28/03/16

La boxe di notte, annegando piano


Since I've retired, I eat less, weigh less, train less and care less.”
RAY “BOOM BOOM” MANCINI

a mio padre, ad Alexis Arguello, ad Arturo “Thunder” Gatti

Tiro a tardi. Tiro a tardissimo.
Guardando una marea di vecchi incontri di boxe, finché non mi rendo conto che siamo in piena notte e la luce fuori è di quello strano blu annegamento che costringe a dormire.
Quando guardo la boxe dimentico tutto e tutti. È un'altra dimensione, ideale, privata, orgogliosa, un mondo deciso e definito fatto di rispetto, di coraggio, di regole e tecnica, di rabbia e poesia. Violenta e necessaria poesia.
Sono un grande appassionato di boxe sin da quando ero bambino, ma mi accorgo che non lo sa praticamente nessuno. Il pugilato mi piace molto più del calcio e del tennis, che comunque seguo molto. Non l'ho mai considerato solo uno sport, per me è davvero la nobile arte.
La mia Pasqua passa così tra Roberto Duran, i fratelli Klitschko, Robert Helenius, Aaron Pryor, Sergey Kovalev, Michael Spinks, Thomas Hearns, Manny Pacquiao e mille altri. Un colpo dopo l'altro, ripercorrendo serate, nottate, l'attesa dei match con mio padre e da solo. E non scendendo quasi mai sotto i pesi leggeri, salvo eccezioni, perché mi sono sempre piaciuti i pugili giganteschi ma agili, scaltri ma piazzati.
E mi rendo conto, quando spengo la mia notte amarcord di boxe, che i pugili più amati sono stati per me una sorta d'orologio, di originale marcatempo, barriere divisorie e comunicanti tra più vasche di passato. Il Luca che amava Salvador Sanchez non era chiaramente lo stesso che impazziva per Ray Mancini. Se scavo nella memoria, mi accorgo di non aver amato solo i campioni, anzi. Ho seguito anche i losers, i casi persi, i mezzi criminali, gli sfortunati, i mercenari, quelli che dopo inizi promettenti sono finiti a fare gli sparring partner e i test “facili” dei campioni.
Non a caso, sabato notte ho seguito il match di Bjoern Blaschke, tedesco, 37 anni, contro il kazako Artur Mann, per la categoria dei massimi leggeri. Era chiaro dalle prime battute, ma già leggendo i record prima del match, che Blaschke non aveva alcuna possibilità di prevalere. Blaschke era a tutti gli effetti un test di Mann, ma io ho tifato per il tedesco fino al suo ritiro per uno strappo: Blaschke era indietro di almeno sei punti al momento dell'interruzione.

Assistere ai match di pugilato è per me un momento di pace. Un'oasi nel cemento, nella noia, nel delirio sempre meno tollerabile del calcio e del tifo calcistico. Eccezion fatta per Floyd Mayweather, che è risultato lo sportivo più ricco del mondo, non si possono nemmeno raffrontare i due sport, a livello economico. E il mondo della boxe è pieno di magnifici perdenti, di storie difficili ma spesso dignitose e vere come il calcio non sa essere da tempo.
Ricordo che da bambino mi emozionai moltissimo perché in un ristorante di Acciaroli, insieme ai miei genitori e al collega di mio padre Sidro (che era solo Sidro, il suo nome l'ho scoperto solo da qualche anno) incontrammo il manager Elio Cotena e il pugile Nino La Rocca. Solo che a mio padre non piaceva La Rocca; gli preferiva Mike McCallum e Don Curry. E anche io. Però mi emozionai lo stesso, perché ho sempre rispettato molto l'ambiente del pugilato e chi ci stava dentro, c'era una specie di sacralità in quell'universo così apparentemente lontano da me, ragazzetto di buona famiglia con il dono della favella e una strana, costante fascinazione per emisferi borderline.

Ho conosciuto anche persone un po' stupide, le quali si stupivano che amassi tanto la boxe, visto che non frequentavo palestre e non avevo mai ufficialmente tirato un pugno a nessuno. Sono sempre stato un peso medio, solo nelle estati del 1991 e del 1992 sarei rientrato perfettamente tra i supermedi ed i mediomassimi. Oggi so che praticare pugilato mi avrebbe fatto molto bene. Ma sono appesantito, fumatore seriale ed il vizio di attività intellettuali più proficue mi renderebbe ridicolo in quel contesto. Peccato.

Ho una cartella sul desktop del mio computer: l'ho chiamata semplicemente “boxe”. Dentro ci sono tonnellate di foto, articoli e link, memorabilia sul mio sport preferito. Stamattina, al risveglio, le ho viste tutte, quelle foto. Ho fatto come dopo una notte d'amore, quando sei spinto ad odorare gli abiti e le cose della tua partner. Quando vuoi ricordare, capire, trattenere.
Ogni pugile e ogni match storico, un po' come i dischi, mi ricorda momenti, fasi e pensieri della mia vita. Anche persone. Non c'è niente da fare, la boxe sarà sempre indissolubilmente legata alla figura di mio padre, l'uomo più pacifico e mite che io abbia mai conosciuto. Infinitamente più mite, gentile e aperto agli altri di me. Mio padre era un uomo buono e disponibile; molti hanno approfittato di questo ed io sono ancora qui, tanti anni dopo, a fare la sua guardia del corpo, anche e soprattutto in assenza.
Ricordo come si entusiasmava per quegli incontri che guardavamo, fumando tantissimo, in piena notte. Mia madre si raccomandava sempre con lo stesso tono amorevole, “non fumate troppo e aprite le finestre, per favore”.
Niente. Eravamo in trance, insieme. E quasi sempre tifavamo per gli stessi pugili. Ci dividemmo solo su Hagler ed Hearns: lui prese Hagler ed io Hearns. Vinse Marvin “The Marvellous” Hagler ed io sorrisi a mio padre, sconfitto.
Ho ancora negli occhi la gioia di mio padre quando Holyfield demolì Mike Tyson. Mio padre detestava Tyson, diceva che era uno sbruffone ed un teppista. Holyfield, con i suoi pantaloncini viola, fu una furia e mio padre ed io festeggiammo andando a dormire dopo le tre del mattino.

Ma il ricordo più bello di mio padre, di quelli legati al pugilato, ce l'ho in merito alle sconfitte che misero fine alla carriera di Ray “Boom Boom” Mancini. Assistemmo infatti alle quattro pesanti sconfitte che spinsero Ray a ritirarsi, le due con Livingston Bramble (che odiai) e quelle con Hector “Macho” Camacho e Greg Haugen. Ero affranto. Adoravo Mancini, era un pazzo, combatteva senza guardia, sembrava fottersene completamente delle conseguenze. Mio padre, dopo la sconfitta di Ray con Haugen, vedendomi tristissimo mi posò una mano sulla spalla e disse: “Non ci puoi fare niente, Mancini è uno che rischia troppo. Per questo perde!”
Già, papà. Già. Lo so.

