31/05/16

Cartapesta in frantumi (dedicato ad Alan Vega)


I always said I was never gonna be an entertainer, Suicide was never supposed to be entertainment.
Alan Vega

C'è chi ancora usa Barry White e derivati per scopare. Me ne accorgo dalla colonna sonora che la giovane coppia appena arrivata nel palazzo usa di sera. I loro sono baci al cioccolato, con banane accese, candele naviganti, lingua che lecca le spalle mentre il soul si espande soffuso e anche un po' fesso. Il rituale dei complimenti. Il rituale della vanità scambievole, quella che si lascia spazio reciproco sul piccolo palco provinciale. Spalle tutte bagnate, morsi sul collo, labbra socchiuse e tanto Barry White. Scopare a progetto con la testa piena di progetti, spesso comuni e a tavolino. Fantastico.
Ma alla fine anche io preferirei Barry White a certi sottofondi super-intellettuali che ricordano più l'impotenza che il coito. Fatto sta che la retorica dell'amore e del bellissimo sesso si annida in ogni incontro, in ogni casa, in ogni cuore ingenuo, in ogni smania di verità e bellezza intellettuale.
Non è possibile scopare citandosi romanzi e film. Tanto vale non congiungersi e continuare a parlare. Nessuno può migliorare la propria erezione con Truffaut o Rohmer.
Quanto all'erotismo nei libri, quello va lasciato nei libri. Come promemoria e come ispirazione. Ma non puoi scoparci. Riguardo alle sfumature di colore che tanto hanno venduto, quello è solo accattonaggio voyeuristico, per giunta scritto assai mediocremente.

Il tizio che è venuto nel palazzo con la sua donna ha una faccia che mi fa riflettere. Non mi ispira nulla, ma mi fa riflettere. Sembra così tanto una brava persona da ingenerare in me un senso di tedio infinito, senza speranza. Poi sta sempre a fare complimenti plateali alla sua compagna, come se dovesse conquistarla più agli occhi degli altri che realmente. E questi per me sono atteggiamenti da mezze seghe. Si comporta come il classico “maschio che deve pagare per l'amore”: i complimenti, la cena fuori, i fiori più adatti ad una riesumazione che ad un appuntamento, le sue giacche leggere da culo moscio e danaroso, la radio del suo suv che manda sempre canzoni italiane moderne, quelle tutte urlate, da donne che imitano le imitazioni di Nina Zilli. Oggi le donne in Italia tendono a cantare quasi tutte come vuole Maria De Filippi. Ed è un fatto atroce.
I modi di quell'uomo, che vorrebbero esaltare la donna, finiscono per mortificarne la palese superiorità e l'indubbio potere sciamanico.
Penso che se io e questo tizio fossimo obbligati a confrontarci in qualche modo, finirebbe davvero male. Molto male. Non gli perdono -anche- che abbia morso le spalle nude ed abbronzate della sua compagna davanti a mezzo condominio. Un gesto da insicuro, da esibizionista con il cazzo piccolo, da contrabbandiere di fedeltà e progettualità. Un gesto, in fondo, maschilista e sciocco.

Chi parla troppo d'amore ha rotto i coglioni da un pezzo.
Mi fanno orrore le dichiarazioni pubbliche e le esternazioni al saccarosio. Credo che l'amore sia uno scrigno privato e che non debba in alcun modo avere pubblico accesso. Questo, tutto sommato, vale anche per il sesso.
Chi flirta in pubblico è la mia nemesi e lo evito come la morte. Chi dichiara eterno amore pubblicamente non può invadermi con questo torrente di miele, se non gliel'ho chiesto personalmente. Cosa che non farei mai.
Una volta mi capitò di finire a casa di una donna che conoscevo a stento. Credo ci annoiassimo molto entrambi, all'epoca. La nostra attrazione nasceva dalla noia per il resto. Lei aveva una specie di fidanzato ridicolo, una specie di anacoreta che però il mercoledì sera giocava a calcetto. In quel periodo io invece avevo il vizio di correre dietro a donne che non mi interessavano sul serio. Mi spendevo solo nelle fasi iniziali di un corteggiamento sghembo ed imperfetto. Era come se facessi dei test. Ma anche loro, seppur in modo meno esplicito, facevano lo stesso. Alla resa dei conti, si giocava alla pari.
Durante la serata, mi resi conto che praticamente non riconoscevo alcun oggetto presente in casa sua, oltre che non riconoscere me stesso.
L'appartamento era dignitoso e progressista. Su ogni mensola, un numero elevatissimo di ninnoli e souvenir. Alle pareti, foto dei chiunque di prassi. Genitori, zii, cugini, nipoti, ex fidanzati, cani, gatti. Libri, in numero giusto. Libri che avevo letto anch'io e che avrebbero dovuto dirmi qualcosa. Invece no. Cd. Alcuni belli. Troppa musica etnica e troppo rock modaiolo. Quella sera pensai di avere un brutto naso ed un'aria eccessivamente imperfetta per sentirmi a mio agio in quel covo di sperimentazioni.
Quando mi chiese se mi piacesse Keith Jarrett, mi sentii di morire. Sembrava una scena pensata già troppe volte e vissuta sempre fuori sincrono. Io che mi sento dire no, io che parlo dei Suicide, che so, e il nome fa impressione e poi sembra che voglio fare il tipo originale. Ma era vero, vero che i Suicide erano i miei Queen. Vero che vivevo con la voce di Alan Vega in testa, quel timbro da crooner malato, sifilitico, un Doc Holliday con arie sinatresche.
Sperai che non mi chiedesse nulla di davvero personale. Parti e pezzi della mia storia. La mia storia non esiste, perché è già passata ed io sono sopravvissuto. Parlarne con me non aveva senso. Non avevo senso di colpa verso l'anacoreta. Chi cazzo lo conosceva? E poi non stava succedendo nulla. Eravamo entrambi in guardia alta, due tizi che si soppesano e si valutano da due zattere alquanto distanti. Era tutto lì, quella serata. Un esperimento a luci basse con oceani di noia intorno a sciabordare per darci il giusto coraggio.
Quando, ad un certo punto dei discorsi e degli sguardi, mi resi conto che in lei le crepe -per quanto riguardava il suo amore in corso- erano superiori alle certezze, capii che non avrei mai preso il coraggio di propormi per quello che non ero e non volevo diventare: un passo avanti.
Il famoso passo avanti. Lo scacciafantasmi. Il chiodo che scaccia il quadro, più che un altro chiodo.
Non mi piace essere un quadro. Nemmeno un chiodo. Non il muro. L'oceano, non ne ho la portata. Non sono un buon disinfestatore di case, anime e cuori. Le mie luci sono residui di virus, sono navi attraccate e ripartite velocemente. Le scene che preferisco, anche contro le mie volontà, somigliano a certe installazioni di Alan Vega, proprio lui, con quei crocifissi illuminati di viola per terra, quelle lampadine rampicanti che non fanno ombra e nemmeno segnalazione, con quei fili che non sono mai attaccati alla presa ma ad un sistema di equivoci.
Quella sera non mi sentii affatto capace di iniziare qualcosa, e per la prima volta mi sembrò assurdo e fuori contesto anche il pensare al piacere, il piacere veloce dell'incontro destinato a fallire e per questo più eccitante.
Tornai a casa a piedi. Lei si stupì che non avessi l'auto. Scoppiai a ridere, l'unica risata della serata. Anche quella era una scena già vissuta, come e più della domanda su Keith Jarrett e sui pianisti che dovrebbero piacere agli uomini con apparenza sensibile. Gli uomini sensibili amano pensando al futuro, cosa che in certe notti considero un peccato capitale di superbia.
L'anacoreta era salvo, sì. Per merito di nessuno dei due. Non si trattava di mancanza di scintille, ma di disincentivazione alla fatica della costruzione e della menzogna. Non eravamo stati due eroi e l'anacoreta del calcetto si era salvato alla grande. Buon per lui, pensai.

