28/03/16

La boxe di notte, annegando piano


Since I've retired, I eat less, weigh less, train less and care less.”
RAY “BOOM BOOM” MANCINI

a mio padre, ad Alexis Arguello, ad Arturo “Thunder” Gatti

Tiro a tardi. Tiro a tardissimo.
Guardando una marea di vecchi incontri di boxe, finché non mi rendo conto che siamo in piena notte e la luce fuori è di quello strano blu annegamento che costringe a dormire.
Quando guardo la boxe dimentico tutto e tutti. È un'altra dimensione, ideale, privata, orgogliosa, un mondo deciso e definito fatto di rispetto, di coraggio, di regole e tecnica, di rabbia e poesia. Violenta e necessaria poesia.
Sono un grande appassionato di boxe sin da quando ero bambino, ma mi accorgo che non lo sa praticamente nessuno. Il pugilato mi piace molto più del calcio e del tennis, che comunque seguo molto. Non l'ho mai considerato solo uno sport, per me è davvero la nobile arte.
La mia Pasqua passa così tra Roberto Duran, i fratelli Klitschko, Robert Helenius, Aaron Pryor, Sergey Kovalev, Michael Spinks, Thomas Hearns, Manny Pacquiao e mille altri. Un colpo dopo l'altro, ripercorrendo serate, nottate, l'attesa dei match con mio padre e da solo. E non scendendo quasi mai sotto i pesi leggeri, salvo eccezioni, perché mi sono sempre piaciuti i pugili giganteschi ma agili, scaltri ma piazzati.
E mi rendo conto, quando spengo la mia notte amarcord di boxe, che i pugili più amati sono stati per me una sorta d'orologio, di originale marcatempo, barriere divisorie e comunicanti tra più vasche di passato. Il Luca che amava Salvador Sanchez non era chiaramente lo stesso che impazziva per Ray Mancini. Se scavo nella memoria, mi accorgo di non aver amato solo i campioni, anzi. Ho seguito anche i losers, i casi persi, i mezzi criminali, gli sfortunati, i mercenari, quelli che dopo inizi promettenti sono finiti a fare gli sparring partner e i test “facili” dei campioni.
Non a caso, sabato notte ho seguito il match di Bjoern Blaschke, tedesco, 37 anni, contro il kazako Artur Mann, per la categoria dei massimi leggeri. Era chiaro dalle prime battute, ma già leggendo i record prima del match, che Blaschke non aveva alcuna possibilità di prevalere. Blaschke era a tutti gli effetti un test di Mann, ma io ho tifato per il tedesco fino al suo ritiro per uno strappo: Blaschke era indietro di almeno sei punti al momento dell'interruzione.

Assistere ai match di pugilato è per me un momento di pace. Un'oasi nel cemento, nella noia, nel delirio sempre meno tollerabile del calcio e del tifo calcistico. Eccezion fatta per Floyd Mayweather, che è risultato lo sportivo più ricco del mondo, non si possono nemmeno raffrontare i due sport, a livello economico. E il mondo della boxe è pieno di magnifici perdenti, di storie difficili ma spesso dignitose e vere come il calcio non sa essere da tempo.
Ricordo che da bambino mi emozionai moltissimo perché in un ristorante di Acciaroli, insieme ai miei genitori e al collega di mio padre Sidro (che era solo Sidro, il suo nome l'ho scoperto solo da qualche anno) incontrammo il manager Elio Cotena e il pugile Nino La Rocca. Solo che a mio padre non piaceva La Rocca; gli preferiva Mike McCallum e Don Curry. E anche io. Però mi emozionai lo stesso, perché ho sempre rispettato molto l'ambiente del pugilato e chi ci stava dentro, c'era una specie di sacralità in quell'universo così apparentemente lontano da me, ragazzetto di buona famiglia con il dono della favella e una strana, costante fascinazione per emisferi borderline.

