29/04/16

Richard Hawley, la malinconia, il circo dei quarant'anni e oltre


Un desiderio di desideri: la malinconia.
Tolstoj

Uno dei tanti clienti “competitivi” che ho avuto durante la mia lunga carriera di venditore di dischi un giorno venne da me sparato e mi disse: “Vieni, ti devo far vedere una cosa”. Era naturalmente accompagnato da una ragazza, alla quale voleva mostrare il suo piglio sicuro.
Si trattava di un noto rompicoglioni, uno che perdeva sostanzialmente tempo, uno che chiedeva tanto, troppo, e che comprava -in relazione al disturbo- pochissimo.
Il buffone mi portò fino alla “vaschetta” che conteneva i cd di Richard Hawley. Per la cronaca, ero stato io a creare lo spazio apposito per il grande crooner, altrimenti sarebbe finito nella H generica, o forse nella R.
Questo”, disse prendendo in mano Cole's corner, “questo è un vero artista, questo lo devi conoscere”.
Lo guardai schifato. A parte la bizzarra inversione di ruoli, topos tipico di un negozio di dischi, proprio Richard Hawley non me lo doveva segnalare. Perché Richard era già da un paio di anni il più efficace cantore delle mie sempre crescenti malinconie, malinconie di un uomo che toccando i quaranta era precipitato nel blu senza opporsi neanche troppo.
In particolare, Cole's corner era un disco che mi faceva davvero male. Molto male. Un disco di una bellezza insopportabile, popolato di amori finiti, fiori buttati, luci notturne in lontananza e un mood generico improntato ad un cantare le storie proprie ed altrui scorticandosi. E ferendo l'ascoltatore senza nessuna pietà.
Quel maledetto disco di pura e splendida malinconia contagiosa lo mettevo su in chiusura di negozio, aggirandomi per i reparti semivuoti con movenze da uccello notturno, da rapace ferito, in preda ad astinenza da fumo e da emozioni che non fossero solamente suicidi annunciati.
Liquidai il pagliaccio con uno dei miei sorrisi da classico perdente, con quella gentilezza che ostento ancora oggi quando voglio togliermi qualcuno dalle palle. Detestavo i clienti competitivi ed in assoluto i “parlatori da disco” che vogliono tirare, metterti alla prova, verificare la tua competenza.
Quelle sono gare tristi, da nerd, niente a che fare neanche con la svagata giocosità di Hornby ed epigoni, sono stramberie da “Lascia o raddoppia” casalingo, senza soubrette e dove gli scemi del villaggio vincono sempre per estenuazione.

Quando il coglione se ne andò, dopo aver enfaticamente regalato alla sua fatina una copia di “Koln Concert” di Keith Jarrett (che lui pronunciò indebitamente 'Keiff Jerrett'), gli mormorai un'oscenità del tipo “fammi un pompino, stracciacazzi”, perché io sono sempre stato anche così. Mai rinnegata la vocazione al mandamento affanculo.
Intanto, in negozio avevano abbassato l'aria condizionata prima della chiusura, i miei colleghi stavano organizzando una birra+pizza+stronzate ed io avevo già detto abbondantemente di no. Mi invitavano per pura forma, a volte nemmeno quella, perché si sapeva che a quelle seratine non andavo mai.

Lo stronzo mi aveva però fatto venire voglia di ascoltare Cole's corner, tanto ormai ero da solo e mancavano dieci minuti alla chiusura. Il tempo di ascoltare la title track e “The ocean”. Scelta suicida, assurda, poco commisurata al momento. Sapevo che quella coppia di canzoni mi avrebbe distrutto, Bonnie&Clyde della mia polvere interiore, attentato alla poco sopita tendenza a lavorare sui margini della malinconia e oltre.
Quando le mie orecchie captarono, nel negozio vuoto e freddo, l'incipit di “The ocean”, allora presi coscienza del baratro, della febbre blu della mia anima, del senso di bocca amara e disperata necessità di una sigaretta per esorcizzare il magone crescente.
Mi chiesi, in quei pochi minuti, se l'amore fosse davvero quello che credevo da bambino e su cui avevo puntato le mie poche ma sudate fiches. Mi ricordai di chi avevo perso, momentaneamente o per sempre. Presi atto con una diversa consapevolezza della fatuità assoluta dei rapporti umani che curavo con il pollice verde rivoltato, e di come la parola “amicizia” mi sembrava abusata, eccessivamente caricata, una parola tronfia destinata al tradimento certo. Anche da parte mia. Perché si tradisce sempre, quando le stelle non si vedono. Si tradisce sempre quando si dorme poco, quando diventare vecchi non è un'idea angosciosa ma un termometro notturno che ti segnala la febbre perenne e ti fa guardare il punto vuoto in cui mancheranno le mani delle carezze.
Mentre il pezzo andava sbiadendo ed io ero groggy, quasi fuori uso, mi dannai per quel romanticismo stoico che tanti danni mi aveva procurato e non avrebbe certo smesso, romanticismo perdente e violento di chi non vede le stelle anche quando ti urlano in faccia, romanticismo tabagista da ultimo treno della notte mentre un cantastorie di Sheffield ti fa a pezzi. Veramente a pezzi. Tranci blu di un uomo al neon in divisa aziendale.

I risvegli dopo i quarant'anni sono strani. Difficili. Perché hai cambiato odore. Non è più lo stesso. Odori dell'uomo che sei diventato, quello che non volevi, forse. I movimenti non sono più così impetuosi e superficiali, sembra che nascano dallo stiracchiarsi delle ferite e delle mancanze. Un uomo malinconico è profondamente solo anche quando ride e conosce tanta gente. Questo l'ho capito presto. Il risveglio è un atto solitario, senza stelle. Devi fare somme appena apri gli occhi e infilarti una sigaretta in bocca per dimenticare la maggior parte dei punti di partenza e delle promesse nascoste dietro le siepi come puttane timide o assassini sciocchi.
Per realizzare che si vive comunque, e che invecchiando si acquista una strana bellezza mobile ed effimera, estuario di rughe e rimorsi, ecco che affidarsi ad un crooner di Sheffield va più che bene.
Finire nell'oceano di Richard Hawley, anche stamattina, è probabilmente uno stratagemma per scambiare tutti i silenzi fermi in acqua con le stelle. Va più che bene, insisto.

Luca De Pasquale 2016



28/04/16

Il grande carisma di Tucano Tardioli


Ormai si parla per interposta persona. Per risultare efficaci nella comunicazione, si preferisce spesso utilizzare qualche schermo inattaccabile, gente morta ma anche gente viva e famosa. Gente popolare. Individui dei quali nessuno potrebbe contestare l'acume, la profondità di pensiero e lo spessore spirituale.
Ed è così che tanti di noi dicono stronzate colossali, facendosi paravento di Oscar Wilde, di Proust, di Saramago come di Agatha Christie, ed ora che è morto Umberto Eco sono tutti pronti a saccheggiare (e fraintendere, per non dire stravolgere) le sue argute massime e le sue erudite osservazioni sulla società e sulla razza umana.