Per strada, mi persi nelle insegne accese dei negozi chiusi. Insegne ora asciutte ora sovraccariche, ma tutte intente a comunicare qualcosa di prossimo ad un vangelo di occasioni mancate e da mancare. In tutti gli appuntamenti che ho mancato con l'amore, mi sono sempre accollato il ruolo più difficile, quella dell'imperfezione che si guarda dritta negli occhi. Non ricordo di aver dato colpe a qualcosa, qualcuno, all'aria, ai luoghi, ai contorni. Mi sono invece detto, quasi sempre, che non si può andare ad un appuntamento d'amore o di sesso con un ago nel braccio, con lo stesso atteggiamento di un ex teppista sedato, uno scorticato messo in riga.
Quelle case, quelle cose, quelle foto, quegli oggetti consueti e rassicuranti non dicevano nulla a me, e solo a me. Perché ero un drogato di luci notturne, di alberghi disabitati, di circoli viziosi, di dispetti osceni al corso della quiete scovata a fatica. Quella donna, con o senza anacoreta di contorno, mi era superiore. Riusciva a credere nel corso delle cose, forse addirittura nei miracoli. Ed io mi drogavo di sottrazioni, stracciando documenti ogni giorno, stracciandomi la faccia, cambiandomi i connotati per favorire la risalita controcorrente dei vicoli in ombra, i vicoli dove si spaccia il silenzio e non si ringrazia neppure.

A casa pensai di trovare una specie di tregua. Una luce migliore. Invece no. Non trovai una scena à la Alan Vega, quelle quasi tutte viola e fredde come il silenzio che serve in certe notti.
Notai solo che in casa non avevo foto. E nemmeno souvenir. I souvenir sono un fatto orrendo. Sono una condanna a ricordare. Sono di parte: faziosi, limitanti. Come certi amori e certi scambi di sesso disinvolto che ti ricattano sempre con quel fottuto premunirsi per il domani, quella sorta di prevenzione del dolore sotto sembianza di promesse, accordi, movimenti all'unisono.
Fai pace con l'amore”, mi disse una volta un aspirante Roland Barthes senza ascensore.
E tu fai pace con il cazzo, pensai, usalo. Usalo una buona volta: ma senza studiare su come garantirgli la pensione e l'una tantum prima di morire.
Quella notte considerai che avrei dovuto smettere di fingere l'innamoramento per ravvivare le giornate. Odiavo la monotonia, ma così ci finivo dentro ancora peggio. Fingere di amore non è immorale, lo fanno in tanti: è solo idiota.
Uscii sul balcone. Una di quelle notti di primavera che profumano di cose perse, di fiori inesistenti, di souvenir rimasti nei negozi, di persone lontane e di sigarette da tenere nascoste al vento per farle durare.
Non avevo molta scelta. La scena tipo Alan Vega non c'era. Non me l'ero sentita di propormi come quadro o fare sesso con convinzione, grugnendo poco prima di venire e poi concedendo un simulacro di coccole per edulcorare minimamente il tutto. Non ero il tipo da amare pianisti delicati e parlarne alla gente. Forse non ero nemmeno più il tipo da fottere sciocchi anacoreti a spasso per campi di calcetto.
A volume sommesso, misi su “My oblivion” dei Tindersticks e mi feci a pezzi quel che serviva. Come un sonnifero vegetale. Come un ago nel collo. Come chiedere a Dio di sputarmi in faccia per scherzo. Come chiedere all'amore una dilazione del nostro debito.

Luca De Pasquale 2016


















30/05/16

Il venditore di dischi (con la sindrome di Sparwasser)


A differenza di molti altri che scrivono (professionisti, carneadi, baroni, pomposi o scarni, dilettanti, grafomani), le mie influenze sono prevalentemente musicali, eccezion fatta per Stig Dagerman, Henry Miller e Piero Chiara che mi hanno indirizzato decisamente verso la scrittura.
Questo non mi differenzia in positivo o in negativo, è una semplice ed onesta constatazione. Perché io sono nato con l'idea fissa di voler vendere dischi e scrivere. Per un certo periodo della mia esistenza, sono riuscito a fare entrambe le cose con un senso compiuto (la riconoscibilità è altro argomento, qui non ci interessa).