Ho conosciuto anche persone un po' stupide, le quali si stupivano che amassi tanto la boxe, visto che non frequentavo palestre e non avevo mai ufficialmente tirato un pugno a nessuno. Sono sempre stato un peso medio, solo nelle estati del 1991 e del 1992 sarei rientrato perfettamente tra i supermedi ed i mediomassimi. Oggi so che praticare pugilato mi avrebbe fatto molto bene. Ma sono appesantito, fumatore seriale ed il vizio di attività intellettuali più proficue mi renderebbe ridicolo in quel contesto. Peccato.

Ho una cartella sul desktop del mio computer: l'ho chiamata semplicemente “boxe”. Dentro ci sono tonnellate di foto, articoli e link, memorabilia sul mio sport preferito. Stamattina, al risveglio, le ho viste tutte, quelle foto. Ho fatto come dopo una notte d'amore, quando sei spinto ad odorare gli abiti e le cose della tua partner. Quando vuoi ricordare, capire, trattenere.
Ogni pugile e ogni match storico, un po' come i dischi, mi ricorda momenti, fasi e pensieri della mia vita. Anche persone. Non c'è niente da fare, la boxe sarà sempre indissolubilmente legata alla figura di mio padre, l'uomo più pacifico e mite che io abbia mai conosciuto. Infinitamente più mite, gentile e aperto agli altri di me. Mio padre era un uomo buono e disponibile; molti hanno approfittato di questo ed io sono ancora qui, tanti anni dopo, a fare la sua guardia del corpo, anche e soprattutto in assenza.
Ricordo come si entusiasmava per quegli incontri che guardavamo, fumando tantissimo, in piena notte. Mia madre si raccomandava sempre con lo stesso tono amorevole, “non fumate troppo e aprite le finestre, per favore”.
Niente. Eravamo in trance, insieme. E quasi sempre tifavamo per gli stessi pugili. Ci dividemmo solo su Hagler ed Hearns: lui prese Hagler ed io Hearns. Vinse Marvin “The Marvellous” Hagler ed io sorrisi a mio padre, sconfitto.
Ho ancora negli occhi la gioia di mio padre quando Holyfield demolì Mike Tyson. Mio padre detestava Tyson, diceva che era uno sbruffone ed un teppista. Holyfield, con i suoi pantaloncini viola, fu una furia e mio padre ed io festeggiammo andando a dormire dopo le tre del mattino.

Ma il ricordo più bello di mio padre, di quelli legati al pugilato, ce l'ho in merito alle sconfitte che misero fine alla carriera di Ray “Boom Boom” Mancini. Assistemmo infatti alle quattro pesanti sconfitte che spinsero Ray a ritirarsi, le due con Livingston Bramble (che odiai) e quelle con Hector “Macho” Camacho e Greg Haugen. Ero affranto. Adoravo Mancini, era un pazzo, combatteva senza guardia, sembrava fottersene completamente delle conseguenze. Mio padre, dopo la sconfitta di Ray con Haugen, vedendomi tristissimo mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ci puoi fare niente, Mancini è uno che rischia troppo. Per questo perde!”
Già, papà. Già. Lo so.

Luca De Pasquale 2016

Arguello-Escalera

Bjoern Blaschke






Manny Pacquiao

Michael Spinks

Michael Dokes

Oscar De La Hoya



Robert Helenius

Roberto Duran


Salvador Sanchez

Sergey Kovalev




Vitali Klitschko VS Briggs

27/03/16

Lotta di classe, Jon Anderson, Weather Report, Pino Daniele e Spandau Ballet


Nel maggio del 1985 acquistai il vinile di “Sportin' life” dei Weather Report. Solo perché mi piaceva la copertina. Cosa potevo capire a tredici anni di Weather Report? Solo in seguito, ma molto dopo, scoprii che si trattava della band nella quale aveva militato Jaco Pastorius. Comunque il disco mi piacque abbastanza: era molto diverso dalle cose che mi affascinavano di più -Spandau Ballet, Bryan Ferry, Supertramp-, ma mi incuriosiva e lo ascoltai più volte con estrema attenzione.

