20/02/16

Tito Mangialajo Rantzer - Dal Basso In Alto (2014)




Un disco di contrabbasso solo è sempre una sfida. Proprio concettualmente. Il contrabbasso è uno strumento estremamente impegnativo e con il quale, evitando la trappola immaginifica e retorica della stazza, si instaura un vero e proprio corpo a corpo, pur se teso all’armonia.
“Dal basso in alto”, uscito nel 2014, è il primo lavoro solista dell’indaffaratissimo contrabbassista italiano Tito Mangialajo Rantzer. Chiunque di voi abbia una collezione di dischi jazz in casa avrà probabilmente almeno un disco in cui suona Tito. Proprio il ragguardevole numero di incisioni e collaborazioni di TMR ha probabilmente fatto slittare l’atteso debutto da solista di qualche anno. Che, va detto subito, non delude nessuna aspettativa, perché è un lavoro molto vario, espressivo, che paga i suoi tributi in termini di ispirazioni con molta originalità.
Inoltre, ma questa non è una novità per chi conosce lo stile di Tito Mangialajo Rantzer, il suono è caldo, avvolgente, si potrebbe dire “concavo”. Sì, un suono che effettivamente è solido ma accoglie, e cita con rigore e fantasia l’icona Ornette Coleman in ben quattro episodi, tutti riusciti: “Dee Dee”, “I heard it over the radio”, “The blessing” e “Law years”. Il powelliano “The fruit” si rivela una scelta particolarmente felice, adattissimo al suono di Tito.
Tra i pezzi scritti dal leader, vanno menzionati lo splendido omaggio all’incomparabile Dave Holland nel riuscito ed icastico “DH”, l’omaggio a Sam Rivers “After Sam” ed il saltellante ed efficace “EB”.
Rantzer utilizza in questo suo primo lavoro anche tre composizioni di suoi partner musicali, e cioè Antonio Zambrini (Natale a Rimini), Paolo Botti (In Terra, molto intenso e con sommesso ed appropriato accompagnamento vocale) e il sassofonista Piero Delle Monache (Ascolta Se Piove, con in evidenza il tipico fischio del quale Tito ha fatto un’arte).
Molto interessante la resa dello standard di “I’ll be seeing you” di Sammy Fain, con un incedere seducente; allo stesso tempo, “The second time around” è perfettamente bilanciata tra il suo essere uno standard spot per i contrabbassisti più dotati e un’interpretazione voce/fischio assolutamente congrua.
Già, perché in questo primo episodio di una strada solista che ci aspettiamo proficua, Tito Mangialajo Rantzer è uno e trino, considerando che, accostando al suo sontuoso contrabbasso la voce ed il fischio, ha creato una sorta di piccolo ensemble di jazz da camera molto calibrato.
In attesa di un secondo capitolo solista che si annuncia allargato, mi sento di consigliare questo disco di Tito Mangialajo Rantzer. In primis, per avvicinarsi ad un contrabbassista tra i più fulgidi della scuola italiana, ma anche per avere ulteriore conferma che i dischi di solo contrabbasso, quando spontanei, riusciti e con un solido background alle spalle, possono essere tutt’altro che pesanti ed ostici, anzi. Sono dischi come questo che ci convincono ulteriormente che la fatidica emancipazione del gigante non si è mai esaurita ma è un work in progress. Basta che sia nelle mani giuste. Il disco è ascoltabile su Soundcloud: : https://soundcloud.com/titomangialajorantzer/sets/dal-basso-in-alto

Luca De Pasquale, 20 febbraio 2016

19/02/16

Labbra deserte (quanti sei e quanti nove)


Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare malinconici?”
Nick Hornby

Vado in una casa a periziare dei vecchi dischi jazz. Mi hanno chiamato per interposta persona, conoscenze di conoscenze. Ci vado vestito casual ma non trascurato. Professionale, tranquillo. Non mi spruzzo spray alla menta in bocca per celare l'abuso di nicotina, mica vado a scopare. E così mi ritrovo in casa del solito professionista annoiato e “modernizzato” che si vuole disfare dei suoi dischi. La moglie, una donna gentile e un po' sfiorita, mi offre il caffè ed io accetto subito. Ogni caffè è veleno ma è anche la prenotazione della prossima sigaretta. L'uomo è cordiale ma molto distaccato. Dice che si ricorda di me, di quando lavoravo nel negozio di dischi. Mi viene un crampo allo stomaco e un sottile senso di nausea. Mi chiede informazioni su alcune persone che lavoravano con me e gli rispondo cortese ma gelido che non so nulla, che ho perso i contatti; gli faccio capire che non va trascurato l'aspetto principale, e cioè che non me ne fotte niente di ricordi e persone sbiadite.
Il tizio mi fa un lunghissimo discorso circa il motivo per cui vuole periziare e poi vendere i dischi. I soliti motivi. Lo spazio mancante, il cambiamento di gusti, l'avvento della musica liquida. Mi annoio da morire e voglio fumare, fumare forte e selvaggio. Come Gainsbourg. Come me. Mi sento esplosivo, un ex ragazzo non allineato degli anni ottanta che esplode in continuazione. L'uomo mi ammorba, sbaglia anche i nomi dei musicisti, è terrificante. È oltraggioso e sento di non poterlo tollerare. Non si può pronunciare il nome di Charlie Haden, il mio grande Charlie Haden, come “Charles Hayden”. Sì, vabbè, Jorg Haider, Heidegger e kitemmuort.
Alla fine del suo sproloquio grottesco, gli comunico la mia parcella, a prescindere da come si metteranno le vendite. Il professionista, che nel salvadanaio in cucina avrà più di quanto ho io in banca, cerca di ottenere uno sconto. Uno sconto sostanziale. Non transigo e non cedo. È lavoro, mi devi pagare quanto pattuito in partenza, boia capitalista. Mi devi pagare, accumulatore indefinito. Mi devi pagare. Sono un operaio della musica. Un operaio specializzato, un operaio del jazz, un operaio del vinile. Ma anche un orafo, un perito. Mi devi pagare, maledetto boia capitalista.