I negozi di dischi hanno sempre esercitato su di me un fascino superiore a qualsiasi altra cosa e possibile attività. Un negozio di dischi, se non si tratta di un discount, è un mondo a sé. Non è semplice commercio e può portare lontano: chi vende e chi compra. Da ragazzo, mi sconsigliarono sia di scrivere che di vendere dischi. Spesso l'opinione era avvalorata da dati pratici, la scarsa spendibilità e proficuità delle due professioni; altre volte l'invito -che arrivava in forma grezza, acidula, tagliente- era generato esclusivamente da forme di fastidio personale e indistinto senso di competizione. Cosa, questa, che continua ad infestare i rapporti apparentemente più tranquilli e cooperativi. Ma anche questo aspetto non ci interessa.

Da ragazzo sognavo di avere un negozio di dischi tutto mio, proprio come il Rob di “Alta fedeltà”, ma appena varcata la soglia dei diciassette anni mi è stato chiaro, lampante, che ero atteso con sufficienza all'ufficio collocamento del lavoro dipendente.
Ne presi atto. Sarei stato comunque sotto padrone. A quanti tocca questa sorte? Alla maggior parte dei lavoratori, non c'era da farne un dramma.
A quell'età, verso i diciotto anni, iniziarono anche discorsi di molti soloni circa la necessità di essere imprenditoriali, coraggiosi, la classica retorica del self-made man. Ricordo che rispondevo a monosillabi, e anche con una certa cortesia, ma in cuor mio pensavo con finezza “ma vai a fare pompini, tu i soldi ce li hai dalla culla: chiedi e ti sarà dato, ma non rompere i coglioni a me”.
Quando in una famiglia si arriva difficoltosamente a fine mese e si fanno miracoli per educare e contentare un figlio, è palese che le tirate ottimistiche sull'imprenditoria di se stessi acquistano una connotazione beffarda e insopportabile. Da qui l'invito a prodursi in altre attività che coinvolgano la bocca in modo più “useful”.

Volevo diventare venditore di dischi e scrittore. Sogni difficili, ma anche poco battuti all'epoca, nell'Italia edonista degli ottanta. L'Italia di plastica che si sfregava le mani per l'avvento delle televisioni commerciali e gli stranieri lussuosi nel campionato di calcio. Non sono stato un giovane barricadero, chi mi conosce lo sa bene. Mai stato parte di qualche collettivo, sempre cane sciolto. Il fatto di essere apertamente isolato spingeva alcuni a ritenere -non si sa su quale assurde basi di pensiero ed ardite formulazioni- che fossi un reazionario, addirittura elitario, e chissà, magari anche ben disposto verso orizzonti capitalisti. Follia pura. C'è sempre questo vizio comune di annettere le persone a ciò che potrebbe accomunare. E quel che accomuna, lo sappiamo, è spesso l'intransigenza, se non l'odio.
A diciannove anni un amico esordì così con me: “Ti dico questo perché so che detesti la sinistra, quindi ti spiego, io...”
Alt: chi ti ha detto che sono di destra?”, risposi piccato.
No, è che non frequenti centri sociali...”
No, non li frequento”
Non condividi quella mentalità, ho ragione, allora”
Quella per me non è sinistra. Non certo l'unica, e non quella che preferisco”
Dicendo questo, non chiarii alcunché. Anzi, forse mi collocò ancora più a destra, commettendo un marchiano errore.

Ventisei anni dopo, si verifica una scena simile. Incontro uno con i capelli che sembrano uno spot della paglia trattata. Uno che si ricorda di me dietro i banchi dei negozi di dischi.
Il suo esordio non è dei più felici: “Mi dispiace, sono scelte aziendali”
Come se fosse lui a dovermi dare spiegazioni. Come se gli avessi chiesto qualcosa. Come se sapesse come funzionano certe cose.
Poi mi dice: “Io ora compro solo su Amazon. Amazon funziona”
Me ne sono accorto”
I prodotti mi arrivano in un giorno! Chiusi!”
Dovrebbero arrivare aperti, per caso?”
Comodissimo. I negozi di dischi non hanno proprio più senso, MI DISPIACE”
Non sono d'accordo, comunque non dispiacerti che ti fa male”
Vabbè, tu non puoi essere d'accordo per FATTI CORPORATIVI, io questo lo capisco... però ti dico, a che pro andare in un negozio? Si spreca solo benzina e tempo, e poi Amazon ha le offerte...”
Guardo il mare, sbuffo dentro, rispondo: “Tu pensi di sapere sempre esattamente cosa comprare? Pensi di non avere bisogno di consigli?”
Sinceramente no”
Forse dipende dal genere che ascolti. Se ti piace solo la musica commerciale, è chiaro che non hai bisogno di assistenza. Ma non è neanche detto”
Si indigna platealmente: “Guarda che io ne so di blues, di funky, di jazz, di rock e pure di musica elettronica e di piano solo”
Come se il “piano solo” fosse un genere.
Mi sciorina tutta una serie di dischi che ha acquistato. Tutti in offerta, tutti famosissimi, tutti senza una sola dissonanza. Come i programmi di Fazio o i punti programmatici del governo Renzi e controfigure. Tutta roba senza un guizzo, senza un imprevisto. Lui non ha bisogno di consigli e i dischi gli arrivano a casa. Allora sta a posto.
Ma non è che sei contrario ad Amazon perché sei comunista?”, mi chiede all'improvviso, quasi inorridito.
Scusa, ma che c'entra?”
Allora è vero che sei comunista?”
Ma non stavamo parlando di Amazon?”
No, è che ho conosciuto un comunista che vota per De Magistris”, mi spiega sconsolato, “e questo cretino mi ha detto che odia Amazon perché sono dei capitalisti... capisci, parlare ancora di capitalismo oggi... ma come si fa a votare De Magistris? Come si fa ad essere comunisti oggi? Ma le conosciamo o no LE PURGHE DI LENIN??? E poi De Magistris è colluso... molto colluso... me lo ha detto uno che lo ha letto non so dove...”
Che esattezza, che scrupolosità.
Sono stanchissimo. Questo tizio mi sta sfiancando ed i suoi capelli non aiutano.
Insomma, sei pro o contro Amazon?”
Non posso impazzire per l'idea che esista, ma non ho problemi a dirti che ne faccio uso anch'io, soprattutto quando mi serve qualcosa velocemente, in questo deserto”
Si acquieta. Forse ho guadagnato una barretta di stima nel suo videogame mentale perpetuo, che cataloga affiliati e nemici a seconda delle sfumature ideologiche e dei gusti.
Non gli ho però chiarito la mia appartenenza politica e non mi ha nemmeno chiesto se voterò per Gigino. Ignora se ho preso pure io le purghe di Lenin o se ho divorato anche io poveri bambini in quel di Magdeburgo.
E per fortuna ignora la mia grande passione per la DDR e la mia sindrome di Sparwasser. Altrimenti avrebbe chiamato il SISDe. Sono anche convinto che ignori la mia preferenza per Bernie Sanders, che considererà uno della Banda Dei Quattro o un amico di qualche dittatore sudamericano con falce e martello tatuati nel risvolto dell'omero.