A poche centinaia di metri da dove vivo io, abita il famoso scrittore, saggista, alimentista, commentatore politico, regista, sceneggiatore, costumista mentale, direttore d'orchestra e chef sostenibile Tucano Tardioli, che è proprio originario di qui. In paese, lo citano tutti. Le parole di Tucano Tardioli sono usate per commentare adulteri, perdite di gas, omicidi, bonifiche palustri, aperture di centri commerciali, attacchi di dissenteria, disfatte o trionfi sportivi, ma sono anche usate per salutarsi, per ritrovarsi, per essere conviviali nel modo giusto.
Può infatti capitare che qui qualcuno ti saluti dicendo: “Ehi, ciao! Come direbbe Tucano Tardioli, ad maiora!”
Perché loro sono chiaramente convinti che “ad maiora” lo abbia inventato Tucano Tardioli. Come “genius loci”, come “cave canem”, “input”, “welfare”, “petting”, e sì, Tucano Tardioli deve certamente aver inventato anche la posizione del missionario, le verdure albine, il parapendio e i centri d'accoglienza.
Tucano Tardioli qui è il demiurgo, il deus ex machina, il burattinaio supremo, l'onnisciente sulla bocca di tutti. Perché è di qui, è l'orgoglio campanilista, è il passepartout relazionale, è lo snodo di ogni evento, minuscolo o gigantesco che sia. Qui se vuoi sedurre una donna devi aver letto Tucano Tardioli e glielo devi citare prima di prenderti l'ultima confidenza. Sei fuori dal tuo gruppo di amici se osi citare uno che sia nato oltre Roma, perché vige la regola del razzismo al contrario. L'orgoglio cittadino già ce l'abbiamo, ti fanno notare scandalizzati, che cazzo te lo leggi a fare un autore di Vercelli, di Rovigo, di Città Di Castello?

Il tabaccaio stamattina mi ha detto che ci sarà un rincaro delle sigarette, l'ennesimo. E mentre io pensavo semplicemente che noi fumatori seriali siamo ormai destinati alla sodomia di stato, lui mi ha citato una massima di Tucano Tardioli sulla crisi e sull'inflazione, una cosa che dubito Mr. Tucano abbia mai scritto o detto.
Poi è toccato all'edicolante, che si è limitato a propormi in modo sconcertante l'ultimo numero della rivista “Fagioli sani e santità di stomaco” (un bimestrale), in quanto nel suddetto numero compariva un'intervista a Tucano circa i suoi gusti a tavola.
No grazie, mi dia 'Sinistrando', la rivista sui fagioli non mi interessa”
Ma c'è Tucano Tardioli!!!! Abita pure vicino casa tua!”
E cacami il cazzo. “Non insista, preferisco così, grazie”

Fino a pochi anni fa, avevo certo dei problemi argomentali. Infatti, non mi piacciono le vongole e la mozzarella e al Sud questo è considerato osceno. Non tifo per la squadra della mia città, non guido, non seguo serie tv e non vado mai nei locali che si inaugurano a gettito continuo. Quando uno non si affilia mai a niente a nessuno, gli argomenti scarseggiano per forza. Poi non parlo mai di politica, perché il mio virulento sentimento antiborghese ed anticapitalista è destinato ad essere girato e lordato come una bambola gonfiabile e si offendono tutti, anche chi non dovrebbe. Ormai ho imparato la lezione e mi tengo le mie idee, tanto mica mi pagano per esprimerle.
Ma la situazione è visibilmente peggiorata con l'arrivo sulla scena di Tucano Tardioli. Non parlando con la sua bocca traslata e pubblica, non conoscendo le sue storie che passano da un eroe sudista che si rifà a Poseidone in abiti civili a un allenatore campano con l'occhio bendato come Capitan Harlock, ecco che sono fottuto. Ancora più distante dal giusto e dal vero.

Qualcuno mi ha anche affrontato a muso duro: “Sei solo invidioso di un grande talento come Tucano Tardioli, te lo devo dire. Sei l'unico a non riconoscergli i suoi meriti. Se scendesse in politica, lo voterei. Mia moglie si è fatta anche firmare il grembiulino di nostro figlio e tu lo critichi. Vergognati”
La libreria qui dietro, quella vicina alla Salumeria Immaginaria, ha ritirato tutta una serie di autori -tra i quali Carletto Marx, Shakespeare (che era stato catalogato come “Shespire”), Goethe, Flajano e D'Annunzio- per fare spazio all'immensa produzione di Tucano Tardioli. Non solo: la suddetta libreria, come del resto tutte quelle del circondario, ha scelto di esporre solo autori nati nel perimetro regionale, perché bisogna “valorizzare il patrimonio endemico e sommerso di questa terra meravigliosa e strapazzata”.
Ecco, questa è una citazione di Tucano Tardioli. Ci sono caduto anche io. Era inevitabile.
Senza volerlo, beffato da me stesso, forse ora sono pronto per scendere (o salire, meglio dire salire) in società, con l'umiltà sovresposta di tutti i citazionisti tucaniani e di tutti coloro che dietro una bandiera urlano devozione, rivoluzione, giustizia, arte e l'innegabile fascinazione delle proprie origini.
Chissà, magari inizieranno a piacermi anche le vongole e i lupini e la mattina, durante un'abluzione intima, proprio come Luigi Malerba, inizierò a discettare con il mio pene, ovviamente usando le parole di Tucano Tardioli, che non risparmia ormai neanche le zone non battute dal sole e dalla ragione.
Così è, se vi pare. Ma anche se non vi pare. Basta che “paia” a Tucano Tardioli.

Luca De Pasquale 2016

26/04/16

L'ultimo burattino in ombra sotto il cielo (Dracula teeth)

I wake up in an ice cold sweat and my skin
Starts to creep
You’re hovering above my bed looking
Down on me
Haunted house sound effects
Dracula teeth”

Il nuovo disco dei Last Shadow Puppets mi mette sottosopra. Mi piace da subito, mi prende, mi illanguidisce. E poi mi sistema per bene in una piccola area di nostalgia per Paul Weller e gli Style Council, condannandomi definitivamente a vorticare su me stesso come una vecchia carta sottovento.

Sono giorni che esco di casa con “Everything you've come to expect” in testa, mi sembra di guardare la realtà con delle lenti giallognole, come gli occhiali di Elton John dei tempi migliori. Esco senza fottermene nulla di come appaia la mia faccia, la mia bocca, i miei modi. Esco fottendomene ancora di più dell'aura che mi porto dietro, bene o male. Queste città sono dei mostri di caos, nervosismo, apparenza lavorata con i trasparenti, sono culi che ti parlano di cose che non vedi come loro, sono burocrati con il tartaro in bocca che si prendono le loro ridicole vendette di mezzo minuto.
Città in cui i telefonini cozzano e si chiedono scusa o si scopano, città di individui che vogliono distaccarsi da umili (e per questo migliori, ma loro non lo sanno) nascite, città di gente che si incazza perché la giustizia non si fa capire e allora diventa bisogno di forca, di diversità, di disgusto. Si parte come Gandhi e si finisce come una copia sbagliata di Maurizio Merli.
Esco, in queste città, con il disco dei Last Shadow Puppets come avatar, non mi farò guardare negli occhi, non mi farò rubare una sola ombra, anche per scherzo. Anche per caso. Chi può rubare l'ombra ad un'ombra?

