31/07/16

Non lubrificato


Freestyle no styles free except da radio
But the radio controlled by the sucker move
Who moved away got away after plannin' a getaway
An now he want to play what he want to play
An got say on what is bumpin' of course he's gettin' somethin'
Never know what's good to tha neighborhood
Swear I never seen da sucker
In my necka da woods
The ass is connected to the brain stem
So I sing a simple song
So you can see the sucker in 'em

Public  Enemy – How To Kill A Radio Consultant

Parlo con uno e ho la sensazione che si associ l’età alla pace.
Lui collega i concetti di socialità e successo. Io non l’ho mai fatto. L’uno non garantisce l’altra.
Lui vuole la claque, la crew. Io invece non trovo la cloche.
Lui vuole una madre, una santa accanto e mille puttane di contorno. Ma gioca a fare il femminista. L’animalista. Il sensibilista. Lo scrittorista con il sacro fuoco. Il napoletanista. Il librista. Il salvalibri. Il comunicatore dell’urgenza di leggere.
Mi parla di una libreria come un altro potrebbe parlarmi di un club per soli uomini; mi dice che in quella libreria “si sente il profumo di libri antichi” e a me sembra che parli di sesso. Già. Lui è sensibile. Lo userà come segnalibro, come i petali essiccati.
“Ma come è possibile che tu non sia mai stato in quella libreria? È un posto meraviglioso…”
“Compro i libri sulle bancarelle oppure on line”
“Proprio tu?”
“Proprio io”
“Non ti manca il contatto con un libraio in carne ed ossa?”
“Non ho di queste perversioni erotiche”
“Qual è l’ultimo libro che hai letto?”
“Un saggio su Paul Schrader, uno sul rap francese e Philippe Djian”
“Tutti e tre contemporaneamente?”
“Sì”
“E non sei stato in quella libreria? Lì hanno di tutto”
“Anche io ho di tutto”
“Che arroganza”
“Ho tutto quel che credo e penso di voler leggere al momento”
“Da lì usciresti carico di meraviglia, te lo giuro su Dio universale”
“Non esco più carico di meraviglia dai tempi della prima visita militare”
“Non dirmi che ti molestarono?”
“Ma figurati. Mi fecero sollevare i testicoli. Mi vergognavo”
“Tu? Tu che ti vergogni?”
“Mi vergogno di molte cose. Funziona. Ti consiglio di vergognarti un po’ anche tu”
“E di cosa, scusami?”
“Di tutto il consenso che cerchi. Ovunque. Con chiunque. A tutti i livelli. Sprizzi voglia di essere approvato da tutti i pori. È imbarazzante”
“Ma scusami Luca, ma come ti permetti? Chi ti credi di essere?”
“Uno stronzo a caso. Come te, del resto”
“Io non penso di poterti consentire…”
Eccoci, siamo al redde rationem, penso. Un'altra conoscenza che prende la via dell’inferno. E invece no.
“… mannaggia, e come ti piace scherzare, a te”
Resto interdetto: “E cosa ci vuoi fare”
Una pacca sulla spalla, una sigaretta insieme, e il nostro inutile incontro finisce. È così difficile accettare che tra la maggior parte di noi non c’è niente, nemmeno mezzo sentimento, mezza suggestione, che si finisce per esorcizzare continuamente.
La finzione regola il gioco delle finzioni. È di prammatica. Come per la storia del desiderio sessuale, che la società continua ad abbellire di dinamiche, contraddizioni, attimi prima ed attimi dopo, inattesi innamoramenti, ripensamenti spirituali e grotteschi sensi di colpa.
Non so. Non mi sento lubrificato interiormente a sufficienza per accettare una tipologia usuale di compromessi cortesi. Preferisco la durezza dei fatti. Non è nemmeno realismo. È necessità di tavole di legno piuttosto che di letti vaporosi. È che ho accettato molto presto, tanto tempo fa, l’idea che anche l’esaurirsi di qualcosa ha un suo preciso senso e addirittura fascino. Non ho mai capito perché ci si intestardisce tanto con roba che ci è finita tra le mani, negli occhi, persino nei sogni.
L’amore non corrisposto, per esempio, non è poesia: è una cosa molle e schifosa che andrebbe debellata. E anche chi riesce a scardinare le resistenze della persona amata fino a farla capitolare dopo anni, è quasi sempre un coglione autoreferenziale che non ha saputo guardare altrove e rinnovarsi.
Il tempo è pochissimo. Gli attimi sembrano costellazioni, ma durano meno dei fiammiferi. Esitare e sperare vuol dire frenare. Ci fottiamo di speranze e cerchiamo pure qualcuno con cui parlarne a lungo. Non funziona.

Ma anche il mio cinismo è fasullo. Ed è il risultato di sogni che hanno scelto stelle fredde e santuari vuoti. Baciavo il vuoto prima di me o il fuoco subito dopo il mio passaggio. Ho chiesto abbracci nelle notti sbagliate. Quando mi sono fidato, poi mi sono sentito un bambino stupido, viziato ed anche credente. Quando sono uscito dalle mie notti per uccidere e fare pulizia, mi sono trovato davanti persone inermi che si preoccupavano sinceramente per me. Ho rimpianto l’amore della famiglia più quando dovevo vergognarmi di qualcosa che quando avrei potuto, invece, dare qualche gioia. Questa è la vigliaccheria insita nei rimandi alle protezioni, alle benedizioni, alle presenze date per scontate e poi perse senza neanche il bagaglio interiore necessario per dare il via alla disperazione più utile.
Non ho bisogno di un concetto di famiglia che incomba su di me come una salvezza a forma di alabarda. Non ho bisogno di persone che mi consiglino librerie o posti carini caratterizzati da cultura, coraggio intellettuale, profumo di fica vera o presunta, pari grado dello spirito che alla fine ti rompono solo i coglioni con le loro castrazioni morali.
Certi giorni, mentre scrivo, mi dico che la mia statura morale è solo un’idea assurda. La statura morale in genere. Trampoli, stuzzicadenti, peli pubici all’impiedi, palafitte sullo sterco, templi di giava e di rosmarino, lingue in bocca e profilattici alle erbe, niente è statura morale che resti lì dov’è. Sarebbe come pensare che il sesso finisce con l’orgasmo: e invece inizia proprio sulle ceneri del piacere, dopo che ti sei mosso come un ragno schiacciato da un giornale, nella terrificante indifferenza di Dio. Lì comincia il vero sesso: quando rischi di non voler continuare. Dopo il piacere, l’ho sempre pensato, l’abisso sembra un vicino di casa. Banalissimo e verissimo.
Non ho statura morale. Nessuna. Né nano, né gigante. Nessuna cosa giusta da comunicare. A volte scherzo a fare la persona per bene con il jazz, altre volte ballo come un cazzone dell’house poderosa, poi mi perdo nella polvere del funk, nella violenza iconosclasta dell'hip hop "conscious". E c’è sempre qualcuno che mi riporta la mia carta d’identità. Purtroppo. E quindi rischio l'autotune.
Ringrazio allora chi me la riporta, lascio che si allontani, guardo la piccola foto e le note distintive e sento quella piccola vergogna che si prova quando non ci si conosce. Non sto vivendo come la mia carta d’identità avrebbe voluto.
Mi piace vederla soffrire.