Luca De Pasquale 2016

Arguello-Escalera

Bjoern Blaschke






Manny Pacquiao

Michael Spinks

Michael Dokes

Oscar De La Hoya



Robert Helenius

Roberto Duran


Salvador Sanchez

Sergey Kovalev




Vitali Klitschko VS Briggs

27/03/16

Lotta di classe, Jon Anderson, Weather Report, Pino Daniele e Spandau Ballet


Nel maggio del 1985 acquistai il vinile di “Sportin' life” dei Weather Report. Solo perché mi piaceva la copertina. Cosa potevo capire a tredici anni di Weather Report? Solo in seguito, ma molto dopo, scoprii che si trattava della band nella quale aveva militato Jaco Pastorius. Comunque il disco mi piacque abbastanza: era molto diverso dalle cose che mi affascinavano di più -Spandau Ballet, Bryan Ferry, Supertramp-, ma mi incuriosiva e lo ascoltai più volte con estrema attenzione.

Esattamente tre anni dopo, forse era giugno del 1988, acquistai un vinile che aveva una copertina estremamente simile a quella di “Sportin' life”: si trattava di “In the city of angels”, il quinto album solista di Jon Anderson degli Yes. Quella volta la scelta fu più autentica, perché avevo chiesto ad Armando, il glorioso commesso di Top Music, un disco con un buon basso. E lì c'erano Mike Porcaro dei Toto e Jimmy Haslip degli Yellowjackets. Pochi anni dopo, mi innamorai della musica degli Yes, e naturalmente di Chris Squire. Però mi colpì molto la somiglianza tra le due copertine, che raffrontai più volte a casa: lo stesso azzurro di fondo, su una c'era una nave stilizzata, sull'altra un aereo. E poi figure che mi piacevano. Non mi venne in mente di confrontare l'illustratore, che più tardi scoprii essere lo stesso: Gerry McDonald, autore anche di una cover per il grande Lenny Bruce.

Erano, quelli, anni gonfi di strane speranze. Mi sembrava di avere a disposizione più di cento anni. Mi sentivo onnipotente, parzialmente depositario di chissà quali verità incontestabili, ero quello che leggeva, ero quello che iniziava a scrivere, ero quello che stava scoprendo la bellezza delle donne. Mi sentivo pronto ad innamorarmi della prima che riuscisse a rapirmi lo sguardo, ma intanto non mi innamoravo. Era bello comunque. Le serate con gli amici, la scapigliatura obbligata, la finta disperazione da posa maledetta, le prime sigarette fumate velocemente con atteggiamenti da uomo fatto, tutto si concordava, tutto risuonava in un'armonia irripetibile e principalmente poggiata sulla fantasia. Non mi interrogavo su quanto sarebbero “durati” i miei genitori. Non mi interrogavo se in seguito, nel corso della vita, avrei vinto o perso. Tutto mi sorprendeva, tutto mi incuriosiva, i dischi come le copertine disegnate da Gerry McDonald. All'epoca l'azzurro mi piaceva molto, lo trovavo un colore armonioso.
I primi segni di una vocazione all'oscurità, al transito di fantasmi, alla contemplazione della bellezza come una cera persa, li avevo di notte, durante i temporali, spesso grazie al vento forte ed inquietante. Era in quei momenti che riuscivo ad intravedere la profonda crepa nel promettente azzurro, lo stesso azzurro delle copertine di McDonald.
Fino al 1988 continuai ad ascoltare senza tregua “I'll fly for you” degli Spandau Ballet tutte le volte che una ragazza mi piaceva per qualche ora, qualche giorno, addirittura qualche mese.
Sì, ho amato molto gli Spandau Ballet. Moltissimo. Tony Hadley era così romantico ed era pure un bell'uomo, aitante e secondo me apprezzato dalle donne, dunque mi compenetravo nel suo croonerismo tanto pop. Mi sentivo un po' il Tony Hadley (ma anche un po' Cyrano) del quartiere Chiaia, avevo dalla mia la scrittura e un cuore volatile, un po' puttana, ma sincero, franco e pronto a tutto in nome della passione. E dunque “I'll fly for you” era la MIA canzone per le donne, ed anche per me stesso, in qualche maniera.
Tra il 1985 ed il 1988 mi sono sentito così forte, così stoicamente romantico, da non poter rinnegare in nessun modo, oggi, quel periodo.

L'altra sera, invece, mi sono soffermato sulla mia collezione di cd. Ho sorriso, quando mi sono reso conto di possedere l'ultima ristampa di “In the city of angels” e di “Sportin life” (chissà i vinili che fine avranno fatto), di sapere bene chi è Gerry McDonald e della sua predilezione per l'azzurro, e mi sono illuminato ancora di più quando mi sono sorpreso a contemplare una copia “deluxe” -fuori catalogo e rara- di “Parade” degli Spandau Ballet, disco comprendente l'indimenticabile “I'll fly for you” ma anche “Only when you leave” e “Pride”. Oggi ho tutto dei Weather Report, da molti anni. La musica degli Yes, con o senza Jon Anderson, è stata importante. Gli Spandau Ballet mi piacciono ancora molto. Dovrei fingere di avere solo un cuore avanguardista, progressive, jazzofilo o in qualche modo spocchioso e settario? Non ci penso nemmeno.
Se per questo, mi piacciono da morire i Kajagoogoo, incluso il disco della riformazione. I Double e Kurt Maloo. I Cock Robin e Peter Kingsbery. I Mr. Mister e Richard Page. I Cutting Crew, dei quali ho comprato il nuovo cd, dopo mille anni. Gli ABC e Martin Fry mi hanno formato. John Taylor dei Duran Duran è stato un grande bassista pop. Come Deon Estus degli Wham!. Persino i Living In The Box li riascolto, ogni tanto. I Go West, perché usavano il fretless di Pino Palladino. Ho sempre detto che i Level 42 sono stati un gruppo per me fondamentale, non faccio marcia indietro. Insomma, c'è tanto pop dentro di me, anche se ascolto in genere roba più ostica ed intellettuale.
Ho le mie dipendenze dalla deep house ambientale. Sbandate compulsive per la minimal techno. Non trovo contraddittorio ed impuro amare Mingus e i Cock Robin, i Gentle Giant e Larry Heard, il free jazz politico e Sergio Caputo. Ci sono già troppe regole in giro. Troppi caporali. Troppi spioni e troppi imbecilli. La purezza, se uno la vuole, la può trovare anche in un'abluzione intima.