Mi hanno preso a lavorare per cinque giorni. Per cinque giorni. So quanto mi danno. Cinque giorni di lavoro valgono meno di una playstation usata. Valgo meno di una playstation usata, potrebbe anche essere una nota di merito.
Ci vado e basta. Al datore di lavoro per cinque giorni manco gli sorrido, deve interpretare l'avversario per partito preso, per definizione, perché lui dispone ed io eseguo. Ed in quanto esecutore sottopagato, lui è un nemico e io non voglio la sua confidenza e la sua maledetta bonomia.
Lui mi sorride, lui può permetterselo, mi offre il caffè, sua moglie è gentile con me e potrebbe essere una di quelle mezze madri ambigue che fanno letteratura e maledizione, se solo volessi. Quanti disastri ho combinato, solo per andare a fondo, per vedere di che materiale erano costituite le pareti del pozzo senza luna. Quante cazzo di volte ho preferito imbottirmi di dinamite ed andare agli appuntamenti con un mazzo di fiori mezzo floscio e la matricola della mia anima abrasa. Perché a volte serve, è semplicemente stupendo, sentirsi di seconda mano, sentirsi parte del mercato nero, scegliersi un'area residenziale ma desolata dove incontrare storie che non sono spettacoli, dinastie da filmino, paradigmi del lato giusto della vita.
Il lato giusto della vita, in città di estranei che si tozzano anche per amarsi, è il culo che finge di essere l'anima bella. È il culo a recitare l'Amleto, è il culo a girare come un fiore sotto i raggi uva del cordoglio pubblico d.o.p., sono forme di culo quelle che troviamo come simboli nel segreto della urna.

Il capo momentaneo mi tocca una spalla, è una pacca onesta, sincera. Ma io non la voglio, perché la gentilezza per me è rimasta in quell'epoca che individuo come “gli anni degli Style Council”. Poi inizio il mio lavoro di cinque giorni, e ci vado senza camicia. Perché indossare una camicia per un lavoro sottopagato? Perché presentarmi come uno che deve sembrare adatto alla camicia? Fresca, pulita, stirata? No.
Il mio modello di apparenza esteriore è Sterling Hayden ne “La città spenta”, cravatta storta, sigaretta o stuzzicadenti in bocca, cinismo obbligato, presenza sghemba, incoerente. Niente camicie per lavori di cinque giorni. Ascelle pulite, anche se io non ci parlo alle mie ascelle come fanno in tv, ma niente camicia. Non devono pensare che sono un ragazzo per bene. Che io sia per bene o meno non sono cazzi loro.

La moglie ci gira intorno, mentre io e lui prendiamo accordi. Dev'essere stata una bella donna, lo è ancora. Mi chiedo cosa possa amare di questo tipo. Qualcosa che io non posso capire. Questo è uno che si surfa dentro, e che tintinna di chiavi, di amuleti, di fedi che durano quanto la conveniente appartenenza ad un partito od un'associazione. È mellifluo, il capo dei cinque giorni, e intanto mi spiega cose che già so. So anche che anni fa, sì, anni fa avrei cercato di portarmi sua moglie in un'altra regione, per una fuga di due giorni e mezzo inclusa la separazione. Perché tanto basta a capire che si ha a che fare con un'ombra, un'ombra con i denti. Oggi dico grazie per il caffè e mi metto al lavoro. Senza camicia. Con il disco dei LSP in testa, in testa per bene, con l'orchestra e il basso che cuce, cuce la mia ombra senza camicia mentre mi faccio sottopagare e trattare bene, in una di quelle apparenze che si sistemano con i trasparenti, come nei film degli anni quaranta.

Mentre lavoro in casa sua, vedo alla finestra di fronte uno che somiglia all'attore Chuck Connors. Quanto mi piaceva, Chuck Connors, “The Rifleman”. Uno che fumava tre pacchetti di Camel Lights al giorno, dato certo. Mi piaceva come Sterling Hayden. Facce dure. Da perdenti, da caotici, gente che forse si presentava nei posti migliori senza una bella camicia stirata.
Lavoro facile con “Dracula teeth” che mi suona dentro ed attorno, il pezzo perfetto per poter contare su un cuscinetto esistenziale senza troppe chiacchiere. Cinque giorni che non mi permetterebbero di acquistare una playstation usata. Io una playstation non l'ho mai avuta, è una di quelle cose distanti da me come le stelle buone, quelle che si chiudono nei diari come i fiori secchi.
Il mio datore di lavoro si avvicina con aria disponibile, mi chiede che musica mi piace, mi dice che sono tre giorni che sta male per la morte di Prince. “Come se mi fosse morto un parente, lo giuro”, puntualizza con enfasi. Gli rispondo che Prince era grandissimo, ma faccio morire il discorso perché “Dracula teeth” mi ottunde i riflessi e la parlantina, con quella chitarrina slabbrata e Zach Dawes che intarsia il suo basso in ogni dove, con quel gusto welleriano che adoro. Ossessionato da quel pezzo, da quell'album, mi guadagno i miei cinque giorni di lavoro in nero, sottopagato e trattato bene. Poi verranno i giorni in cui non mi chiameranno, in cui sarò ambiguo con me stesso vestendo i manichini dell'autodistruzione come comparse di un talent, giorni in cui infilerò i fiori con le spine nel cestino permanente ed insonne che sono diventati i miei occhi in questa città ostile, in cui per amarsi bisogna prima sputarsi in faccia con una rabbia senza genitori e senza discendenza alcuna. Rabbia che spunta come una luna terrena in un oceano di culi girasoli che urlano il loro diritto al benessere, all'adozione del lato giusto della vita, la teoria del culo che si agghinda come anima e chiede il pizzo a Dio per una dose di felicità a coda corta.
Continuo a lavorare senza camicia. Verranno i giorni in cui non mi chiameranno, in cui patirò la mia ambiguità. Consumerò Last Shadow Puppets, Richard Hawley, Tail Gators, Paul Weller. Consumerò me stesso, come ho imparato sul campo. Su un campo di culi che si pavoneggiano, con tanto di titolo nobiliare inciso a ceralacca in cieli piccolissimi.
Dracula teeth”, salvami con il tuo refrain. Salvami a tempo e ti lascerò sbavare fuori di me, come tutta la bellezza che non trattengo mai.