Bevo il caffè. Sa di pasta e patate. Chiedo di andare a fumare sul balcone. Mi spetta una sigaretta, come l'ora d'aria. Charles Hayden. Non posso pensarci. Io ci sono cresciuto, con Charlie Haden. E lui me lo strapazza linguisticamente. Non lo avrà mai davvero ascoltato. Napoli è sotto di me, bella e intoccabile, su questo balcone di casa dabbene. La vista di Napoli da questo fortino benestante è una condizione dell'anima, una silenziosa compagnia rassicurante per gli occhi e la pazienza. Le mie labbra senza sigaretta sono deserte. Torno dentro.
Impiego quasi due ore -e altre tre sigarette- per farmi un'idea del tutto. Durante il tempo della “scansione”, i due benestanti ogni tanto sono venuti a darmi un'occhiata. Considerandomi, ne sono certo, una bestia strana, probabilmente uno scarto del mondo dal quale secondo loro provengo, quello degli esperti di musica. Uno che gli è andata un po' in mona e ora si deve arrangiare con dei lavoretti. Ma io i dischi li ho sempre periziati, sempre. Notti in cantine, in soffitte, scantinati e anche garage. Con il panino al prosciutto, il pacchetto di Camel Lights ed una sciarpa scura attorno al collo come una divisa di sobrietà, una bandiera di passione. Mi è sempre piaciuto uscire all'alba dai palazzi raffinati, con in tasca il piccolo premio per la mia competenza e per la mia passione. Spesso sono uscito da portoni bombati e dorati alle prime luci del mattino, con una ballad di Mingus in testa, una sigaretta in bocca e la certezza che l'amore non è mai matematica educata.
Il jazzista diventato letteratura si ritira all'alba, e anche io. Questa volta non è l'alba, è mezzogiorno e queste persone non si levano dai coglioni, non mi lasciano solo con i dischi, con quell'odore di vinile che mi è irrinunciabile, io che ci metterei meno se non perdessi tempo a guardare le copertine, scovare il bassista anche oggi che non sono più un ragazzo e che la mia compita e professionale postura somiglia ad un monumento al mare mai terminato.

La transazione si chiude con una cortesia glaciale reciproca, prendo i soldi e dieci titoli scelti con cura: sei vinili di Mingus, due di “Charles Hayden”, uno degli Oregon con Glen Moore, infine il quartetto Piacentini/Bonati/McCandless/Moreno su cd, che è fuori catalogo da anni, disco splendido.
Esco dal palazzo panoramico che è ora di pranzo. Non ho fame, ma anche oggi indosso una sciarpa scura e fumo ancora Camel Lights. Raggiungo la più vicina tabaccheria. Chiedo di ricaricare la postepay. Voglio acquistare dei dischi, anche se altri al mio posto conserverebbero la cifra per dieci serate al pub, un nuovo paio di jeans un po' glam e adatti ad evidenziare il ridicolo giovanilismo del pacco in dotazione. Ma oggi, come spesso accade, mi sento innamorato della musica come del vento che mi muove e mi domina. Non devo dare conto, non devo sedurre me stesso con un'oculatezza mesta, da beghino, da schiavo.
La ragazza che mi ricarica la carta mi dice: “mammia mia, quanti sei e quanti nove”. Già. La mia carta è un florilegio di sei e di nove. Sono tutte idee che nuotano e si rovesciano, i numeri, forse sono sogni, forse linee di basso, forse i sei e i nove sono nient'altro che la mia postura di giorno e di notte. La ragazza mi sorride. Le lancio uno sguardo strano, da retrovia che si fa ombra, da uomo che esce dalla pioggia per entrare nell'orizzonte, uno sguardo che poi ricade sulla mia sciarpa scura, bandiera di sogni mai ammainati, intrisa di odore di fumo e del mio respiro che quando si fa stanco è pronto ad innamorarsi di nuovo. Di un disco come di domani.

LdP, 19 febbraio 2016







15/02/16

"UNISON" e "SOLO": l'eredità solista di Jean-François Jenny-Clark




La musique n'est qu'une partie de ma vie, en écouter est fondamental, en jouer l'est moins”
Jean-François Jenny-Clark, “Jazz Magazine”, Octobre 1988

