di precetti, abiti mentali, tic e scaramanzie da vecchie beghine. La cabala ci fotte ogni giorno. La paura di perdere quello che abbiamo maturato come “pensiero opportuno” ci rende delle troie che vogliono passare per signore dell'alta borghesia.
Chi abbocca ci sposa, ci chiede un figlio, accetta i nostri bagliori animali sotto le spoglie del sesso, ci carezza mentre dormiamo, ci cura quando siamo ammalati.

L'alba arriva. Sono qui. Non ho paura. Non quella che mi hanno suggerito, almeno. Se sarò in gamba troverò il piccolo hotel di luce, la riserva di sole e ossigeno di cui mi parlano tutti. Altrimenti finirò divorato dai fantasmi, e non sono nemmeno certo che saranno i miei. Cosa importa? È impossibile opporsi al destino. Ecco perché l'anarchia -uscendo dal mero significato politico che attribuiamo a questa parola così fraintesa- è l'unica strada percorribile. Altro che religioni e decaloghi, l'unica strada per il mare è l'anarchia. Se mi dessero da gestire una religione da seguire, fallirei certamente. Non ci sono tagliato.

Quello che scrivo è spesso malinteso. Eppure, credo che la chiarezza sia una delle mie poche doti accertate. In pochi hanno voglia di uscire dall'equivoco (che mi rendo conto di non voler disbrigare io, ci mancherebbe) tra voce narrante e persona dietro. Avere un blog porta questi equivoci: perché il blog è considerato, senza sfumature di sorta, il diario personale. Il diario della verginella, il diario di Heidi. Diario un cazzo. Dai.
Il blog, più che altro, per uno scrittore significa pubblicare pensieri e storie che per scontati motivi non sarebbero mai comunque diffusi. Poi è chiaro che si devono pubblicare anche libri. Le due cose si armonizzano, se uno non si lascia sopraffare dall'ansia e da quella smania penosa del consenso evidente.
Poi, è chiaro che qualche volte voce narrante e uomo dietro finiscano per confondersi o perdersi in un incesto. E gli incesti sono un'altra cospicua parte dell'orrore, nel paese delle persone dabbene.
Per espiare solo una minima parte delle mie colpe, svelerò due particolari di nessun interesse. Il primo è che soffro davvero d'insonnia. Il secondo, riferendomi a questa nota, consiste semplicemente nell'ammettere che certi pensieri fetidi, se mi sento costretto, chiuso, braccato, li posso fare davvero. Tutti fanno pensieri sordidi, ma l'educazione ricevuta impone il silenzio e il buon gusto. Può darsi che sia vero, che non troverei infimo sedurre la donna del cattivo padrone o del fottuto caporale di turno.
La mia morale è saltata parecchi anni fa, è saltata in aria con una carica di dinamite che non ho infilato io nel buco del mio respiro. Non è stato nemmeno uno dei miei tanti spettri ad hoc. Diventando demagogico e banale, posso solo dire che è la società a farci diventare dei cessi pubblici, delle controfigure o delle scariche di contraddizioni senza capo né coda.
L'ho accettato: la mia morale è un moncherino incenerito, ci sono alcune ore del giorno in cui sono consapevole di non avere alcun limite.
So che questo porta con sé un grande rischio: che la mia storia sia breve.
Per questo mi godo tutte le notti. Senza mai pensare alla prossima.

Luca De Pasquale 2016








22/08/16

Le samouraȉ - Jean-Pierre Melville come regola esistenziale




“Le samouraȉ” è considerato quasi unanimemente il capolavoro di Jean-Pierre Melville. Questo fantastico film del 1967 è già da molti anni oggetto di rivalutazioni entusiastiche ed è avvolto, ancora oggi, da un alone di misticismo cinematografico e –naturalmente, trattandosi di Melville- esistenziale.

“Le samouraȉ” è stato il punto di non ritorno nella mia ‘carriera’ di fruitore di cinema, prevalentemente francese. Dopo Jef Costello (in Italia scandalosamente diventato Frank, con tanto di osceno titolo ‘Frank Costello faccia d’angelo’), la mia vita non solo di cinefilo non è stata più la stessa. Un po’ come mi è accaduto con lo zurliniano Daniele Dominici e l’indimenticabile Franck Poupart di Dewaere sotto la doppia stella Corneau/Jim Thompson.
Ma con Jean-Pierre Melville sono andato sul sicuro su ogni sua opera; anche il molto criticato “Un flic”, suo ultimo lavoro, mi è rimasto impresso e la gelida mestizia del commissario Coleman (ancora Delon) mi ha salvato in seguito da sciocche fascinazioni per poliziotti di cuore e di battuta, adatti per un pubblico moderatamente cresciuto ma non oltre.

“Le samouraȉ” è un film glaciale, oscuro, maledettamente bello, in cui il crimine e il destino sono tanto concreti quanto astratti; è l’ennesima prova melvilliana atta a sancire l’ineluttabilità del destino fatale. Ma l’ineluttabilità per i personaggi di Melville (si pensi a Corey, Jansen e Vogel in ‘Le cercle rouge’) è anche un modo di risplendere, compiersi, divenire quasi paradigma narrativo e cinematografico.
La fotografia livida e spettacolosa di Henri Decaë, la colonna sonora fondamentale di François De Roubaix (nell’edizione dvd italiana volgarmente sostituita quasi per intero da una bossa cinematica fascinosa ma adatta a tette, culi e dragatori di donne), l’interpretazione silenziosamente ferina di Delon, l’eccelsa prova attoriale del sempre poco considerato François Perier, le caratterizzazioni ad hoc di attori in parte come Robert Favart e Jacques Leroy, tutto concorre a disegnare una perfetta struttura che rende il noir bello fino al parossismo e dunque all’astrazione.

