28/06/16

L'Islanda, il disco solista di Andrew Ridgeley e le danesi napoletane


... e mi sono anche depilata inutilmente... perché lui è un tale stronzo...”
Intercetto queste parole da due donne che mi camminano davanti. Una ha una gonna bianca, l'altra blu. I loro corpi così vicini sembrano una bandiera nautica. Camminano disinvolte, indolenti ma armoniose, io sto dietro ma mica lo faccio apposta. Sentita la frase, finisco con il non superarle più, come era inizialmente nelle mie intenzioni.
Un senso di rispetto, direi. Non certo per origliare. Qui si parla di trentenni aggressivi e decisi a prendersi il meglio dalla vita. Io, dietro di loro sono una macchia grigia e nera, con la mia camicia e la mia sigaretta, con la mia età. E con la mia anagrafe: sembro uscito da un singolo degli Wham, anche se in realtà da ieri sto riscoprendo gli Animal Nightlife.
Gruppo, questo, che rappresenta un pezzo di un'epoca che voleva essere gaudente e lussuosa, ma che nascondeva un profondo sostrato di latente malinconia. Loro, i Matt Bianco, i Blue Rondo A La Turk, gli Haircut One Hundred, i Working Week. Un'epoca. Giorni da Cappuccino Kid, sigaretta bianca senza filtro in bocca, maglie quasi mod, sensibilità sessuale oltre il livello di guardia, smaccata propensione agli abissi profumati lunghi meno di una notte, occhio vigile sul putrido da nascondere nei petali dei giorni.

Erano i giorni di Paul Weller e Mick Talbot. Di Paddy McAloon e di Roddy Frame dei meravigliosi e dimenticati Aztec Camera. Erano i giorni che bastava un disco dei Deacon Blue per farti scoppiare il cuore. Ma erano anche i giorni di Andrew Ridgeley, metà degli Wham, che nessuno si filava per l'evidente divismo (e spessore) di George Michael. Erano i giorni che nessuno si cagava di striscio il bassista Mikey Craig dei Culture Club, Chris Cross degli Ultravox, e l'altro dei Go West che non cantava (Richard Drummie, quello che cantava era Peter Cox). Io ero giovane negli anni ottanta, mica è colpa mia. Un po' della poltiglia edonistica arrivava anche dalla mia parte, anche se preferivo il nero seppia, i temporali e le sparizioni. In quei giorni mi annunciavo anche che avrei corteggiato solo bionde quasi danesi, perché ero un cretino. Quest'etichetta di “biondofilo” mi è rimasta addosso come una stupida decalcomania irreversibile. Hai voglia a spiegare. No. Io sono quello che sognava una bionda quasi danese che risiedesse a Napoli.

Ieri ha vinto l'Islanda. Sono felice di questo. E non posso essere sospettabile da nessuno (che almeno mi conosca un minimo) di essere salito all'ultimo sul carro esotico, perché io il calcio islandese lo seguivo sin da bambino. Impazzivo per club che cercavo di studiare e conoscere in qualche modo: il glorioso Valur Reykjavik, il Fram, l'IA Akranes, l'IBV Vestmannaeyjar, il Vikingur... e sognavo ad occhi aperti, quasi più delle bionde danesi di quartiere, di poter vedere la nazionale islandese all'opera in un europeo o in un mondiale. L'Islanda era la mia seconda fissazione dopo il Galles. Ora, a quarantaquattro anni suonati, mi ritrovo Islanda e Galles nei quarti di finale di un europeo, per quanto allargato e dunque meno elitario del consueto.
Ieri, veri e propri brividi quando i giocatori islandesi hanno intonato all'unisono con il loro pubblico il commovente “geyser sound”.
Sì, lo ammetto: da ragazzino sognavo ad occhi aperti, fantasticavo, immaginavo come sarei stato se fossi nato in Islanda. Sarei stato biondo e il mio nome sarebbe stato Pasqualsson. Non male. Provai a farmi biondo nel 1991: facevo davvero schifo. Per strada quasi mi menavano.
Ho sempre sognato risultati del tipo Chelsea-Vikingur Reykjavik 1-5, ma ieri la cosa è andata oltre ogni possibile fumeria adolescenziale: inglesi mestamente a casa, islandesi eroi.

E così oggi sono di buon umore per Inghilterra-Islanda 1-2. E ieri ho anche ascoltato gli Animal Nightlife, quel buon vecchio pop soul funk di marca britannica eighties che ti fa dimenticare le rughe, gli accanimenti spietati su cuore, arterie e pazienza.
Non avrei dovuto intercettare quello smozzico di confessione femminile sulla depilazione preventiva, ma giuro che non volevo origliare. Erano fatti loro, delle giovani donne/bandiera di motoscafo.
Non ho nemmeno fatto caso se una delle due fosse bionda. Questo perché mi piacevano le danesi napoletane. Ma vallo a spiegare ai tatuatori di idee.

Poi ho letto un giornale al bar.
Un uomo di cinquantadue anni è caduto dal balcone mentre puliva non si sa cosa. Morto sul colpo. Articolo a tutta pagina. E poi le “stese” di camorra che lasciano sull'asfalto vittime inermi. Bud Spencer è morto.
Penso che puoi guardare un bicchiere al mattino e bagnarci un sole che dura qualche ora. Penso che un bicchiere vuoto di notte invece può somigliare alla fine e al fallimento definitivo. Questione di prospettive.
Penso anche che potrei cadere dal balcone per aggiustare una tenda o la caldaia; potrei, però, anche vivere altri trent'anni cercando di nascondere le rughe in tasca e le smanie nel passato. Questione di prospettive, di visuali momentanee, di pazienza, di fortuna.

Oggi sono di buon umore per l'Islanda e per la musica dei miei tempi. Oggi mi perdo facile in un sette pollici degli Animal Nightlife e non temo troppo il buio delle prossime ore. Oggi è così. Oggi posso permettermi anche di riformularmi una domanda oziosa e priva di senso: “Ma cosa faceva Andrew Ridgeley negli Wham?”
La mia memoria riesuma anche l'unico disco solista del personaggio: un flop colossale, mi disse qualcuno. Ma quel disco lo abbiamo mai ascoltato? Io, loro, chiunque? La risposta è no.
Eppure, in quel disco ci suonavano dei musicisti con testicoli monumentali: Hugh Burns e Phil Palmer alla chitarra, Deon Estus al basso, il leggendario contrabbassista Danny Thompson, già collaboratore extralusso di John Martyn e David Sylvian. Ma noi quel disco non lo abbiamo ascoltato. Mi sembra una forma di snobismo sciocco. Io non so com'è quel disco, forse fa schifo, chissà. Ma una chance io gliel'avrei data, se mi fosse capitato sotto mano, anche se era con James Chance che diventavo bello, sporco e creativo come desideravo.
Mi sentivo libero, nel 1985. Molto libero. Anche di non piacere alle danesi napoletane.


Luca De Pasquale 2016








27/06/16

Sussidio di disoccupazione con acconto anima


Un tipo che conosco solo via terze persone si è fatto stampare un libro. Centoventicinque copie. Titolo: “Storie da non dimenticare”. Titolo presuntuoso, mica poco. Ha iniziato, lo scrittore, a pubblicizzare la sua opera nei più svariati modi: su tutti i social possibili ed immaginabili, nei negozi, durante le pizze con gli amici, persino nello spogliatoio del calciotto e forse anche a letto con la sua donna, giusto per garantirsi almeno una copia venduta.
Quanti ne conosco, di questi che a tutti i costi vogliono entrare nel mondo della letteratura, dei “pubblicati”, ma anche solo dei “considerati da qualcuno”.
È umano, si dirà. Ovvio, certo. È umano, umanissimo.
Queste persone farebbero davvero di tutto per entrare in quel club di “diversamente colti”, club che idealizzano con una tenacia ammirevole ed un'ingordigia non sfamabile di consensi generalizzati. Pensano che far parte del club dia dei vantaggi morali, di prestigio sociale, di effetto sessuale, anche. Pensano -e te lo dicono- che se si applicassero, altro che i libri tipici da classifica; loro, se solo riuscissero a trovare la calma, scriverebbero qualcosa di talmente nuovo che la critica letteraria dovrebbe veramente considerare l'opzione di reinventarsi daccapo.