Luca De Pasquale 2016







30/07/16

Conservare ancora


La ragazza sulla moto con il forzuto tatuato si gratta le cosce abbronzate. Un tizio guarda da lontano.
In farmacia, una donna matura capita con il farmacista giovane che sembra una versione stempiata ma affascinante di Higuain. La donna chiede una crema idratante e si tocca continuamente i capelli.
Io sono in fila per qualcosa, con un numero in mano, precipitato dalle prime ore della giornata in un abisso di troppi libri, troppe parole da riordinare e persino troppe idee.
Come tutti quelli che scrivono, sono un mezzo guardone. E così continuo ad osservare la lenta scena tra la donna non più giovane e il dottor Higuain.
Avverto che in qualche modo si piacciono. Che scoperebbero. Forse a casa di lei, dopo una cena con del pesce fresco, vicino al mare. Non posso non immaginare il dottorino che inchioda come se stesse in palestra, e lei che cerca di riacquistare qualche anno di sogni: senza riuscirci, naturalmente.
Questa scena di seduzione alla moviola mi fa soffrire, si muove dentro me come una figura geometrica tagliente e crudele, una ruspa stupida nei miei bar deserti, nelle mie stanze di spettri indignati e dediti a vizi oscuri.
La donna ripete più volte la frase “oh, ma lei è gentilissimo”, ed il giovane marpione gongola senza neanche troppo entusiasmo.
Poi entra una donna molto anziana che inizia a confidarsi con la farmacista alla mia destra. Stropiccio in mano il numero, ma ora ho mal di testa e troppe parole in testa. Troppa voglia di scrivere e nessuna voglia di guardare oltre il gesto. Non voglio affacciarmi al balcone, non voglio prendere aria alla finestra.
Quando arriva il mio turno, mi sento a disagio e scopro di avere la voce bassa, un filo di voce svogliata. La stessa che aveva mio padre quando rispondeva al telefono. Dovevo urlare io per convincerlo a rivelarmi la sua identità, perché non faceva altro che ripetere “pronto” con una voce-sfiatatoio che mi faceva sempre preoccupare a vuoto.
Chiedo quello che mi serve. Non ho voglia, nessuna voglia, che qualcosa mi serva.
Pago. Intanto, la donna che voleva idratarsi ha pagato anche lei. Usciamo insieme dalla farmacia. La vedo salire in macchina, indossa degli occhiali da sole sproporzionati e dev'essere stata una donna molto bella. Salendo in auto, per pochi istanti mostra le cosce a tutti quelli che passano. Chiude lo sportello, mette in moto, scompare.
Io sto fumando, con un vento insopportabile dentro, fermo per strada con la mia busta, chiuso in una maglietta blu come un vecchio indeciso, riassunto nel mio sorriso sigillato e per niente voglioso dei miei bisogni, delle mie smanie.
Ho troppa musica in testa e troppa impazienza. Corro più veloce del mio destino, fuggo prima del fumo della sigaretta. Il mio telefono è occupato, la mia porta non è restaurata, la mia voglia di scrivere è dolorosa e non c'è compiacimento che la faccia apparire una montagnella d'ego da claque. In giornate come questa, mi dico appesantito, tutto scava e tutto è vento dentro, senza possibilità di misurazioni, tattiche e compromessi.
Scriverò e sbaverò oltre la casa, la porta, la finestra, oltre me. La mia maglietta blu mi sembra enorme tanto per il corpo che per il portamento. E se ripenso seriamente alla voglia di piacere, è come parlare di un'antica amante mai conosciuta per davvero.
Non bastano le case sottomarine per scrivere in pace. Non basta l'amore per evitare il disorientamento rituale dei risvegli. Puoi scrivere nell'acqua marina fino al giorno dopo, se non sei predisposto uscirai comunque dal mare completamente asciutto.
Mentre finisco la sigaretta e già ne voglio un'altra, esce dalla farmacia anche la donna anziana. La vedo un po' persa quando deve attraversare, e così decido di darle il mio braccio sinistro, di aiutarla.
Attraversando, capisco subito che ho molta più paura di lei. E mi detesto per questo, perché allora non è vero che respiro come volevo, senza niente da perdere. Respiro ancora, e forse di più, come un uomo che deve difendere qualcosa, conservare, un uomo ancora in grado di riordinare carte, sventare ossessioni, accettare affetto.
Ho comprato un libro di Giovanni Arpino su amazon. Non costava niente. Ho voglia di un'altra sigaretta e credo, ora che ci penso, di essere annegato stanotte in qualche sogno che mi ha impedito di svegliarmi per non dormire.
Il giorno sarà lento come e più della seduzione squilibrata in farmacia, il mare è chiuso nelle case dei ricchi, il vento dentro si paga e se non si è vestiti per l'occasione è una piccola passeggiata nel buio.
Dove tutti continuano a salutarti con apparente bonomia, ma tu non fai che chiederti “perché mi conoscono? Cosa pretendono? Non li voglio”
Capricci di bambino, capricci da insonnia mancata. Mal di testa da troppa voglia di scrivere e conservare ancora.