Jean-François Jenny-Clark non era semplicemente un contrabbassista. E non solo un musicista. In tutta la sua musica si esprimeva un senso innato di libertà, di ricerca, di rigorosa e al contempo avventurosa fedeltà all'espressione. JF, come veniva affettuosamente chiamato, ha portato il contrabbasso in un territorio altro, aderente sì (e per fortuna) alla realtà terrigna dell'incisione, della collaborazione, ma splendidamente proiettato in una dimensione quasi trascendente dello strumento e del suo spazio.
Unison”, uscito per la CMP Records di Walter Quintus nel 1987, è esemplare in questo senso. In questo lavoro seminale, JF afferma una volta di più e ancora la sua unicità, la sua dirompente forza espressiva, la scelta valoriale di una ricerca sul suono del suo strumento ma anche superando, e di molto, tutti i luoghi comuni in materia di dischi di solo contrabbasso.
Unison è un lavoro pregevole e, se vogliamo, per nulla ostico, anche per chi si può terrorizzare pensando ad un'ora di contrabbasso in solitaria (fatta eccezione per i contributi di Joachim Kühn e Christof Lauer e per le pregevoli coloriture elettroniche del boss della label Walter Quintus). “C-maj” è ad esempio un episodio di poesia sonora, con una doppia linea strumentale sovrapposta e con un suono di una bellezza quasi angosciante. “Legato” restituisce all'archetto una valenza sperimentale che troppe volte è stata dimenticata, in favore di esibizionismi swing di vacuo virtuosismo. La liturgia contrabbassistica di JF è un appuntamento con l'anima che non può andare disatteso, allora come adesso.
Il suono -in questo disco come sempre- è teso, denso, forte e debitore di un ineludibile ascolto del silenzio da parte del musicista francese.
Jenny-Clark è stato sempre capace di produrre un suono avvolgente, a volte quasi “tondo”, ma anche spezzettato, indefinito, frenetico, torrenziale.
Ha portato avanti una densità bassistica antitetica rispetto ad altri contrabbassisti leggendari come Ron Carter e Niels Henning Øersted Pedersen, maestri di un suono maestoso ma non altrettanto a loro agio con quell'arte di saturare il silenzio tipica di JF. Il quale definiva le possibilità del suono stesso con una bellezza insieme logica ed imprevedibile.
Motion” è in questo senso un episodio meraviglioso, la cui coda non ha nulla da invidiare alle migliori pagine dell'Ecm: ma anche qui si ripropone la dolorosa bellezza insita nella musica di JF.
Scott” è un brano intenso -anche qui con linee di contrabbasso sovraincise alla perfezione- che richiama in maniera personale LaFaro, “Zerkall” è in compagnia del vecchio compagno Joachim Kühn, con il quale il feeling è sempre evidente e l'interplay straordinario.
Nel brano che dà il nome all'intero lavoro, compare quello che, a detta di JF, era uno dei suoi sassofonisti europei prediletti: Christof Lauer. Questa traccia è la più “veloce” del disco, e fa sorgere un rimpianto: peccato non aver potuto ascoltare JF con Lauer in quartetto (nei primi ottimi album del sassofonista tedesco suonavano due contrabbassisti eccellenti e diversissimi come Palle Danielsson ed Anthony Cox).
Ozone” è l'ennesimo pezzo di bravura, nel quale si può ammirare l'eleganza dell'improvvisazione e la dimensione assolutamente concettuale del contrabbasso di Jean-François Jenny-Clark. Qui siamo al climax della frammentazione spazio-temporale, all'esasperazione ambigua (linee asfissianti e digressioni aeree) di quel luogo infinito che è la potenzialità della musica. JF in “Ozone” è tanto impressionista quanto espressionista, è braccio dell'arte, sfida e abbraccio al silenzio, dichiarazione d'esistenza, umile manifestazione di un artigianato stellare, cupo e sognante, completo, fondo.
Da quando il disco è uscito, ho sempre pensato che “Ozone” potrebbe essere la colonna sonora di dimensioni inimmaginabili, di strade lattee, di caverne di vento, di assenza che si riflette sul suono. Come se JF, così umile e privo di quell'arroganza sterile troppo spesso dipinta sui volti dei musicisti, volesse dirci e anche dirsi che l'esplorazione è destinata ad un infinito folle e disciplinato, che non si autocontempla e non si rimpiange nella sua stessa sorprendente manifestazione.
In definitiva, su “Unison” si può dire che è il lavoro “aperto” di un musicista aperto, e che l'ascolto non si può dire concluso a distanza di ventotto anni.
Va dato merito anche a Walter Quintus di aver creduto ed investito in quello che considero come uno dei più bei lavori di contrabbasso solo di sempre, di certo il mio preferito.


Solo” è invece un documento preziosissimo, registrato al famigerato Festival del Contrabbasso di Avignone nel 1994. Questo cd dalla copertina elegante e misteriosa, apparso come un miracolo per l'interessante label La Buissonne, è un modo per non dimenticare la portata solistica di JF, ed è appunto un documento che ogni giovane contrabbassista dovrebbe ascoltare lungamente, con grande attenzione. Va anche detto che in questa meraviglia la potenza del contrabbasso è in piena luce: legno, certo, ma con una sua incantata elettricità. Nessun basso elettrico fretless potrebbe raggiungere la stessa profondità esibita da JF in questi due lunghi frammenti improvvisati, icasticamente denominati “Concert” e “Rappel”. Sì, in assoluto, una chiamata sobria e definitiva verso il gigante del jazz, lo strumento che Jean-François Jenny-Clark conosceva e padroneggiava totalmente, in modo così totale da non apparire mai totalizzante e fine a se stesso.
I trentotto minuti di “Concert” scivolano via come se fossero cinque, in un rispettoso silenzio della platea e con una magia irrinunciabile: il suono delle dita di JF sulle corde. Si alternano fasi liriche e via via più ostinate e quasi claustrofobiche, il musicista francese sembra quasi arrampicarsi sullo strumento e poi sottometterlo, salvo lasciargli il proscenio con quell'atteggiamento tipico dei grandi, che danno l'idea di ringraziare il proprio strumento per il viaggio e per l'unione.
JF procedeva effettivamente all'unisono con il contrabbasso, ma coltivando l'indipendenza dell'artista che esplora il linguaggio e non dimentica l'esistenza di se stesso, dell'altro e dell'ascolto, il proprio e quello altrui.
Ed io dico, convinto da tanto tempo, che amare Jean-François Jenny-Clark non è amare solo un musicista, uno dei più grandi contrabbassisti di sempre: è un modo di vivere, di sentire. È, a conti fatti, contemplare l'esistenza del suono, dello strumento, dello spazio, del tempo, del silenzio e dell'attimo che finisce senza finire mai.
Come l'eredità che ci ha lasciato JF, un esteso incanto, un campo aperto, una cattedrale di suono e bellezza.

©Luca De Pasquale, 2015













07/02/16

Marchette e differenze


La maggior parte delle nostre relazioni sono coatte.
Familiari, parenti, correlati, spesso persino gli amici: sono tutte vicinanze che non abbiamo scelto. Che ci ritroviamo e che cerchiamo di gestire. I risultati sono sovente catastrofici, con blackout, ripicche, costrizioni, noie assortite, chiarimenti e sopportazione implosiva.
Sono sempre stato consapevole di questo. Lucido fino alla crudeltà e anche oltre. Poniamo il caso degli amici: quante volte dovremmo ammettere che non li scarichiamo per fedeltà ai ricordi, a quel che è stato, a quella vicinanza che è ormai sbiadita da anni? Perché sappiamo benissimo che il corso della vita allontana. Questione di contesti di vita, di ambiente domestico ed anche esterno, di aspirazioni, di delusioni, di possibilità economiche, di abitudini. Eppure ci intestardiamo ad aspettarci da vecchi compagni quello che ci offrivano un tempo in termini di empatia, di comprensione e di sostegno. Io ho smesso quasi subito di ostinarmi in questa fedeltà scentrata, atemporale e anacronistica. Ho sempre preso atto che certi rapporti promettenti e sinceri per il tempo che lo sono realmente stati erano destinati al naufragio. Così come è praticamente impossibile ricreare la stessa magia con una persona che abbiamo amato e che forse ci ha amati, allo stesso modo recuperare amicizie già svanite -anche se non nominalmente- è più o meno un suicidio emotivo.
Basta saperlo per evitare di rendersi ridicoli e patetici. Occorrerebbe il buon senso della dolente consapevolezza, invece di continuare a professare il verbo della vera amicizia.