Sono ambiziosi. Ambiziosissimi. Spesso vuoti come barattoli di mais nella spazzatura, dopo un'abbondante insalata. Gli ambiziosi ti contattano, sperando che tu possa agganciarli a quel mondo nel quale tanto desiderano entrare e farsi strada. Poi, se si rendono conto che sei un isolato, un cane sciolto, ti lasceranno presto perdere. Ed è anche garantito che se avranno una qualche forma di successo, certo non verranno ad offrirti un aperitivo. Se li vedrai, se li incontrerai, potrai solo assistere all'effetto pavone. Starà a te avere stile, non dar loro soddisfazione con un aperto ed incontenibile fastidio.
Mi sono sempre chiesto: credo negli aperitivi letterari? 
Direi di no.
Mi sarei sentito migliore, in certi duri frangenti della mia vita, se avessi annoverato tra i miei (veri) amici dei letterati conosciuti pubblicamente quanto basta?
Non direi.
E come mi sento io, dopo la presentazione di un libro? Come se mi fossi venuto nei pantaloni? Come dopo un'abboffata, una scopata da discobolo, una promozione pubblica, un premio, una vincita insperata?
Direi di no.
Quando mi è capitato di fare presentazioni -non sono tantissime e non le millanto di certo-, spesso dopo mi sono sentito desolato, leggermente svuotato, privo di quel brivido tanto supposto dagli ambiziosi. Quasi sempre ho avuto voglia di un panorama marino, di un belvedere notturno, oppure di passare per una qualsiasi reception a ritirare le mie chiavi con i numeri un po' sbiaditi.
Perché a volte mostrare la propria scrittura, e sigillarla in un evento, è un disagio che vorrebbe il fuoco e invece si sdraia nel ghiaccio, senza aperitivi di sorta. Mostrarsi è quasi un senso di colpa. Uno scambio d'identità. Certamente un dozzinale equivoco. Quanto alla coda di pavone, spesso è screziata di merda e di lacrime d'impazienza, vale come i pantaloni bianchi trasparenti indossati per mostrare il filo del perizoma. Non oltre, non di più.

Il tizio che ha stampato “Storie da non dimenticare” usa continuamente, l'ho notato, parole come “mitteleuropeo”, “apertura”, “denso”, “tracciare”, “considerazioni” e “memoria”, quest'ultima accoppiata ad “ingannevole”.
Esibisce una forma di esistenzialismo light progressista che mi fa davvero tremare di orrore. Una micosi. In lui, tutto è studiato. Anche come accende le sigarette e come ravviva i capelli quando parla di cose “dense”. Ogni suo gesto è smania di esibizione, di riscontro, tutto in lui contribuisce a rendere prioritario il voler innescare scintille di curiosità. Che poi finiscano sullo scaffale di una libreria o in un letto, in un vaso di ceneri o nel cesso, poco conta. L'importante è risaltare ed entrare nel club idealizzato. Dev'essere fantastico entrare in contatto con scrittori, editor, editori, giornalisti, addetti ai lavori, intellettuali. Comportamenti che vorrebbero essere leonini, fieri, da mangiavita, si rivelano invece movenze che ricordano solo la somma goffaggine dell'immortale eroe sveviano Alfonso Nitti. Non oltre, non di più.

Quando ho lavorato nel privato, i miei capi mi dicevano che ero poco ambizioso. Che non mostravo la “grinta”. Per me la parola grinta vale quanto “diarrea”. Mi insinua gli stessi fastidi a pelle. “Grinta” mi fa anzi pensare alla stipsi e al petting non seguito quasi mai da una degna erezione o durata.
Del resto, quanto può essere realmente ambizioso uno che nasce nel 1972 e nel 1985 era affascinato dal rock prodotto sotto il sussidio di disoccupazione?
Già. Mi facevano impazzire quelle band formate spesso da ex studenti d'arte che percepivano, e stiamo parlando del Regno Unito, solamente il sussidio di disoccupazione. Punk e post-punk sono stati sovvenzionati dai sussidi di disoccupazione, quella era benzina sul fuoco, vento su promettenti principi d'incendio. E quella era la musica che mi piaceva da ragazzo. A dire il vero, anche adesso. Perché anche quando ho ascoltato jazz, tanto jazz, mi sono sentito sempre punk. Anche per questo mi piaceva Jaco Pastorius. Mi sono sentito punk anche quando le cose giravano bene secondo la concezione più innocua e medio-borghese. E mi sono sentito terribilmente punk quando ho pubblicato la prima volta. Non sarebbe stata una camicia pulita a rendermi parte del mainstream. Non aspiravo a farmi aperitivi con gente del club.
Non ho mai, nemmeno per un attimo, sentito quel senso posticcio di superiorità creativa che molti vanno cercando, sintetizzando ed esibendo.
Con gli amici mi piace parlare anche di come si lavano i piatti: se da sinistra a destra, con che tipo di spugna, con quale sapone apposito. Non c'è bisogno di mettere in mezzo Lawrence o Dos Passos per avere la mia stima e per farmi sentire importante ed inserito.
Ma inserito dove, poi?
I club oggi sono come il lavoro, mai stabili. Un giorno sei dentro e ti danno pacche sulle spalle, il giorno dopo ti cacano in faccia scusandosi per l'incidente. Le alleanze sono più appiccicose dello sperma, ma meno efficaci della colla e molto volatili. La piccola gloria è un gloryhole. Sedurre qualcuno con ciò che si scrive è una vigliaccata triviale, ed è anche un sottovalutare alla grande il prossimo.
Non dovreste mai leccare l'orecchio ad uno scrittore o fargli credere che la sua assurda presenza al mondo possa rappresentare un evento minimamente erotico. Uno scrittore in genere è un pavone innocuo e molto irrazionale. Diffidate di chi professa modestia appena apre la bocca: quelli sono i peggiori, quelli sono gli ambiziosi, i visionari moderni, i barattoli di mais.

Non acquisterò una copia di “Storie da non dimenticare”. Non mi presterò a questa farsa: so che non lo leggerò mai. Perché il tizio è un ambizioso, ha bisogno di spumare ed io non lo capisco. Lui vuole spuma e gloria, io penso che il sussidio di disoccupazione -che ora mi tocca, mi domina e rappresenta- sia un buon banco di prova per rendersi conto di quanto la parola scritta sia comunque divorabile dal vento, di quanto sia dispettoso e dispersivo mostrare un lato chiuso e finito della propria smania di espressione.
Nelle porte girevoli del club capita che si fraintenda, e magari il ragazzo delle valigie passi per scrittore sublime o viceversa.
Non è meglio una casa sul lago, senza pistole dietro, una finestra, un traghetto alle sei e dieci del mattino con sette persone a bordo e un passato che fa capolino solo nei sogni notturni? Non è meglio capire una volta per tutte come lavare i piatti?

Luca De Pasquale 2016

25/06/16

Accecato e senza vento nel giorno della Brexit


Siamo troppo deboli per rinunciare a questo velo profumato e impalpabile che ci stendiamo intorno, tra noi e la tragedia, qualche volta atroce, del vivere. A non fumare si rischia troppo”
Mario Soldati

Detesto l'estate. È così da sempre. È una stagione che tende alla volgarità, aggressiva, accecante, fastidiosa e vacua nel suo epicureismo di maniera. L'estate è ristoro inseguito con ferocia, è diversivo ostentato, fuga dal reale, rituale ossessivo.
E così, io d'estate, tutte le mattine, sono praticamente cieco. Perché quella luce la trovo davvero offensiva, irrispettosa. Quel bianco opacizzato che ti cala addosso quando apri gli occhi, quello è un mezzo inferno.
Dell'estate accetto solo le ore che precedono la notte, a patto che ci sia vento e che giungano -anche se non generosi- profumi, richiami, ricordi in formazione.
Ma in queste notti il vento non c'è ed io smanio, il sonno è solo una resa frastagliata gonfia di inutili tormenti. Tormenti senza segnaletica, per giunta, e codardi, perché non arrivano mai ad estirparti qualcosa di concreto da dentro. Sono solo guastatori ingaggiati per la notte, squallidi emissari di tempeste che invece partono da molto più lontano.
In queste mattine, invece, il caldo mi piomba addosso come un insetto inguardabile, come una veste da camera sporca di sugo, muco o saliva.
Odio il caldo, odio l'estate.
L'estate non si accorda al mio modo di essere irrazionale e di cercare cose che sono destinato a non trovare. Questa sua aria gaudente mi disturba, ma non ha la forza -non l'ha mai avuta- per costringermi a snaturarmi fino a cambiare direzione.