Luca De Pasquale 2016


28/07/16

Costruire ricordi senza garanzie


Stamattina il cielo non dava alcuna garanzia.
Sembrava volesse piovere, invece no. È sceso un caldo umido e insopportabile a insozzare ogni scena.
Prima di uscire, ho fumato qualche sigaretta sul balcone. Ho visto un uomo con un cane. L'individuo ha raccolto la merda del suo animale in una bustina trasparente e l'ha gettata nel cassonetto adibito all'umido.
Ho avuto voglia di scendere con la mazza da baseball e spezzargli le gambe. Sono rimasto a fissarlo per qualche minuto. Forse ho anche sperato che mi dicesse qualcosa come “che hai da guardare?”, in modo da poter innescare la scena rusticana.
Poi per strada è passata una donna molto alta e seminuda, ed allora un automobilista le ha urlato “quanto è bello 'o mare!”. Ho riso. Ha riso anche la donna. Poi sono tornato serio e sono uscito.

Costruisco una buona parte dei miei ricordi su fatti concreti, reali, tangibili. Ma c'è una parte minoritaria (e fondamentale) dei miei ricordi che è tutta un gioco di sottrazioni, di assenze, di segnaposti rovesciati o cestinati, di mutismo che non vuol essere interrotto, di gentili silenzi atti a non menzionare il disattendere e l'abbandonare. Quello che non c'è, e anche chi non c'è, fa parte di un disegno lungimirante, di una costruzione di memoria non semplice.
Perché a volte un sogno spiega più cose di un chiarimento in punta di monotonia o di rispetto noioso. Tra le varie clessidre che ho in dotazione, quella regolata dagli incubi e dall'insonnia funziona molto bene.
Non sono ossessionato, come molti, dall'accumulo di ricordi dimostrabili. Sembra quasi che dobbiamo far accettare i nostri ricordi da una comunità, da una giuria popolare, magari da chi dovrebbe amarci.
Me ne sono sempre fottuto di questo. Non ho mai fatto una scelta pensando a cosa avrebbero pensato in famiglia (quale poi? La vera famiglia è quella che ci scegliamo noi nel corso del tempo) o nel giro di amici.
Molti miei ricordi sono sbagliati. Modificati, corrotti. Crudeli. Noiosi. Languidi e ridicoli. Gli inizi di ogni cosa cerco di non ricordarli mai, di qualsiasi argomento si tratti fa troppo male. Ricordo più le stazioni che le persone. Ricordo i vestiti e le macchie di colore. Ricordo anche le macchie di dolore, alternando fasi in cui le rimastico ed altre in cui ci piscio sopra.
Io bluffo con la mia memoria, e lei con me. Come in una relazione finta epicurea in cui i pochi momenti di pace sono segnati dai tradimenti supposti, immaginati e consumati con la tachicardia che ti viene quando sbagli e fai schifo.

È interessante stuprare la propria memoria per tutelarsi.
Una delle migliori tutele è quella di cancellare dalla propria vita chiunque non sia in grado di servirsi di un minimo di autocritica e messa in discussione.
Chi è senza dubbi, chi non si punge o si straccia, è fuori. Clamorosamente fuori.
Si incontra chi vuole attorno stati di pace e basta. Persone messe in quiete, con ricordi e voglie ammaestrate, direzionate, analizzate, catalogate. E si segue quell'indicazione ipocrita e tronfia che vuole la rabbia, la libera espressione, gli avamposti in miniatura nei giardini deserti del proprio vissuto come elementi negativi, da rivoltare come calzini sporchi. Si incontra chi vende la voglia di vivere come fosse un marchio, un brand, una maledetta linea di stile. Non funziona. Non può funzionare. Siamo in troppi a vendere, come siamo in troppi a scrivere. E purtroppo siamo in troppi a cercare amore dentro e fuori di noi, in un'ossessione a coda di rospo che genera ombre da maremoto, romanzi di merda e vittimismo esistenziale con tavole imbandite ed ospiti di consolazione.
Piacersi, cercarsi, non basta: è poco. Avere un codazzo di persone “di famiglia” dietro il culo non basta: sono premi di consolazione, lotterie truccate. I ricordi non sono occhiali da sole o automobili. Non devono essere per forza funzionali e veloci, pronti all'utilizzo. Non tutto porta verso il sole.

Oggi, proprio oggi, non sta accadendo nulla che diventerà ricordo concreto, da proteggere e da conservare. Ma è meglio così: le sensazioni hanno in potenza la caratteristica di poter tramutarsi in memoria di crescita e di consapevolezza.
Oggi, per esempio, sono stato vicino al mare e non mi ha detto niente. Un cazzo di niente. Le onde mi annoiavano. Le partenze mi sembravano tutte infarcite di olio di cocco, una lunga linea multicolore, come un pareo da mercato delle pulci addosso alla terra, alla strada. Gli occhi delle persone oggi mi sono parsi biglie di vetro senza profondità. Non c'era uno sguardo che ti restasse addosso, vicino al mare. Eppure, non mi sono sentito a disagio. Qualcosa mi diceva che stavo costruendo ricordi senza garanzie, su una strada poco trafficata e senza luci di segnalazioni. Soprattutto, senza eventi-marchio. Senza sputtanarmi il soffio vitale in dichiarazioni sceniche di positività e permanenza. Oggi sono stato fantasma tra i fantasmi, ma la costruzione della memoria è anche questo, piazze, strade, estranei, sigarette fumate per far tornare i conti, voglia di chiudere scorciatoie, tendenza all'eliminazione di tutto quello che si è spento pur urlando la propria inutile grandezza.
Oggi, proprio oggi, accetto che la vita e la memoria non sono opere d'arti, bensì viaggi di vento e di polvere spesso su strade ad una sola corsia, dove i miraggi sono provocazioni e i santuari vere e proprie camere a gas dove stordire ogni pulsione con la paura di finire non in tempo.