Sin dalla prima, geniale inquadratura, è chiaro che lo spoglio ambiente in cui vive e si rintana Jef –la cui unica compagnia seriamente accertata è quella di un canarino- è un’anticamera di morte, una condizione sospesa come l’intera missione da angelo nero del silente killer. Il quale, senza voler approfondire lo svolgimento del film, è in cerca della morte per definizione, morte ora assegnata per contratto, ora cercata in un lucido disegno di autoeliminazione guidata.
Melville è stato un regista immenso, davvero; innumerevoli sono state le citazioni a lui tributate da registi coevi e di seguente generazione. Ha riscritto le regole del noir, trasformando gli archetipi del genere in semoventi figure dell’ombra, della notte, dignitosi e professionali escursori della brevità del vivere. Il killer solitario e algido, occhi sgranati rivolti alla prossima, probabilmente definitiva, scena è diventato negli anni seguenti al 1967 un nuovo ospite delle imbastiture noir e non solo. L’antieroe di Melville, con la sua disillusa ma intoccabile lealtà, ha aperto un ciclo, che oggi ci permette di apprezzare e capire cineasti come Olivier Marchal e, più in generale, di smascherare con gioia le ‘melvillate’ di vedette e artigiani del neo-polar. Jef Costello, come appare lampante, ha popolato anche notti e fantasie di Johnnie To, John Woo, Quentin Tarantino, Kitano e –ci piace pensarlo- anche il nostro compianto Claudio Caligari (‘L’odore della notte’ ha qualcosa di stranamente e torbidamente melvilliano…)

Amo Jef Costello per la sua parabola fredda, livida e poetica: ma amo questo personaggio anche perché non pretende di comunicare o insegnare altro che la sua storia, la sua discesa ben poco enfatica nel sottosuolo. Nessun grido, nessuna platealità: stiamo parlando di Jean-Pierre Melville.
Ma, come detto, è l’intero universo melvilliano che adoro e al quale mi ispiro anche solo per riflessioni estemporanee, stile di vita, inclinazioni. Melville è andato oltre il mezzo cinematografico e le conseguenti derivazioni letterarie.
Alcune scene tratte dai suoi film mi perseguitano, nell’accezione positiva che riconosco alle persecuzioni: il rilascio di Corey all’alba in “Le cercle rouge”, gli attimi appena precedenti alla rapina in banca iniziale di “Un flic”, i guanti bianchi di Jef Costello.
Nel cinema di Melville, poliziotti e ladri, uomini retti e criminali finiscono per somigliarsi quanto basta per un rispetto nella realtà dei fatti impraticabile; e qui torna, nella mia valutazione personale, l’assioma con Sam Peckinpah e la sua poetica circa la lealtà virile e la spavalderia liberatoria nei confronti della morte.
Jef Costello, poi, è la continuazione più appropriata di un personaggio trascurato dai cinefili, il killer Raven (Alan Ladd) in “This gun for hire” (‘I fuorilegge’ in Italia), film del 1942 diretto da Frank Tuttle e liberamente tratto da un romanzo di Graham Greene. A Raven, considerata anche l’epoca della sua comparsa, mancava di certo il fascino astratto e desolato di Jef, ma ne fu a tutti gli effetti il precursore (e del resto Melville ha più volte dichiarato il suo amore per il cinema di genere americano).

Jean-Pierre Melville è dunque per me più di un’influenza, molto più di un’icona del gusto o di un totem artistico: è una figura quasi immota, miracolosa, che è riuscita nell’arco di non molti film (in tutto sono solo tredici) a creare un universo in cui figure apparentemente inconciliabili come il prete Léon Morin, l’anarchico bandito Vogel, il summenzionato Jef e il meraviglioso e dolente commissario Mattei (un magico e impronosticabile Bourvil in ‘Le cercle rouge’) finiscono per essere parte di un unicum armonioso che sboccia e fiorisce nella notte. Notte di quest’epoca, del cinema, delle arti e delle persone.
Il capzioso esergo fintamente tratto dal Bushido de “Le samouraȉ” (“Non c'è solitudine più profonda di quella del samurai, tranne forse quella della tigre nella giungla”) chiude il cerchio, come la morte nei film del grande regista francese, della mia passione per il suo cinema: è solitudine da amare e destino da accettare. Con l’ausilio e conforto di quell’elemento metafisico che sempre più scrittori e registi dediti alla cassetta sembrano rigettare in nome del “realismo che funziona”. Ma costoro non rigettano il metafisico solo per questioni di incassi; anche perché, a ben guardare le cose con lucidità, in quell’universo non saprebbero districarsi, finendo per fare lingua in bocca con il barocco che chiede pietas allo spettatore. Un classico, di questi tempi.

Luca De Pasquale 2016