Ieri è stata la giornata della sventata Brexit, ed anche il giorno più caldo di quest'inizio estate. Come un automa, travolto dell'afa, ho seguito approfondimenti televisivi senza soluzione di continuità, sempre da una prospettiva laterale e tendenzialmente distratta.
Mi sono sentito, come spesso mi accade ultimamente, molto ingenuo. Ripercorrendo il mio cammino ideologico, il dipanarsi negli anni della mia presunta sensibilità sociale, non posso che sentirmi ingenuo. Non in errore, si badi: solo drammaticamente ingenuo.
Sin dagli anni del liceo -e dunque almeno due o tre vite fa- i miei sogni di uguaglianza, di pari opportunità e di livellamento sociale mi sono apparsi come un iperuranio sistemato sul mio comodino ad urlare la parola “utopia”.
Credi, credi fortemente, ma il tuo credo è sganciato dal resto, cui invece ti devi adeguare. Dovresti e non lo fai. Ed inizi a perdere. A perdere anche terreno.
Ieri, assediato dal caldo, ancora più accanito sulle sigarette e sulle fratture che mi rendono vivo ed in combattimento, mi sono detto che non posso consentirmi questa schifosa amarezza post-sessantottina, che non è nelle mie corde.
Oggi sono molto più estremo di un tempo. Paradossale. La vita mi ha sfidato ed io ho risposto. Parto in svantaggio, come da prassi. Questo mi va bene, però. È con gli sfavori del pronostico che si sogna l'impresa. Ben sapendo che nessuna impresa, anche la più nobile, avrà un respiro così lungo da diventare status di salvezza. Quella è perduta a prescindere, era solo una proiezione delle fiabe che mi leggevano quando ero piccolissimo.

Luce bianca, umida, delle mattine d'estate. Pelle secca. Pericolo concreto di sognare oceani in guerra tra di loro. Molti dicono che l'estate sia anche e soprattutto sesso. D'accordo. Ma con questa luce bruttissima e il caldo fermo come una condanna, dopo il sesso non solo ti fermi, ma rischi di morirti dentro. Come un vecchio su una panchina, senza neanche la soddisfazione di finire all'unisono con il tramonto. Il sesso d'estate perde parte della sua dimensione esistenziale, questo è indubbio. La gente è anche più brutta quando gode o quando vuole troppo. Ci sono in giro uomini così sgradevoli che di certo andrebbero uccisi prima che facciano danni con i loro desideri stupidamente animaleschi. Perché tutta questa voglia di godere che l'estate sembra trascinarsi dietro è davvero troppo, in giornate che esibiscono una luce esterna così equivoca e priva di circuiti interni.
Qualcuno mi telefona. Brexit qui, Brexit lì. Io al telefono continuo a fumare, mi sento parlare. Sbaglio un verbo ausiliare. Quando mi succede, finisco con l'irritarmi. Mi sento parlare e mi ricordo che ho sempre cercato qualcosa che fosse più a sinistra della mia naturale posizione, trovandolo molto raramente e per poco tempo. Mai avute le stimmate del pasionario (l'ho sempre detto, i pasionari mi stanno sul cazzo, è più forte di me), e per questo il dramma ha preso strade peggiori. Cercavo la sinistra e trovavo pezzi di vuoto. Mi mancava la cecità in dotazione permanente agli indottrinati. Cecità che invece ritrovo nei miei risvegli di quest'estate, con gli occhi che si riducono a due fessure imploranti il ritorno di scene notturne e tenui rifrazioni del buio.

Dicono che l'estate sia una pausa, sia il giusto riposo. Dicono che sia il momento degli affetti, del tempo per coltivarli, dicono che sia adatta ai viaggi, al sesso, all'amicizia, alle docce veloci dopo gli orgasmi. Ma c'è ancora chi crede che venire porti pace? Che godere sia tranquillità? Davvero qualcuno ci crede e soprattutto ci riesce?
Non so. Ho sempre pensato che godere non basta, che a volte è addirittura un'interruzione arbitraria della propria continuità, del mare dentro. Ma questo è il retaggio dei sognatori, condannati ad inseguirsi brandendo ombre che non possono combaciare. Questo è il retaggio degli insonni e dei nemici della luce bianca.
Nella giornata della Brexit, finisco con il somigliare pericolosamente ad un piccolo tramonto da camera. La sensazione mi fa ribrezzo e la scaccio, cerco dunque la luce esterna ma vengo vampirizzato da un colore chiaro, accecante, più noioso del peggiore quadro da salotto.
Allora cerco alla mia sinistra, rigorosamente alla mia sinistra, qualcosa in cui credere; non trovo niente e allora riprendo ad idealizzare la notte.
Mi muovo lento, per non sudare, per non incazzarmi, trovo le mie sigarette. Ne ho bisogno. Poi cercherò il disco dei Rain Tree Crow, perché ho bisogno di quelle atmosfere. Mick Karn, David Sylvian, Steve Jansen, Richard Barbieri: ho bisogno di loro.
Prima di arrendermi ad un'insonnia ovvia che cercherò di rendere quieta almeno nei movimenti, mi torna in mente la frase che ho rivolto a chi mi ha telefonato: “Odio l'estate. L'estate è un pezzo di capitalismo sfrenato, per come è intesa oggi”. Sorrido. Sarà anche così, penso, ma a me l'estate non è mai piaciuta. Troppo lunga, luminosa e bugiarda per dare pace. Quasi come il piacere.

Luca De Pasquale 2016

23/06/16

Le similitudini non mi eccitano


Anche a te piacciono i tramonti nelle grandi città?”
Anche a te piacciono quelli che portano la classica nel jazz e viceversa?”
Anche tu sei vegetariano e stai pensando a diventare vegano?”
Anche tu sei per la costruzione e non per la distruzione?”
Anche a te un libro può commuoverti?”
Anche tu vivi per la musica come me?”
Anche tu pensi prima all'orgasmo del partner e poi al tuo?”
Anche tu riesci a passare da Bill Evans ad Anthony&The Johnsons?”
Anche tu, come me, come tutti, morirai?”
Associazioni. Continue. Similitudini. Cercate spasmodicamente. Pur di tentare l'amore, saremmo capaci di camuffarci per sempre.
Sono anni che ho smesso di cercare associazioni. Le similitudini non mi eccitano. Non vado fuori di testa se qualcuno sembra assomigliare a qualcuno dei miei interessi. Non vedo fratelli fuori la mia porta. Non vedo fate che mi chiederanno una tazza di latte caldo e delle carezze ambigue, come in una canzone dei Cugini Di Compagna che non ricordo bene.
Se uno scrive, penso che non mi riguarda. Non mi va di abbracciarlo, di cercare il punto sulla montagna dal quale fingere di voler respirare aria tersa insieme. Insieme, insieme, insieme.
Maledizione, insieme no. Gentile diffidenza. Vetri appannati in auto e patta dei pantaloni chiusa. Cuore idraulico senza riparazioni supplicate.

Tutte le volte che vedevo -in un passato che sembra una fontana rimossa- qualcuno che cercava disperatamente di trovarmi adatto a far innamorare, mi veniva la nausea. Perché vedevo la debolezza insopportabile di quel meccanismo, di quel pensiero osceno ed industrioso, “ti prego, dimmi che sei un uomo giusto, o almeno in quel novero”.
Sarà che ho sempre pensato ai rapporti come a delle partenze non sempre scongiurabili. La vicinanza, il calore, l'idealizzazione, preludono sempre a forme di addio. Ed io non riuscivo a fare altro che pormi in posizione favorevole per giocare d'anticipo. Del tipo, diciamoci addio ora che ci andiamo a genio, ora che sembra funzionare, ora che i sogni non sono ancora ubriachi di routine. Diciamoci addio ancor prima di iniziare, ti va?
E poi ripetevo come uno stronzo sadico ai miei amici, “è tutta routine, se ci pensi bene”. E quando mi facevano i complimenti perché stavo con qualcuna, allora li mandavo affanculo. Mi parlavano di “grande amore” e non ne sapevano nulla. Non certo del mio, dei miei. Supponevano. Piacciono le fiabe. Piace ritagliare la materia sporca dei piaceri, agli esterni. Ritagliano la piccola tela per il quadro categorico, per la stilizzazione dell'altro e del suo fottuto amore.