Oggi mi va di riascoltare tutto. Jon Anderson, quei Weather Report orfani di Jaco, Parade degli Spandau e il fantastico secondo album di Pino Daniele, che all'epoca cambiò il mio modo di percepire Napoli ed il mio amore contrastato per lei. Quel disco è spettacolare, pionieristico, e solo chi è nato e cresciuto a Napoli ne può capire la portata addirittura sociale. Quel disco, a suo modo, mandava in culo in salsa blues mediterranea pizze, mandolini, marescialli e panni stesi. Era il disco di un vero napoletano, un uomo del Sud, con una band appresso straordinaria. Poi, e personalmente lo faccio risalire al dopo “Bonne soirée”, Pino si è perso, è diventato troppo popolare, troppo lamentoso, senza più un'oncia di rabbia addosso. Quella rabbia sociale che mi piaceva da morire. Che apparteneva anche a me, perché sono napoletano, perché sono un uomo del Sud, mezzo mare mezzo lago, fuggitivo ma non rinnegato, e sono ancora qui, tra la mia gente, a disegnare in qualche modo la mia parabola polverosa, contraddittoria e anche violenta.

Quando qualcuno tenta di rimproverarmi della mia presunta ed indigesta “rabbia sociale”, io non smentisco. Non smentisco un cazzo. Concepisco la lotta per la dignità, non quella per la ricchezza. Il concetto di “riscatto sociale” mi fa un pompino, non ha senso, non significa niente, è un alibi, è un modo per lucidarsi l'anima in pubblico, è una cosa da corrotti, da venduti.
È vero, sono nato borghese. Sono un borghese. Decaduto, ma lo sono. Ma cosa mi ha dato la molle borghesia di appartenenza? Quale spettacolo mi ha offerto? Mi ha sempre rifiutato, rispedito al mittente, negato opportunità, retrocesso nelle graduatorie di pazienza che la gente ama scambiare per destino, volontà di Dio, conseguenza di errori personali e poca diplomazia. Ora, del riscatto sociale che qualcuno mi paventa ne faccio uso come della carta igienica. Non saranno i libri e la letteratura e neanche un lavoro decente a darmi quel che voglio. La dignità non è quel che si fa e quel che si esibisce. Questo me lo ha insegnato anche il secondo album di Pino Daniele, quell'atmosfera in quel disco, quei testi sinceri. È così. È troppo tardi per me rivendicare il rientro nei ranghi nella classe di appartenenza. Quella casta, quella schiatta, non è tutta marcia di certo -solo un coglione potrebbe dirlo- ma non mi appartiene ed io non appartengo a lei. Non sono proletario, non sono un agitatore sociale, sono un fuoriuscito. Posso quindi ancora innamorarmi di tutto e di niente, senza steccati, senza regole. Non sono dalla parte dei padroni. Che esistono ancora, anzi si sono rinforzati. Sono un blue collar, uno stronzo, un illuso, uno scaracchio della classe borghese, un aborto per bene, non cerco fratelli, non cerco associazioni caritatevoli, non cerco riscatto sociale e neanche ricchezza. Chi se ne fotte dei capitani d'industria e dei grandi imprenditori, dei sognatori a tasca piena. Chi li conosce? Vorrei i loro bagni, le loro mogli, le loro barche, il loro moderato voto a sinistra o il nichilismo autoreferenziale e destrorso del benessere intoccabile? No, non voglio niente di quel che hanno loro. È ben altra la posta in gioco. Vivere o morire. Guardarsi allo specchio o scivolare nel mainstream della quiete, smettendola di camminare sotto il muro, offrendo il culo alla parte sbagliata del vivere. Quella che ci chiede continuamente di essere degni in pubblico, presentabili, rispettabili, quasi sempre autentiche merde nel privato. Spenti, senza sogni, preoccupati delle erezioni, dello scambio di favori, delle buone relazioni, del buon cibo, delle cause civili non invisibili, quelle dove il nostro fottuto nome può ben figurare nella lista in calce al documento democratico e solidale.

Come quegli stronzi che pubblicano un libro e credono di essersi affrancati dalla morte, dallo squallore, dai futuri errori in sequenza. C'è altro in gioco. È per questo che oggi, a 44 anni, in una Pasqua Biochetasi con emicrania e boxer nautici, riscopro Jon Anderson, Weather Report, Spandau Ballet e Pino Daniele. E forse mi innamoro, prima di ricadere nella routine della lotta sommersa.

Luca De Pasquale 2016










23/03/16

Sogni sbagliati nello specchio


Giornata di lutto per i fatti di Bruxelles.
Televisione accesa per molte ore. Parole ripetute ossessivamente. Quelle che ricordo di più sono “barbarie”, “cuore dell'Europa” e l'immancabile overdose di “piuttosto che”.
La sera è calda, opprimente, piove. Lampi in lontananza. Tuoni che si mescolano ai rumori di quello che abita sotto, il quale -ogni sera e da diciotto anni- all'imbrunire diventa iperattivo e misteriosamente indaffarato con oggetti pesanti.
Ho le gambe indolenzite, gli occhi sono due finestre senza infissi. Come quelle delle case disabitate, coperte solo da quei teli di plastica che il vento notturno rende fantasmi in stato di danza perenne. Danza solitaria e sinistra.
Stasera le gambe mi fanno male per tutte le bugie che ho detto nella vita. Credo sia per questo. Bugie come scudi. Bugie come riflessi incondizionati. Bugie come treni per fuggire nella notte. E mi fanno male le gambe perché ricordo tutte le persone che mi sono piaciute per poco e che ho dimenticato. Mi fanno male le gambe per tutte le occasioni che ho perso e per l'altissima cifra di esitazioni intraprese con entusiasmo. Questi dolori sembrano volermi ricordare quanto e chi ho dimenticato. Quante identità sono stato e quante volte, con un metodo atroce e leggero, ho sviato. Perché mi è chiaro che per sopravvivere ho una necessità quasi imbarazzante di non finire nei quadri, nelle lettere, nelle amicizie metodiche, nei rituali di vicinanza e lontananza.
Persino nei libri. E non mi piace finire nei ricordi o nelle idealizzazioni degli altri. Se avessi una bacchetta magica, prima di infilarla in culo a qualcuno per ripicca, non chiederei di diventare ricco e famoso, ma di essere cancellato dalla memoria delle persone perse, dei luoghi inutili, delle avventure gonfiate di aspettative, delle joint venture forzate.