Luca De Pasquale 2016

27/07/16

Spingi, prega, vendi, godi, riconosci, muori


Non ho mai amato le fantasticherie sentimentali. E, tutto sommato, neanche quelle erotiche di alta impraticabilità.
Diversi anni fa, in una fase di desiderata solitudine e di stimoli passati sotto una pressa, mi imbattei in una ragazza molto fantasiosa che -pare- leggesse le mie cose.
Vincendo una violenta ritrosia ad entrare in contatto con chi sta dall'altra parte dello schermo, accettai una specie di corrispondenza via mail. Mi accorsi subito che quella persona mi stava idealizzando. Non poco. Non sarei mai potuto risalire ai motivi di quelle aspettative, e una notte, leggendo una sua mail particolarmente “poetica”, conclusi amaramente che non sapevamo nulla l'uno dell'altra e non ci sarebbe stato alcuno sviluppo. Non poteva esserci, non aveva senso. Io avevo già il mio inferno giocattolo a disposizione da svariato tempo. Le mie geografie, le mie sconfitte e i miei maledetti rimpianti, né più né meno del mio vicino, del salumiere e del collega del primo piano.
Il senso di realtà mi ha sempre impedito quei voli pindarici imbevuti nel ridicolo che sembrano così indispensabili per tenersi a galla, così decisi che avrei interrotto quella corrispondenza. Ma, mentre cercavo le parole adatte per non risultare scioccamente crudele o altero, lei mi scrisse ancora, proponendomi questa volta qualcosa di prossimo al “sesso via telefono”.
Sesso al telefono? Non lo farei neanche con me stesso. Rimasi sconcertato. Non che la cosa mi scandalizzasse. Mi scandalizzano molto di più l'ipocrisia affettiva, l'autostima bruciata che finisce per irrorare i genitali in una spasmodica e penosa ricerca del meraviglioso e del volo, la monogamia sbandierata come virtù grata al Creatore, l'hockey d'alcova, con il dischetto che deve per forza entrare da qualche parte, in qualche porta. Il sesso in tenuta da combattimento fa schifo, è roba per casi persi.
La proposta della ragazza mi infastidì molto. Mi immaginai gemere al telefono con una voce da castrato e da sciroppato, e provai un brivido di orrore autentico nell'immaginare la mia mano scendere in un'altra delle parti del mio Inferno privato.
A tredici anni, la sera tardi aspettavo che i miei genitori andassero a dormire e poi mi piazzavo davanti al televisore con i fazzolettini di carta in bella vista, pronti all'ovvio uso. Mica potevo regredire ad uno yo-yo del genere. Non al telefono, con una che non avevo mai visto e tantomeno immaginato sul serio.
E poi, che cazzo ci saremmo mai detti di vero e di nuovo?
Quasi nulla è nuovo nel sesso. Purtroppo la cosa vale spesso anche per l'amore. Abbiamo un codice di sopravvivenza civile che regola il nostro amare ed il nostro fottere. Le nostre fantasie più sconce, laide, apparentemente indomabili e uniche sono comunque sotto accertata codifica. C'è poca speranza di volo libero e notturno: è chiaro che saremo catturati e smembrati pezzo pezzo con la stringente logica dell'ottuso giudice di turno.
Le risposi che mi sentivo lusingato -e non era per niente vero- ma che declinavo l'invito per motivi che non mi andava di esaminare con cura. Di certo, non insieme.
La sua controreplica arrivò qualche ora dopo, gelida, e trasportava rozzamente tentativi neanche celati di irrisione e disprezzo. Ricordo una frase: “Dici di essere uno scrittore, ma non hai nessuna fantasia. Sei banale. Io pensavo che il tuo dolore non fosse banale, ma ora mi ricredo. Sei un bluff e segui il mio consiglio: smettila di giocare a fare l'eroe esistenziale. Sei solo fuffa, solo ed esclusivamente fuffa”
Rilessi due volte la mail. Poi accesi una sigaretta e feci andare un disco dei Los Amigos Invisibles a tutto volume. Uno dei pochi gruppi con un suono realmente erotico e levigato, ma profondo. La ragazza c'era andata giù pesante. Non era la prima volta che una donna mi vomitava addosso una serie di studiate crudeltà; non sono mai stato misogino, ma ho sufficiente esperienza da poter dire che una donna risentita è una macchina da guerra, a volte incapace di fermare in tempo il processo di “elementare disgusto” di prassi in questi casi.
Ma non mi sentivo in colpa. Non ero io che avevo caricato il fucile. Il mio era addirittura vuoto e di costruzione cinese, con tanto di tappetto rosso. E non mi sentivo affatto l'eroe esistenziale. Ma che eroe ed eroe. E poi, non avevo nemmeno dichiarato con supponenza di essere uno scrittore. Non è che se uno pubblica qualcosa è uno scrittore sempre, anche quando mangia, caca, prega, ama, distrugge o muore. La scrittura non è una medaglia al valore e non serve ad irretire altro che frammenti di notte, non le persone.
Mai avuta una presunzione simile. Mi sono solo illuso qualche volta -ed è ancora così- di poter assoggettare ai miei circuiti interni qualche scena, qualche partenza, qualche addio e scintille confuse di divinità discontinue e all'atto finale mendaci.
Non ci vuole nessuna fantasia per fare del sesso al telefono. Ti piazzi una mano nelle mutande, fai la voce roca, chiedi di farti qualcosa, annunci cosa stai per fare tu, finirai per insultare la controparte per farla eccitare duro, e naturalmente tu dirai, senza che il ridicolo gigantesco ti sfiori minimamente, che hai un membro enorme pronto all'uso, uno dei due giganti inutili della tua mania di vivere. L'altro è l'ego. O forse la memoria. Non si capisce bene.
Poi, forse, lei viene. Tu magari sei già venuto. Fazzolettini per terra. Come quando avevi tredici anni. Non una sola luce di profondità nel raggio di isolati e chilometri. Una solitudine immensa, gelida come i rimorsi dimenticati, dopo che hai svuotato l'uccello in una stanza in penombra. Con la proiezione di una donna, non di più. Ve ne fottete a vicenda se siete vivi o morti. Titillare la fantasia e cacciare quattro gocce di disperazione distante non ha mai aiutato nessuno.
La vera perversione è la mania di vivere e continuare. Una scelta che ferirà sempre qualcuno. È inevitabile.