Tanti anni fa, di sera, di notte, io pregavo affinché la mia testa, il mio ghiaccio vischioso e ribollente, la mia indole agli squarci e non ai panorami, mi permettessero di innamorarmi seriamente. Perdendo il controllo, perdendo il mio stile al contrario, l'anima reversibile, la bocca sempre sporca di noiose verità. Un paio di volte mi sono forzato così tanto nel cercare di innamorarmi che ci sono pure riuscito. Il gioco al massacro prevedeva che tentassi di amare persone lontanissime da tutto quel che amavo, volevo e che speravo prima o poi mi rappresentasse. Mi sforzavo né più né meno di uno stitico seriale sulla tazza del water. Idealizzavo anche l'estetica perdente del tradimento senza nessuna redenzione; idealizzavo persino la sofferenza per l'assurdo incompatibile. Pur di rientrare anch'io nel gioco delle apparenze funzionanti, mi sono stuprato per qualche anno. Pregavo tanto per l'amore, ma in realtà sognavo inversioni reiette, disastrose sconfitte che sgonfiassero i gonfaloni miei ed altrui. Sabotaggi. Incapacità cronica di ammettere un certo sconcio amore per la solitudine.

Mai scritta una sola riga sulle mie storie realmente personali. Pudore, difesa, serietà. Mai dichiarato pubblicamente un sentimento. Mai giocato in vanità con l'interesse per una donna. Mai attaccato poster sulle curiosità altrui. Riserbo, ghiaccio, fontane. Strade deserte, abbracci disperatamente tesi ad una conservazione privata, tacita, incondivisibile.
Chi mette manifesti mi ripugna.
Riserbo, rasoi, niente tramonti nelle grandi città. Piuttosto, grandi tramonti in stanze piene di riverberi e zero specchi.

Leggo sempre il tuo blog, da lì capisco come stai”
Me lo dicevano in parecchi. Accidenti, vaffanculo. Un uomo non è un blog. Almeno, non tutti gli uomini sono blog, recensioni, foto condivise, tag, gusti esibiti come tratti distintivi: “mi piace Chopin e quindi sono una persona molto sensibile”. Non regge. C'è gente che fa pompini ascoltando Chopin. No, non regge.
Leggo tanti libri e questo mi eleva: è bene che gli altri lo sappiano”. E giù citazioni, rimandi, suggestioni, suggerimenti, recensioni scritte in punta di fioretto, nascondendo i tubi di scarico dell'anima e delle paure.
Ma io me ne strafotto se leggi cento libri alla settimana. Anche io, se per questo. Le similitudini non mi eccitano. No. Non bastano. Sono coda corta, pretesto, fraudolenta carità. Altrimenti, avrei dovuto amare solo donne innamorate di Henry Miller e dei Killing Joke.

Da ragazzo andavo alle feste. Molte feste. Puntavo una ragazza a caso e decidevo di costruirci sopra un desiderio. La mia era una selezione meramente estetica, me lo dicevo, non fare il cazzone fingendo di voler guardare l'anima prima di tutto. Sei uno stronzo come tutti, guardi prima la confezione e poi da lì, se la cosa si sviluppa, inizi l'esplorazione. Se quella diventerà la tua compagna un giorno, non fare poi il giochino delle anime simili da esibire. “Mi è sembrato di conoscerla da sempre”. Ma certamente, buffone. Certamente.
Per questo, forse, ho tanto spesso tifato per il disastro, per l'errore, per l'equivoco, per la dissipazione anticipata. Anche l'anima vuole le sue sveltine e i suoi grotteschi illusionismi.

Le similitudini non mi eccitano. Sono stancanti e pallose. Per me valgono come quelle pietose stampe ed acqueforti che trovi negli studi medici, messe lì per acquietare la paura della morte e della malattia. Le similitudini urlate al mondo poi sono anche peggio. Ognuno crede di scrivere un gran bel romanzo pieno di colpi di scena, con la sua vita. Il guaio è che ci credono sul serio. Ognuno sogna che il mondo si accorga dello stile, dell'eleganza morale, della profondità affettiva, tributando i giusti onori e le dovute reverenze. Difficilmente qualcuno riuscirà ad ammettere che la propria vita interiore si sviluppa in realtà in un sottosuolo, in stanze di motel dove manca l'acqua calda e la materia prima dell'amore, e cioè la fretta di non morire. Invece di guardare continuamente gli specchi, cercate di far crescere quell'artiglio brutto e poco fotogenico che tante volte serve ad agganciare la coda dei sogni e non la loro perpetua, ammorbante, celebrazione.

Dal tuo blog capisco come stai e forse chi sei”
Accidenti di nuovo, vaffanculo di nuovo.

Luca De Pasquale 2016

21/06/16

Il biscotto all'amarena e la morte


Quando mi chiamarono per quel funerale, che in qualche modo riguardava anche solo marginalmente la mia vita affettiva, mi disgustai. La morte lascia sempre qualcosa di non misurabile e di non dicibile a navigare tra petto e stanchezza, come un mantra spezzettato. Una centrifuga di microreazioni di totale impotenza.
E poi devi accettare l'idea madre, quella che serve a non farti fuori e a continuare, sarebbe a dire che devi ricominciare senza qualcuno. Devi ricominciare. Un giorno toccherà a te, ma probabilmente non ne verrai a conoscenza.
Andai a quel funerale con lo spazio interiore saturo, gonfio come lo stomaco di un individuo vorace e volgare. Mi facevo davvero schifo con la mia camicia azzurra, i miei pantaloni da adulto e quei mocassini equivoci, maggiormente adatti a sveltine nei cessi e cottaging con imponenti e compulsive erezioni.
Baciai qualcuno. Distrattamente. Mi riproducevo, riproducevo i gesti della mia inutile e vacillante doglia come un mangianastri avrebbe riprodotto una vecchia cassetta.
Me n'è morto un altro. Un altro ancora”, mi sussurrai. Poi andai a fumare lontano da tutti. Ma la croce in cima alla chiesa la vedevo, mi inquietava, mi spingeva al muro, mi intimoriva. Fumando, ricordai che la persona morta forse mi aveva voluto bene. Sinceramente e senza troppo impegno. Forse, come spesso è accaduto, avevo tradito qualche aspettativa.
Guardai gli altri partecipanti al funerale: qualcuno piangeva, ma la maggior parte sembravano più dei figuranti da matrimonio, ed ebbi voglia di punirli. Avrei voluto litigare con qualcuno dei maschi e magari sedurre una delle pettegole, ma mi passò subito la voglia.
Qualcosa mi diceva che avrei dovuto reagire con forme di vitalismo immediato: organizzare una serata, fare sesso plastico e solenne prima di finire anche io nella tazza del cesso, mangiare una volta tanto con opprimente convinzione. O recuperare un vecchio amico. Idealizzare un antico amore. Rischiare il tutto per tutto con qualcuno o qualcosa. Ma no. La persona che era morta non sarebbe comunque (mai) tornata. Non avevo potere.
Sentivo, in quella sera di nauseante profumo di gelsomini e crisantemi, solo la necessità di arrendermi.
La mia stessa vita affettiva altro non era che un obbligato microculto, gestito con parsimonia, con violenza trattenuta, da verme pensoso. Da uomo del dubbio spesso senza occhi.