Collegato a tutto ciò è il senso della trasformazione, delle cose che cambiano, delle situazioni che si rovesciano, e del massiccio egoismo di cui ciascuno di noi è ben equipaggiato. Alte e basse fortune non creano un buon caffellatte, è come un bicchiere di piscio nel quale ci infili un seltz. Gli elementi non si mischiano, anzi vanno in conflitto e l'odore è davvero nauseabondo. C'è qualche vecchio saggio che sostiene come misurabile l'amicizia secondo principi di tolleranza: “accettare i difetti” sembra essere conditio sine qua non per proseguire felicemente una relazione amicale. Pia illusione.
Non mi piace pretendere che gli amici, quelli già ectoplasmi e quelli ancora in pectore, accettino i miei difetti. Mi sentirei un coglione. Non lo chiedo e non lo offro. Mi piace più l'odore della notte ed una sciarpa sulla bocca. Da soli, certi della velocità del transito e del dolore insito nella stessa stravagante aspirazione di portarsi a termine con qualche successo.

Per mantenere buoni rapporti con il mondo, la gente fa marchette. Anche se sono solo marchette di pazienza, sono comunque una merda di valore assoluto.
Le faccio anche io. Infatti mi disprezzo, quando me ne rendo conto. Faccio finta di non voler infilare una mazza da baseball nel culo del mio vicino. Fingo di augurare il meglio a persone che mi hanno deluso e che si sono rivelate per quello che erano, pure e “disaggradevoli” (mi si passi lo svevismo, amo troppo Svevo per rinunciarci) contingenze. Sono costretto ad astenermi dal dichiarare, pubblicamente e privatamente, che quello scrittore è un leccaculo, che quell'editore è un boia, che quel giornalista è un venduto di merda. Evito, ad esempio, di dire che i gusti popolari mi fanno orrore, perché sono consapevole di passare per uno snob che poi dove se lo appoggia? In culo me lo appoggio, signori. Come tutti. Il sistema cieco, monotono e falsamente emotivo ci sodomizza a turno e senza neanche godere, un po' come faceva Zeus, che arrivava qualche ora dopo il suo cazzo divino. Rispetto ad una macchina che ci divora utilizzando morali plastificate ed usa e getta, individualismo ignorante e senso dell'accumulo come rivalsa, siamo tutti degli straordinari pezzenti in guerra tra loro.

Se a breve pubblicassi un libro nuovo, tornerebbero i complimenti ed i sorrisi. Trovo quest'abitudine di salire sui carri (anche piccolissimi e non predisposti al trasporto di più anime) come una delle forme più umilianti che l'essere umano decida di palesare in pubblico. Ho cercato di fare meno marchette possibile nella mia vita, ma non posso dire di essere pulito. A modo mio ci ho provato anche io, a farmi accettare, inserire e benvolere. Anche se sentivo puzza di merda da chilometri. Pure a me è piaciuto leggere il mio nome su copertine rilegate, su liste aziendali di promozioni, eccetera. E quando provavo quel sottile brivido di piacere sotto i testicoli ed in bocca mi facevo schifo, schifo davvero.
Sono stufo di parole come “riscatto”, “sfida”, e persino “vendetta”: ma de che, con chi, perché? E poi riscatto da cosa? Dalla confusa misericordia della nascita? Riscatto perché uno non è nato benestante ed ha avuto porte in faccia per eccesso di carattere? Ma allora non serve un riscatto, se riscatto significa finire confezionato e profumato nella bocca di qualche influente bastardo e smistatore di notorietà.

In sere come queste, che promettono pioggia e offrono solo vento mezzo caldo e mezzo umido, non si può far altro che ridacchiare per il giusto assioma opposizione=sconfitta. Senza vittimismi, senza verità sommarie, senza quell'ingenuità più laida delle lenzuola di un albergo ad ore. Basta con questa storia della naïveté, chi ci si nasconde dietro andrebbe stanato e ridicolizzato. Magari con un selfie. La gente oggi ha uno strano concetto del disonore, legato quasi sempre alle apparenze e mai all'anima. Dell'anima non frega niente a nessuno, anche se la parola è abusata nei libri, nelle dichiarazioni spontanee a favor di telecamera o telefono.
Napoli stasera è un fiume notturno di silenzi tremolanti come i lampioni, è l'istantanea che ne ho io da qui, fari di auto che lasciano scie rosse ed arancioni, fogliame che danza prima di cadere, il pezzo di Erik Truffaz che mi invade più di una mania e mi spinge contro il muro come una preda da scopare e dimenticare. Da usare come un passatempo, senza santini in tasca, senza patetiche annunciazioni di originalità, creatività e merito. Senza, e di questo sono grato, lasciarmi il tempo di sciorinare tutto il repertorio consolatorio circa amici, fiancheggiatori, estimatori, amori sommersi o soffusi di quel dolce niente che è la nostalgia per ciò che non è accaduto.

Una mattina ti svegli. Ti accorgi che in bocca hai un sapore strano. Qualcosa che ti fa pensare al veleno. Alla notte. Alle infinite bugie della prosecuzione a fari spenti, la postura emotiva della non compromissione. Ti svegli e ti rendi conto che a breve inizierai a vantare le tue passioni, i tuoi amori, le tue relazioni, perché è così che si fa. Possibilmente senza compromettersi la sopravvivenza. Dunque, non disturbando chi serve o chi ci è vicino.
Ma chi ci è realmente vicino? Urliamo tutti quanto ci amiamo e ci stimiamo, ma è un torpedone di fantasmi che porterà su una crudele spiaggia invernale, dove ci spolperemo per assurde lotte di principio e di affermazione, per vendetta, per eccitazione, per squallore.
Le vere presenze sono pochissime. Valgono oro e non vanno sbandierate. Altrimenti è meglio coprirsi la bocca con una sciarpa, odorare la notte ed usare un pezzo di Erik Truffaz per drogarsi.
Dopo troppe mattine e troppe domande, ho sancito il divieto di santificazione. Rispetto a tutto ciò che mi riguarda, certo, ma esteso anche a quello che non mi appartiene e non mi interessa, che non mangerò per infilarmi in un vivere più carico di promesse.
Stasera, con questo vento che delude senza il temporale, mi ripeto ancora una volta che nessuno sarà accettato per nostalgia, per rispetto del passato, per legame coatto. Il domani da bruciare è troppo veloce per esitare, per girare sempre nello stesso quartiere, sotto gli stessi lampioni.
Uomini veri, farfalle condannate o spettri, l'unica certezza è il tentativo, non i movimenti atti a generarlo.