Quando ci salutiamo, sono davvero estenuato. Non sono neanche infastidito e non lo detesto. In fondo non sono un tipo intransigente. In fondo. Per me ognuno è libero di pensarla come gli pare, basta sia chiaro -per rispetto e anche quieto vivere- che non sono una bandieruola.
Sono solo uno che voleva fare il venditore di dischi, farlo fino alla pensione. Uno che scrive, ed oggi lo vogliono fare proprio tutti tutti, con l'aggravante della sindrome di Sparwasser.
Se mi girerà bene, aprirò un negozio/label che chiamerò Sparwasser Records. Sul modello della SST, con riverberi di Factory e Cherry Red, Les Disques Du Crepuscule e Mute. Niente di socialmente pericoloso.
Anche se il mio gruppo icona sono i Gang Of Four e uno dei miei eroi è il grande capitano Mike Watt. In fondo, se mi conosci un po' meglio, scopri quanto mi piace il blues. Profondamente.
 
Luca De Pasquale 2016









29/05/16

L'ossessione dell'edificante e il porco senza perle


Sembra che la maggior parte degli esseri umani spenda il suo tempo nell'ossessione di cercare, spiegare e diffondere fenomeni edificanti. Un'ossessione che coinvolge diverse parole chiave: luce, parabola, soluzione, condivisione, confronto, scambio, oasi, riserva, protezione, patrimonio, fedeltà; ma è un'ossessione che spesso puzza, e anche molto, di elitarismo, supponenza, superficialità, pressapochismo, smania di apparire, insicurezza che chiama e chiama e chiama il consenso.
Sono piuttosto stufo -e non da poco- dell'insicurezza che vuole a tutti i costi l'antidoto dell'approvazione, altrui ma anche (addirittura) di se stessi.

A me le storie edificanti annoiano abbastanza. Soprattutto se tarocche, farlocche, forzate. Non mi sono mai sentito parte di un'élite, di una corporazione legiferata e riconosciuta o silenziosa e carbonara. Il concetto di élite richiama obbligatoriamente ad un guardarsi tra pochi intimi, annusarsi, spulciarsi e soprattutto conservare privilegi. O guadagnarne di nuovi.
L'élite, o quella che si crede tale, sovente pontifica. Elevando la propria vita e le proprie scelte a paradigma, se non a rimedio. Rimedio che ovviamente non può essere alla portata di tutti. Ma si sa, le perle si danno anche e soprattutto ai porci, per vedere che effetto fa il constatare che altri individui non hanno un profilo adeguato per coglierle e farle proprie.

Naturale che cotante perle contengano in sé il germe dell'edificante, dell'opportuno. Nessuno ti dirà mai che puoi salvarti con il sudiciume morale, l'ambiguità, l'inappartenenza e l'autismo culturale o sensoriale. La perla edificante, in quanto tale, condanna in modo sprezzante la solitudine e l'apparente autoreferenzialità degli individui rosi dal dubbio.
La perla edificante ti arriva tra capo e collo da personaggi spesso insospettabili, ma il suo scopo celato è quello di isolarti, di manifestare la sua potenza e la sua portata in rapporto alla tua inadeguatezza. La perla edificante è l'editto stitico di un mondo già chiuso, già concluso. Un mondo che aspetta la morte con la tracotante leggerezza dell'ottenuto e dell'ottenibile.

I dispensatori di perle ai porci -ed io sono un gran porco, lo so- ti mettono al muro con i loro aneddoti e con le loro metafore, con le loro storie permeate di bellezza visibile ed udibile, e sembrano volerti ricordare che se ti sforzi a quello status puoi anche tentare di arrivarci. In qualche modo. Anche barando, purché contenga bellezza, purché sia passo felpato, movenza elegante, volatile. I dispensatori di perle odiano la rabbia anche perché hanno da tempo dimenticato l'orribile consistenza delle frustrazioni, quei mostri fluttuanti che popolano le nostre vite trasformandosi in più entità, andando ad infestare le nostre case morali come quei vermi argentei che troviamo nella vasca da bagno o dietro il letto (sempre che le nostre case siano polverose e non ripulite due volte a settimana da eventuali addetti).

Sono anni che mi districo difficoltosamente tra i dispensatori di perle ai suini. Sarà perché ho vissuto molti dei passaggi e delle fasi in cui questi personaggi si sentono indispensabili: morti, funerali, separazioni, cadute di stile, perdita di condizione, retrocessione di status sociale senza spareggio, abiura, dimenticatoio, amnesia, estetica del noir esistenziale, scongiurato alcolismo, tabagismo antisalutistico, sesso-testamento o sesso-roulette russa, disinfestazione amicale, geografia emotiva soggetta a tsunami e sversamento feci notturno. Il dispensatore di perle è il parassita delle cadute altrui, si annida sui tessuti più lacerati dell'altro e da lì organizza il pulpito, tra colori sfumati, voli stilizzati e megafoni in bocca a cherubini a cottimo.