Luca De Pasquale 2016




26/07/16

Larry Heard, the architect of the night


This 2016 is the year of the return to the scene of Larry Heard who has been an essential artist for my personal as well as emotional development, and he has come back with an EP of four tracks for the Alleviated Records. I’ve always seen him as a model writer (even more than this), a kind of light for me. His own sounds which can be considered indeed - without any technical term – celestial, had an huge impact on my personal approach to writing, most of all, in the last 15 years.
I was like: “I lost something crucial”, that’s to say a bit discouraged when - being over thirty – I listened to his work for the first time. Anyway if you are late, dispite whatever hard-liners think, it doesn’t mean that you are off-target. That’s the opposite of it.

I found the music of Larry Heard in a moment of my life when I really needed particular sounds and some overnight guidelines. It wasn’t just a delayed journey  through the wonders of house music, for which (I stress this) I’ve been late compared to the young technological as well as technocratic generations; 
Larry immediately seemed to me an architect of the night, a  purveyor of soft, deep and relentless lights. He is not just a musician. 


Indeed Larry Heard – who started his own career as a fusion jazz drummer – he’s an artist, producer and certainly the spark of the Chicago’s house: without him today  a considerable part of electronic sounds - which is now fashionable - would have no reason to exist. Together with pioneering Fingers Inc. (Heard, Robert Owens and Ron Wilson) and under the moniker of Mr. Fingers, Loosefingers, The Housefactors and many others (clearly including his own), Larry has been able to create a liquid line that has united - in a state of magic – funk sections, shades of jazz, ambient extracts, neo soul wonders by giving a significant and unforgettable boost to the movement thet we colloquially define as deep house.



Like every real creative, Larry Heard spread his art alone but he also joined with other artists, sometimes producing, other times remixing or making mystically “deep” some more commercial tracks thanks to his wise re-editing. I can assure you, who could be passionate about deep house or simply curious and not necessarly expert in this area,  that searching for Larry Heard’s collaborations was, over the years, a really great growth experience as well as absolutely unique. 

                                                   

Besides his own solo works – none of which is to be missed, that’s obvious – evidences of Larry Heard can be found with  Ananda Project, Massive Attack, Jordan Fields, Greg Kozo (the track with Allonymous is fantastic) Kuniyuki Takahashi, Kai Alcé, Villanova, Tom Trago and many others. The sound in the manner of Larry Heard is always distinctive, overhead, dreamy but also powerful and definite. Personally, I adore in particular his really successful and strongly “deep” collaboration with Nookie (his true name is Gavin Cheung). Among his solo works I have an emotional preference for  “Loose Fingers” (2005) which is wonderful and very sensual, too; “Ammnesia” and “Introduction” – both under the moniker of Mr. Fingers – have literally consumed my stereo system. 



For some years (which have been hard and controversial) one of my habits was to come back home at night and “turn on” Larry Heard. It was a sort of obliged and necessary act. Then,  I don't even mind if I made it until 5:00 am with an overdose of smoking and not containable thoughts. Maybe I got sleepy but resisting the beauty wasn’t easy. And it also worked when Larry was “turned off”. That is to say taxi rides, maritime stops, silence after heavy conversations, the terrible mental workload about goodbyes and the next mind lavages, the setting of the heart and the senses in constantly evolving, the feral melancholy of your youth which becomes a memory, wonder that shrinks, oasis of light that fades away from your sight, your path, to turn into a fixed and forgetful star.


All this personal but also universal background, is subject to music and the one of Larry Heard was like a safe conduct, a sort of secular grace, a concrete rush of peace with open doors. As it should always be if you want to live without scheduling the end  too much in advance because of your personal fears.
At the time my friends were very surprised by the fascination that I felt for the electronic music. Within those preconceived notions used for good which demean us for ever, I was seen like a rocker, a well-known keen on post-punk but also a geek endowed with a very unusual memory as regards dates of issues, band’s lines-up and much more. My willingness to house music – naturally not the commercial one - caught them all a little off guard. And so, like a lost little bird but already fully grown and in addition as a professional records seller, I was unconfortable about a definition of electronic genre that I liked the most and that I felt it captured my soul and took me home every night, the damned ones included.

 And, thus, like all those people who start almost from zero I was used to draw up:  deep house, ambient deep house, minimal techno, nightscape deep soulful house and so on… I searched for definitions, I looked into it and I studied it.
Then, I don’t know exactly when, I decided that I finally got tired of being a simply learner. I took Larry Heard and I put him in the middle of my chest like a flagship. From there he would have spread a certain dose of knowledge and curiosity, that was a big deal. If today I love and I have discovered figures like Ron Trent, Frankie Knuckles, Carl Craig, Glenn Underground, Swayzak, Brendon Moeller, Rick Wade and many others I owe it to Larry Heard.
And If I came back home safely in the nights of the showdowns, of the incense mixed with burned sugar I owe it to those sounds that let me override and break the roofs of the cabs as well as all the closed windows. Those sounds which flung themselves safely and dreamy on sealed lips, broken promises and never solved loss, suggested me another way, different  estuaries, other  suggestions that were tinged with blue and ready to give me a blanket as well as a hug before sleeping.
Larry Heard is back in this 2016. I’m not so young as I believed, or rather, as I’d liked to think. When I’m tired, far from the sun, confused about the plans, my age in the mirror is evident and I can feel it right into my stomach.
However I got the new Larry Heard. And I’ve been waiting for the night so as to spin it over and over. It was not exactly in the middle of the night, but rather under that light which anticipates it and that seems to welcome it with a great devotion, that kind of blue which doesn’t exclude the black of the after and the red-purple of the before, just the moment before the right night.
I lit up a cigarette that – as it’s generally known – measures the distances and… it worked. Once more and as I hoped. “Aether” was the highest point of the new adventure with Larry Heard. I don’t know how could be right this kind of journey, because today’s history, that of mine and generally, seems more to push for slowed down neurosis rather than spiritual and overnight paths, the essence of Larry Heard.
That obvious point that it’s never too late to learn is true.
Some branches of electronic music, a lot of them fortunately, are actually indipendent universes,  endowed with a spirit that I like to define as “emotional entrepreneurship” and with the building of sound scenarios. Not only music for a fashion show, it would be dismissive. It is also the right music to go deep into the abyss, it doesn’t matter it is celestial (like the one suggested and carved by Larry Heard) or if it borders on concern that needs a mix (a very suitable word, in this case) of sets, road maps, ports, leads, sensuality, silence and recurrences.
At a certain point, it is necessary to settle – even by a simple and harmless written acknowledgement -  your own training influences. So I just can thank Larry for the journeys, the routes to his journeys and his creativity.
We must not forget that curiosities and devotions are always related to chaos. Like love, this one even more than any attempt on peace. The important thing is to go down without fear where the call is not cowardice, artifice, confined hate. You’ve got to go down. Larry Heard is one of those who can help you to do that.
Because being “deep” doesn’t mean being “down”. Let’s face it once and for all. Larry has proved it.