Luca De Pasquale, 7 febbraio 2016

05/02/16

Recensione: ADELHARD ROIDINGER - SCHATTSEITE (Ecm, 1982)


Siamo nel 2016 e mi chiedo ancora, dopo tanti anni, come mai la gloriosa Ecm, che licenziò questa oscura meraviglia nel lontano 1982, non abbia ancora provveduto a ristampare “Schattseite” di Adelhard Roidinger.
Il disco è infatti un ideale raccordo tra la proposta “nordica” della celeberrima etichetta e il romanticismo tipico di una parte di jazz tedesco ed austriaco nella forchetta che va dai primi settanta agli ultimi ottanta.
Per intenderci, siamo dalle parti di Eberhard Weber, ma anche del Garbarek più sognante, in un territorio tangenziale a quello di altri profondi esteti della suggestiva scena tedesca come Michael Naura e Wolfgang Schlüter.
Roidinger è un contrabbassista (ma molto abile anche al basso elettrico) di scuola prevalentemente free; ha suonato con grandi nomi quali George Russell, Yosuke Yamashita, Anthony Braxton, Albert Mangelsdorff e molti altri. In questo disco meteora del 1982, che scoprii un po' per caso (splendida copertina) e per necessità (cercavo comunque contrabbassisti) in un negozio di vinili nel 1986, si fondono le due anime di Adelhard Roidinger, quella più affine al dettame sonoro Ecm e l'altra, più orientata al free e all'improvvisazione.
Il primo brano dell'album, “Fü Pfü”, è un bellissimo sogno lungo dieci minuti, con passaggi atmosferici di grande suggestione, non inferiori alle migliori pagine del succitato Weber. Il contrabbasso del leader, mai aggressivo e accentratore, funge da raffinato tappeto per gli splendidi interventi del chitarrista Harry Pepl, uno dei migliori chitarristi europei e già con Adelhard nel bell'episodio Austria Drei, del pianista Bob Degen e del vibrafonista Werner Pirchner, altro nome onnipresente della fertile scena di lingua tedesca. Il secondo episodio, “Lufti” è invece una prova di forza di Roidinger, più libero di agire in territori più free. Altra prova lunga è “Loveland”, dove Pirchner e Pepl si ritagliano spazi di prim'ordine, sorretti magnificamente dal basso del leader e dall'agile batteria di Michael DiPasqua, altro nome eccellente che andrà a rinfoltire la schiera di batteristi eccezionali transitati nell'Eberhard Weber Group (con l'irraggiungibile John Marshall, già Soft Machine, in testa).
Stress” riporta alla mente atmosfere -inevitabile il raffronto, ma Roidinger sa essere acuto ed originale, sia chiaro- del weberiano “Fluid Rustle”, dove spiccava un ancora acerbo Bill Frisell. Citare Frisell permette di fare una riflessione su Harry Pepl, che per molti versi è da considerare un musicista estremamente sottovalutato, capace di evolvere in fraseggi personali e sontuosi e di dire la sua, e bene, in spazi che potrebbero appunto appartenere a Frisell e al primo Metheny. Ed in questo brano è impossibile non operare un raffronto tra il drumming di DiPasqua e quello, leggendario, del grande Jon Christensen. Spicca in questo brano il lavoro di Heinz Sauer, al sassofono tenore, su una densa base ritmica; perfetti i contrappunti pianistici di Degen.
Con “Ania” Roidinger sconfina quasi nel free: a farla da padrona è Aina Kemanis con i suoi vocalizzi. Ricordiamo che la Kemanis ha lavorato con grandissimi esponenti del jazz inglese '60 e '70 e... con Eberhard Weber, tra gli artisti del roster Ecm.
Il disco si chiude con il sorprendente “When earth becomes desert”, che parte ammaliante con un loop quieto e dominato dal piano di Degen. Ma il brano prende poi la forma del più classico e seduttivo Ecm sound, transitando stavolta in una terra che evoca i primi lavori di Arild Andersen e Bobo Stenson. Profondissima la cavata di Roidinger e scintillante Pepl, clamoroso il solo di Sauer in coda.

In definitiva, un disco che andrebbe riscoperto per più motivi. Di sicuro gli amanti delle prime uscite Ecm non dovrebbero essere sprovvisti di questo lavoro così sfaccettato e romanticamente espressionista. C'è da sperare che qualcuno in Ecm riconsideri l'eventualità di ristampare in cd “Schattseite”, o quantomeno in vinile 180g. Perché merita. Come altri sepolti titoli della prima fase Ecm, vedi ad esempio Pepl/Joos/Christensen, Lask, Bill Connors, “Underwear” di Bobo Stenson e tutte le leccornie dell'indimenticata Japo Records.
Prima del boom del jazz norvegese e scandinavo in genere, in anni più vicini a noi, anche l'Austria di Adelhard Roidinger era ghiaccio nordico, cristallo freddo di spettrale e avvolgente bellezza.

©Luca De Pasquale, 5 febbraio 2016


ADELHARD ROIDINGER – Schattseite (Ecm 1982)

Adelhard Roidinger : contrabbasso
Michael DiPasqua : batteria e percussioni
Heinz Sauer : sax tenore
Bob Degen : piano
Harry Pepl : chitarra elettrica
Werner Pirchner : marimba e vibraharp

Aina Kemanis : voce




Blues 118 per Chuck Domanico


Una persona per strada mi dice che non ho rughe, che non dimostro la mia età. È gentile, ma non è vero. Ho le rughe. Se guardi bene, le ho eccome. Nascoste. E allora, forse, sono cicatrici.
Quando entro in tabaccheria ho voglia di avere venti anni di meno, ma penso a quando ne saranno passati altri quindici e dunque ne avrò cinquantanove. Se ci arrivo. Nessuno mi ha promesso che sarò longevo.
La ragazza che mi prende i pacchetti di Camel mi dice qualcosa, ma io non capisco e allora sorrido. Ci riesco. Sono svagato, assente, troppo presente. Come al solito.