Mi allontanai dagli altri. Raggiunsi un bar. Chiesi un biscotto all'amarena e lo divorai senza stile, e per aiutarmi a farlo scendere presi un caffè controvoglia. Fumai di nuovo. La morte mi ha sempre confuso. Ti impone un bilancio, una pausa, un ricominciare con relative sottrazioni. A volte, la morte degli altri sembra suggerirti la tua. Quando un uomo giovane muore, ecco che mi si para innanzi l'assurda mostruosità che mi vuole non esentato dai dadi di quella sorte.
Tornai nel crocicchio di salici piangenti, ipocriti e gente conosciuta. Forse avevo ancora qualche briciola di biscotto d'amarena all'angolo delle labbra. Sentivo di credere nelle passioni, in varie passioni, e di temere la morte. Potevo quindi considerarmi normale a tutti gli effetti. Fragile, esposto e contorto come tutti. Nave giocattolo di qualche sottoposto di Dio, forse.
Poi mi venne un pensiero cupo e scomposto, plateale: “Se non riuscirò ad amare come vorrei, un giorno mi sparerò al petto. In testa no, scena inguardabile. Mi sparerò al petto davanti al mare, su un molo al tramonto. E il mio ultimo giorno diventerà una stella senza nome, una stella d'assenza perpetua”.
Il pensiero passò e mi detti dello stronzo. Avevo voglia di scopare, di mangiare ancora e un po' di morire. Ma solo un po': era solo letteratura rancida che voleva venire fuori come un pessimo scherzo. Facevo scena: “io non sono uno che si suicida”, conclusi.

Ma quando tornai a casa ero cupo, distante, pressoché immateriale.
Ricordavo cose affastellate, senza nesso. Mi ricordai di quell'uomo che mi propose un rapporto orale nel bagno di un cinema a luci rosse. Avevo fatto filone a scuola, quarto ginnasio. Con un amico avevamo fatto la goliardata: andare in un cinema porno alle undici del mattino. Avevo risposto all'uomo, che si stava già massaggiando il membro da sopra i pantaloni, con inattesa gentilezza: “No, la ringrazio, non sono per nulla interessato”.
Ricordai anche quella donna che mi aveva mentito nella notte. “Ti amo”, aveva detto. Non era vero. Non bisognerebbe mai dire “ti amo” nelle tenebre, perché si è facilmente suggestionabili. Quella donna mi aveva mentito, con la sua voce bassa e suadente, con la sua merdosa curiosità travestita da amore. Da possibile amore. L'amore enunciato così facilmente è uno schifo immenso. La voglia di emozioni frega la gente. La rende ridicola. La voglia di essere amati diventa spesso uno sputo in faccia.

Intanto, quella persona era morta ed io ero stato al suo stracco e civilissimo funerale. Avevo fumato e parlato poco. Avevo mangiato un biscotto all'amarena, strafogandomi. Avevo pensato ad un lontano e poetico suicidio. Anche io ero sottostato qualche minuto alle pulsazioni stupide del mio uccello generalista. Non avevo pianto, persona troppo laterale. Io sono laterale per quasi tutti quelli che ho conosciuto e me la sono cercata dall'inizio, con crudeltà, con calcolo, con una coscienza da ragioniere punk. Preferisco questo alle menzogne nel cuore della notte. Amo i biscotti all'amarena più del mio bisogno di amare, perché certe notti l'idea dell'acqua alta è veramente inquietante. Neanche la musica ammortizza l'urto. Neanche la morte degli altri cancella la selvaggia e primigenia paura delle bugie.
Quando la musica giusta rischia di diventare sguardo, il migliore degli uomini, ammesso che lo sia mai stato, diventa un errore con ali di cartone e le sue poesie saranno inevitabilmente merda.
Un biscotto all'amarena, prego. Prima che sia troppo tardi.

Luca De Pasquale 2016


19/06/16

Un nome per ciò che perdi senza che sia mai stato tuo


Sotto sotto gli ABC mantenevano la diffidenza post punk per l'amore e i sogni irrealistici propagati dal pop. In maniera curiosa, ricordavano i Gang Of Four”
Simon Reynolds, “Rip it up and start again”

La mattina estiva è di pioggia, di vento. Molti uomini indossano dei pullover blu che andrebbero bene a Capri o a cena in taverna, in quei locali suggestivi situati sulle strade statali, a picco su un nebbioso futuro.
Io mi sono messo addosso la mia faccia da ragazzino. Mi rendo conto di camminare guardando a destra e sinistra, mai davanti; potrei persino andare in retromarcia, ma lo sguardo in avanti non me lo voglio permettere.

Sono pieno di ABC. Completamente posseduto dagli ABC di “The lexicon of love”, anno di grazia 1982.
Perché sì, ieri mi sono imbottito di quei suoni. Non ricordavo fino a che punto amassi quel disco. Due brani in particolare: “Many happy returns”, il cui inizio è una specie di mantra personale da trentaquattro anni, e “Show me”, un pezzo che mi porta sempre a considerare la bellezza eccessiva di tutto quello che non è mai stato mio. Quindi, quasi tutto.

E così, cammino per la mia città di mare -polvere, polline, vento, disperazione sotto il braccio come una baguette- pensando a Martin Fry e alle sue tenute lamé e dorate, al suo cantato glam e fashion ma anche malinconico e da lottatore sotto le spoglie di dandy.
Quante volte avrò ascoltato nella mia vita l'attacco di “Many happy returns”?
Un numero infinito, incalcolabile. Conosco alla perfezione le sfumature di dizione di Fry e il gioco sensuale del basso di Mark Lickley.
È un pezzo che ho ascoltato tutte le volte, ma proprio tutte, che tornavo a casa reduce da un viaggio, da un amore, da una rumorosa speranza.
Da Bologna a Napoli, da Parma, da Firenze, dalla Calabria, dalla Sardegna. Era il pezzo del ritorno. Lo obliteravo su treni, traghetti, aerei, cercando di recuperare la pace che in fondo non ho mai avuto e cercato.
Ma quel che facevo, in realtà, era farlo ripartire dall'inizio ogni volta, non aspettando nemmeno che si sviluppasse. Era l'attacco a prendermi alla bocca dello stomaco, con quella malinconia seducente fino al dolore.

Compro il giornale, il pacchetto di Camel, ordino un caffè, la mia voce però a stento l'avverto. Come se tutto attorno fosse solo apnea. L'unica voce limpida e stentorea è quella di Martin Fry: “When I accepted this job / I was resigned to my fate / When I got there early / She'd arrive late / You can say she's gone forever / Or just sit tight and wait / She said I was unprincipled / That I was not the first”
In questa giornata in cui sembra che io abbia quarantaquattro anni ed uno strascico di boe e punti luce sulla coda della mia sensibilità, sono gli ABC a dominarmi dentro. E questo probabilmente vuol dire che sono ancora giovane, che non sono appeso all'esterno di una nave di gas in una galassia ostile. Significa che provo. Che sento. E che se mi contorco, sono vivo.
Oggi devo essere intelligente. Devo capire che posso amare quel che ho e prendere per buoni gli odori di tutta l'immensità esterna che non potrò catturare. Oggi non indosso pullover blu come gli altri uomini e francamente non andrei a Capri. Non mi interessa. Oggi avrei dovuto vestirmi come Martin Fry nel 1982. Uguale. E pazienza se non ho la ciocca bionda seduttiva e non canto con la bocca meravigliosamente storta come lui.

Non mi piace la domenica, è un giorno in cui non esco quasi mai perché mi fa pensare ad un fermo, ad una pausa non richiesta, ad un argine. Però è il giorno in cui, adolescente, sognavo di poter indossare il vestito oro lamé di Martin Fry. Questo sognavo a diciassette anni, mica la gloria. Mica l'acclamazione popolare o il denaro. E me ne fottevo se da adulto avrei posseduto degli appartamenti o delle auto sorprendenti. Volevo girare -sobriamente, se possibile- agghindato d'oro e lamé come Martin Fry. E per fantasticare sulla cosa, ecco che utilizzavo l'altro pezzo irresistibile del capolavoro “The lexicon of love” e cioè “Show me”. Con quel soffuso esordio orchestrale e il basso magnifico di Lickley (un bassista ineccepibile e creativo, dimenticato in modo vergognoso), ecco che il vestito glam di Martin mi si cuciva addosso, anche se nella realtà indossavo t-shirt dozzinali e non mi pettinavo neanche.
Martin Fry era un dandy proletario, ma anche un proletario dandy. Uno intelligente, di spessore. E gli ABC sono stati un gruppo enorme. Sì, avrei cantato volentieri negli ABC. E oggi, con i quarantaquattro anni attaccati sulla schiena come un irridente poster, mi piacerebbe stringere la mano a Martin e Mark Lickley e dire solo “grazie per i sogni, ragazzi”.