Luca De Pasquale 2016
(Translated into English by Manuela Avino)


































25/07/16

Come un fiocco di neve vietato ai minori


Non sono abbastanza brillante, inserito e ruffiano per ottenere maree di followers su twitter. Non so fare cultura su twitter. Neanche su facebook. Neanche nel cortile di casa.
Non passo minuti ed ore a studiare frasi brillanti, evocative, icastiche, funzionali e con il cazzo ritto. Perché la maggior parte delle frasi brillanti disseminate sui social valgono meno di una banalissima erezione senza neppure il lieto fine.
Conosco gente abbastanza flippata da arrivare a pensare di usare gli hashtag anche nel linguaggio verbale. Ho incrociato individui che si presentavano con l'inquietante abbrivio “ho molto successo sui social”.
Non scrivo commentari politici su twitter e nemmeno per la rivista del quartiere, qui in zona. Una volta ho scritto un articolo sull'invasione delle blatte ed un'altra ho declinato l'invito a scrivere un trafiletto sulla nuova moda di fare sesso (doggystyle o missionario, si improvvisa) sulle panchine, all'alba.

Una volta una rivista letteraria mi chiese (proprio lei, la rivista letteraria) di scrivere una cosa che ricordasse -senza ovviamente sfiorarne la nitidezza e la meravigliosità sociale- la prosa di Baricco, ma a me Baricco non piaceva ed i suoi libri non mi interessavano. E così scrissi una cosa che si chiamava “Flanella”. Non ho la minima idea di che fine abbia fatto quel pezzo. Qualcuno ebbe a ridire, perché i golem non si toccano. Quelli letterari meno degli altri.

Nel 2012 una tizia che neanche ricordo come si chiamasse, di sicuro la conoscenza di una conoscenza, mi domandò se poteva interessarmi scrivere su una rivista di animalisti e di vegani aggressivi. Per una forma ruvida e poco redditizia di coerenza personale, declinai l'invito con un certo cipiglio. Amo i gatti, ma non sono animalista. Non sono ossessionato da certi temi. Non sono vegano e non condivido minimamente l'aggressività di certi anatemi. Così, non entrai in un giro che poi ha sfornato addirittura un'antologia tematica. Ma io non sono un narratore vegano e non lo sarò mai. L'unico Vega che mi interessava era Alan. E, da piccolo, il Re Vega di Goldrake. Senza rancore.

Antimo Cacascia, invece, mi ha chiesto il mese scorso se volevo intervenire sul tema della legalizzazione delle droghe leggere.
No Antimo, non mi interessa. Grazie lo stesso”
Ma scusa, tu non sei favorevole?”
Il tema non mi interessa, Antimo. Non fumo altro che sigarette ed ho altro cui pensare, in questo momento”
Ma è un tema di sinistra”
Se questo è un tema di sinistra, allora non considerarmi di sinistra in questo frangente”
Il tuo cinismo mi ributta. E poi, guarda che lo so che non voti”
Chi te l'ha detto, l'uccello Urruti?”
Lo so e basta”
Fai lo scrutinatore nel seggio dove mi attendono in genere?”
Lo so e basta. Non votare è un errore indecente, del quale non ti facevo capace. E poi, dovresti pensarla come noi circa la legalizzazione”
Mi spiace enormemente deluderti, credo che farò una sciocchezza per questo”
Tu hai tradito e la tua ironia fa schifo, è un po' fascista”
Addà venì Baffone, questo mi stai dicendo?”
Sei una delusione. Non ti leggerò più”
Già non mi leggevi”

Quando avevo ventiquattro anni, mi proposero di scrivere dei corsivi per una rivista pornografica. Chiaramente sotto falso nome. Non avrei rifiutato, la cosa mi divertiva. Non ci trovavo nulla di male in sé. Il problema è che scoprii, quando avevo già scritto alcune cartelle, che non mi avrebbero pagato. Avrei dovuto farmi le ossa. Pensai, se proprio devo farmi le ossa, tanto vale che io non scriva di membri equini e di bukkake.
La rivista aveva sede a Roma. Parlai cinque volte al telefono con un tale che si chiamava Nino Pioggia. Uno che aveva la voce di Gabriele Ferzetti e parlava un italiano arcaico, dannunziano e più vuoto -se possibile- di quello commerciale e finto colto in uso oggi. Di sicuro non mi propose il “piuttosto che” comparativo che, lo dico e lo ribadisco, può farmi decidere se frequentare o meno una persona.