Luca De Pasquale 2016














24/04/16

Rondini alla rovescia


Da ragazzino avevo tutta la discografia dei Dire Straits su cassette. Cassette originali. La mia passione per la band di Mark Knopfler era nata con “Brothers in arms”, uscito quando avevo tredici anni. Ero poi andato a ritroso, come al solito, e avevo scoperto che il mio disco preferito era in realtà “Love over gold”.
Mi piaceva tutto di quell'album, ad iniziare dalla cover temporalesca, perché è chiaro che già amavo i fulmini molto più della mia immagine allo specchio.
Mi piaceva il tono confidenziale e “investigativo” delle canzoni, mi piaceva la voce di Mark Knopfler, l'ospitata al vibrafono del grande Mike Mainieri, ma soprattutto mi piaceva l'uso del basso fretless nel pezzo che dava il titolo all'intero lavoro. Un uso, come da tradizione, suggestivo, non virtuoso ma da perfetto contrappunto alla chitarra acustica del leader. Nella coda di quel pezzo John Illsley riusciva con il basso fretless a toccarmi dentro, a prendere per la coda il suono dell'anima che non riconoscevo e mai riconoscerò fino in fondo.
La sera, dopo il ritorno di mio padre dal lavoro, mi sistemavo sul divano verde dello studio, spegnevo le luci e lasciavo andare lo stereo, con quella canzone e soprattutto quei particolari momenti del brano che mi costringevano ad abusare del tasto rewind, rischiando di smagnetizzare il nastro.
Non lo sapevo che quello era il basso fretless. Non sapevo che quello sarebbe stato uno dei suoni placenta della mia intera vita. Non lo sapevo ed era giusto ed opportuno che in quel momento non lo sapessi.

Avevo fatto ascoltare l'album e in particolare quel pezzo di “Love over gold” agli amici dell'epoca, e tutti si elettrizzavano per la chitarra di Mark Knopfler. Sì, bella, d'accordo. Ma io, come un pazzo, come un forsennato, li prendevo per il braccio e protestavo a gran voce: “Ma lo senti quel suono strano? Quel suono lungo, quella specie di densa striscia sonora sotto la chitarra? Lo senti, lo senti? Secondo me è il basso, ma non lo so bene... che dici, chiediamo al commesso di Top Music se ce lo conferma?”
Io sapevo solo che quel suono mi metteva in pace. Forse con me stesso. Sicuramente con il mondo esterno. E fantasticavo. Probabile che avessi già intuito che non esiste un suono abbastanza lungo e profondo da far durare la mia pace più a lungo di un giorno, di una settimana, delle avvisaglie di qualcosa, di un'attesa, di un incontro sotto la pioggia, di un ricordo.
Usavo quella coda di “Love over gold” per prevenire, per guarire, un po' anche per capire. Il brano in sé era bello e seducente, ma solo quel suono in incognito mi raccontava qualcosa di concreto e dolce su quello che poteva frullarmi dentro.

Una volta mio padre entrò nella stanza e mi disse: “Ma perché interrompi sempre questo pezzo e lo rimetti indietro? È folle!”
Volevo rispondergli qualcosa, ma rimasi in silenzio, con uno sguardo stupido e anche un po' spaurito. Forse aveva ragione, ero un deficiente. Ma mi imbarazzava dirgli una potenziale e strana verità, e cioé che quella fase del brano mi serviva per star bene. Per allontanare le tante rondini alla rovescia che mi puntellavano il cielo del cuore di ombre. Ombre precoci e dal fascino inquietante. Quel minuto scarso di quel suono in incognito allontanava predatori, fantasmi, cattivi presentimenti, spingendomi verso una forma di solitudine costruttiva, non cupa.

Come spesso succede, si pensa che ciò che ci fa star bene possa essere utile e riconoscibile per tutti. Ho smesso da anni di pensarlo, ma in quel tempo adolescenziale volevo diffondere il verbo di quel basso in incognito, concludendo che forse ero il solo a sentirlo veramente, perché gli altri non ci facevano caso e non ne traevano il beneficio che invece avvolgeva -sempre per poco- me.
Feci una cassetta ad una ragazza che mi piaceva. Allegai un biglietto al nastro, nel quale le spiegavo che il primo pezzo della mia compilation, appunto “Love over gold”, andava ascoltato con attenzione, soprattutto verso la fine. Scrissi persino il minutaggio dell'incanto: “a partire da 4 minuti e tre secondi fino a 5 minuti e venti secondi, ma quello che vorrei tu ascoltassi di più accade precisamente al minuto 4e41...”

Niente. La ragazza mi ringraziò alcuni giorni dopo, ma non fece alcun accenno al tanto sospirato evento sonoro da me pubblicizzato con tanta enfasi. A prescindere da quel che sarebbe accaduto tra noi, che poi scoprii essere solo reciproca paura di annoiarsi, rimasi molto deluso. Non aveva captato la magia del basso di John Illsley. Quindi non poteva capire cosa riusciva a darmi pace e forse ad allinearmi per un tempo limitato all'universo spensierato dei miei coetanei. Non era colpa sua, mi dissi, e mi diedi del fesso e dell'illuso.
Non posso permettermi, conclusi un po' triste, di cercare di comunicare, per giunta alla mia età, l'entità di una breve panacea sonora alla mia inquietudine interiore. Mi sentivo diverso. Non migliore, assolutamente: diverso sì. E su quella sensazione straniante, pericolosa e tenebrosa ci dovevo costruire un mondo, il mio mondo. Il palazzo di ghiaccio della mia sensibilità, dalle cui finestre potevo osservare le rondini alle rovescia annunciarmi tempeste, inversioni di marcia, azioni scomposte e la perpetua fissazione dell'amore che non si assoggetta alla società e diventa tempio, reame e baita. Anticipazioni di un idealismo suicida, sconfitto alla nascita.

Capita ancora che io ascolti quel pezzo e che mi senta in pace per quel suono di John Illsley. Oggi so benissimo cos'è, come l'ha ottenuto, persino che basso fretless suonava. Tra i miei dischi ci sono i compact dei Dire Straits e anche tutti i lavori solisti di Illsley. Quelle cassette non so dove siano finite. Me le avranno rubate le rondini di quegli anni. Le avrò smagnetizzate alla ricerca ossessiva di passaggi utili a sgombrare i miei cieli.
Non disegno e non penso più alle rondini rovesciate. Oggi mi piace guardare i paesaggi notturni e cercare di non aprire la bocca. Oggi mi capita di stringere il pugno o fumare più veloce per un ricordo che fa male o per una promessa che mi sfugge. Oggi sono meno forte e meno curioso di allora. Non mi sento più in grado di sovvertire il destino con gli ideali. Faccio parte di una generazione fottuta in partenza, sognavamo male e costruivamo sabbia sul maremoto. Il mio palazzo di ghiaccio non è attrezzato per sopportare troppa luce e così mi faccio piacere il principio del buio come atto di quiete. Già questa, in tempi simili, è autentica ribellione.


Luca De Pasquale 2016






21/04/16

Interno Notte 1770 (Nessun inizio, nessuna fine)


Most men lead lives of quiet desperation. I can't take quiet desperation!
Don Birnam

Ho vissuto in tante di quelle topaie che finivano per somigliarsi tutte. Ora, oggi, nella mia memoria sono tutte uguali. E anche molte persone le ricordo come quasi in carta carbone, persone come fotocopie della mia memoria.
Le mie topaie erano tali, ma nei tempi buoni a qualcuno piaceva chiamarle “tane”.
Ricordo una donna che, mettendo piede in una delle suddette mansarde per nuovi poveri, si sbalordì della piccolezza dell'ambiente e disse: “Ma come pensi che una donna possa mettere piede qui dentro?”
Intanto, lei ce l'aveva messo.
A quella donna, o forse no, non era lei, proposi di guardare insieme “Giorni perduti” di Billy Wilder, uno dei miei film culto. Ce l'avevo dentro come un totem, lo scrittore alcolizzato Don Birnam. Ray Milland in quel film è stato incredibile, espressivo come non mai, un'icona di caduta. Film culto, film manifesto. Non so se quella donna ed io lo abbiamo visto insieme, no, forse non era lei. Le persone nei ricordi finiscono per somigliarsi tutte. Come le case. Come le parole di rimbalzo e di circostanza. Come le amicizie usate come dolce o ammazzacaffè, come spaghetti, come sedimento, come schiamazzo di quiete, come carta per pulirsi il culo.