La perla spesso si nasconde, adescante e sediziosa, dietro le paratie di un consiglio.
Altre volte la discinta ma edificante perla balla per te, come un cigno puntillista o gassoso che poi sparirà appena proverai a carezzarlo, nel primo atto della compenetrazione e dell'ingombrante empatia che sembra sia un nostro dovere umano, da mandare in loop sui sagrati delle chiese o nella fase più taciturna del post coito.
Il dispensatore di perle può diventare, all'occasione, come un fratello, come i genitori, come un'amante, come un amico, ma è sostanzialmente un verboso rappresentante di ciechi aspirapolvere emozionali. Ed è uno che gioca sporco con il suo ricettario di illusioni.
Il dispensatore di perle gioca duro con le citazioni, con gli esempi pubblici, con la memoria modificata di eventi che non potrai verificare, il dispensatore di perle cerca in te uno specchio anche se si avvicina felpato come un predicatore.
Tu non devi ucciderlo o pisciargli addosso. Non devi disprezzarlo apertamente. Devi mantenerti calmo. Devi, velocemente ed in modo incisivo, solo fargli presente che hai il diritto all'errore, al passo falso, alle stanze vuote, all'amore che sembrava tempio ed era solo preservativo. Devi dirgli con forza e seraficità -difficile, certo- che rivendichi la distanza saggia dalla sua saggezza, dal suo indottrinamento, dalla sua catalessi narcisistica, dal suo edificante villaggio vacanze per anime un tempo tormentate, che i suoi figli non sono i tuoi (hai controllato), che i suoi padri della patria non sono i tuoi, che i suoi divieti sono stranieri al confine, stranieri non invitati nel tuo già brulicante caos di razze, mercenari, sovrani decaduti e artisti deformi con grande senso della geometria.

Non è escluso che tu debba anche dire al sommo dispensatore che non hai un simbolo di partito appiccicato da qualche parte o un movimento “spontaneo e giusto” che ti regolamenti; che non hai alcuna religione-miccia sotto i piedi che ti offusca il cervello e ti rende intollerante verso chi ha scelto altre micce ed altre ossessioni.
E che, questa è la cosa più importante, che non stai aspettando il riscatto. Questo concetto è fondamentale. L'idea del riscatto sociale (e quindi relazionale, culturale, economico) è l'alibi più indecoroso che la società odierna ha prodotto in materia di stratagemmi individualistici, strafottenza, indegnità morale, intollerabile superficialità e buonismo con lo scolo.
Se vivo per riscattarmi, in questo modo ammetto di aver fatto cilecca in tutto e di essere stato indegno per la società che mi ha ospitato. Se gioco a fare l'incompreso, è chiaro che avrei dovuto scopare di più e meglio e che le sovrastrutture psicologiche che mi hanno suggerito sono delle assurdità per guadagnare tempo e credibilità. Si riduce tutto ad uno sporco gioco di ruoli.
Il riscatto, il tanto agognato riscatto, non è altro che la ricerca spasmodica di un nuovo ruolo e di un miglioramento. A volte, questo sentimento sembra avere in dote l'eleganza della vendetta, ma non è così. Le vendette generiche, estese, generaliste, sono solo follia. Io non devo vendicarmi proprio di nessuno. Sentirsi meritevoli di vendetta è presunzione. Come ci si può vendicare dell'indifferenza?

È importante mantenersi vigili.
Non aspirare a ciò che non appartiene e non apparterrà mai.
Non finire dritto e senza diritto di voto nella new age degli altri.
Distinguere i colori. I colori di ogni persona. Forse il tuo rosso è il mio blu notte, quella che per te è bellezza per me è marciume, le persone che ami possono essere miei nemici e non cambierò rotta per te.
Non finisco nei tuoi sogni con la bocca ad “O” o con il culo nudo.
Tu hai un modo di godere e sognare, io ne ho altri. Non mi adeguo. Affatto. E non ti chiedo niente.
I miei fantasmi sono per te meno importanti della suoneria del telefono. La cosa è reciproca e accettarla senza elaborare rimedi è semplicemente vivere.
La distanza è una grande invenzione. Come il ghiaccio che riesce a sabotare le fisarmoniche dell'amore universale obbligatorio e della pace su tavola.
Non facciamo altro che desiderare, sommessamente e senza vergogna, che gli altri ci somiglino quel poco che basta alla vanità, senza permettere mai loro di poterci raggiungere nei nostri iperurani del cazzo.
È realmente scandaloso ed è un gioco da maiali.
Io lo so. E anche io sono un porco. Ma le perle, lo ribadisco, non le voglio.

Luca De Pasquale 2016

27/05/16

L'ernia laburista classe 1972 e le recensioni del cazzo (La Caduta, III)


Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletariato, procura proprietà a quest'ultimo? Niente affatto. Esso crea il capitale, vale a dire la proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può accrescersi solo generando nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo nuovamente”
Karl Marx e Friedrich Engels, “Manifesto del partito comunista”

... i negozi di dischi hanno rappresentato snodi fondamentali nelle reti informali della cultura musicale. Oltre a un'opportunità di lavoro e a un'ispirazione per musicisti alle prime armi, costituiscono un crocevia di informazioni...”
Simon Reynolds, “Post punk 1978-1984”

Un tizio mi incontra, non sa nemmeno come mi chiamo e mi distribuisce delle finte schede elettorali con il suo nome. Si è candidato. Non guardo nemmeno il simbolo e lo saluto con un mugugno sordo, quasi inaudibile. Imbarazzato. Solo tre ore dopo scopro che la coalizione che lo ha assorbito è di destra, o forse è lui che ha assorbito la coalizione. Tutta la questione ha lo stesso odore disdicevole dell'olio riciclato per le fritture. Straccio tutto il materiale e mi accorgo che di quel micropartito ignoravo persino l'esistenza.
Che cazzo avrei dovuto fare? Interloquire con lui, per poi sentire l'ennesimo facilone gusto Bignami che mi dice “le ideologie sono finite, dunque prendiamo le forche e cacciamo via gli invasori da questo paese pulito, fatto da gente vera, gente di cuore! Gente onesta!”
Sei libero di pensarla come ti pare, ma quando parli con me le forche puoi anche girartele nel tuo culo. Con me questa robaccia non ha mai attecchito.