Esattamente tre anni dopo, forse era giugno del 1988, acquistai un vinile che aveva una copertina estremamente simile a quella di “Sportin' life”: si trattava di “In the city of angels”, il quinto album solista di Jon Anderson degli Yes. Quella volta la scelta fu più autentica, perché avevo chiesto ad Armando, il glorioso commesso di Top Music, un disco con un buon basso. E lì c'erano Mike Porcaro dei Toto e Jimmy Haslip degli Yellowjackets. Pochi anni dopo, mi innamorai della musica degli Yes, e naturalmente di Chris Squire. Però mi colpì molto la somiglianza tra le due copertine, che raffrontai più volte a casa: lo stesso azzurro di fondo, su una c'era una nave stilizzata, sull'altra un aereo. E poi figure che mi piacevano. Non mi venne in mente di confrontare l'illustratore, che più tardi scoprii essere lo stesso: Gerry McDonald, autore anche di una cover per il grande Lenny Bruce.

Erano, quelli, anni gonfi di strane speranze. Mi sembrava di avere a disposizione più di cento anni. Mi sentivo onnipotente, parzialmente depositario di chissà quali verità incontestabili, ero quello che leggeva, ero quello che iniziava a scrivere, ero quello che stava scoprendo la bellezza delle donne. Mi sentivo pronto ad innamorarmi della prima che riuscisse a rapirmi lo sguardo, ma intanto non mi innamoravo. Era bello comunque. Le serate con gli amici, la scapigliatura obbligata, la finta disperazione da posa maledetta, le prime sigarette fumate velocemente con atteggiamenti da uomo fatto, tutto si concordava, tutto risuonava in un'armonia irripetibile e principalmente poggiata sulla fantasia. Non mi interrogavo su quanto sarebbero “durati” i miei genitori. Non mi interrogavo se in seguito, nel corso della vita, avrei vinto o perso. Tutto mi sorprendeva, tutto mi incuriosiva, i dischi come le copertine disegnate da Gerry McDonald. All'epoca l'azzurro mi piaceva molto, lo trovavo un colore armonioso.
I primi segni di una vocazione all'oscurità, al transito di fantasmi, alla contemplazione della bellezza come una cera persa, li avevo di notte, durante i temporali, spesso grazie al vento forte ed inquietante. Era in quei momenti che riuscivo ad intravedere la profonda crepa nel promettente azzurro, lo stesso azzurro delle copertine di McDonald.
Fino al 1988 continuai ad ascoltare senza tregua “I'll fly for you” degli Spandau Ballet tutte le volte che una ragazza mi piaceva per qualche ora, qualche giorno, addirittura qualche mese.
Sì, ho amato molto gli Spandau Ballet. Moltissimo. Tony Hadley era così romantico ed era pure un bell'uomo, aitante e secondo me apprezzato dalle donne, dunque mi compenetravo nel suo croonerismo tanto pop. Mi sentivo un po' il Tony Hadley (ma anche un po' Cyrano) del quartiere Chiaia, avevo dalla mia la scrittura e un cuore volatile, un po' puttana, ma sincero, franco e pronto a tutto in nome della passione. E dunque “I'll fly for you” era la MIA canzone per le donne, ed anche per me stesso, in qualche maniera.
Tra il 1985 ed il 1988 mi sono sentito così forte, così stoicamente romantico, da non poter rinnegare in nessun modo, oggi, quel periodo.