Oggi ricevo i complimenti per un appartamento più spazioso. Li incasso, li deposito. Ma non fanno tesoro a sé, queste osservazioni. Deposito e non lascio che il mio processo di erosione si fermi per due parole gentili.
L'amico è curioso di vedere come mi sono sistemato, perché da come mi sono organizzato mi giudicherà come persona e mi inserirà in qualche sua astratta categoria mentale. Si farà un'idea della mia vita e del mio agire nel mondo a seconda della pulizia del mio cesso, del prossimo libro che scriverò, della musica che sto ascoltando, dal numero di persone che sento più o meno con frequenza.
E così, lui gira tra le mie cose, mescolando osservazioni neutre, ricordi smangiucchiati dagli anni e dalle distanze, e poi mi chiede in prestito un libro. Ma io non presto libri, non presto dischi, e soprattutto non mi presto in prima persona.
La cosa assurda è che questo tour di casa e di quello che gli sembrerà la mia anima si svolge in stanze spoglie, scarne e spartane come da tradizione, con in sottofondo un pezzo deep house di Diego Krause, liquido e magmatico, che sembrerebbe più adatto a strusciarsi in discoteca, infilarsi la lingua nell'orecchio e prepararsi mentalmente ad una penetrazione in piedi.
La musica c'era da prima che lui venisse e non l'ho tolta. Tutto qui.

Il caffè è pronto. L'amico mi dice che la mia cucina è grande ma andrebbe organizzata diversamente, tipo gli open space americani. Neanche gli rispondo sulla cosa.
Novità, allora?”
In che senso?”
Hai novità?”
Tutti hanno novità. Altrimenti si muore”
Sei filosofico”
Quando dormo più di tre ore per notte riesco ad essere un po' filosofico, lo ammetto”
Io ho una donna nuova”, mi spara lì.
Come fosse un'automobile, una ristampa dei Pink Floyd o un cambio di assicurazione.
Ti faccio i miei complimenti”
Lei è molto innamorata di me”
E mi colpisce che mi dica prima che è lei ad essere innamorata, mentre avrebbe dovuto fare il contrario. Il solito narcisista. Che noia.
Mi descrive la sua donna come farebbe con la carrozzeria dell'auto nuova, per l'appunto. Condisce la cosa con aneddoti di cui non mi chiava un cazzo, ma sono assertivo ed interagisco, perché in quei fottuti corsi di formazione aziendali mi hanno insegnato che la stupidità formulistica è assai apprezzata.
Dico solo “sì”, “davvero? Diamine!” e qualche volta uso vocali senza consonanti appoggiate. Perché io non mi presto, no, ma non mi appoggio nemmeno. Agli altri non mi appoggio quasi mai. Faccio come i ghiacciai che non osano appoggiarsi ad altro ghiaccio e crollano nel mare in un frastuono che non distrugge mai veramente il silenzio.

Poi Erminio, mi sembra che si chiami così, così lo chiamavo qualche anno fa e quindi dovrebbe essere giusto, mi chiede dei pareri sui miei “amici scrittori”.
Di chi parli?”, chiedo.
Amos Cima, Italo Salieri, Manta D'Ambruoso e Virgilio Turchese”
Non vedo e sento queste persone da un centinaio d'anni”
Sono tuoi colleghi, però”
No”
Non li consideri scrittori? Sei polemico, non li sopporti?”
Io non mi considero scrittore”
Strabuzza gli occhi, si muove come un'alga, assume un'aria compassionevole da post-catechesi: “Non dire così, non abbatterti”
Non abbatterti? Dico, questo Ermete, anzi no, Erminio, non ha capito davvero un cazzo.
Vedrai che qualcosa cambierà”, chiosa.
E salutami Luigi Tenco, testa di cazzo.
Guarda che non era una dichiarazione depressiva da sconfitto. Non mi considero scrittore, mi considero uno. Un uomo, possibilmente”
Ah, in senso umanistico...”
Ma pensa quello che ti pare, Erode, anzi Erminio, credo.
Sei venuto nel mio tempio spopolato, una casa che acquista bellezza e spettri dopo il tramonto, sei venuto tra le mie cose a giudicare, a fare triangolazioni, a dirmi che una donna è innamorata di te, a chiedermi notizie e pettegolezzi su persone che ho dimenticato e che mi sembrano tutte uguali. Come le topaie abitate in passato, pagate in modo disdicevole rispetto a quanto offrivano. Sei venuto qui per l'ammazzacaffè, per farti un'idea, ma questa è tutta roba che scivola, che scivola nella notte.
Intanto, in salotto Diego Krause continua a pestare duro e morbido con quella deep da kamasutra italiano senza profilattico e lingue che sanno di amaro e vodka sulla pista di una discoteca. Musica che mi piace, che mi muove, ma che non c'entra un cazzo con la visita di questo Ettore, o Emischillo o Ermete, ora quasi non ricordo più.

Tra poco andrà via. Si farà la sua idea. Deciderà se farsi vivo di nuovo o scomparire per sempre. Deciderà se presentarmi o meno la sua Dea Innamorata, se discettare con me di musica o letteratura, anche se non gli posso raccontare fatti privati di scrittori noti regionalmente e oltre.
La verità è che questo Ennio, Etneo o Ermete è venuto in questo tempio senza pulpiti, senza acquasanta, senza vetrate che fanno fede, è venuto qui, nel mio interno notte, trovando sulla sua strada un Don Birnam senza bottiglia e senza cappello. Non oltre, per quello che serve a lui, non oltre, per quello che divento io dopo il tramonto.
Semplicemente un interno notte che non si appoggia.

Luca De Pasquale 2016









20/04/16

Trovati qualcosa da amare e falla a pezzi


E arriva la notte, che è solo l’altra forma del giorno.
Che è solo l’altra forma della notte.
M.C. Escher

Stanotte sono tutto elettrico, sembro una di quelle creature degli abissi un po' trasparenti, luminose, inquietanti e silenziose, che dall'abisso provengono e allo stesso improntano ogni possibile idea di ritorno.
Il balcone è illuminato, ci sono le candele, c'è un buon odore di cibo e le persone attorno sembrano più belle ed interessanti di quello che in realtà dovrebbero essere a lungo termine.
I maschi, tutti amichevoli, quasi brillanti, ognuno di loro sembra avere un suo senso ed una sua profondità. Si direbbe che potrei frequentarli tutti, uno ad uno ed anche insieme. Come stasera. Si potrebbe diventare veri amici anche in tarda età, se solo fossero davvero quello che appaiono stasera.
Per le donne, il ragionamento è simile.
Sotto questa luce, su questo balcone, sono tutte interessanti, con qualche elemento che le rende belle e diverse; con ognuna di loro potrei iniziare una storia. Facile o difficile, non importa.
Con ognuna di loro potrei comunicare profondamente, potrei vidimare il mio innamoramento o sprigionare, in omaggio a cotanto fascino, quel quid che potrebbe servire a sedurle. Perché sono un uomo ancora giovane ed in fondo non mi sono ancora suicidato. E perché di notte posso essere più attraente, soprattutto con questa luce viola ed un po' ambra, con le candele sui tavoli e le sedie che profumano di salsedine e gelsomini.
Ma, appunto, è questione unicamente di luce. Di luci, di angoli curati, di scorci suggestivi, di supposizioni che ti fanno immaginare gli uomini tutti intelligenti e stimolanti e le donne di questa serata come creature da amare, sedurre, da osservare con rispetto e devozione mentre ti concedono spazio, mentre dormono, mentre ti tradiscono, mentre godono con te o con quello che volevi essere.