Sono pronto a tornare a casa. Il giro è durato fin troppo. Napoli oggi vota, io oggi sono Martin Fry. E quel basso fretless dopo gli archi in “Show me” è un modo di pensare, di stare al mondo. Senza troppi vincoli, senza aspettative ingombranti, sensibilmente propenso a dare un nome a ciò che perdi senza che sia mai stato tuo.

Luca De Pasquale 2016

18/06/16

Scrittura post punk senza formaggio


Tra i passatempi di una certa borghesia c'è quello, inveterato ed antico, di utilizzare la letteratura come dildo.
Discettare per ore (al telefono, da vicino, via social) sulla sapienza del piccolo circolo di eletti che si è scelto o dove si è stati inglobati.
Pare che per alcuni l'intellettualismo sia anche un modo di lubrificarsi, di eccitare cuore e genitali, e che sia strumento di selezione sociale ed esistenziale.
In genere fuggo a gambe levate da questi cenacoli, nei quali capito essenzialmente per sbaglio. Ci capito perché scrivo e perché pubblico negli anni bisestili. Mi viene attribuita erroneamente la necessità di discorrere per ore di letteratura. Poi si scopre che vengo dal punk, dall'art rock, dalla mutant disco, dall'industrial di sinistra ed allora decade tutto, velocemente ed in modo impietoso. Reciprocamente.
Che dovrei fare? Infilarmi un pezzo di formaggio molle in bocca e barcamenarmi tra narratori americani elitari e promettenti italiani dal vago gusto di profondità esistenziale?
Dovrei parlare di Jean Genet -che adoro- fingendo che non scrivesse di cazzi in erezione e inculate? Dovrei farlo con quella levità aristocratica che rende ogni cosa di plastica, stantia, arroganza in punta di forchetta?
Mi piacciono alla follia e da sempre scrittori come Knut Hamsun, John Braine, Albert Caraco; dovrei renderli commestibili, dolci, suadenti, ponte sociale? Quelli sono scrittori da confino, da autodistruzione, se ti piacciono è difficile che tu abbia quell'aura sacrale addosso, da “fortunato amante della parola scritta”.

Vengo dal punk. Dal post punk cupo, gotico, vengo dal fumo di ciminiere immaginarie. Fate conto che io sia nato a metà degli anni settanta in un sobborgo di Sheffield. La mia testa è tarata in quel modo: come uno che lavora in una fabbrica di inscatolamento tonni e poi la sera, dopo aver mangiato poco o niente, decide di mettere su una band che mischi malmostosamente Joy Division, Kid Creole and the Coconuts, Grace Jones, Gang Of Four e pure Bryan Ferry. Dunque, uno non adatto alle balconate letterarie, ai formaggi molli, al dito sotto il mento, al dito che punta la luna della santa narrativa; uno, piuttosto, abbastanza abile da non mettersi il suo stesso dito su per il culo. Non altre sapienze. Non altre abilità.

Detesto l'enfasi. La sordida celebrazione della propria diversità in positivo.
Trovo ributtante l'atteggiamento inconcludente e inesorabilmente stracco delle conversazioni alate. Una conversazione alata non può giocare all'unicorno, è meglio che finisca con un coito o con un addio. Senza menzogne. Senza apparentementi. Senza commistioni da circolo nautico.
Lo ammetto, senza vergogna: sono profondamente ed irrimediabilmente difettoso. Intransigente. Sono difettoso perché trovo ripugnante qualsiasi idea di élite. Anche quando transito in quelle élites al contrario che tanto mi attraggono oscenamente, ebbene, fuggo anche da lì. Perché poi quelle sembrano (e sono) élites da nerd, è sempre dopolavoro incongruo, bocciofila per cazzoni e quant'altro.
Tremo quando qualcuno mi dice “noi non siamo come...”. Sono frasi che mi terrorizzano. Noi? Noi non siamo? Ma chi ti credi di essere? Noi niente. Noi nessuno. Noi sono tre lettere sotto una ghigliottina permanente. Io non sono differente dalla merda che guardo e descrivo. Io sono parte di quella merda, volente o nolente. Sono corrotto, facile a speranze assurde, sono diplomatico quando mi serve, cerchiobottista quando ho paura, ridicolo quando mi arrapo, indegno e presuntuoso quando credo di aver scritto e prodotto qualcosa di valido e controcorrente.
Anche io ho preso ordini, nella mia vita. E anche parecchi, visto che sono sempre stato piuttosto indigente. Quindi, per lavorare dovevo essere necessariamente un sottoposto. Non ho fatto carriera anche se mi dicevano che ero molto intelligente. Classica frase priva di qualsiasi senso.

Vengo da una forma mentis culturale post punk. Non c'è spazio per delicati petali di sapienza (saccenza) da vaporizzare in giro. Se leggo un grande libro non è detto che migliori. Posso anche peggiorare, e non poco. È capitato con “I demoni” di Dostoevskij. Con “Fame” di Hamsun. Con “Bambino bruciato” di Dagerman. Anche con “La stanza di sopra” di John Braine. Leggevo e peggioravo. Vengo da attitudini destrutturaliste e volgarmente distruttive, sono poco associativo. Il mio credo politico, opposto ad ogni forma di assolutismo ma anche di capitalismo e consumismo, mi isola per definizione. Come accadeva nei vicoli lerci di Sheffield. Il mio modo di essere un socialista aggressivo è sempre stato un problema concreto. Soprattutto con le persone di sinistra, quelle poste sull'asse “dello stupore di stare al mondo e fare squadra”.
La squadra la fanno i caporali. Gli allenatori fittizi, i prendinculo in doppiopetto delle aziende private, i manager con i boxer grigi e la biblioteca timidamente progressista.

Faccio allora ammenda: tutto ciò che è élite mi allontana, mi acceca, mi fa nemico, mi fa lupo zoppo in un giardino d'inverno dove fumarsi una cicca dopo una scopata inutile.
Valgo pochissimo come conversatore letterario. Se titillato male, posso diventare disgustoso come un dildo finto. Se inserito per celia e superficialità in qualcosa che non mi appartiene, posso diventare penosamente sfuggente.
Sono difettoso. Ecco perché scrivo. Una volta mi dissero che ero convesso e non concavo. La parola convesso mi piace. Mi fa pensare al suono abrasivo di certi gruppi minori della wave meno compromessa. La parola convesso mi convince che si può essere un “errore sociale” senza essere rivoltante.

E già. Perché, rivoltando ora la frittata, quanti sono coloro che guardano a quelli come me come a degli isolati, degli emarginati, dei disadattati? Quanto è comodo pensare questo? Quanto la “non assuefazione” richiama all'essere fuori da ogni gioco, out a prescindere, diciamo anche sfigati? Troppo semplice. E se mi piacessero le falciatrici moderne? Le rose blu? Mi piace per esempio George Michael e anche qualche telefilm. Mi piacciono gli spaghetti in trattoria e ridere forte con gli amici, quando capita. Mica sono uno Ian Curtis del quartiere. Per essere post punk dovrei avere le occhiaie, non scopare mai, bucarmi, credere in Poseidone, praticare occultismo e bere smodatamente?
La forma mentis post punk non prevede tutte queste cazzate e queste cadute annunciate; anzi, aiuta a sfrondare il quadro da artifici vetusti ed insopportabili sovrastrutture decadenti, cascami di retorica noir.
In sostanza, la stanza dello scrittore post punk prevede un tavolino, una sedia girevole ma mezza rotta, sigarette, matite (rigorosamente appuntite, mai sciattamente trascurate), altri libri superiori a quello che scriverò, musica a go-go, la consapevolezza di essere uno schiavo con la tosse e vaffanculo. E la giusta pretesa, penso, di non fingere che gli Angry Young Men e Genet scrivessero di angeli di redenzione, amori senza rovesci della medaglia e di piacere asciutto, senza retrogusto di morte. Tutto qui. Davvero tutto qui, nessun circolo esclusivo, nessun superomismo del cazzo.
L'élite, quale che sia e dove organizzi i suoi festini, deve comunque andare a farsi fottere. Anche quando gioca con il nero e con il nulla.
Finché si respira il fumo del poco, l'élite è il nemico. Poi, come si vede spesso, dopo si può iniziare a fare schifo e alleggerire le posizioni.
O no?