I miei luoghi dell'anima sono semoventi e circondati di acqua e suoni. Sono isole ufficiose. La presenza di estranei chiassosi non è tollerata. Nelle mie isole ci sono molte fontane, un museo di vento con le pareti grigio panna, e negli alberghetti dove per estenuazione vado ad innamorarmi un po' della mia vita deve esserci sempre una stanza degli incubi. Alla quale non sfuggire vigliaccamente. Una cupa pinacoteca di naufragi e polvere. Un'interruzione della memoria che sfoci in un disegno quasi puerile, uno specchio d'acqua torbida con le ninfee e forse con una Ofelia. Da non pregare mai per più di un istante da disconoscere.

I lampi si avvicinano alla mia casa, alla mia finestra, al mio destino che invecchia con me. I lampi si riflettono negli specchi tagliati che ogni giorno, pigramente, spolvero dentro me. I lampi, specchiandosi, somigliano a sogni sbagliati e troppo veloci. Irruzioni violente nelle mie stanze. I lampi della notte, questa notte, mi ricordano i libri che non ho voluto leggere. I riconoscimenti sui quali ho pisciato, ridendo come un cretino. I lampi di questa notte mi ricordano le persone che dicevano di volermi amare o di amarmi, alle quali non ho mai creduto perché preferisco il dono della sintesi alla creduloneria.
Questi lampi veloci, diseguali, spettinati e selvaggi, mi ricordano anche tutti quelli che non mi sono mai piaciuti e ai quali non piaccio. È paradossale che le persone che si sono scartate vicendevolmente finiscano per incontrarsi spesso, o addirittura per intraprendere qualcosa.
Stasera lo sento nelle gambe, che sono poche le persone che mi piacciono. È un difetto di fabbricazione. Come la tendenza alla non familiarità. So di esaltarmi nelle crepe. Nelle curve, come un incidente. I lampi mi rendono bello più di ogni vecchia fantasia e il sole certe volte, contro la mia volontà, mi fa sentire come un fiore marcio sul davanzale di una persona assente.

C'è un tipo che va a buttare la spazzatura, mentre il cielo è una tempesta di lampi, l'elettricità più assoluta nella sua forma più anarchica. L'anarchia, salvo rari casi, mi piace e mi veste meglio delle regole. Ho la sensazione, ridotto ad una mano sinistra con la brace della sigaretta divorata dal vento, che stanotte farò sogni sbagliati. Difficili come quelle languide vendette che arrivano dopo anni, dopo le amnesie, dopo gli addii.
Se scrivessi stasera sarei una merda. Una vera merda. Uno che si serve dei lampi e di quest'atmosfera da resa dai conti, da ultimo bacio caldo prima del sonno che fa male. Non si dovrebbe scrivere favoriti dagli elementi. È da codardi. Non si dovrebbe scrivere sotto lampi e mai con alle spalle le scenografie migliori. Per questo disprezzo gli scrittori a tavolino, che scrivono di grandi storie umane in pantofole, con il cazzo vuoto e la pancia piena, nella casa al mare, sapendo che il giorno dopo verrà la colf che serve tutta la famiglia.
Detesto gli scrittori comodi. Detesto chi non riconosce di aver sbagliato e spesso di essere un autentico errore in vita ed in divenire.
Stanotte sono consapevole di essere un errore che farà brutti sogni. Come tutti quelli che sono usciti dai brutti sogni e hanno cercato pozzanghere nelle quali specchiarsi per risultare attraenti, buoni, passionali, immortali grazie alle carezze.

Vado a dormire che so di fumo, come sempre, che so di me e stasera la musica non c'entra niente, come i libri, come i quadri, come la sensibilità. Stanotte vado a letto con i lampi che ballano nei miei specchi come ricordi tagliati. I lampi sono sempre un momento molto erotico, molto confuso, denso, dilatato e preoccupante come il poco tempo a disposizione per le tregue.
Infatti sogno di essere rimproverato da mio padre in quel corridoio lungo e nero della mia prima casa. Quel corridoio lungo come la mia paura di non essere il giusto errore che volevo. Un corridoio nato per giocare, usato per pensare, abbellito per invecchiarci e sopportare le assenze. Sogno mio padre che mi sgrida, poi sogno di incontrare una figura femminile non chiara, non delineata, alla quale mi avvicino, bianco come un lampo, disegnato come una comparsa.
Quando la donna sta per rispondere alla mia domanda, apro gli occhi. Il senso è quello di aver abbracciato spigoli e spicchi di vuoto, le parti non sature della notte, quelle in cui posso influire ancora con il mio sguardo, tutto lampi, tutto ombre, quadriglia di fantasmi a disagio negli specchi per quella vecchia storia dell'amore per la vita.


Luca De Pasquale 2016






20/03/16

Umbratile


Una volta un tizio mi definì “umbratile”. La cosa mi divertì, anche se non capii precisamente cosa intendesse, cioè in quale accezione; questo perché la parola “umbratile” è spesso usata a sproposito.
Poi ci pensai. Intendeva dire “schivo”, forse “isolato”, probabilmente “malinconico” o “crepuscolare”, ma poteva anche alludere ad altri significati come “scontroso”, “marginale”, “perdente”.
Ognuno di noi fa collezione di definizioni, la maggior parte delle quali è affibbiata a cazzo, secondo la percezione egocentrica ed autocentrante del giudicante in questione. È chiaro, ad esempio, che io possa risultare malinconico se raffrontato con uno di quelli che vuole dare a vedere di mangiare la vita, e magari di cacarla pure.
Comunque, quel tizio -del quale non ricordo nemmeno il nome- aveva ragione, perché in “umbratile” domina l'idea ed il senso di ombra. L'ombra è una fortuna per me irrinunciabile. Spesso è stata una scelta. Un riparo, uno scudo, addirittura un'arma. Una pozione, un veleno, una preghiera. Un veliero.