La mia mano che tiene la sigaretta mentre parlo con C. sembra affusolata e forte, elegante e fragile, sembra l'estensione di un uomo bello e più attivo sul fronte dell'amore che su quello della morte.
La mia voce è virile ma leggera, come una carezza, come una tentazione, come una maledizione da cassetto, da archivio.
La sua voce mi chiama continuamente, ripete il mio nome un'infinità di volte, Paolo, Paolo, Paolo. Paolo. Ogni volta che pronuncia il mio nome, mi viene subito da pensare che potrebbe essere qualcosa. Ma è solo perché pronuncia il mio nome.
C. mi parla a pochi centimetri dal volto e lo so che se ci baciassimo la scena ricorderebbe un film. Un bel film di curiosità, di vitalismo, di destino che si scopre ed emette la sua luce. La luce. Qui è tutta questione di luci, penso ancora mentre parlo con lei e non so nemmeno cosa dico, fino a dove mento e bluffo, forse cerco solo di piacerle perché posso essere un qualsiasi pezzo di merda in cerca di sicurezze da ricucire.
Il volto di C. è rischiarato da una candela azzurra, questo forse può smuovere il terriccio dai miei sogni, richiamare gli unicorni mai esistiti e mai attesi, può farmi fraintendere l'idea dell'approccio umano, trascinandola in una vasca gelida dove il lupo sommerso è fermo da millenni in perenne agguato.
Paolo, Paolo, Paolo che pensi, Paolo mi ricordo di te, Paolo come sei fatto?
Le piaccio, mi piace? Questione unicamente di scenario. Siamo solo fantasmi, non ci somigliamo, mi ripeto tutte le volte che il suo sguardo mi ricorda un invito o un'opportunità, e nessuno può davvero certificare che io sia più affine all'amore che alla morte.

Sono state molte le donne che mi sono piaciute per questioni di scenografia, di ambientazione, di carta da parati onirica. E sono piaciuto per lo stesso motivo. Poi il velo si squarciava e finivamo per trovarci in uno squallido ufficio di collocamento sentimentale, con l'impiegato imbecille che non sa trovare le pratiche, le penne per firmare che non scrivono e il cesso intasato di merda, da uno di passaggio. O forse da un mio sosia. Il mio sosia ingenuo. Quello da uccidere.
Quello da seviziare, mentre tutte le statue ridono, le statue di Cupido, le statue di Canova, di Escoula, le statue che siamo quando aspettiamo l'amore, la giustizia, l'intervento di un dio assenteista, sostituito, cospiratore.

Ogni cosa, in questa serata e con questa luce, è artefatta, pilotata, ogni cosa è protetta da un'apparenza gestita con le tinte giuste.
Diamo l'idea di essere tutti veri ed autentici. Un'idea assurda.
Si ride mentre si mangia, si fuma, si beve. Ci sono sguardi, c'è musica, e addirittura si paventa una caotica progettualità personale e collettiva che starà a noi organizzare e sezionare nel modo migliore. E poi Paolo che pensi, Paolo che pezzo è questo?, Paolo mi offri una sigaretta?
Guardo più volte le gambe di C., le trovo belle. Penso di poterle desiderare. Mi domando se le guarderei con lo stesso senso dell'ignoto e della scoperta, se lei fosse la mia donna. Sono gambe abbronzate, perfettamente depilate e sconosciute. Sono abbastanza stupido per scambiare la non familiarità per amore potenziale. Sono abbastanza scontato da chiudere gli occhi davanti a specchi d'acqua che ho visto solo da lontano. Sono abbastanza ferito da non chiedermi se si annega o si nuota. Mi contento della luce: come le falene sotto la lampada.

Ma dentro di me, mentre mi accorgo di non seguire più i discorsi di C., mi rendo conto che c'è un fil di ferro, quello delle marionette, che sporge dai miei fianchi e tende come un arco verso la luna.
Un ponte che si interrompe in più punti, come la vita affettiva di ognuna delle persone che ho conosciuto, incluso me stesso.
E la guardo quella luna, quella testimone silenziosa, quell'astrazione onirica che carichiamo di significati, e le chiedo ragione dei miei morti, del mio tempo così veloce, nervoso ed autodistruttivo, le chiedo perché per amare abbiamo bisogno di scenografie, palchi, panorami. Perché non ci basta mai l'odore degli altri e il minuscolo trampolino sul quale esitiamo prima di scegliere, di ferire, di baciare, di chiedere aiuto, di invocare pace.
Domande da lupo o da fantasma, domande senza musica, con i sorrisi sordi degli altri che arrivano sui miei vestiti, come le mani di donna che cercano la consistenza della mia pelle per capire l'anima e intuire il fuoco del sesso, per sondare la bontà delle mie intenzioni, capriccio o durata, contenitore accogliente o lancette consumate? Bordo o sponda, ultimo albero sul precipizio o prima tappa di una sosta? La mia pelle non risponde mai. A me, la mia pelle non ha mai detto nulla.

Tra qualche ora le candele saranno spente, la pattumiera di questa casa sarà piena di residui di cibo e qualcuno tra noi si sceglierà per il resto della notte. La luna resta lì, sciantosa da serenate, regina dei lupi, puttana stanca. L'orologio sul mio comodino mi dice che sono un uomo ancora giovane, uno che non si è suicidato. Ma non si può piacere solo per questo.
Paolo qui, Paolo lì, Paolo chiamami, Paolo ti chiamo, Paolo mi sembra di conoscerti. Paolo è fil di ferro. Da specchi d'acqua sconosciuti alla cornice della luna, Paolo è solo una serie di ponti interrotti e respiri che corrono verso la sottrazione. E allora.
E allora, se tutto nasce da una scenografia, allora trovami, amami pure, ma fammi a pezzi. Per favore.