Luca De Pasquale 2016

16/06/16

A complex fashion for a simple man


L'uomo sulla salita che porta al cimitero. L'uomo con i suoi fiori da pochi euro. Per onorare un antico lutto, una devozione naturale e semplice. L'uomo che guadagna poco ed è un po' curvo finisce nei miei occhi ed io assorbo l'immagine tramutandola in mal di stomaco, fastidio, voglia di non essere di qui. Voglia di non essere io e di non avere questi occhi.
Anche io dovrei onorare. Anche io dovrei comprare fiori ed avere pronte delle frasi fatte di cordoglio per me, per la mia consolazione, per la mia storia. Che mi sia lieve la mia storia personale, dovrei pensare.
Ma la mia storia non è lieve e non avrei voluto che lo fosse. Ci ho provato, a farla scendere come una pillola. Ma mi sono accorto di preferire che fosse a picco, difficile da raggiungere, contraddittoria da raccontare. Talmente personale da apparire come scalino di silenzio fuori ad una chiesa senza officianti.

Quell'uomo onesto e povero con i suoi fiori, lo invidio; e un po' mi umilia con quello sguardo bastonato ma onesto, quello sguardo che ha un suo significato chiaro, non nascosto. Occhi di un uomo, e basta.
Qui, invece, se qualcuno prova a mettermi su una macchina del tempo, io allora divento l'animale che non voglio. Ferisco, elimino.
Elimino, scavalco i miei errori, e fottendomi fingo di amare al meglio delle mie forze.
Anche il passato.

Il gioco delle nostalgie è ovunque. Un'allucinante trappola. Piace, andare a ritroso, rivalutare, riscrivere, tramandare. Onorare la memoria, idealizzare chi è andato. E dov'è andato? E chi ha la dannata fede per trovare una decente risposta?
Ogni tanto, qualcuno prova a giocare con me alla nostalgia. Che siano mutande sporche, baci implosi, abbracci dissolti, ombre nei cinema, quando si gioca alla nostalgia non c'è nessuna differenza tra un atto di eroismo e un pompino con il rossetto scuro prima di morire.
Ti ricordi?”
No.
Tu lo sai che...”
Io non so. Io non apprendo per nostalgia, mi arrampico sull'acqua ferma e poi cado nel mio letto vestito da Ziggy Stardust, ambiguo, assurdo, fuori tempo per la festa finita, in anticipo per la prossima farsa.
Chi mi spinge sulla giostra della memoria per darmi pace ottiene morsi a caso, ottiene cambi d'indirizzo, ottiene la risacca di dialoghi mai avvenuti e di amicizie mai passate per la colla.
Le voglie di nostalgie fuori le stanze sigillate rendono gli uomini delle marionette.
Assassini, pesci all'acqua pazza, amanti annoiati, tutori del disordine personale, artisti amputati in partenza, nuotatori non iscritti alla traversata regolare. Le stanze sigillate offrono contenuti a sorpresa, violarle è un tentativo di oscena presunzione. Io non busso ai miei dolori con dei fiori in mano. La complessità dei miei veleni, in compenso, mi disgusta.
E allora rimedio cercando con lo sguardo; cercando e spesso trovando persone in corso, in corsa, non fuori conia, non manichini con il volto spiaccicato a porte di camere chiuse.

Mi torna in mente quella domenica di marmellata di qualche anno fa. Ero libero, una delle due domeniche mensili di riposo. Mi venne prospettata una domenica di dolci, di amici, di fiori, di debiti sociali, di conversazioni senza miccia, senza dinamite, senza epilogo. Chiacchiere con vista mare. Mi avrebbero detto che dovevo scrivere cose leggere. Il Salgari del cazzo. Tentare la carta del montalbanismo al sapore di mozzarella di bufala. Qualcuno mi avrebbe esortato a ricordare momenti, idee, passioni. Senza dolo, con semplicità.
E poi, un bacio tira l'altro. Lo sport dell'attrazione, poi, con quegli sfiatatoi sempre ostruiti. I vecchi resistono, i giovani si consumano, i quarantenni nascondono i demoni sotto il tappeto, sotto i testicoli, nelle canzoni cretine, nei dentifrici sbiancanti, nei lutti cosparsi di santità, nelle preghiere ad personam che Dio tratterà come spam.
Quella domenica accesi una sigaretta sul balcone. Mi sentii perso. Piacevolmente perso. Mi ricordai di tutte le cazzate dette e fatte per piacere ad una donna. In testa avevo “The motel”, il brano di David Bowie che preferisco.
Andare all'inferno in taxi, con la sua voce, con il basso fretless. Non tornare. O tornare pure, ma senza souvenir. Un uomo semplice finisce per cercare sempre roba più complessa.
Roba che prima o poi ti rade al suolo e ti fa sentire fortunato mentre il pezzo svanisce.

Luca De Pasquale 2016

15/06/16

Il vestitino corto per far eccitare Ettore


Da ragazzino fantasticavo su che tipo di bassista sarei stato.
Mi piaceva John Taylor dei Duran Duran. Checché ne dicessero i puristi, era molto funky. Non a caso, “dietro” di lui c'era un certo Bernard Edwards degli Chic. Apprezzavo Martin Kemp degli Spandau Ballet, discreto ma raffinato, e Martin McAloon dei Prefab Sprout. Conoscevo ancora poca musica, ero agli inizi. Poi passai ad Andy Rourke degli Smiths, a Peter Hook, a Steven Severin ed iniziò il delirio.
Immaginavo anche che avrei suonato in seconda fila, dietro le chitarre. Non avrei detto una parola e avrei tenuto la sigaretta fissa in bocca, come ha poi fatto Alex James dei Blur.
Delle chitarre non mi fotteva niente, le chitarre mi annoiavano. A diciassette anni avevo la fissa per Allan Holdsworth, ma persino Holdsworth non riusciva a riservare la mia attenzione alle sei corde. Il basso era un'altra cosa.
Ma non avrei voluto di certo diventare un bassista fusion. Sai che noia. La dimensione migliore sarebbe stata bassista di un gruppo new wave o post punk. Cupo, tenebroso, silente. Ecco, mi sarebbe piaciuto avere la faccia di Paul Raven dei Killing Joke, vero e proprio idolo di quegli anni.
C'è una sola cosa considerare: non sono diventato un bassista. Mi sono sentito più a mio agio con la penna e con la macchina da scrivere. In fondo, è stata una fortuna. Ho potuto studiare la musica, specializzarmi nel mercato discografico. Suonando, non lo avrei fatto di certo. Non avrei avuto, ne sono certo, il tempo e la voglia. E poi Napoli nei primi anni novanta non faceva pensare alla new wave esistenzialista. Proprio no. C'erano i 99 Posse, che non sopportavo. C'era la rinascita della musica etnica. Non mi interessava. Non eravamo a Cheltenham, Sheffield o Manchester. C'era poca notte in giro, così il mio sogno di diventare un Paul Raven partenopeo si infranse da subito.