L'altra sera, invece, mi sono soffermato sulla mia collezione di cd. Ho sorriso, quando mi sono reso conto di possedere l'ultima ristampa di “In the city of angels” e di “Sportin life” (chissà i vinili che fine avranno fatto), di sapere bene chi è Gerry McDonald e della sua predilezione per l'azzurro, e mi sono illuminato ancora di più quando mi sono sorpreso a contemplare una copia “deluxe” -fuori catalogo e rara- di “Parade” degli Spandau Ballet, disco comprendente l'indimenticabile “I'll fly for you” ma anche “Only when you leave” e “Pride”. Oggi ho tutto dei Weather Report, da molti anni. La musica degli Yes, con o senza Jon Anderson, è stata importante. Gli Spandau Ballet mi piacciono ancora molto. Dovrei fingere di avere solo un cuore avanguardista, progressive, jazzofilo o in qualche modo spocchioso e settario? Non ci penso nemmeno.
Se per questo, mi piacciono da morire i Kajagoogoo, incluso il disco della riformazione. I Double e Kurt Maloo. I Cock Robin e Peter Kingsbery. I Mr. Mister e Richard Page. I Cutting Crew, dei quali ho comprato il nuovo cd, dopo mille anni. Gli ABC e Martin Fry mi hanno formato. John Taylor dei Duran Duran è stato un grande bassista pop. Come Deon Estus degli Wham!. Persino i Living In The Box li riascolto, ogni tanto. I Go West, perché usavano il fretless di Pino Palladino. Ho sempre detto che i Level 42 sono stati un gruppo per me fondamentale, non faccio marcia indietro. Insomma, c'è tanto pop dentro di me, anche se ascolto in genere roba più ostica ed intellettuale.
Ho le mie dipendenze dalla deep house ambientale. Sbandate compulsive per la minimal techno. Non trovo contraddittorio ed impuro amare Mingus e i Cock Robin, i Gentle Giant e Larry Heard, il free jazz politico e Sergio Caputo. Ci sono già troppe regole in giro. Troppi caporali. Troppi spioni e troppi imbecilli. La purezza, se uno la vuole, la può trovare anche in un'abluzione intima.

Oggi mi va di riascoltare tutto. Jon Anderson, quei Weather Report orfani di Jaco, Parade degli Spandau e il fantastico secondo album di Pino Daniele, che all'epoca cambiò il mio modo di percepire Napoli ed il mio amore contrastato per lei. Quel disco è spettacolare, pionieristico, e solo chi è nato e cresciuto a Napoli ne può capire la portata addirittura sociale. Quel disco, a suo modo, mandava in culo in salsa blues mediterranea pizze, mandolini, marescialli e panni stesi. Era il disco di un vero napoletano, un uomo del Sud, con una band appresso straordinaria. Poi, e personalmente lo faccio risalire al dopo “Bonne soirée”, Pino si è perso, è diventato troppo popolare, troppo lamentoso, senza più un'oncia di rabbia addosso. Quella rabbia sociale che mi piaceva da morire. Che apparteneva anche a me, perché sono napoletano, perché sono un uomo del Sud, mezzo mare mezzo lago, fuggitivo ma non rinnegato, e sono ancora qui, tra la mia gente, a disegnare in qualche modo la mia parabola polverosa, contraddittoria e anche violenta.

Quando qualcuno tenta di rimproverarmi della mia presunta ed indigesta “rabbia sociale”, io non smentisco. Non smentisco un cazzo. Concepisco la lotta per la dignità, non quella per la ricchezza. Il concetto di “riscatto sociale” mi fa un pompino, non ha senso, non significa niente, è un alibi, è un modo per lucidarsi l'anima in pubblico, è una cosa da corrotti, da venduti.
È vero, sono nato borghese. Sono un borghese. Decaduto, ma lo sono. Ma cosa mi ha dato la molle borghesia di appartenenza? Quale spettacolo mi ha offerto? Mi ha sempre rifiutato, rispedito al mittente, negato opportunità, retrocesso nelle graduatorie di pazienza che la gente ama scambiare per destino, volontà di Dio, conseguenza di errori personali e poca diplomazia. Ora, del riscatto sociale che qualcuno mi paventa ne faccio uso come della carta igienica. Non saranno i libri e la letteratura e neanche un lavoro decente a darmi quel che voglio. La dignità non è quel che si fa e quel che si esibisce. Questo me lo ha insegnato anche il secondo album di Pino Daniele, quell'atmosfera in quel disco, quei testi sinceri. È così. È troppo tardi per me rivendicare il rientro nei ranghi nella classe di appartenenza. Quella casta, quella schiatta, non è tutta marcia di certo -solo un coglione potrebbe dirlo- ma non mi appartiene ed io non appartengo a lei. Non sono proletario, non sono un agitatore sociale, sono un fuoriuscito. Posso quindi ancora innamorarmi di tutto e di niente, senza steccati, senza regole. Non sono dalla parte dei padroni. Che esistono ancora, anzi si sono rinforzati. Sono un blue collar, uno stronzo, un illuso, uno scaracchio della classe borghese, un aborto per bene, non cerco fratelli, non cerco associazioni caritatevoli, non cerco riscatto sociale e neanche ricchezza. Chi se ne fotte dei capitani d'industria e dei grandi imprenditori, dei sognatori a tasca piena. Chi li conosce? Vorrei i loro bagni, le loro mogli, le loro barche, il loro moderato voto a sinistra o il nichilismo autoreferenziale e destrorso del benessere intoccabile? No, non voglio niente di quel che hanno loro. È ben altra la posta in gioco. Vivere o morire. Guardarsi allo specchio o scivolare nel mainstream della quiete, smettendola di camminare sotto il muro, offrendo il culo alla parte sbagliata del vivere. Quella che ci chiede continuamente di essere degni in pubblico, presentabili, rispettabili, quasi sempre autentiche merde nel privato. Spenti, senza sogni, preoccupati delle erezioni, dello scambio di favori, delle buone relazioni, del buon cibo, delle cause civili non invisibili, quelle dove il nostro fottuto nome può ben figurare nella lista in calce al documento democratico e solidale.