Luca De Pasquale 2016












19/04/16

L'incantatore di passere


Un conoscente mi telefona, preso da un entusiasmo incontenibile.
Ha scritto un libro. Sì, un libro. Quelli con la copertina, quelli che ci metti la foto in retrocopertina mentre guardi il tramonto, o ti tieni una mano sotto il mento accanto ad un pc di ultima generazione. Quell'oggetto che ti permette, oltre la laurea e i master, di poter dire a chiunque, con sommessa alterigia “io ho ANCHE scritto un libro”.
Lui si chiama Benny Pietrardente, lo conosco poco, pochissimo. Decenni fa venne ad una mia presentazione, acquistò una copia del mio libro e poi, nel casuale incontro successivo, ci trovò svariate pecche. Usando aggettivi che ricordo solo per la mia buona memoria, tant'è che non mi sono ucciso per la sua scarsa convinzione: “immaturo”, “gratuitamente provocatorio”, “opinabile in alcune pagine”, “un po' noioso”.
Io gli sorrisi e incassai. La storia dei complimenti con riserva per cercare di farti a pezzi è una vecchia attitudine di molti. L'infame meccanismo del “sei bravo, ma...” è merce così scontata che solo un cazzone potrebbe prendersela sul serio.
Benny è su di giri, mi dice che il suo libro è un libro on demand ma che lui non ha pagato per pubblicarlo ma è comunque on demand. E chi lo domanda?, mi chiedo.
Il titolo è ornitologico e spirituale, “L'incantatore di passeri”. Mi trattengo davvero a fatica per non esplodere in una risata sguaiata.

Trattasi di un giallo psicologico”, mi dice Benny.
Molto originale, soprattutto di questi tempi”
Vuoi sapere la trama?”
Il plot?”
No, la trama”
Okay, dimmela”
Dunque, c'è questo poliziotto in pensione, Gennaro Miracolo, che indaga sulla morte della cognata di suo fratello. In una Napoli piovosa e bellissima, con elementi di Parigi e Praga... Gennaro Miracolo ha un aiutante che si chiama solamente Gomez ed è un messicano napoletano...”
Tutto questo è stupafacente. Ti supplico di continuare”
... Miracolo e Gomez vivono varie peripezie, tra le quali quella di restare chiusi nel cimitero e anche nella Cappella di San Severo... e anche all'università Federico II, facoltà di lettere...”
Un po' di attenzione in più sugli orari di chiusura no?”, dico, ma lui nemmeno capisce la battuta/obiezione.
... poi ad un certo punto Gennaro Miracolo conosce una ragazza bellissima e anche molto bona che si chiama Jirina Sosnowiecz, è una polacca con un seno meraviglioso e la passione per il canto, una vegetariana che ha un passato di assassina... e che ha vissuto le tragedie del comunismo polacco”
Sempre più appassionante Benny, ti giuro che ho la pelle d'oca...”
... poi si scopre che c'è un arabo dietro tutto, uno che forse fa parte dell'AISIS... ma non voglio dirti altro... te la compri una copia da me? Ti faccio uno sconto di un euro e te lo autografo pure. Mi sembra una cosa carina, no?”
Carino sarà il tuo culo, penso, ma gli rispondo: “Benny, sono in bolletta, guarda che sono ancora un lavoratore in mobilità... quanto costa questo libro?”
A te te lo faccio nove euro... mi dispiace per il tuo lavoro, ma qui siamo tutti in crisi, io pure che ti credi, faccio i salti mortali...”
Ma certo. Per quel poco che so di lui, Benny Pietrardente vive in un appartamento che gli hanno regalato i genitori ed incassa pure il fitto di un appartamento intestato al padre. In più, ha un comodo lavoro come consulente finanziario, cosa che gli consente di avere orari elastici, tipo 11,30-16,30, con possibilità di non andarci proprio previo telefonata di avviso.
I suoi capelli sembrano quelli di Barbie impiantati su un corpo d'uomo, praticamente somiglia all'ex calciatore Caniggia ed ha tatuato sul braccio destro un motto cinese e una specie di croce runica che non sa neanche lui cosa cazzo significhi. Si mormora che piaccia molto alle donne e lui, ovviamente, non fa nulla per smentire questa diceria. Anzi, quando parla lascia intendere con grande piacere ed ebbrezza che si trova perennemente in guai seri con affascinanti esponenti del sesso femminile. Anche se la sua vita è comoda, apparentemente ben riuscita e calzante con i suoi sogni, è in aperta competizione persino con un decadente westerner come me.
D'accordo Benny, nove euro te li dedico...”
Tra scrittori dobbiamo essere solidali”, fa lui.
Questo è giustissimo”, rispondo io, falsissimo come mi è richiesto. La solidarietà tra scrittori è una questione più utopica dell'orgasmo femminile, dello scudetto della Fiorentina, quasi quasi più improbabile ed inverificabile della collocazione a sinistra del Partito Democratico.
Io il tuo libro lo comprai”, aggiunge lui, acido e suadente.
Tiè. Me l'ha lanciata, la zeppata. Come dire, “non mi piaceva, era una merda, ma la marchetta con te l'ho fatta, ora falla tu con me, stronzo”.
Ed io la faccio. Non per debolezza, solo perché voglio togliermelo dai coglioni, lui e il suo passero del cazzo. A proposito di passeri. A proposito di passeri. Quasi dimenticavo.
Una sola curiosità, Benny: perché il libro si intitola 'L'incantatore di passeri'?”
Sento una risatina, dall'altra parte. E ridi.
E va bene Luca... giusto perché sei tu... giusto perché siamo tra SCRITTORI... perché tu sei un ottimo scrittore medio, anche se non hai trovato ancora una tua dimensione a mio modesto avviso... e comunque, saranno proprio due passeri ad aiutare Gennaro Miracolo e Gomez a sbrogliare la matassa e risolvere il caso... ma ripeto, non voglio dirti altro... il libro lo compri... e allora non rovinarti il finale...”
Ma certo che te li sgancio i nove euro, cane. Strozzatici. Infilateli su per il culo.
Solidarietà tra scrittori, ci mancherebbe.
Ah Luca... siamo anche tra uomini, oltre che tra scrittori, no...? Beh, il titolo è anche un doppio senso...”
Strano Benny, non ci avevo pensato... Sarebbe?”
... dai, non fare l'ingenuo... il titolo originariamente parlava di 'passere' e non di 'passeri', ma l'editore me l'ha bocciato... sai quel moralismo? Il fatto è che uno scrittore, rispetto all'uomo medio, per forza di cose, ha più facilità con... la passera! Ah, ah, ah! Dico giusto? Dico chiaro? Tu mi capisci, ne sono certo...”

Ora posso anche morire. Dopo un'allusione così elegante, posso anche dire addio al mondo. Ma in fondo no. Voglio prima leggerlo, “L'incantatore di passeri”. Potrebbe contenere qualche passaggio interessante. Potrebbe aprirmi ad una nuova visuale sul mondo, potrei innamorarmi di questo Gennaro Miracolo, di Gomez, di Jirina, di Napoli che somiglia a Praga e forse anche a Capracotta, chissà. E poi c'è la solidarietà tra scrittori. Tu fai un complimento fasullo a me, mentre il tuo solo scopo è di sopravanzarmi ed appoggiarmi le palle in bocca, ed io rendo la pariglia con un bel sorriso.
È il mondo. È il saper stare al mondo. Sono i rapporti. Sono i rapporti sociali. L'innocuo utilitarismo di ogni categoria reale o presunta. Bisogna farsi furbi per ottenere attenzione. Bisogna usare i passeri, inventarsi i messicani, costruire figure di modelle polacche assediate dai fantasmi del comunismo.
D'accordo. Faccio ammenda. E il libro lo compro sul serio, anche se l'ornitologia non mi appassiona.