Per quieto vivere molti non sanno cosa penso, cosa provo, cosa voglio.
Tipico, no? Non dire per evitare problemi. Per evitare di alienarsi contatti utili, joint ventures, agganci. La reticenza lubrifica il buco nero dell'ipocrisia. La reticenza ti spiana la strada al doppiopesismo, al tergiversare che per tanti sembra un atto di Furbizia Divina.
Sono sempre stato un imprudente: dunque, nell'accezione più popolare della questione, un totale coglione. Difficile che io riesca un giorno a confutare seriamente la tesi che la sincerità e la “trasparenza sporca” siano coglionaggine.
Trasparenza sporca, s'intende. Chi parla di pulizia? Chi parla di fonti purissime? Chi parla di “autenticità”? Qui si parla di luoghi abbandonati, perché ognuno di noi è un crocevia di abbandoni vecchi e nuovi o in corso, e pulirci le scarpe sull'uscio di casa non scrosta mai sul serio. Anzi.

Ci sono delle frasi che mi lasciano sempre senza parole e senza risposte.
Tra queste: “un figlio ti cambia davvero la vita, non puoi capire”; “l'amore che proviamo l'uno per l'altra è di una purezza meravigliosa”; “mi sento in un periodo molto costruttivo della mia vita e il mio nuovo incontro sentimentale ne è la prova”. Non so mai cosa rispondere; mi sembrerebbe davvero osceno replicare con “eh, certo”, “sicuro”, “posso solo immaginare!”
Resto in silenzio e aspetto che l'elencazione delle meraviglie finisca per ritornare ad un sobrio empirismo alla giornata. In genere, mi affido a punti di distrazione o eloquenti silenzi telefonici. Gli occhiali da sole possono molto. Come le sigarette. Ancor di più può il fatto che il tuo interlocutore non ti stimi affatto, e che ti stia parlando in quel modo solo per sventolare un po' le piume, una specie di provino in attesa di gente di più alto lignaggio.
Le piume non le so sventolare. In genere, le mie sono piume di cuscino o di animali della mia fantasia divorati dalla realtà.

Mi fermo in un punto oscuro a pochi passi dalla stazione. C'è un appartamento in demolizione. Lo guardo per parecchi minuti, mi comunica disfacimento, fallimento di sogni che ignoro e ignorerò, mi comunica un senso di passaggio finito, la terribile estraneità di vite brevi che si sovrappongono nel tessuto urbano, senza la bellezza dei cartoni animati e la lungimiranza delle preghiere guidate.
Poi penso a quel vecchio collega di mio padre che mi era simpatico, mi regalava penne, matite e gomme per cancellare a forma di bullone. Sorrideva sempre e veniva da Ercolano. Una persona per bene. Sarà morto.
Spio tra le finestre dell'appartamento abbandonato. Ricordo una donna che volle farmi sapere quanto il mio successore fosse un uomo grandioso, meraviglioso e salvifico. Ricordo che non me ne fregò un cazzo: lei non ottenne l'effetto desiderato, ma capitò che la sognai sotto di lui in un prato stupido e mi svegliai con i succhi gastrici sossopra.

Mi mancano i negozi di dischi. Quelli veri. Non i cessi che schiumano materiale residuo. Mi mancano i negozi di dischi inglesi degli ottanta, quelli di cui scrive mirabilmente Simon Reynolds. Lì non ci ho lavorato e mi sarebbe piaciuto. Mi manca infilare un disco degli A Certain Ratio e aspettare il primo cliente. Ma anche impazzire e mandare “It's a miracle” dei Culture Club che aveva un bel bridge. Mi manca quel lavoro che è il mio, senza ombra di dubbio, e che era considerato dai più come un hobby. Mi mancano anche tutte le stronzate dette in questo senso, perché le trovavo molto ispiranti, se usate come olio. Di certo, non mi manca la divisa. Non mi manca la lotta tra poveri. Non mi manca lo squallore delle alleanze inconsistenti. E cerco di non cadere nella trappola della nostalgia per i pagamenti puntuali. Se si lavora, essere pagati con puntualità è un fottuto diritto. Le mie nostalgie professionali finiscono sempre per essere inquinate da quel ricordo nauseabondo, quei mille euro per i quali fare qualsiasi cosa, qualsiasi cosa.
Le grandi catene, che oscenità. Mille euro e non bastavano le otto ore: dovevi far vedere che ne avresti fatte anche sedici, “per il bene della causa”. Per me il profitto di una multinazionale non è una causa, anzi è un nemico. Sottopagami pure, ma fallo puntualmente e senza chiedermi di aiutarti a spingermelo in culo. E non mi chiedere di stringere amicizia con i dopolavoristi delle sedici ore. Quegli stessi che, allo scattare della cassa integrazione, facevano le pulci agli altri:
Quello è solo, ed è anche un finocchio”;
Tu non hai figli, dunque ammetterai che devi farti da parte”
Tua madre è ancora viva, no? La casa è di proprietà?”
Ho visto che compri parecchi libri e dischi, quindi non hai problemi economici...”
Ecco. Mi manca il mio lavoro. Ma mai, e dico mai più, QUEL lavoro. E quelle persone.