Ultimamente, mi capita di osservare le persone sempre con più attenzione, con umiltà, senza idee preconcette. Le osservo per apprendere, per trattenere, per conservare, quando ne vale la pena. È frequente che vinca la zavorra, e che io debba eliminare scorie e contorni ingombranti. Sono pochi quelli che ti restano dentro, negli occhi, nei gesti. Nella memoria. Più facile che ti restino sullo stomaco o sui coglioni. O che il loro brusio somigli ad un'emicrania. Quando trattenere però vale il gioco, allora io sono soddisfatto come se avessi vinto qualcosa, come se fossi riuscito a vincere una piccola partita a dadi con la morte e con l'oblio.
Può accadere per poco, per pochissimo, ma accade. In un treno, in un negozio, alla posta, nella sala d'attesa di qualcosa. Accade sempre per caso e poco per azzardo, perché quando trattenere è un programma si resta sempre delusi e disgustati.
Come quando, da ragazzo, certi appuntamenti bollenti si rivelavano per quel che erano, delle tragedie greche con l'uccello da fuori e il cielo che rideva come un demente. Come quelle riunioni familiari o amicali “made in Nostalgia” che puzzano di omertà, di alta ipocrisia, di luoghi comuni issati come stendardi su marchi di nessuna sicurezza e di zero durata. È destino che certe famiglie abbiano senso solo ai funerali, quando è facile ottenere l'effetto cipolla tra le ciglia. Come è vero che certe amicizie sembrano belle solo a distanza, con l'altro effetto madre, “ah, se potessimo frequentarci faremmo, diremmo”. Ma diciamocelo che non faremmo un cazzo. Quante volte è la distanza a rendere decente un rapporto? Quante volte è il desiderio a creare l'illusione del futuro -e radicabile, esperibile- amore? Quante volte è il senso di sfida a lanciarci tra le cosce di qualcuno?
La maggior parte delle storie d'amore sono cose d'interesse, di convenienza, anche nel semplice rifugiarsi sotto la coperta termica dell'altro. Cerchiamo famiglie. Cerchiamo scintille. Cerchiamo gente che ci capisca. E rompiamo il cazzo per questo e anche per meno. Cerchiamo i migliori genitori per la prole che ci determinerà come persone che hanno fatto quel che dovevano. Cerchiamo di pubblicare libri, canzoni, baci. Cerchiamo seconde case, case al mare, abbuffate nei giorni di festa con il clan sotto la coda, cerchiamo la grazia di Dio quando iniziamo a cacarci addosso per qualche motivo solido.

Chi scrive ci sembra affascinante. Vecchia storia. In genere chi scrive è un segaiolo, pure mezzo pazzo e sovente sfigato. Chi scrive ha l'alito di vecchio fiele e mastica i complimenti nella speranza assurda di non andare mai più di corpo dopo le indigestioni di riscatti. Mi hanno detto che devo smetterla di scrivere che gli scrittori maschi sono famosi perché si guardano le natiche in movimento durante i coiti. Mi dicono che sono fissato con questa putrida immagine, di cattivo gusto e di inaudita trivialità. Non ho molta simpatia per gli scrittori. Preferisco i tabaccai. Almeno non cercano di capire se con le pubblicazioni ti possono surclassare o imitare, a seconda dei momenti. Anche lo scrittore più sensibile, ai primi successi, rischia di diventare una testa di cazzo di enorme stazza.
Io dopo il mio primo libro diventai umbratile e scartai a destra, guidando come quei pensionati con gli occhiali orbicolari. Quelli che guidano una qualsiasi utilitaria come guiderebbero una Fiat 850, peraltro auto gloriosissima. Quelli che si fanno superare dai tir carichi di assorbenti, maiali o custodie per iphone.

Dopo il primo libro mi chiedevano di mangiare la vita. Magari con pose guevariste, mentre io preferivo la Banda Bonnot. Alcune donne speravano che fossi un bucaniere, il figlio di puttana con sorriso da dopobarba, membro decente e funzionante e senso dell'avventura che collimasse al meglio con ego e tare caratteriali.
Speravano che fossi più orientato ad interessare alla gente. Avrebbero tollerato qualsiasi porcheria, anche che parlassi un italiano di merda e che i miei nei cacciassero peli e siero, ma non che fossi umbratile. Se fossi stato traditore seriale, schiavo del cono palla od altro sarebbe andata davvero okay, ma umbratile mai. E che noia essere umbratile. Un po' di allegria! La vita va mangiata, divorata!
Tatuati un eroe popolare sulle chiappe o poco sopra il pacco, mostra impegno civile, non mangiare le schifezze che ti propinano, sii democratico ma fatti anche una bella vagonata di cazzi tuoi! Scrittore umbratile, ma almeno ce l'hai una casa al mare con camino per andare a fottere sotto i baffi degli angeli e per scattare almeno qualche foto?
Scrittore umbratile, quanti ti cercano? Dimostrami che sei seguito... twitter come ti va? Facebook? Hai pochi like, sei impopolare e poco tattico. Hai poco seguito, scrittore umbratile! Io sarei la tua strategia ma ora non ho tempo, ciao! Non vieni mai ai reading?
Scrittore umbratile, per chi scrivi? Come dici? Per te solo... e che significa... è finita l'era dell'autarchia! E anche quella della tristezza. Abbiamo bisogno degli altri, della democrazia ma mai più dell'ideologia, abbiamo bisogno di eroi civili che poi, quando guadagniamo o imbrogliamo, se ne stiano per cazzi loro, senza stare a rompere con il loro esempio part-time.
Guadagna bene, scrittore umbratile, scopami in una casa con il camino, altrimenti non sento Proust dentro, non sento in te la forza di Camus o del Che...
Ripeto: io ho sempre preferito la Banda Bonnot. Perché sono umbratile.