Luca De Pasquale 2016

15/04/16

Fiammiferi, petting nei portoni, biografie ridondanti


C'è un modo di perdere più lentamente”
Robert Mitchum, "Out of the past", 1947

Giro mezza città per trovare fiammiferi. Tutti mi propongono gli svedesi da cucina, ma io voglio i piccoli. I “cerini” di una volta. Sono quelli che esaltano il gusto della sigaretta. Sono quelli che ornano al meglio il rituale.
Dopo una ricerca di ore, finalmente li trovo. In una vecchia tabaccheria dove una donna un po' sorda ci mette tre minuti per capire cosa desidero.
Del resto, mi è sempre stato difficile far capire cosa desideravo. Sempre.

Esco dalla tabaccheria e subito faccio partire il rito. Solo che il fiammifero perde velocemente la capocchia perché la scatola, cazzo, è umida. Ci riesco al terzo. Al terzo desiderio.
Mentre accendo, con la coda dell'occhio mi accorgo che ci sono due figure rintanate in un portone semiaperto. Sono un uomo ed una donna. Si stanno baciando, e per quell'istante che guardo per davvero intercetto le loro lingue. Si toccano, si baciano profondo, lui accenna a spingere. Come un coniglio. Come un cane con la rogna. Se non fossero le quattro del pomeriggio, scoperebbero. Non è escluso che lo facciano. Amanti? Una coppia che si è ritrovata? Amici che hanno deciso di provarsi? Coniugi con il gusto del sommesso esibizionismo? Non me ne frega niente. Assolutamente niente. Sono solo le avvisaglie di un coito come un altro. Niente di metafisico, niente che stiri l'anima. Scopare. Ansimare. Venire. O forse no. E poi questi non mi sembrano disperati. Questi due stronzi vogliono solo godere. Provare benessere. Come una vacanza. Un messaggio. Una sauna.
Questi due stronzi vogliono solo una dose di piacere. Semplice e lineare piacere. Mi sembra una cosa assurda, non volere altro. Molte persone scopano con lo stesso spirito che vien fuori se si accende uno di quei finti camini con le fiamme fasulle. Molti scopano solo perché stanno insieme. Perché devono farlo. Forse contano pure i giorni. Scopano perché si fa, e perché qualche volta, durante e dopo, si sta bene.
C'è gente che scopa meglio in contesti affascinanti. Come i personaggi di Beautiful. Scopano meglio in vacanza, mentre il mare sciaborda, su una barca di notte. Molti scopano per sigillare: sono dei mostri di ceralacca, e i loro umori sono solo roba turistica, roba che non significa niente, il solletico sotto l'idea di Dio. Come le scopate/letteratura, che fanno schifo, con tutto quel sussiego e quella solennità da imbecilli. Poesia e penetrazione non vanno d'accordo, alla faccia degli esaltati che pensano di produrre dell'ottima letteratura dopo una strippata di sesso (forse) esaltante.
Ma sono troppo severo. E così, allontanandomi, distante dalla minima smania voyeuristica, penso che quei due continueranno altrove più sul serio. Nulla è da escludere: che girino un video da riguardare nei momenti di stanca, oppure che si innamorino ancora di più, se in qualche modo si amano.

Io ho i miei fiammiferi umidi e dunque non me ne fotte più di niente, sono a posto. Mi hanno regalato un libro che ho fatto volare contro il muro della stanza, mentre provavo a leggerlo. Un libro con pretese motivazionali, come riuscire, come cambiare le carte in tavola e le chances, come relazionarsi al lavoro e ai compagni di lavoro. Detesto questa robaccia. Penso che a scrivere questa merda siano solo psicotici, gente con evidenti problemi mentali. Mi rifiuto di leggere un libro infarcito di regole cervellotiche, insensate, borghesi e padronali, commerciali e consumistiche, regole per schiavi che finiscono pure per crederci.
Non credo nei marchi, nelle sigle, odio qualsiasi forma di aziendalismo e di appartenenza commerciale. Questo mi fotterà. Ma mi ha già fottuto altre volte, non è una novità. Bill Gates non è mai stato un eroe, per me. Con tutto il rispetto, di quelli come lui non mi interessa molto.
E non mi piacciono le biografie che si ripetono e che non dicono nulla di nuovo. Conosco un tipo che ha scritto dodici libri su Miles Davis e non ha mai detto un cazzo di nuovo. Scrive sempre le stesse fesserie e le spaccia per nuove, per conoscenza che si sedimenta e si rinnova in un magico gioco di meraviglie. Dodici libri inutili, sempre con quella foto in retrocopertina, quella faccia da segaiolo egotista.
Ma conosco anche molti che aspirano a scrivere dodici volte lo stesso libro, senza avere nulla da dire. Nulla di rilevante, mi si creda in parola. Io almeno lo dico, sono spesso un tronco vuoto con un inferno farcito dentro. Sono un pezzo di natante finito su una spiaggia, non sono un prezioso scrittore e della bella forma, della parola che si pavoneggia, ci faccio falò, continuamente.
Non sono un innovatore e non sarò mai un tradizionalista. Non mi credo in possesso di un dono, mi credo invece in possesso di ottimi fiammiferi umidi. Per accendermi, di notte e di giorno. Per spaventare i miei pigmei dell'inferno e riscaldare i pochi angeli a cottimo.

Sulla strada per casa incontro un piccolo cane nero. Mi annusa, mi gira intorno, familiarizziamo ma non mi fermo. Non mi fermo mai. Il tempo mi sfugge da dosso, perdo pezzi ad ogni passo, tiro dritto, senza l'arroganza dell'unto da non si sa cosa, senza la pretesa dell'unicità. Sono uno che usa i fiammiferi. Sono giorni che ascolto blues, scrivo, fumo e tiro dritto. Nessuna nostalgia mi eccita sul serio. La nostalgia mi annoia mortalmente.
Non c'è niente che costruisca tradizione, attorno a me. La tradizione merita spesso agguati. Agguati vili, forse vuoti, isolati atti di eversione che confondano le stupide regole precotte.
Me lo avevano detto da bambino: stai attento a come parli, a come scrivi, a come ami, a come guardi. Ma io pensavo di aver capito già tutto. E quando i miei piani sono andati gambe all'aria ho iniziato a dormire di meno, perché dovevo capire. Dovevo tornare indietro ed apprendere di nuovo. Dalla strada, dal tempo che si perde.

A casa, sistemo la scatola di fiammiferi in un posto asciutto. La cura termale dei fiammiferi. Penso per un istante a quei due che facevano petting.
Nessuno mi fa godere come te”
Anche tu sei un sogno bambina, con le altre non era così”
Dove eri nascosto, uomo incredibile?”
Oh amore, sei una fata...”
Nonsense. Quasi come l'ennesima biografia di Miles Davis scritta dallo stesso mitomane o come i libri motivazionali. Io voglio solo dei fiammiferi.
Li ho avuti.

Luca De Pasquale 2016