Tornando verso casa, sempre stordito e troppo presente, ricordo una vecchia cartolina che mio padre spedì a me e mia madre nel 1978 da Mirafiori. Ci tenevo moltissimo e l'ho persa. Ho perso buona parte delle cose cui tenevo. Non sono uno che sa conservare, e quindi sono un pessimo nostalgico. Questo significa che tra quindici anni, se ci arrivo, sarò definitivamente fottuto. Perché il futuro sarà un istmo e il passato una montagna.
Ho perso quella cartolina da Mirafiori. Negli anni non ho fatto altro che innamorarmi in continuazione. Di libri che non trovavo. Di quadri e sculture irraggiungibili logisticamente. Del suono legnoso e crudo del contrabbasso. Di bakeriani fili di tromba dopo la mezzanotte, con le risalite del contrabbasso sullo sfondo. Il fil rouge delle mie passioni è sempre stato quello strumento ed i suoi interpreti. Ho avuto un lunghissimo periodo in cui dipendevo dal suono di Eddie Gomez, poi da quello di Niels Henning Ørsted Pedersen, Ron Carter, il “mio” Jean François Jenny Clark, Scott LaFaro, Miroslav Vitous, Dave Holland, Henry Grimes e mille altri. Non posso farci niente se il pop mi nausea dopo un po', come le caramelle dolciastre. Se il rock va benissimo ma non sulla lunga distanza, perché devo avere la condizione d'animo per dargli continuità. Non sarò mai uno che pesca troppo nell'indie, sono molto lontano da quel mondo. Io provengo da uno strumento, più che da un genere preciso. E questa è la mia salvezza per non ammuffire, sarà per questo che ho poche rughe e troppe cicatrici.
In questo periodo sto studiando figure dimenticate troppo in fretta, Chuck Domanico, Gilbert Rovere, non riesco a rinunciare a Red Mitchell.

Sono stato capace di restare appoggiato alla lavatrice in funzione per tutta la durata del lavaggio, qualche sera fa. Mi piaceva il ritmo. Suonarci un blues in compagnia sarebbe stato affascinante. Ho perso la cartolina di Mirafiori. Mi illudo di essere ancora giovane. Mi illudo che il troppo fumo non mi faccia male. Mi illudo che le mie mani siano belle come quelle del musicista che non sono diventato. Le mani da scrittore non esistono, anche le mani più brutte e tozze oggi pestano su una tastiera. Torno a casa con la primavera alla calcagna e so che non riesco ad essere nostalgico. Salendo le scale, mi dico che molti si illudono di saper comunicare le proprie passioni; io non tanto. Non ci riesco più di tanto. Comunicare una passione somiglia troppo spesso ad una monomania, ad una fissazione, e sconfina in un'alterigia elitaria assolutamente inesistente. Tutto l'arco di tempo giornaliero che trascorro da sveglio apparente funziona con la musica e con il contrabbasso. Quando parlo, quando mangio, quando scrivo, quando mi spengo per poco e mi riaccendo per un niente. Eppure, non sono bravo a comunicare l'amore; ci riesco meglio con il disgusto e con la rabbia, mi sento più convincente.
Studio quello che ha fatto Chuck Domanico, in quest'ultima settimana. Poi passerò a Gilbert Rovere, infine mi addentrerò nell'arte di Red Mitchell e ricomincerò con qualcun altro. Non posso fermarmi.

Apro tutte le finestre in casa. La primavera di febbraio è peggio di una tentazione incestuosa: che c'entra febbraio con il sole e con il vento tiepido. Maledette città del sud, così belle e così assurde. Riavvio il disco di Enrico Pieranunzi, “Ballads”. In “When all was Chet” c'è un assolo di contrabbasso meraviglioso, ad opera di Marc Johnson. La mia mente vortica alla stessa velocità delle dita di Marc Johnson, ripenso ancora alla cartolina di Mirafiori, al mobile olandese che amavo da bambino, a quella porta verde diroccata in via Poerio che guardavo sempre quando passeggiavo con mia madre. La sensazione è quella di aver perso tutto ogni volta, di aver reinventato il mondo ad ogni nuova assenza. Di aver costruito un reame di pietra lunare utilizzando legno e luce, ghiaccio e fango, la sensazione dolorosa è quella di aver voluto dipingere il mare sulle finestre per non guardare altro.
Non so comunicare un granché. Non me ne dolgo. Basta la scrittura. E in fondo so che le passioni sono poco comunicabili, mentre la violenza e la merda sono di facile decodificazione. Anche per chiudere i conti con i troppi bastardi.

Quando l'assolo di Marc Johnson finisce, torno a sedermi, cerco di mettere ordine nei miei appunti su Chuck Domanico. Ci vorrei scrivere un blues, su Chuck. Un grande musicista che pochi hanno avuto la curiosità di seguire. Ma non credo di riuscire a provocare scintille ed innamoramenti per lui, perché sono spesso legnoso e non agile, invece, come lo strumento di legno per eccellenza.

Forse è colpa solo di questa luce assurda se vince tante volte il silenzio. Forse è quest'unione improbabile tra silenzi e primavere anticipate che mi impedisce di invecchiare male e con tristezza. L'importante è che io resti al mio posto, senza nostalgia, senza guardare mai indietro. Perché se pure è vero che ho avuto una flotta, oggi mi piace girare su un'unica nave un po' antica, naturalmente pirata.

Luca De Pasquale, 5 febbraio 2016

per Chuck Domanico, 20/1/1944-17/10/2012









04/02/16

Occhi di ruggine


L'ingegnere Apollonio Martinetti mi ferma per strada. Non mi concede neanche il tempo di salutarlo, che già attacca a parlare del figlio che ha fatto strada e fortuna in America. Lo racconta con orgoglio e forte salivazione. Il suo entusiasmo è incontenibile, come la mia noia. Se suo figlio lavora a San Diego, a me cosa cambia? L'unica differenza è che lui sarà uno schiavo del reddito e della realizzazione, io resto schiavo di una realtà disaggregata, fatta di affitto in ritardo, di bollette, di castrazioni intellettuali inevitabili.
Ma Apollonio Martinetti è fuori controllo, e a me tocca ascoltare tutta la fuffa sulle grandi vittorie del figlio capitalista illuminato, accumulatore a lunga gittata, portafoglista, internazionalista della sua borsa. Mi rifugio nella sigaretta. Arriva un ragazzo senegalese con dei braccialetti di panno e Martinetti lo sfancula. Non siamo a San Diego, niente Senegalese Dream, a lui piace solo l'American Dream via skype. Per me American Dream potrebbe essere una marca di profilattici alla senape per un frizzante sesso orale ante autodistruzione.