Luca De Pasquale 2016




18/03/16

Black Lipstick Blues

La ragazza ha il rossetto nero.
La ragazza si muove come un serpente. Disinnescato. Ripulito.
Il tizio continua a chiedermi: “Ma non hai WhatsApp? Come mai non hai WhatsApp?”
Giratelo in culo il tuo WhatsApp, amico.
Hai notizie di Gigi?”
No, amico.
Come mai non senti più Tullio?”
Non so, amico.
Ma tu hai un cugino che abita a Vico Equense?”
No, amico.
Ma una parte della tua famiglia abita in quelle zone?”
No, amico. E non mi interessa.
Pensaci a farti WhatsApp... è fantastico”
E tu pensa a farti una sega, amico.
La ragazza ha il sorriso nero, il rossetto nero, si muove nera attorno a noi. Vedova nera senza charme. Non sono quel tipo d'uomo un po' ambiguo che insegue rossetti neri e scene che sembrano i fumetti di Sandman. Non sono dark in quel senso. Sono un barattolo di olio nero notte, e se mi butti un cerino dentro ti faccio esplodere tutti i sogni in faccia.
Se mi fai venire, con la bocca, con le mani o con la fantasia, non farò la parte dell'uomo migliore. Non faccio mai teatri sui divani e i selfie mi fanno orrore.
L'uomo continua a rivolgermi domande inutili, insopportabili. Mi chiede se ho un Audi. No, guido un triciclo con le frecce. Se ho sentito quel tizio che ha cantato in quel talent. Non guardo talent. Non sento tizi cantare in televisione.
La ragazza ha gli stivali neri. Ti potrebbe salire sulla schiena e farti venire, dominandoti, sottomettendoti, lei nera e tu rosa pelle, tu marrone portafoglio, tu collo giovane e anima scorciatoia. Sempre scorciatoia e canzoni di Mark Sandman.
In cosa sei laureato?”
In scorciatoie”
Sei simpatico, originale, un po' pazzoide”
L'uomo è sovrappeso. Mangia molto, caca molto, si sa porre con la gente, è cordiale, commercia, sorride e non ha denti cariati. Mangia e caca, ma sogna pure. Ha una moglie. Non si è mai chiesto nulla sul piacere femminile, ed è meglio per tutti. Crede in un Dio che non conosce, ma gli fa comodo. Ha una fissazione per gli U2 e sostiene di amare John Coltrane e Miles Davis, anche se in cuor suo trova che sia musica noiosa e intellettualoide, ma vuole che si pensi che li ama e li coltiva. Come piante sul balcone. Come il giacimento di selfie che sottopone al prossimo suo.
Mi stucca, mi parrucca, mi esplora, domanda, chiede, sottende, allude, suppone, mi inquadra e poi crea la cornice, mi accende il gas sotto i misteri più banali, mi trova reticente, non lo sa che sono una deviazione, che non dico niente di personale, quasi mai. Che non mi riguarda l'obbligo fasullo di dare informazioni.
Mi chiede se ho facebook: “Ti cerco, che foto hai?”
Una tazza dei New Trolls. Mi piace il modernariato”
Sei simpatico”
Grazie, you too”
Ti piacciono i dischi di Diana Krall?”
Non li ho mai sopportati”
Che ti piace? Tu vendevi rock, vero?”
Forse vendevo strisce di culo, amico.
Mi piacciono i Gentle Giant in questo periodo”
Non conosco”
Okay”
Ti cerco”
Okay”
Hai notizie dei tuoi colleghi?”
No”
Okay”
Ti saluto”
Allora hai una foto dei Gentle Giant su facebook? Ti cerco”
Una tazza dei Gentle Giant”
Okay”
Ciao”

La ragazza ha i capelli neri e il futuro roseo. Potrebbe baciare, stuzzicare, credere e volere, potrebbe fotografare l'orgasmo che è la sua età in movimento. Oggi però sono vecchio. Oggi il sole somiglia a Mark Sandman e durerà poco. Oggi somiglio ad un mio racconto e dunque se parlo mi vengo addosso per emozioni confuse. Non sono quel tipo d'uomo ambiguo che nella decadenza vede il piacere. Non sono dark in quel senso. Dopo un buon vino non ho voglia di scopare. Se bevo significa che ho deciso di fuggire, non di godere. Le canzoni sono tagliate dalla cintola in giù, come reduci, come soldati mai convinti, questa giornata è un rossetto nero disabilitato al sesso e alle bugie, le forze migliori sono in mare, come i marinai, a remare su tutto ciò che chiedeva di essere sommerso.

Luca De Pasquale 2016


17/03/16

Le cose per bene


In fila in farmacia per un medicinale. Quartiere per bene, strada per bene. Io pure sono per bene. Me lo dicono tutti: “sei per bene”. Non ho mai capito cosa significhi esattamente. Che non rubo? Che non stupro? Che sono di buoni sentimenti verso i miei congiunti e gli amici? Che parlo un buon italiano e ho anche pubblicato delle cose? Che ho una buona istruzione anche se non mi sono preso il pezzo di carta utile a rassicurare i conformisti?
Sono un uomo per bene in fila in una farmacia per bene situata in una strada per bene di un quartiere per bene.
Il medicinale è per fare tanti sogni per bene di notte. Dormire è una cosa per bene. Non dormire è da demoni. Avvinghiarsi alla notte è da pazzi, da fuoriusciti. Non si fa. Non sta bene.
Davanti a me in fila c'è un uomo con un cappotto blu che somiglia un po' a mio padre. Almeno il colore dei capelli: bianco candido. E già per questo non posso che guardarlo con benevolenza. Al banco, ormai da venti minuti, invece c'è una donna molto per bene che si intrattiene amabilmente al telefono mentre cerca di far capire a gesti all'imbranata farmacista come procedere con delle prenotazioni ospedaliere.
Raffa, tu capisci... a me il teatro deve piacere, deve prendere dentro...”
Intanto, l'imbranata farmacista si sbraccia per dirle che no, quella prenotazione per venerdì non si può fare. La donna per bene dice a Raffa di aspettare un momento, interloquisce per poco con la povera farmacista, poi riprende la sua conversazione molto per bene.
Raffa, hai sentito Gianluca? Che ti ha detto della serata a Licola? Si fa... ? Spero solo che non venga quella pettegola di Romina... quella te la raccomando...”
Sono tentato di strapparle il telefono, gettarlo a terra, calpestarlo, sputarci sopra. Al telefono, a Romina, a Gianluca, a Raffa e a tutto il suo teatro del cazzo. Invece non lo faccio. Perché mi hanno convinto che sono una persona per bene. Me lo hanno detto per tanti anni e ora è troppo tardi per invertire la tendenza. Quindi, da uomo per bene, mi limito a sbuffare platealmente e a sorridere all'uomo che somiglia vagamente a mio padre.
Quando la donna termina le sue acrobatiche prenotazioni, senza mai aver concluso la sua spudorata e vacua conversazione, tiriamo tutti un sospiro di sollievo. L'uomo con il cappotto blu prende il suo posto al banco, esclamando “uanema bella” ed io sorrido, perché quell'uomo somiglia un po' a mio padre ed è davvero l'unica cosa che mi interessa oggi. Il resto, non devono rompermi il cazzo.
Poi tocca a me. Chiedo il medicinale dei bei sogni, e tratto bene l'indisponente e lentissima farmacista, perché sono per bene. Quando ho finito, le dico addirittura “grazie e buona giornata”. Ma tu vedi un po' che fesso.

Quando esco dalla farmacia, mi sembra di essere uscito da una caverna, tanto mi da fastidio la luce. Il cielo è chiazzato, come se si fosse pisciato addosso. Sul marciapiede, due persone che hanno fretta di andare a fare colazione al bar di fronte quasi mi travolgono. Non dico niente, perché sono per bene. Mi risulta chiaro che sono parecchie le persone che dovrei mandare affanculo. D'impulso farei così, senza dubbio; ma l'educazione e quella sorta di contegno “possibilista” che mi hanno tramandato mi impedisce di andare a fondo nel repulisti. Perché in fondo, anche se nel mio cuore non dispenso seconde occasioni per nessuno, alla fine abbozzo. Sono anche io un ipocrita. Non a caso sono un borghese. Anche io finisco con il pensare che non convenga dare troppo fuoco alle polveri. Forse anche io sono iniettato di sogni borghesi, il buon vivere, il buon relazionarsi, l'essere accettato -parzialmente- e riconosciuto, ancora più parzialmente.
Forse anche io cado nella trappola di giudicare le persone per l'aspetto, per i modi, per l'affinità di casta e di estrazione, e queste sono cose di merda che è difficile infrangere. Parlo più volentieri con una donna attraente che con una brutta. Parlo più volentieri con uno che sciorina un buon italiano che con qualche sguaiato dai gusti troppo semplici. Borghese, ipocrita e condannato.
Altro che visione pasoliniana. A volte cado, cado come il peggiore dei conformisti. E non me lo perdono. Poi mi distraggo, mi accendo una sigaretta e vaffanculo.