Per strada, urto una vecchia carampana con una borsa rossa. Lo sgorbio si risente e inizia ad insolentirmi. Detesto queste scene, detesto la gente che crea capannelli per strada. Per dire solo stronzate, poi. Pettegolezzi, roba che cola come muco, sporca e fa passare la voglia di respirare.
La gente sta continuamente in mezzo alla strada. Sembra che non abbiano mai un cazzo da fare. Esci alle undici di mattina per fare un servizio e le strade, complice il sole da cartolina, sono piene, brulicanti e nevrotiche. La maggior parte delle persone cincischiano, senza radar e con la bocca socchiusa come degli ebeti.
Ciao, come stai?”
Ehi, che si dice?”
Ma Antonella non ha più telefonato? Dille che...”
Lo sai che l'altroieri mi sono presa un completino che quando Ettore l'ha visto...”
A volte mi viene voglia di inserirmi, per far terminare tutto il chiacchiericcio da comari, laccato, paesano, vidimato da controfigure di santi rionali con le mutande abbassate.
Vedi la storia del vestitino. Vestitino corto? Verrebbe da chiedere se Ettore si è poi eccitato e se il suo cazzo supera almeno i dodici centimetri, e se godendo non esagera con esortazioni agiologiche.
Ettore in genere ricambia il sesso orale? O è uno di quegli uomini che provano orrore per la vagina? Come mai stai raccontando questo aneddoto alla tua amica?” E poi, la tua amica è meno attraente di te, cazzo. L'hai scelta apposta così per risaltare?”, chiederei.
Mi prenderei un manrovescio e me ne andrei affanculo con una diversa soddisfazione, almeno avrei partecipato.
Ho scritto bene, manrovescio. Molti dicono “malrovescio”, ma non è grave, suvvia. Questo è un paese di scrittori, non dimentichiamolo mai. Meglio “malrovescio” che “piuttosto che” comparativo, non trovate?

Quanto si eccitano gli esseri umani, quando si parla e si scrive di sesso. Me ne accorgo dalle note che scrivo. Se ci infilo dentro un bocchino o un missionario strabico, ecco che la noticina si guadagna un numero maggiore di visite. E sono vere letture, perché è ovvio che io non conti quelli che sono finiti sul blog solo perché in preda al bisogno di tirarsi una sega con le scenette del cuore (la colf filippina col lucidalabbra, situazioni inverosimili mother&not son, l'amico dello zio che viene dal Venezuela e si scopre dotato di una fava enorme da usare con la nipotina).
Fiumi di sperma virtuale governano il traffico della rete. C'è gente che si masturba con i guanti di seta o quelli per gli esercizi. Ci sono donne che hanno sognato di far parte del cast di Sex And The City e spaventano i loro uomini concedendosi pratiche solitarie open air, sdoganando definitivamente la cosa.
Ma qui siamo ancora in Italia, signore care, e in particolare al sud. Le nostre donne, fidanzate, sorelle, mamme, non possono deviare verso i piaceri esibiti. Devono essere delle timorate, tutte timide e all'antica, mentre noi giriamo per il mondo con il cazzo duro e la voglia di indimenticabili ed oscene ostensioni. Andiamo ad acquistare il nastro adesivo in cartoleria e ci immaginiamo la commessa che si inginocchia per un rapporto orale “quick and easy”, ma le nostre congiunte e consanguinee devono essere morigerate. Tanto a noi si tratta solo di afflusso di sangue alla punta del cazzo, no? Noi uomini ci teniamo a giustificarci sempre, con la storia che ci sale l'uccello nei momenti più impensati.

In fondo in fondo, anche io sono un finto moralista di merda. Non si scappa. Non credo alla purezza. La purezza mi fa pensare alla candida. I fiori mi fanno pensare alle scopate e non agli omaggi. Certi giorni sono così poco delicato da nausearmi da solo. Certo, è passato il tempo del calco del cazzo al posto del cuore, ma non sono diventato un cherubino o un trappista.
Mi sento tanti di quei demoni alle calcagna da non potermi permettere esitazioni nel luna park della presunta purezza. Ma non essere puri (anzi: screziati, corrotti, lordati, fottuti, in consumazione) non significa rotolarsi nel fango commerciale, quello da profumeria, quello da letto matrimoniale con i comodini ben sistemati tra santi, morti, figli e bei libri.

Ho l'abitudine di condividere le note del blog sui social network che uso sempre meno. D'altro canto, basta un clic sull'iconcina che blogger offre in coda alla schermata. È un gesto automatico e piuttosto stupido, abitudinario, fiacco. L'autopromozione mi ha sempre fatto venire lo scolo, e oggi tutto è dannatamente autopromozionale.
Simpatico, brillante, post-quarantenne”, dovrebbe essere il mio verbo. Non ci riesco. Mi rompo. E poi mica lo so se sono brillante. Simpatico, solo quando piove di notte. Simpatico e comunque sempre ospite e mai rimanente.

Lacedemone, con il suo sorriso da sofficino, mi dice che dovrei accompagnare la condivisione delle note con una sorta di frase invogliante, del tipo “oggi mi andava di scrivere, scrivere è meraviglioso, mi sono divertito e spero che sia lo stesso per voi”.
Lacedemone è pazzo. Mi dice anche, quando il suo sorriso è cotto a puntino, che non dovrei scrivere che le presentazioni di libri mi stanno sul culo e che i giovani scrittori (ma anche meno giovani, miei coetanei o tardoni) mi danno sempre l'impressione di farsi delle pugnette in ego trip o -peggio ancora- di leccarsi a vicenda quando serve la giostra dei complimenti di facciata.
Il sofficino ha le sue ragioni. Il sofficino ha la furbizia degli ambiziosi. Gli ambiziosi usano boxer larghi e si fanno autoscatti al tramonto, con la libreria di casa piena, il figlio che gioca, il pc sulla scrivania da scrittori ufficiali, gli ambiziosi sono in regola e giocano di sponda come dei maratoneti della simpatia.
Mi è dura mandare giù gli ambiziosi. I rinnovati. I santificanti. I politicamente corretti. I trivial pursuit umani con l'uccellino rasato e il cuore nei cuscini della vita quotidiana. La loro presenza mi fa sentire lurido e marcio come il peggior imitatore dei Sex Pistols. Sento la differenza, ben sapendo che questo non mi eleva ad autentico, a spontaneo, a sincero esponente delle seconde linee, dei dimenticati di lusso, dei bastian contrari innamorati dei margini più lamentosi.
Ma Lacedemone fa bene a mettermi in guardia. Non servirà a niente. Come sempre. Ed è probabilmente tardi per il consenso senza macchie. Ho mancato delle occasioni. Ho sbagliato tutte le tattiche che potevo sbagliare. Mi sono impegnato a fondo per alienarmi ogni simpatia.
Comprerai il nuovo disco di Sting?”, mi chiede il sofficino al telefono.
Tendo ad escluderlo”
Ti piacevano tanto i Police...”
Appunto. In certi dischi recenti, Sting non fa onore al suo nome e al suo giusto blasone poliziesco”
Qual è l'ultimo disco che hai comprato?”
Due ristampe degli Alarm, una compilation di deep house notturna, il cofanetto dei primi quattro degli Ultravox”
Qualcosa di più moderno no???”, ride il sofficino.
No, per nulla”
Silenzio.
Lo hai comprato da Snack, Chips, Sunsets And Records? Sai che si è rinnovato? Mi ci sono preso un analcolico e ho comprato un Arcade Fire in offerta”
Non entro in nessun negozio di quasi dischi nell'arco di trecento chilometri, acquisto da un rivenditore privato che risiede nell'ex DDR”
Capisco... dopo la tua negativa esperienza al lavoro è comprensibile che tu abbia del risentimento... cioé, io lo capisco...”
Non c'entra niente. Ho le mie idee e la mia autonomia”
Non volevo offenderti, sei suscettibile”
No. Solo, e definitivamente, non voglio essere scocciato. Priorità. Scusami sofficino, prenditi tutti gli analcolici e le vodkette che vuoi, condiscile con olivelle ascolane e post rock in offerta, o con dance trotzkista solidale del nostro secolo, affogati con una piadina al malto caprese e con il reggae cilentano impreziosito da un jazzista di passaggio.
Riascoltare gli Ultravox e John Foxx serve proprio a questo, mettere chilometri e chilometri tra me e quello che sembra io sia stato. Quel tempo è finito e non ci sono lacrimucce. Quel tempo è finito e non ho tempo per ricordare quel tempo. Non mangio sofficini e anche stavolta, stronzo incoerente, farò clic sulle icone social e poi accenderò una sigaretta troppo corta.
Facevo meglio a diventare, in tempi non sospetti, il Paul Raven o lo Steven Severin del Vesuvio, e magari leggere solo tra una prova e l'altra, senza farmi domande. Con una faccia da tenebroso che non manterrà una sola fottuta promessa.

Luca De Pasquale