Come quegli stronzi che pubblicano un libro e credono di essersi affrancati dalla morte, dallo squallore, dai futuri errori in sequenza. C'è altro in gioco. È per questo che oggi, a 44 anni, in una Pasqua Biochetasi con emicrania e boxer nautici, riscopro Jon Anderson, Weather Report, Spandau Ballet e Pino Daniele. E forse mi innamoro, prima di ricadere nella routine della lotta sommersa.

Luca De Pasquale 2016










24/03/16

Vocazione a perdere e smanie di verità


Sin da quando ero ragazzo, ho sempre avuto una predilezione per il sommerso, per il non conosciuto, il non acclarato; più precisamente, dunque, per l'impopolare.
Ho iniziato con calciatori, squadre di calcio, pugili e tennisti.
Poi ho felicemente rinforzato questa tendenza con la musica e i dischi. Più gli appassionati âgée mi parlavano male di alcuni dischi, più io mi ci affezionavo, sforzandomi di trovarci qualcosa di bello, di sensato, di salvabile. Perché pensavo, e lo penso ancora, che i momenti bui e controversi nella vita degli uomini e degli artisti vanno rispettati egualmente, anzi di più. Di più rispetto agli applausi e ai momenti di gloria.
Le fasi di crisi mi interessano. Mi attraggono. Spesso mi eccitano. Più la caduta rischia di essere profonda, più mi sento stimolato. L'abisso chiama sempre: che sia voce di sirena o vomito soffocato di angeli falsi, l'abisso ha la sua precisa melodia.
La mia stessa nascita mi ha messo in crisi dagli inizi; ed ogni volta che inizia un nuovo anno io rinnovo le mie incongruenze, la manutenzione dei pozzi neri, come si farebbe con la patente e con il libretto sanitario. Vidimo la mia tessera di crisi ogni notte di San Silvestro, mentre bengala, mutande rosse, pompini benaugurali e stupidi brindisi ad occhi bassi la fanno da padrone.