Nel quartiere dove sono nato, mi trattavano tutti bene. Perché tutti conoscevano mio padre, e lo chiamavano “professore” tra mille inchini e moine. Mi trattavano bene perché ero il figlio di mio padre, ma non sapevano che erano gentili verso uno che cresceva fuori dai vasi, fuori dalle serre, fuori dalla sua storia e forse dalle sue stesse inclinazioni. Crescevo storto e finto bello, luce e veleno, caso e caos, disordine, materia grezza, brividi di freddo, vento, musica, ammutinamento.
Sono piaciuto a ragazze e donne per bene. Ma ero già abbondantemente disallineato. Fuori fuoco. Altro rispetto alle premesse e ai desideri altrui.

E oggi cammino tra tutte queste persone educate che non fanno altro che chiedere, nel migliore dei casi, di essere sorprese e amate. La gente è così schifosamente disabituata alla devozione e all'amore da volerne continuamente dosi, quasi sempre contraffatte. Si chiede amore anche al vuoto. Al sesso, alle fantasie, alle amicizie rabberciate, stracche, persino decadenti. Ci si veste della finta comprensione altrui. Si enfatizza in modo grottesco il significato di famiglia come clan, come culla protettiva.
Io non ci ho mai creduto. Ho difeso finché ho potuto. Da bambino mi innamoravo dei panorami e sognavo di dover parlare poco. Di non dover mai elemosinare comprensione e quella parola merdosa che si chiama empatia, parola che usano tutti, come un detergente intimo.
Cammino in questo quartiere per bene con un lago dentro. Il solito lago. Acqua torbida e panorama mozzafiato su tutte le utopie. Barca bicolore e senza remi, barca con la luna dentro, a spasso su misteri, scomparse, libri a volte inutili.
Non andrei in escursione con queste persone. Non le sento fratelli. Non le sento a rischio. Mi sembrano falene notturne sotto una lampada. Falene nere che volteggiano come incubi sulla loro stessa violenza trattenuta, sui loro rancori osceni, sulle loro recriminazioni faticose da spiegare e sulle bassezze conseguenti per alzare i tacchi, le zeppe, l'asticella dell'autoconsiderazione.

Persone che rifiutano l'ideologia, ogni ideologia possibile, per abbracciare la facile religione del privilegio, del piccolo salvataggio privato, dell'amore che si vuole poetico ed invece finisce nel bidet quando ci si lava dall'altro.
Finisco con l'incrociare ancora la donna della farmacia. È ancora al telefono. Non so se con Raffa. O con Gianluca. O con chi cazzo vuole lei. Non mi attrae. Non potrei desiderarla mai. Anche se godesse in modo telegenico, senza smorfie, con quell'impostazione estatica che sembra sempre una manifestazione di fragilità da fraintendere.
La mia passeggiata sta per finire, il lago dentro è agitato, partirà un solo battello, al calare della sera. Indosserò una giacca sobria e guarderò lontano, per quel gioco stronzo della sensibilità che ti chiede sempre una postura, una curva eretta che ti stiri lo stomaco come una cravatta.
Posture e geometrie che sono poster senza sangue, a beneficio dei creduloni e di quegli imbecilli che sono estasiati dall'idea di salvarti per salvarsi.

Luca De Pasquale 2016






15/03/16

L'alias della scopata del sabato notte


Dalle mie finestre esce la voce di Alan Sorrenti. A bassissimo volume, appena percepibile. Ed esco io: giubbotto, sciarpa, cappello, sigaretta. Occhi strizzati, fessure. Sono le quattro e venti del mattino e sono stato svegliato dalla stronza di sopra che è tornata da una seratina e continua a camminare con i tacchi per casa.
Forse lo fa per eccitare il compagno. Forse ora chiudono la serata in bellezza, la classica scopata del sabato notte, un po' alcolica, saliva e stupidaggini, tutto bene, mettiamocelo dentro e poi una lunga dormita.
Il loro benessere, le loro abitudini banali, il ciclo quieto ed epicureo della loro vita si scontrano con quello che vedo dal mio balcone solitario: il vecchio del terzo piano, nel palazzo di fronte, che fuma come me e sputa continuamente a basso. Ha una tosse tremenda e, se dovessi giudicare da quel che sento e vedo, non credo gli rimanga molto tempo da vivere. I suoi polmoni saranno più fregati della mia pazienza.
La sua solitudine è totale, oscena, mi arriva come un pugno nello stomaco, perché vedo già la sua bara, i conoscenti che la portano, vedo i nuovi abitanti della sua casa, dopo la ristrutturazione di prassi. Quell'uomo lo sento già morto.
In ogni casa e condominio dove mi è capitato di vivere, qualcuno mi ha rotto il cazzo. Qualcuno è diventato un nemico. Qualcuno mi ha irritato a tale punto che poi, incontrandolo per le scale o nei pressi del portone, sono stato gentile e falso in quel modo schifoso, quella modalità che si riserva ai peggiori. Qualche volta il nemico -o l'idiota- l'ho avuto in casa, tra le quattro mura, come un parassita.
Chissà se un giorno dovrò ristrutturarmi anch'io. Io non me la infilo, una piscina nell'anima. Non mi prenoto una Jacuzzi tra testa, culo e piedi. Non comprerò spugne con gli orsacchiotti e non comporrò mai un collage di foto da mostrare agli ospiti. Se faccio il collage, se mi rincoglionisco, so che le metterò bruciate, mangiucchiate, ingiallite.
E poi io non ho mai scopato il sabato notte. È una cosa triste, scopare al ritorno da qualcosa. Suggellare. Chiudere il cerchio. Una scopata non chiude: dilata, apre, spalanca, inghiotte. Il più delle volte non ha alcun senso compiuto. Si tratta solo di ansimare in una stanza che inizia ad odorare di marmellata di albicocche e di assenza totale di ogni Dio probabile ed intelligente.