Al telefono, il parente anziano di turno mi fa una predica su cose come la speranza, la fedeltà ai sogni, la riconoscenza per il dono della vita. Io allontano la cornetta. Non accettavo questa merda a venti anni, figuriamoci dopo i quaranta. Il parente anziano si sente la verità in tasca e forse il fiato della morte nelle ossa. Sta cercando di guadagnarsi una qualche salvezza. Sventato. Folle. Anni fa questo parente anziano mi disse di credere in Berlusconi ed io ridussi le mie visite da una ogni tre anni a zero per sempre. Ora il parente anziano crede in Renzi. Io no. Non solo non ci credo, ma lo inserisco nelle immagini da rispedire al mittente, foss'anche il solo tubo catodico, quello che non esiste più.
Il parente anziano ha messo da parte dei soldi per i figli, ha fatto il gruzzoletto ed ha acquistato tre appartamenti per prole e consorti. Quindi si sente realizzato. Il parente anziano ha sempre guardato solo ai cazzi suoi, come la maggior parte delle persone che conosco, incapaci di andare oltre una solidarietà moderata e di facciata. Uno che passa da Berlusconi a Renzi è pazzo. Uno che non fa altro che consumarsi per accumulare è un'anfora vuota, o forse un pitale. Non abbiamo niente in comune. Mi sento estraneo, disgustato, assente. Ci stiamo facendo fottere in due modi diversi, solo che io ho meno obblighi di lui. Uno di questi è non ascoltare le sue patetiche cazzate.

Celestino invece vuole parlare di letteratura con me. Ma non io con lui. I nostri gusti non collimano. A lui piacciono i romanzi di formazione dei giovani scrittori. Li trova uno specchio dei nostri tempi. Io sono pieno di pregiudizi e non mi interessa leggere un romanzo di formazione scritto da un venticinquenne o da un trentenne. Spocchia anagrafica. Finiti gli imitatori dei cannibali, che infilavano cazzi e decapitazioni ovunque, oggi siamo nell'era della nostalgia e dei grovigli psicologici. Preferisco un film con Renzo Montagnani.
Quello che leggo in molti scrittori coetanei o più giovani è solo una smania incontenibile di esserci e di farsi apprezzare. L'ossessione neanche nascosta per una gratificazione estesa. Non c'è più neanche l'utopismo, si comincia direttamente a tentare la strada intellettuale senza mutande. Pronti a tutto. Triangolazioni, lappate, provocazioni vecchie di quarant'anni in salsa moderna, prese di posizione generaliste per attrarre insicuri, indeterminati, demagoghi, dogmatici rimasti orfani. Celestino ci resta di merda che non ho letto nessuno dei suoi “sette libri del mese”. Dovrei sentirmi in colpa? Avrei dovuto prepararmi adeguatamente per la sua telefonata.

Ma Celestino mi parla anche di problemi personali, sentimentali. Incontra solo donne che gli chiedono autorizzazione a fargli del male. E lui accetta sempre. Credo che Celestino sopravvaluti la portata spirituale dei coiti, dell'orgasmo e delle promesse. E anche delle serate allegre. Ho incontrato un mucchio di donne che mi chiedevano se volevo farle soffrire, ma io mi rifiutavo, candidandomi dunque a diventare parte lesa, nella mutazione ebete da predatore a capro espiatorio. Ma non consentivo neanche quello. Consento e permetto poche cose.
Non sono neanche un idealista. Non lo sono. Sono un rapace appollaiato su un nascondiglio che in realtà non esiste. Sono un cacciatore di specchi, più che di parole. Ho perso tante volte e mi sono incattivito con le immagini riflesse, le mie in cima. Mi piace viaggiare con addosso la ruggine del tempo. Mi piace passarmi la mano nei capelli nei vagoni sporchi dei treni della sera. Mi piace interrompere la lettura di libri se qualcuno mi guarda.
Scrivo e dopo sono più forte e più debole. Spossato per un po'. Fatto a brandelli dalla sola azione di essermi seduto e aver tentato una via d'espressione. Mai la scrittura come fascino. Mai la scrittura come arpione. Semmai come gancio da mattatoio. Se scrivo come voglio, dopo sono un fantasma e vago per la notte, per le case, per i capelli della gente, nei luoghi dove i miei cari si sono dati alla fuga, faccio il fantasma sui palcoscenici degli affetti che hanno rassegnato le dimissioni.
Sono un uomo di vento, non saprò mai che valore darmi. Sono una fontana che diventa secca se qualcuno mi lancia dentro la moneta. Io non porto fortuna così come non porto lutto. Sono al centro della notte, testimone, esule dalle aspettative altrui. Se scrivo, caccio ruggine, veleno, una scia di profumo che esiste solo per alcuni istanti per poi disperdersi.

Hanno tentato di insegnarmi che il vero incanto è la conquista. Ma io non ci credo.
Hanno tentato di convincermi circa la superiorità della semplicità sulla complessità, da un punto di vista razionale ed utilitaristico. Io non ci credo.
La complessità è la mia Cadillac cromata. Sceglierò dove andarmi a schiantare, con quale miraggio d'amore nel cuore, con quale idea della libertà e del cambiamento. Non credo in nessun Dio, non ci riesco. Credo nelle tappe. Nei precipizi. Credo agli equilibristi, dopo una certa ora. Credo che la musica sia la culla, ci credo ancora. A volte la culla è stretta, altre troppo larga, confusa, stordente. Nella culla cerco familiarità impossibili. Accorcio le distanze e predo specchi. Non mi conosco. Non conosco veramente i miei occhi. Mi interessano troppo quelli degli altri, anche se non sembra.
Celestino non trova un buon interlocutore. Peccato.