Un po' di anni fa, quando la mia piccola promettente stella narrativa si era già strafatta e fatta sodomizzare nei cessi dell'Ade da Minosse in persona, mi proposero di far parte dell'ennesima antologia, la solita collettiva che si sviluppa e si dipana per conoscenze. Tema: le scosse di terremoto e la narrativa ad esse agganciabile. Scrissi un pezzo un po' drammatico e febbrile, figlio probabilmente del difficile momento lavorativo che stavo vivendo. Non era proprio una merda; qualche spunto distintivo ce l'aveva. E se lo dico io che in genere mi distacco subito da quel che produco, un po' mi si creda.
Il mio racconto fu bocciato. Non mi evirai per questo. Ma mi lasciò perplessa la modalità, perché a far fuori il mio morceau non fu la casa editrice che curava l'antologia, bensì uno degli scrittori che faceva parte del lotto dei “certi di apparire”. Il mio racconto, che voleva essere un misto tra William Blake, Antonello Cuccureddu, William Orbit, i Future Sound Of London e me stesso, fu definito “carino” (e dunque vilipeso, sminuito) e bocciato senza remore dal “giovane collega”.
In quel frangente, ho imparato molto circa l'ambizione dei giovani virgulti; il loro cinismo freddo, con occhi da carpa, è molto più terremotante del mio, che è fuori moda, esistenziale, formativo. L'ambizione si muove su pedane semoventi di crudeltà spacciata per simpatia in movimento. Insegnamento.

Ultimo aneddoto del lotto. Quando uscì il mio primo libro, sul sito Ibs si catenò una guerra tra detrattori selvaggi (due colleghi accertati e qualche altro rosicone) e qualche fan (che ringrazio, ma non li avevo pagati o istruiti io). Notai che le critiche erano davvero virulente, quasi personali, sprezzanti, arrivando addirittura ad un perentorio “se un De Pasquale qualsiasi...”
Incomprensibilmente, non andai ad infilare un manganello di ghisa nel culo del tizio, che pure avevo individuato. Mi colpì invece la sua assurda rabbia. Non gli avevo rubato la donna e si trattava anche di un mio superiore di grado; per questo non ci voleva molto, perché in quell'azienda venivano nominati responsabili ad ogni piccolo scossone interno, con tanto di uso ed abuso di pretoriani.
Chi mi conosce sa di che azienda parlo. Io lo dicevo quando ci lavoravo. Ora sarebbe fin troppo facile. In dieci anni di lavoro dipendente inquadrato ho capito l'uso moderno del concetto di “pretoriani” e di “lacché”.

Immagino come deve aver goduto, il collega crudele, nel leggere l'unica recensione davvero negativa ottenuta dalla mia opera prima, in cui un eminente quanto discutibile barone della critica letteraria enotria scrisse che avrebbe buttato il mio libro nel cestino.
Risi come un pazzo, quando lessi la cosa, dopo i primi dieci minuti di rabbia. Io non volevo che quel libro finisse su quella scrivania, lo avevo detto e chiarito. Risi molto, perché il cestino di quell'eminente critico accoglieva il mio ingenuo esordio con più entusiasmo, garantisco, di quel che avevo provato io a leggere le sue recensioni su altri libri, di una noia infinita.

Che si sia grandi, medi o piccoli, bisogna in qualche modo avere addosso la prontezza perenne di attivare una modalità di protezione; si badi bene, non ho detto un app. Le app mi interessano allo stesso livello delle battaglie vegane e dei forum nevrotizzanti degli utenti di Apple: zero.
Antimo Cacascia ha ragione: sono un traditore. Ho tradito dall'inizio la logica delle convenienze, esponendo le mie smunte natiche a Minosse.
Però, e qui lo giuro, quando scrivo nelle notti di vento e temporale sono come un fiocco di neve. Spesso vietato ai minori, ma chi ci fa caso?

Luca De Pasquale 2016

24/07/16

Memorie di un deuteragonista


Le poche serate in discoteca della mia vita sono state un disastro.
La “club culture” è un concetto che mi appartiene solo musicalmente, e comunque in modo tangenziale. Non amo i luoghi affollati, figuriamoci le discoteche. Se e quando ci sono andato, è stato -come mi accade quasi ovunque- per rubare attimi, osservare, annotare, “farmi capace di”, “misurarmi con”. Nessuna identificazione.
Nessuna identificazione” è la regola base che mi perseguita (anche in accezione positiva) da decenni. L'errare faustiano che tanto mi seduce e che funge da motore personale si fonda sul preciso scopo di non cercare inclusioni obbligate e facili, in nessun luogo e da nessuna parte, parafrasando un imperdibile libro/reportage di Franco Guerzoni e Luigi Ghirri.

Le luci stroboscopiche, i corpi in movimento, la disinvoltura di mosse in bilico tra rilassamento e perlustrazione del piacere possibile, erano tutti rituali che non mi coinvolgevano più di tanto. Mi piazzavo in un angolo con il mio bicchiere di coca ghiacciata, alternando i sorsi alle sigarette. E studiavo. Nient'altro. Niente balli e il sesso in freezer, perché le pulsioni sessuali non potevano arrivare, comunque controverse, prima delle tre o le quattro del mattino. Più sulla memoria che sul presente. Come sempre.
Per le feste, in particolare quelle estive, ho provato un misto di attrazione inconfessabile e di profonda ripugnanza. In genere, dopo venti minuti non ne potevo più. Divenni presto oggetto di sfottò amicali di grana grossa, perché i dinieghi ripetuti davano il pretesto di giudicarmi uno che si muoveva solo quando certo (o quasi) di fare caccia grossa.
Ebbene, credo di non aver mai pensato alla caccia grossa in vita mia. In più, quando uscivo con un altro amico -mi è sempre piaciuto girare con non più di una persona-, io ero puntualmente “l'altro”. Per caso o per scelta, mi andava benissimo così. Sono uscito con amici evidentemente meno attraenti (o più brutti, professiamo modestia, che si porta), ma era inevitabile che mi ritagliassi il ruolo del deuteragonista.
Vuoi perché non guidavo, vuoi per i gusti “strani”, vuoi per la sigaretta fissa in bocca anche a sedici anni, vuoi per il modo di vestire a dir poco anonimo se non sciatto. Potrei continuare per ore, giorni e settimane. Mi piaceva, la situazione. Avevo tempo di osservare, di regolarmi, avevo il tempo tecnico di decidere se accettare o rifiutare certi meccanismi.
In effetti, l'approccio non è mai mutato. In genere. Devo decidere io, e con calma, se una situazione -familiare, lavorativa, amicale, sentimentale, letteraria, musicale- fa al caso mio.