Per strada, stamattina, cambio tre volte marciapiede per non incontrare l'architetto Tito Declinoja, uno che ha il fiato di verdura e una spilla sempre appuntata di non so quale ordine, una specie di morale spa o srl nella quale non voglio avere neanche la semplice parte di osservatore.
Declinoja si accosta al bancomat ed io devio; poi rincula verso la macelleria ed io ingroppo le lenti da sole anche se piove. C'è una marea di gente che non ho piacere ad incontrare: perché non ho niente da dire e poi scambiarsi informazioni con aria assente non è un obbligo dell'era moderna, non per me.
Poi ci sono delle tipe che regalano delle bottiglie di Coca-Cola ed i napoletani di tutte le età si affannano, si picchiano quasi, per arraffarne un numero cospicuo. Manco fossero file alle panetterie durante la seconda guerra mondiale. Dì ad un italiano che qualcosa è gratis e lui si precipiterà. Non bevo più Coca-Cola da due anni. Meglio le sigarette. Quelle le mangio, le bevo e ci vado a letto. Una vecchia con occhiali tartaruga mi travolge, pur di ottenere la sua fottuta bottiglia di liquido gassoso; per evitarla, per evitare il suo ombrello e la sua religione dello scrocco, finisco proprio addosso a Declinoja, che è tornato per infilarsi anch'egli la preziosa bottiglia su per il culo.
Mi riconosce subito ed inizia a chiedermi che cosa sto facendo, dove vado, che farò sabato sera. Mi viene una specie di febbre tropicale, balbetto, non vedo l'ora di sparire, e poi quel maledetto fiato di bietole con leggero retrogusto di bresaola e Pasta del Capitano, che orrore.
Non mi chiedevano cosa faccio il sabato sera da almeno dieci anni. Io il sabato sera non faccio e credo in tutta franchezza che il sabato notte andrebbe istituito il divieto di coito. Così come quello di tenerezze a testa in giù e di petting Aperol dalle tendenze orali, così, quello eseguito giusto per contentarsi. Di domenica dovrebbero vietare l'abuso di speranze, per esempio. E non sarebbe male se vietassero, non so chi e a quale scopo, l'obbligo di familiarizzare con le “persone di sponda”, che sono un'infame categoria in transito per tutti.

Mollo con molta fatica la bietola -che mi informa di aver acquistato un biglietto per un piano solo di Keith Jarrett, io non ci andrei mai-, rifiuto con estremo garbo una bottiglia di Coca che una truccatissima rossa vuole affibbiarmi per forza, evito il venditore ambulante che mi chiama “dottore”, ma dottore un cazzo, amico, evito con forza di guardare per più di cinque secondi i manifesti elettorali di Lettieri, e non solo i suoi.
Torno a casa. E penso che ci sono uomini che hanno erezioni solo se possono ascoltare il rumore triviale dei tacchi alti, e se hanno l'opportunità di far conciare le loro adorate compagne come troie da dieci minuti, per poi farle tornare sante. Tanto, non durano più di dieci minuti. Nominano qualche santo, vengono, muoiono. Non sono mai nati, se vivono per i tacchi. Non sono mai nati, se nelle loro fantasie banalissime una donna santa e socialmente riconosciuta deve fare la troia per dieci minuti, l'apparizione delle loro fantasie adolescenziali, quando procedevano manualmente.
E magari sono quelli che si mostrano più scandalizzati e distrutti per le troppe notizie di femminicidio. Senza aver mostrato mai, per un solo minuto della loro vita, un interesse reale per l'essenza delle donne.

Arrivato a casa, mi rendo conto che la donna dei tacchi sta ascoltando delle canzoni. Delle canzoni infime, con base da discoteca e cantato in italiano del tipo “MA QUANTO AMORE HAIIIIII / DENTRO TE / DENTRO TE E ME / IL FIORE IN QUELLA STANZA VUOTA / FARAI L'AMORE CON LEI / E SAREMO VICINI IN UNA VECCHIA BUGIA”. Unz, unz, unz, assolo di chitarra campionata e solita cantante under 30 che urla. Questa è la fase della sua normalità, in attesa di uscire il sabato sera. In attesa di qualcosa che mi sveglierà, i rumori pre e post sesso del sabato notte. Il sabato notte degli inconsapevoli, il sabato notte dell'opulenza, il sabato della sconfitta del divino ai piedi del divano.
Infilo una Camel in bocca, prendo una pentola, rispolvero un vecchio disco dei Brand X e metto a ripetizione quel passaggio di “Malaga Virgen” in cui Percy Jones si dimostrava l'alter ego gallese di Jaco, linee senza tasti e senza confini, come l'educata perdizione del mio sguardo sempre insofferente.

Luca De Pasquale 2016

13/03/16

Fantasmi


Mi accorgo di essere diventato adulto dal numero di fantasmi che ho aggiunto al mio registro.
Gli anni sono passati e i fantasmi sono cresciuti. Alcuni li conosco. Li ho frequentati. Altri sono nuovi, differenti, timidi come studenti di un'accademia.
Non posso affrontarli tutti insieme. Solo se si mettono in fila indiana e non mi contraddicono troppo.
Alcuni fantasmi hanno i volti emaciati dei non incontri, della non gratitudine e della discendenza finita al mattatoio.
L'insonnia è lo spettro madre, che quasi ogni notte sceglie una sorgente, una foce ed un estuario diversi. 
E poi c'è il silenzio. Che mi piace tantissimo. Ma che spesso è una vera e propria adunata di fantasmi ed allora comincio ad avere problemi di traffico nelle vene, nella fantasia, nei corridoi deserti del rancore e non riesco, in quei momenti di caos, a certificare una verità che sia una. Nemmeno quella della scrittura. Non quella del risveglio e non l'identità che sembra interessare gli altri.
In quei momenti il fantasma sono io. Io e io solo. Dispongo di me. Accendo, spengo, mangio, bevo, scrivo, ascolto, confondo, disperdo. 
Oggi per me è una giornata di fantasmi. Colpa della notte. Colpa di queste gelate carezze di una primavera prenotata e indecisa. Oggi i fantasmi sono sul tavolo, alle mie spalle, negli specchi, nello schermo noioso del pc, nella musica che ascolto. Sono fantasmi selezionati e pericolosi. Poco disposti a familiarizzare. Si tuffano nella mia ombra e mangiano. Pure se corro, loro continuano a sguazzare nella pozza dell'ombra. Non abbiamo nulla da dirci. Solo, e forse, comprendere quanta strada è divorata e quanta luce si nasconde nelle foto che qualcuno mi proporrà. E -infine- quanta pazienza possa accordarsi con la scelta dello sguardo.

Luca De Pasquale 2016