E così, tornando ai dischi, mi dicevano che i Genesis senza Peter Gabriel facevano schifo ed io quei Genesis monchi li ho esplorati in lungo e in largo, trovandoci comunque qualcosa di buono. Lo stesso ho fatto con il Banco Del Mutuo Soccorso, affezionandomi di brutto ai loro dischi pop. È poi notoria la mia dipendenza, autentica dipendenza, dalle pagine più slabbrate ed impopolari del grande Alan Sorrenti. Mi procurai, in nome della sacra esplorazione dello “sbagliato”, del criticato e dell'irriso, i dischi dei Doors post Jim Morrison. E mi piacquero per il solo fatto di essere considerati meno della merda. Ho lottato come un leone per accaparrarmi una copia piratata di “Squeeze” dei Velvet Underground. Ho consigliato a moltissime persone “Storie di whisky andati” di Sergio Caputo che è stato un disco fallimentare oltre che un tradimento palese dello stile che lo ha consacrato. Ho seguito la decadenza dei grandi gruppi della mia gioventù con amore, con devozione e con questo spirito revisionista, cercando di non cascare nella decadenza obbligata e nell'imbecillità. Ma per me sono molto più imbecilli i declamatori del bello a tutti i costi, i sacerdoti del riuscito.
Potrei scrivere di dischi fallimentari per un mese, ma voglio solo ricordare l'omonimo 1982 dei Weather Report con Jaco drogatissimo e ai ferri corti con Zawinul: il basso nemmeno si sentiva. Eppure, disco che ho portato con me. Come la coda un po' mesta e criticatissima di veri giganti della musica come Gentle Giant e Caravan. E ancora, “Big generator” degli Yes che passava per una pura oscenità, i Bee Gees più atroci e sul viale del tramonto, eccetera.
Sì, mi piace una sorta di recupero stoico delle pagine considerate peggiori: perché lo preferisco all'enfasi soporifera degli elzeviri, delle fulminazioni condivise, delle affermazioni sacrali di verità che un po' il culo sporco ce l'hanno sempre. La vita mi ha insegnato che le smanie di verità sono roba da stronzi.

Cosa c'è di più eccitante e sconvolgente del dubbio, della retromarcia, della deviazione controvento, dell'errore umano che si trasforma in umiltà e voglia di apprendere?
Viviamo tra leggi, giudizi, tacite regole di ipocrisia e buon vivere che sono peggio del costume sporco di merda in piscina. Per me è faticoso osservare il galateo della falsità. Finisce che divento ridicolo, goffo. Quando cerco di andare a genio a qualcuno per convenienza o vanità, non sono altro che una striscia di veleno rappreso senza nessuna importanza, poesia e senso. Non mi sono mai fatto istradare su quello che doveva piacermi o meno. Ho spesso sbagliato. Mi sono tagliato. Ho portato la mia testa sugli spigoli. E le mie mani hanno carezzato spesso un vuoto che godeva alla moviola.

La mia casa è piena di dischi sbagliati. Di libri che non hanno venduto niente. Di scrittori dimenticati. La mia casa è un tempio di piccole opere recuperate, tutte scovate controvento, quasi nel dileggio altrui. Vocazione a perdere, mi dicevano. Okay.
Perché dovrei acquistare un nice price di John Coltrane al supermercato quando posso inchiodarmi alle note sbagliate del disco più criticato dei Supertramp? E che me ne fotte del passaparola sull'ultimo scrittore alla moda finito in edicola o a leccare il culo del suo grande editore, quando in oscure e minuscole librerie giacciono classici minori pieni di polvere e di idee? Perché dovrei leggere dei libri di cucina scritti da cuochi miliardari quando ci sono scrittori che ancora urlano al vento dell'altrove la loro mancata diffusione popolare?

È chiaro che poi, per paradosso, hai meno argomenti. Anche se hai operato delle scelte per così dire “distintive”. Perché l'amore per le cose, le opere e le persone di insuccesso è visto come una forma quasi ossessiva di marginalità riottosa, stupida come le rinunce, dolorosa come le ritirate strategiche dall'umano e ampolloso conversare.
A scuola frequentavo sempre i compagni con la nominata peggiore. Io stesso lo ero, uno dei peggiori. Aggressivo, strano, pazzo, povero, me ne hanno dette di tutti i colori. Ho tirato avanti. Tiro avanti anche adesso che mi fanno i predicozzi sulla necessità di accettare il compromesso come una forma eccelsa di furbizia, il laido elisir, e sulla mancanza di morale, sulla necessità di costruire secondo canoni precostituiti. Riesco a procedere comunque non perché eroico o diverso nel meglio, ma solo perché non ho smanie di verità e purezza. Che mi avrebbero fatto impazzire, come un insetto rovesciato sul dorso, l'insetto che attende la scarpata che lo maciullerà.
Quando divenni fan sfegatato del mediocre pugile Harry Arroyo, mio padre mi prese in giro. Poi capì che in quel simpatico e volenteroso fighter trovavo una sorta di poesia della resistenza. Vocazione a perdere.
Simpatizzavo anche per il tennista austriaco Alex Antonitsch, gran naso, colpi farraginosi, pochissimi risultati. Non era mica male, ma penso avesse il braccino corto: nei momenti giusti si perdeva. Vocazione a perdere. E tifai per le gesta del calciatore Eloy del Genoa, Zahoui dell'Ascoli, Skov dell'Avellino, Mirnegg del Como, e poi Victorino, Nastase, Caraballo, Eneas: i famigerati stranieri “bidoni”. Speravo segnassero, si affrancassero, smentissero le cattiverie (giustificate) da Bar Sport.