Sarà anche per tutte queste premesse che so per certo di detestare i reclutatori. Ogni entusiastico tentativo di proselitismo, se non ho il tempo di verificare, è destinato ad un fallimento totale.
Nei quindici anni che ho passato al pubblico, mi è capitato di tutto. L'aria spesso torva, da esistenzialismo fuori moda, mi ha procurato un numero ragguardevole di consigli, istigazioni e tentativi di annessione. I clienti e gli amici degli amici (i veri amici non potevano osare tanto) mi proponevano corsi di yoga, nuotate collettive patrocinate da associazioni di ambientalisti, buddismo, catechismo per tardoni, assemblee di residui del 1977 (a quelle del 68 sarei invece andato, mi sa), forum musicali in carne ed ossa e con carne alla brace, persino un salto in giacca e cravatta in una discoteca frequentata da russe e ucraine, come se questa connotazione garantisse chissà quali abissi di piacere.
Mi hanno detto che ti piace molto la poesia”, mi disse una ragazza una volta.
Mai detta una cosa del genere. Mi dispiace”
Ma scusa, non scrivi?”
Sì, ma non poesie. Le scrivevo solo per mia madre alle elementari”
Oh... vuoi comunque venire? Siamo un gruppo di poetesse”
Non sono un poeta e sono comunque un maschio, fa niente?”
Oh... scusa... cioè, vedi tu”

Con la musica, non ne parliamo.
Penso che uno come te si troverebbe al bacio con noi”
Dove?”
Ci incontriamo a Nerano, nel locale 'Camomilla al bitume'”
E che fate?”
Parliamo dei Van Der Graaf Generator fino al giorno dopo”
Grandissimo gruppo, ma ti ringrazio, no”
Ma scusa, qual è il tuo gruppo preferito? Non sono i VDGG?”
I Los Amigos Invisibles e i Roxy Music”

Perdonami Luca se mi permetto e ti chiedo scusa per quello che ti sto per dire, io in genere non sono così diretto e credo fermamente nel rispetto per il prossimo come da ins...”
Non farti problemi: dimmi”
... ecco, no, è che sono sicuro che ti farebbe bene frequentare la nostra comunità spirituale, che comunque si basa su un lavoro sulla mente, il cuore e il c...”
In cosa credete?”
Ecco, noi crediamo in una forza che non si manifesta a tutti, ma che appartiene alla nostra interior...”
Grazie, sei cortesissimo. Ma non mi interessa. Sono irrecuperabile”

Una volta, arrivò in negozio, alla mia postazione, un noto agente immobiliare che tutti i miei colleghi trattavano benissimo perché aveva in mano tutti gli appartamenti della zona ed anche molto altro. Comunque, uno creso.
Si chiamava Gallo Da Briga. Un bell'uomo dalla carnagione olivastra, aitante, sorriso bianco neve, pantaloni di lino, atteggiamento da chiavatore.
Uè Luca”
Ohilà Gallo”
Che cazzo è uscito di nuovo?”
Ecco...”
Che cazzo di roba è uscita in questo mercato discografico che è un malato del cazzo?”
Gallo... non è uscito un cazzo. A meno che non ti interessi una ristampa di Caetano Veloso”
Grande Caietanino, ma io ho tutto di quel pazzo del cazzo”
Cazzo, bello”
È un fottuto genio del cazzo. Si è inculato tutti, compresi Prince e Jobim. Senti un po' Lucariello... guarda qui...”
Mi mostrò una foto al suo citofono cellulare. Si intravedeva lui in penombra, seminudo su un divano, ed una donna con una parrucca rosa su di lui. Il culo della donna prendeva tutti i pixel dello schermo, senza pietà.
Ah... beh, complimenti, Gallo...”
Che cazzo di femminone... è vero? Ma tu sei mai venuto al 'Relax Body Interlazio' a Latina?”
Non conosco”
Un club cazzuto. Scambisti del cazzo. Grande atmosfera. Si chiava. Io lì sono più di Briatore. Se vuoi, una volta, puoi venire con me. Ti presento io. Levati di dosso questo gilet del cazzo, ti devi divertire. Puoi anche portare la tua compagna, se è una aperta. Oltre che con te, s'intende”
Purtroppo non è il caso, Gallo, ma grazie per il pensiero”
Mica ti sei fatto mettere le mutande in testa? La fedeltà non esiste, te lo dice Gallo Da Briga, chiavare è l'unica cosa che ci è rimasta in questo mondo del cazzo”
Okay... senti, vuoi gli Arctic Monkeys? Gilles Peterson?”
PETERSON! Un vero selecter del cazzo con i controcazzi!”
E così ne uscivo.

I giochi inclusivi, insomma, non mi attraggono: quale che sia la materia in ballo. Meglio annotare con cura che farsi piazzare nel trenino. Non mi fido dei trenini. C'è sempre qualcuno che ti fiata dietro l'orecchio, qualcuno che ti sistema in una foto o scambia le chiavi che hai in tasca per un'estensione priapea della tua persona. Un po' come quando ti mostri sensibile e più indifeso: ci sarà sempre qualche Gallo Da Briga che ti tufferà tutto intero in qualche club della speranza o della perdizione, luoghi dove l'espressione individuale è tollerata solo se controllata dal fine accertato dell'operazione.
Per molti versi, la “famiglia” è un tipo di associazione che spesso sconfina dalla sua (eventuale) nobile genesi e diventa un club di scambisti mancati e di bocciofili innamorati di forme immutabili nei secoli.
No. Meglio essere deuteragonista. La corda è più lunga, e forse riesci a vedere anche il mare, se sei fortunato.

Luca De Pasquale 2016