Tornato in città per alcune commissioni, in pieno centro incontro Adamo Carbonero. Per anni, e per vari negozi, è stato un cliente. Uno di quelli un po' saccenti, quelli che non si tengono a freno. Le cose gli girano okay, come gli piace dirmi. Si sposerà prossimamente, ma non è questa la notizia clou. La grande, grandissima notizia è che da qualche mese sta scrivendo per il trimestrale di musica “VPDDDM ovvero Vibrazioni Positive Dal Design Della Mente”.
Mi dice che è stata dura entrarci. Che su VPDDDM ci scrivono anche Angelo Setola e Ottiero Samizdat. Devo compiere uno sforzo inumano per celare la mia ignoranza. Infatti, non so chi diavolo siano.
Pensa che Setola è classe 1985 e Samizdat classe 89... bravissimi”
Certo, chiaro”
Vuoi che te li presenti, per caso?”
Ti ringrazio, no. Come se l'avessi fatto, Adamo”
Magari ti fanno scrivere qualche recensione, ma non so se pagano”
Ancora più interessante, ma grazie, no”
Ma che fai, Carbonero?, vorrei dirgli, mi proponi roba gratis? Io sono classe 1972, che è, non lo sai? Qui è finita da tempo la storia del prestigio, cazzone.
Io, Setola e Samiz siamo andati a sentire i Wilco a Vienna e un situazionista dub a Praga. Abbiamo allacciato rapporti con i migliori musicisti della scena off delle recensioni da scrivere”
La scena off delle recensioni da scrivere. Sì, perché per alcuni i musicisti esistono solo per averci dei rapporti di qualche tipo, e scrivere quelle recensioni infiorettate di italiano arcaico, neologismi ermafroditi, quelli che si autochiavano. Roba tipo “il lining del groove si dipanava come un polipo eccipuo alla radice del loro diy di matrice clevelandiana ma senza dimenticare il red carpet della malinconia digitale”. Anche io so scrivere queste puttanate.

Adelmo mi massacra con il suo entusiasmo e la sua saccenza. Lui è classe 1987 e me lo vuole far pesare. Quindici anni meno di me e più risultati. Bravo, bis, ora mi inchino. No, non posso. Ho l'ernia. Ho un'ernia da vecchio laburista.
Penso che tra lui, Setola, Slivoviz o come cazzo si chiama ed i vecchi rocker tutti sudore e “si stava meglio quando esisteva il vero rock” non ci sia alcuna differenza sostanziale. Entrambe le fazioni sono incontinenti e improntate alla partenogenesi più svilente ed asettica.
Luca, tu fai traduzioni?”
Di che?”
Tu traduci?”
Da che?”
Oh, insomma, sei un traduttore?”
No”
Tu non sei laureato in lingue?”
No, mai”
Oh, caspita”
Bene, fammi i complimenti”
No, non prendertela... sono tempi duri per tutti... ma la legge del mercato ha detto la sua, sai”
L'avrà detto nel tuo deretano, Adelmo bello. Accendo una paglia, mi sento pesante come se fossi stato ad un concerto di un situazionista.
Sicuro che non ti andrebbe di scrivere qualche recensione per farti notare e vedere se poi va bene?”
Sicuro”
VPDDDM è all'avanguardia”
Lo so”
Pensaci”
Grazie, rifiuto con cordialità”

La giornata è finita.
Devo rilassarmi. Anche oggi non mi sono fatto fregare dal traffico di piume attorno a me. Mi sento bene. Come un vecchio crooner che canta in una piscina abbandonata. Senza pubblico. Un misto tra Barry Adamson e Scott Walker con una Chesterfield in bocca.
Mi manca l'odore dei negozi di dischi, quelli veri. Quelli piccoli. Quelli dove non ti senti un inscatolatore di sarde pronto alla supposta. Non mi mancano i luoghi che mi videro pesce di cannuccia. Non mi mancano le persone che si facevano le pulci. Non idealizzo i matrimoni. Non idealizzo i recensori. Sono classe 1972. Un'ernia laburista in giro per il paese sbagliato.
Non mi presento in nessuna lista. Questa è una bella notizia.

Luca De Pasquale 2016



26/05/16

"Perché fa male" (La Caduta II)


El escritor no desempeña ninguna tarea de importancia social.
Juan Carlos Onetti

Moltissimi anni fa, ma proprio tanti, una tizia che conoscevo, parlando di una sua amica, mi disse: “No, lei ci tiene tanto alla verginità. Per lei è un valore, quindi fa l'amore in bocca”.
L'amore in bocca?
Dio mio. L'informazione, improvvida, mi prese prima nei pantaloni, come un brivido, una fascia di onde sudate, sporche, poi si spense in una sorta di silenzioso raccapriccio.
L'amore in bocca. Continuai a fumare guardando lontano, come faccio sempre quando dissimulo cortesi forme di non partecipazione.
E tu ci credi alla verginità?”, sondai, forse laido.
Ci credevo parecchio tempo fa. Poi ho sbagliato”
Ah, capisco. Anche io ho sbagliato spesso”, dissi.
Ma tu sei un uomo, che c'entra”
C'entra, c'entra. Qualcosa entra sempre da qualche altra parte, con cornici, firme, autenticazioni di merda, poesia debordante, onde e conto da saldare al villaggio globale. Quindi vaffanculo.
Ricordo che quel pomeriggio prendemmo un caffè brasiliano, io e quella tipa. Io mi sentivo disperato per qualcosa. Usuale. Disperato per qualcosa da decrittare. Usuale e assurdo. La notte mi presero degli incubi, non so dove mi portarono. Fu difficile quel periodo e quella ragazza ci rimase male perché non ci capivamo. Le risparmiai un inutile stillicidio di chiarimenti, confronti, sovrapposizioni fisiche e morali senza il minimo senso. I tramonti promettevano tanto in quegli anni, ma erano subdoli come un male improvviso, come un tradimento comunicato in ritardo.