Luca De Pasquale, 4 febbraio 2016



02/02/16

Dopo il rumore, dopo il silenzio


Molti usano l'ermetismo. Ermetismi tutti personali. Perché sembra che l'ermetismo faccia passare per intelligenti, supersensibili e con grandi cose da dire.
Ne fa uso ed abuso, ad esempio, il mio conoscente Uccello Ghiffa. Lo incontro in una libreria, mi dice subito alcune idiozie sul corpo delle donne, come se io non sapessi bene di cosa parla, mischia letteratura sudamericana e tango, si lancia in un parallelo tra Buenos Aires e Napoli, infine cita Proust ad alta voce per farsi sentire dalla bella ragazza che cincischia tra scaffali che vorrebbero essere esistenzialisti.
Quando usciamo dalla libreria, ho la certezza che Uccello Ghiffa non ha detto alcunché di sensato e che è un proditorio coglione. E che è anche probabile che sia in riserva a livello sessuale, perché saranno anni che nessuna donna gli dice che ci sa fare nelle olimpiadi lubrificate e nei giochi invernali senza scaldino, quelli dopo le 22.
Mi tormenta, forse più di ogni altra cosa, il dubbio che Uccello Ghiffa non abbia letto un solo libro di scrittori argentini in tutta la sua vita. Però si muove in quell'ambito vagheggiato, condendolo con un vorace ermetismo da PR dei suoi testicoli, che trova indecoroso trionfo sul suo profilo social dove scrive monnezza come questa: “La notte. E noi? Noi dove andavamo quando cadevano le ciliegie?”
Le ciliegie che cadevano? Mondi paralleli. Non so dove accadeva questo, ma è ben certo che lui debba andarsene a fare in culo.
La ragazza che voleva colpire ci lancia un'occhiata fredda. Uccello è un idiota. Queste seduzioni stradali sono così improbabili. Non ci crede più nessuno. Credo che avrebbe avuto più senso se lui le avesse detto: “Ho deciso che morirò domani, questa ricerca di senso mi sta uccidendo. Ti amo”
Questa dichiarazione assurda me lo avrebbe fatto giudicare meglio, anche se è chiaro che la ragazza sarebbe fuggita via.

Appena usciti dalla libreria, sento qualcosa di prossimo al mal di stomaco. La vista di Uccello Ghiffa mi disturba. Ho superato la soglia di sopportazione. Tutto in lui mi disturba. La sua codardia. Il suo epicureismo in faccia allo specchio, da malato. Sono convinto che da piccolo si guardava il culo allo specchio e si toccava. Il ritratto di Onan Grey. Avrà passato metà della sua adolescenza a masturbarsi e l'altra a cercare frasi ad effetto da ermetizzare ulteriormente. La sua vanità è tale che non fa neanche distinzioni sessuali. Tutto gli interessa, purché lui ne esca bene. Vanitoso fino allo scempio. Se gli confessassi che sogno da anni di infilargli la lingua in bocca, accetterebbe anche senza voglia per consentire un tributo alla sua persona. Malato di vanità e professionista del parlarsi addosso. Non un'idea. Non una stilla di reale disperazione nei suoi desideri. Chi non prova disperazione nelle voglie è fuori dal mio orizzonte di compatibilità. Uccello Ghiffa per me non è mai nato e non so nemmeno come lo conosco e quale sarà il momento del nostro distacco. Mai fatto proiezioni sulle separazioni. Tanto accadono e non sono reversibili.
Quando l'ebefrenico si congeda, riprendo il mio controllo dello sguardo basso, rapace, scolpito con il freddo umido di questi giorni. In panetteria, cedo il turno tre volte ad altrettante donne anziane, e nel farlo mi accorgo che ho mal di testa, che non ricordo a che ora mi sono svegliato e che non saprei rispondere ad un quiz istantaneo sui miei gusti intellettuali, che sono tutti screziati, bastardi, un po' a fisarmonica ed un po' a fontana lunare capricciosa.
Cammino, ancora. Sono anni che ho smesso di guardare se le donne mi guardano. Vivo meglio. Mi pettino solo quando sono convinto. Non mi tiro le sopracciglia e non indosso pantaloni che mi rendano il culo livellato alla parte finale della schiena. Pazienza se nei giorni peggiori sembro un dipinto di Bacon.
Sulla soglia del negozio di cose che non conosco c'è una pantera con una gonna strettissima e corta. Succhia una sigaretta e il suo sguardo mi trapassa. Non le interesso. Qualcuno mi ha detto che tempo fa è stata coinvolta in un giro di prostituzione deluxe nel quartiere. Non mi ha mai eccitato. Non prima e non dopo, dopo ancor meno. Piacerebbe ad Uccello Ghiffa.

Giorni strani. Giorni che arrivano dopo il rumore e anche dopo il silenzio. Le lotte svuotano. Soprattutto quando solitarie. Quelle minano l'elasticità congenita dei desideri, fiaccano il corpo e la capacità di veglia (non scrivo sussistenza, che è altra cosa), trasportano in luoghi familiari che hanno però perso la loro funzione magnetica di ristoro garantito. E così, oggi, all'improvviso, sento il bisogno di andare a rintanarmi in una ballad jazz, quelle rigorosamente in trio, dove ai miei vicini è consentito innamorarsi del piano, mentre io troverò qualcosa di simile ai colori nella cavata del contrabbasso e nel suo muoversi sinuoso verso la fine del mio ascolto. Perdersi in una ballad, affidarsi al contrabbasso, è come far volare un aquilone su una spiaggia d'inverno, ridere e sognare e poi voltarsi a cercare il padre per condividere. E non trovarlo mai. Non trovarlo più.
Dopo ogni lotta, bisognerebbe aver conservato il privilegio di ritrovare la compagnia di chi ti sorvegliava severo, ma amandoti. Il tempo però passa ed allora capisci che la lotta non si può interrompere. Che la lotta è il motore del respiro e l'espressione semplice dell'inevitabile affanno. Tutto qui.


Luca De Pasquale, 2 febbraio 2016

dedicato a Niels-Henning Ørsted Pedersen

Tracklist:
Oscar Peterson - Nigerian Marketplace
Thierry Lang Trio - Nunzi