Qualche tempo fa un santone in blazer venne nel mio appartamento, e si scandalizzò subito che avessi una copia giapponese del Genesis “giallo” in cd: “Hai questa schifezza di disco?”, disse. Poi scartavetrò nella mia discografia e scoprì, con raccapriccio, che i primi dischi dei Genesis mancavano. Gli spiegai che li conoscevo bene, li avevo amati, ma li avevo dentro, in memoria interna.
Chiaro”, aggiunsi, “che sono lavori infinitamente migliori di questo, ma qui c'è una questione affettiva che è troppo lunga da spiegare”
È un disco assolutamente di merda, nessuno che si qualifichi come conoscitore di musica dovrebbe averlo”, sbottò ottusamente il visitatore.
Fine del confronto. Non ho detto altro. La sua riprovazione non mi ha neanche sfiorato. Poi lui mi ha parlato della sua stupenda ed accurata discografia, che genera sempre meraviglia tra i suoi ospiti, ed io ho voluto dimenticare il suo disprezzo per quel disco sbagliato dei Genesis.
Perché non porto nessun rancore a chi non capisce e condivide le mie scelte ed i miei modi di comportarmi e sopravvivere. Non ho nemici personali. Non faccio crociate. I predicatori mi annoiano. I “veritisti” sono così tediosi che manco ce la faccio ad interloquire.

Forse mio figlio mi manderà affanculo quando avrà contezza di aver ereditato dal padre una marea di libri sconosciuti e fuori catalogo (da Saverio Strati a Sologub, passando per le edizioni distrutte delle pochissime traduzioni italiane degli Angry Young Men, comprate sulle bancarelle per un euro ciascuna) e probabilmente venderà al primo rigattiere metafisico le sudate copie coreane o giapponesi dei Genesis retroversi, dei Doors senza testa, di Bryan Ferry rincoglionito dalla fica, del Leonard Cohen più autoreferenziale e dell'Alan Sorrenti impregnato di malinconia urbana e spleen eistenziale. Forse mi tirerà in faccia la biografia del portiere Bertrand-Demanes quando gli negherò qualcosa, ed è probabile che riderà a crepapelle per le foto ritagliate di calciatori della DDR o della Finlandia del 1979. Sono certo che dovrò dargli spiegazioni circa quella collezione di articoli sulla squadra lussemburghese di calcio del Progres Niedercorn. Mi prenderà in mala parte, quando gli dirò che il mio disco preferito dei Pink Floyd è “The final cut”. Appunto: come potrei non adorare un taglio, una cesura, un volo sul tramonto, un addio?
Forse riuscirò a dirgli che l'amore per le ombre obbliga a percorsi strani, e che -non si sa se sia stato un bene o un male- suo padre non ha mai avuto smanie di verità. Ha vissuto di dubbi, spalmandoli sull'insonnia, sulla scrittura, sull'amore e su coreografie di ricordi, senza confondere mai la diversità altrui con l'inimicizia violenta e strumentale.
Si cerca la libertà e poi si muore.
Ma in mezzo, si deve amare. Anche quello che gli altri ti sconsigliano.

Luca De Pasquale 2016