Qualche anno fa mi fissai con un pezzo. Si trattava di “Punch Up” di Laid, al secolo John Andersson, deep houser svedese. Sempre avuta una fissa praticamente fisica per la deep house quanto per dub techno e altre forme elettroniche, nonostante la mia matrice rock, post punk e quant'altro. Ballavo quel pezzo ovunque, come un'alga pazza. Mi muovevo come un idiota per quel pezzo impostato sulla reiterazione del beat, sul tantrismo sonoro. Ballavo in negozio, mentre servivo i clienti; ballavo la mattina a casa, seminudo e con la sigaretta in bocca, e gli studenti del liceo di fronte mi guardavano. Quando la deep house pesta e se ne va liquida, io rischio di fare il giocattolo, perché sono sensibile a quel tipo di sound. Quasi eroticamente sensibile, direi. Ci sono pezzi house, Detroit house, Chicago house, che mi rendono una molla.
Ballavo continuamente il mio “Punch up”: fumando troppo, non rispondendo al telefono, scrivendo, persino cucinando. Punch up, punch up, punch up, come la voce maschile ripeteva in continuazione. Ci mancava che iniziassi a palparmi da solo e infilarmi una parrucca rosa.
Quando mia madre mi telefonò a casa per dirmi che mio padre stava molto male, le risposi per puro caso, perché stavo ballando forte “Punch up” in un monolocale invaso di fumo. Liberandomi, mandando davvero a fare in culo tutto e tutti, per quel disgustoso e totalizzante bisogno di libertà ed anarchia che mi contraddistingue. Con sfumature assai negative.
Appena riappeso il ricevitore, nel monolocale scese il silenzio. Un silenzio abissale, infame, annichilente. Il ritmo era morto. Era stato massacrato dalla vita, come spesso accade alla sensualità, se si può dire che esiste.
Fu tutto molto veloce. Una parte di me, concreta, misurabile nella sua mancanza di limiti e steccati, è morta nel 2006.
Per qualche anno è morto anche quel pezzo che mi perseguitava; infatti, non ho più avuto il coraggio di ascoltarlo fino a qualche mese fa, quando l'ho ritrovato nel mio database musicale.
L'ho mandato nell'etere alle tre del pomeriggio di qualche mese fa, insieme ad una cosa dei Soul Of Hex remixata da Larry Heard e roba sparsa di Glenn Underground. Ho ricordato subito, un ricordo simile ad una lisca lunga chilometri e tormentata come un vecchio ponte, quella telefonata che arrivò mentre mi dimenavo come un ebete.
Ho notato che ricominciavo a muovere il piede sinistro e ondeggiare la testa. Qualcosa con cui riprendi confidenza da subito, il ritmo. Funzionava ancora, con maggior sobrietà. Questo accade quando il ritmo è su un trampolino insieme a te, ma non hai più la possibilità di capire come e dove hai iniziato a pensare di poterti tuffare.

Passo un'intera mattinata nella sala d'attesa di un ufficio pubblico. Sembra un girone dantesco. Non c'è una sola persona che parli in un italiano comprensibile. Impossibile interloquire. La gente grugnisce ed è molto brutta, come i problemi che si porta dietro. C'è una coppia veramente incredibile, lei con una microgonna di raso verde (e mangia delle patatine con un rumore schifoso) e lui che pesa quaranta chili, drogato, tatuato, pazzo. C'è un indiano che piange guardando dei fogli. C'è una vecchia zoppa che usa epiteti irripetibili parlando con un pari età che sembra un pescatore pieno di porri e verruche. E tu come sei, pezzo di merda?, mi chiedo. Chi ti credi di essere? Giudichi le persone in base a come parlano, ai guai alla catena che esibiscono? Tu credi di essere nobile, tu e le tue notti letterarie, le tue macchine per scrivere vintage, le alternanze sonore, le sigarette teatrali, l'enfasi nel mal di vivere? Chi cazzo sei tu?
Mi sento bruciare mentre penso e mi consumo. Mentre mi fotto e ho nostalgia delle sigarette, anche se l'ultima me la sono mangiata cinque minuti prima. Mi guardo le gambe, i piedi, le mani. Ho dimenticato due anelli a casa. Ho dimenticato buona parte dei miei sogni in qualche banco dei pegni. Nella poltiglia di sapone, peli e scorie che sgorgano nelle docce delle case che non erano mai le case che volevo.
Guardo l'indiano che piange. Vorrei dirgli qualcosa, ma in materia di dimostrazioni semplici sono un coniglio. Tutto il mio coraggio è rivolto al buio profondo e questo mi rende insopportabile al mio stesso percepirmi.
Tormentato come un giocattolo. Poi mi metti la musica e ballo. Poi mi metti un sogno e fingo di non crederci. Poi mi dici di scrivere e mi sento un re.
Eppure le notti funzionano a sottrazione, gli odori sono lancinanti e rassicurano solo santoni idioti e speranze su trampoli, i gesti spontanei latitano e la presunzione dell'originalità è un preservativo usato, con lo sperma che da denso diventa subito un triste rigagnolo incolore. Questa è la presunzione, l'autoconsiderarsi: è come scoparsi. Da soli, infilando buchi sbagliati, usando esortazioni lascive che vorrebbero ricordare il vitalismo e invece sono solo sirene nascoste nelle siepi, la festa del buio che si avvicina alle candele solo per parlare di amore e di emozioni. Poi arriva il mio turno e mi dico che ho le occhiaie, che ho dimenticato gli anelli, ho dimenticato il mio nome e scrivo ancora.

Un tizio mi chiede di consigliargli dei libri. Ho un moto di disappunto forte. Piccola tempesta in uomo di mezza età. Mi verrebbe solo da dirgli “ma io che ne so che cazzo leggi?”
Invece prendo tempo. Coniglio, cane. Coniglio, cane, fantasma.
Che cerchi in un libro?”, chiedo stupidamente.
La conoscenza... il sogno... la distrazione... ecco...”
Finisce che gli consiglio un libro inadatto, uno di Onetti. Lui pensa che Onetti sia italiano e odierno ed io non replico nulla. Coniglio, svogliato cane, fantasma sinistro e mancino.
Lui mi chiede perché gli ho consigliato quel libro.
Perché fa male”, gli rispondo.

Luca De Pasquale 2016